"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater

mercoledì 12 ottobre 2011

ma ce l'hai un pò di stoffa?







A me piace sognare di avere una  casa di stoffa.Si si vorrei una casa con i muri  ricoperti di lino, con le porte rivestite di velluto, i divani tutti di broccato.
Vorrei potermi appoggiare ovunque senza mai farmi male, vorrei che fosse tutto morbido e accogliente.
Tutti gli amici sdraiati ovunque anche sui tavoli e sui pavimenti.
Anche l’asse del water la vorrei rivestita di seta rossa tutta imbottita come un bellissimo sofà.
In casa poi vorrei tante copertine tutte morbide e di tutti colori e di tutte le stoffe del mondo.
Pensa che bello toccarle con le dita, stringerle accarezzarle, ammirare e infilare le mani e i piedi nei fili intrecciati.
Quando fa freddo  la stoffa è importante, ci fa stare bene, se ci copriamo di belle stoffe usciamo anche con il freddo più duro.
I tessuti sono tanti tutti diversi e tutti intriganti, anche la lana, grezza o morbida come il pelo di un gattino, può regalarti tante emozioni.
Ricordo che da piccola mi regalarono un completino di sciarpa cappello e guanti, ed io rimasi a bocca aperta perché la trama della lavorazione era bellissima e i colori erano  mattone, panna e carta da zucchero. Insieme erano luminosi e golosi per il mio gusto e  per i miei occhi.
Io in questa casa inviterei sempre tanta gente e vorrei che ci fossero pezzi di stoffa ovunque ma anche tutto il necessario per cucire, così tutti seduti dappertutto con il pezzettino di stoffa in mano ognuno potrebbe fare quello che gli pare, magari cucire un vestitino, oppure fare una sciarpa o magari una copertina.
Vorrei che ci fossero cataste di lana morbida di tutti i colori della natura dappertutto.
Ma poi si potrebbe fare molto ma molto di più, con la canapa potremmo cucire pilastri di tende, facili da fare e da montare.
Accidenti però pensandoci bene potrebbe succedere che la signora Irma del piano  di sotto (nota per la sua pazienza) venga a suonare per dirmi che “signora ma basta con tutto questo casino! Gente che va gente che viene ogni giorno! Io me lo sentivo che lei era un tipo strano, esce la sera tardi da sola, non parla (lei vorebbe dire sparla) con nessuno e ora secondo lei dobbiamo sopportare tutto questo andirivieni?
Lì per lì dovrei inventarmi qualcosa per convincerla delle nostre buone intenzioni, ma poi ecco che mi illumino e “signora ma lei non sa che io e i miei amici facciamo vestiti, coperte e golfini?"
"Per esempio non le interesserebbe un bel golfino di lana di alpaca giallo? Sono così morbidi i nostri golfini!"

La signora Irma pettegolando qua e là poi incuriosirebbe tutti i condomini che  arriverebbero a casa mia in pellegrinaggio per comprare o solo per guardare e facendo finta di niente cadere sopra un tavolino e provare a non farsi male.
E allora un giorno prenderei una decisione “ ragazzi  dobbiamo comprare gli animali così la materia prima in parte la potremmo produrre noi".
"Gli animali?"  Direbbero tutti.
Si! li teniamo tutti sul mio balcone!
Pensandoci però gli animali andrebbero nutriti ed ecco che potremmo coltivare l’erba, basterebbe comprare un terreno no??
Quante cose mamma mia! La casa di stoffa diventerebbe una piccola azienda manifatturiera e tutto quello che verrebbe fatto in più,  e meno bene del resto potrebbe essere venduto o meglio verrebbe spedito ai bisognosi di tutto il mondo, si per esempio le coperte , le case di stoffa, le tende.
Gli animali poi ci darebbero anche il loro latte da bere o per fare formaggi. Qualche volta poi la loro  carne ce la potremmo mangiare.
Sarebbe una bella casa la mia casa di stoffa, potrei rivoluzionare la mia vita, cadere tutte le volte che voglio senza farmi male, stare al caldo con gli amici sotto le copertine di lana melange.
Fare  il caffè con la caffettiera imbottita senza paura di scottarmi.
Beh certo che un animale su un balcone non è facile da tenere, più che altro per l’odore delle feci e della pipì, ma anche per i versi che fa.
Mi fa un po’ pena pensare ad un animale chiuso in 3 mq per tutta la vita,  e anche coltivare tutta l’erba per nutrirli potrebbe essere pesante. Seminarla raccoglierla tagliarla.
Mangiare gli animali,  ma chi potrebbe mai ammazzarli? Io no di sicuro.
Ma tutto questo si potrebbe imparare; dovremmo scegliere.
Intanto potrei pensarci sdraiata sul mio tavolo di velluto in cucina,ciucciando un fazzoletto di seta  per consolare un po’ la mia delusione..quella che nasce  tra le mie illusioni  e quello che poi davvero potrebbe succedere oppure no.


 



Milos e la sua nuova casa

ET, ve lo ricordate? Persino ET aveva una casa, lontana, tanto lontana, che però è riuscito a raggiungere con l’aiuto di un umano, un bambino. Forse il regista ha voluto che quell’ aiuto arrivasse da un bambino perché meno diffidente più curioso e senza filtri nei confronti di ciò che non conosce. Ve l’immaginate quel piccolo mostriciattolo se fosse stato incontrato per primo da un adulto? Quasi certamente non ci sarebbe stata storia. E noi non avremmo quel dolce ricordo di un codazzo di biciclette volanti illuminate da una Luna che come un faro indica la via …. quella di casa. Certo lui è stato fortunato, insomma anche se non avesse ritrovato il modo di tornare lassù una nuova casa cmq l’aveva trovata, proprio come il mio amico Milos. Beh lui a casa sua adesso non ci vuole tornare. Arriva dal Kosovo, ha 42 anni ed è il maritino di mia sorella Serena. Si sono conosciuti ad una serata organizzata da un associazione che si occupa di rifugiati politici, immigrati extracomunitari. Insomma doveva essere una serata di integrazione; riuscita in pieno direi. Credo che lui sia felice, adesso. Della sua vita Milos racconta molto poco. Della guerra, che ha toccato in prima persona, nessuno di noi osa chiedere e , nemmeno lui , lo si avverte, ne parla volentieri. Una cosa però l’ha raccontata. Il suo viaggio per fuggire da là. Da una casa, da dei luoghi che lo avevano accolto, accudito da bambino, ma che adesso gli si rivoltavano contro, luoghi che non riconosceva più nè come amorevoli né come amichevoli. Racconta della sua fuga verso la salvezza, quella che ti permette di sentire una ferita dolorante se sei stato colpito, di sentire la sete se non bevi da giorni e di sentire i morsi della fame perché non hai avuto la possibilità di mangiare niente che non fosse aria da giorni. Scappò, per salvarsi la vita, quella vita là. Quella più animale. Non era da solo Milos, lasciò madre, dei fratelli, fuggì con altri amici, senza una vera meta. Di corsa là fuori, lontano dai confini del fumo, della morte, degli spari , della violenza. Non un documento in tasca, nessun indirizzo, nessuna raccomandazione e poco pochissimo danaro nelle sporche ed inutili tasche. Niente di niente solo una giovane vita da portare in salvo. Milos racconta, e non dimentica, non lo dice ma è cosi, gli sguardi di disapprovazione o di pietà incontrati, ricorda la paura di essere preso dagli agenti, in gruppo fermi magari a bere un caffè al solito bar del paese. Quale paese poi? Per questo quando ne incontravano qualcuno in “perlustrazione” si separavano senza sapere se si sarebbero incontrati, di sicuro non li avrebbero presi insieme. Una frazione di un paesino può sembrare una grande città se non ci sei mai stato, se se sei un clandestino e se non capisci un accidenti della lingua che senti o che riempie i manifesti pre elezioni di volti perlopiù maschili che sono appiccicati ovunque ti giri. Anche nel suo paese a pensarci bene prima dello scoppio della guerra c’era qualcosa del genere. La sua vita è cosi piena di avvenimenti assurdi per la sua età, per l’epoca in cui viviamo. Insomma non parlo del mio bisnonno, parlo di un uomo mio coetaneo, uno che dovrebbe aver avuto più o meno le stesse esperienze ed invece … Come ho iniziato? Ah, stavo solo guardandolo lavorare sul quel tetto, lui le case le costruisce, quando mi è venuto in mente ET l’extraterrestre ed il mio amico Milos, ho cominciato a pensare alla sua vita, al concetto di casa e a quanto poco valga averne una in muratura, in paglia, di lamiera o come carapace se non hai nessuno che ti accolga, come amico, come amore, come essere umano, come essere vivente, nessuno che ti abbracci, che ti capisca anche se non parli la sua stessa lingua o che stia con te lì in quel momento senza fare o dire nulla , solo accanto a te, quando non ti senti più, quando non senti più di appartenere a nessuno e in nessun luogo.


Pubblicato da FRANCA FIORE

lunedì 10 ottobre 2011

A stare chiusi in una cella frigorifera ne pensi di cose




Dodici anni fa sono andato a fare la spesa all' Iper Coop e per sbaglio sono finito dentro una cella frigorifera. Ho provato a chiamare aiuto, ma dato che nessuno arrivava mi sono seduto su una cassa di petti di pollo aspettando che mi aprissero.
Dopo un paio d'ore che ero lì a battere i denti, mi viene una sonnolenza da non riuscire a tenere gli occhi aperti. Mi sono addormentato placidamente.
Sognavo di mungere una mucca quando di fronte a me è comparsa una luce bianca e da quella luce, è uscito un uomo, alto, di bell'aspetto, con una lunga barba, indossava una tunica splendente e degli zoccoli di legno. Roba semplice, ma di classe, che non passa mai di moda. Quel tipo mi si avvicina sorridendo, io vorrei alzarmi dalla cassetta di petti di pollo, ma ho il culo gelato e non riesco a staccarlo da lì.
Chi sei, Dio?” chiedo
No, sono suo cugino.” Mi risponde l'uomo. Dio ha l'idraulico in casa che gli si è rotto lo sciacquone del water, e non può lasciarlo solo perchè gli deve passare gli arnesi. Mi ha mandato a prenderti.”
Per portarmi dove, scusa?”
Lui mi si siede accanto e, appoggiandomi un braccio sulle spalle, mi dice:
Con me. In Paradiso”
Gli mollo una spinta che a momenti mi finisce giù dalla cassetta di petti di pollo. Scoppio a ridere:
Ma smettila, va!” gli dico con le lacrime agli occhi “ in Paradiso mi vuole portare, questo qui. Ma se neanche ci credo in Dio, io. Certo che la mente umana le inventa tutte in casi come questi, roba da matti...”
Il cugino di Dio mi guarda offeso:
E allora chi sono io? Il mago Silente di Harry Potter?”
Tu sei il frutto della mia mente, che cerca di aggrapparsi all'idea che dopo la morte esista qualcosa d'altro. Ma purtroppo tu non esisti, tuo cugino non esiste, e neanche l'draulico che ha in casa esiste”
Ma se si chiama Giulio e viene da Varese!”
Non esiste” affermo convinto, poi tanto per fare colpo aggiungo:
E neanche Varese esiste”
No?” sussulta il cugino di Dio, allarmato. Io scuoto la testa.
Il cugino di Dio si gratta un po' la barba, pensieroso, poi mormora sottovoce, come parlando a se stesso:
Su Varese, avevo avuto qualche dubbio, in effetti.” Poi riprendendosi “ Bè, oramai sono qui, tanto vale che mi fermi un po' a parlare, che se torno a casa adesso mi tocca dare spiegazioni a Dio, già è nervoso per via dello sciacquone, figurati come si incazza se gli dico che non sei venuto con me!”.
E di cosa parliamo, scusa?”
In generale. Per esempio, tu, per fare la carbonara usi la panna, oppure fai senza?”
Ma che domande sono? Senza, è ovvio!” rispondo prontamente.
E' partita una discussione che non finiva più. Dopo si è parlato di politica, dell'amore, della vita, dei poeti, di libri, di cinema, di musica, di filosofia.
Il tempo scorreva rapido, e più parlavamo più le parole mi uscivano dalla bocca chiare, precise, essenziali. Era come se mi avessero infilato un imbuto nella testa e ci stessero versando dentro tutta la conoscenza del mondo.
Fatto sta che ad un certo punto il cugino di Dio guarda l'orologio e si alza di scatto.
Madonna come si è fatto tardi, sono 10 anni che parliamo. Vado, che cè da tirare fuori da casa il sacco umido, che domani passano a raccoglierlo. Arrivederci..”
Dice il cugino di Dio, stringendomi la mano.
Addio” rispondo. Poi chiedo: “levami una curiosità, tanto per sapermi regolare: io sono morto?”
. Lui mi fa cenno di no, e dandomi una pacca sulla spalla, sparisce, inghiottito da un fascio di luce accecante.

Mi sveglio quando, scambiandomi per un quarto di bue, due dipendenti dell'Iper Coop mi tirano fuori dalla cella frigorifera. Si sono accorti subito che c'era qualche cosa di strano, perchè tenevo arrotolata in tasca la Gazzetta dello Sport, ed è risaputo che il bue non legge, in quanto animale ignorante.
Tutto considerato non stavo malissimo, avevo dei leggeri giramenti di testa e le mutande attaccate alla pelle del culo: a camminare si faceva un po' fatica.
Vengo infilato in un carrello della spesa e portato nell'ufficio del direttore, un giovane snello ed elegante. Un'eleganza da becchino, da venditore di villette a schiera.
Non sono cose che si fanno, queste.” mi dice “ Se venivano quelli dell'ufficio sanitario e la trovavano lì dentro, cosa raccontavamo?”
Avendo avuto un'esperienza trascendentale e essendo divenuto di una saggezza e di una conoscenza impressionanti, mi basta guardare negli occhi quell'uomo per capire tutto di lui. Sorrido e non rispondo. Chi è lui in confronto all'immensita? Cosa ne sa quel giovane del pensiero di Hegel, di Proust, di Mozart, delle campane tibetane, del canto melodioso delle balene, del profumo dei limoni di Sorrento, della faccia di Schillaci, di Fred Astaire, di Celentano che canta e balla prisencolinensinainciusol con Raffella Carrà a Milleluci nel 1974.
Regia di Antonello Falqui. Lui cosa ne sa?
E così guardo il direttore dell'Iper Coop dare un'occhiata spazientita al suo orologio costoso, allungare la mano per stringere la mia e dirmi: “ Adesso devo andare. Scusi sa, ma c'è da sistemare dei bancali di pomodori e non è che posso stare tutta la giornata a fare un cazzo, quindi tanti saluti e ringrazi che oggi sono in buona e non la denuncio per alloggio abusivo in spazi refrigerati”
Lei è un idiota, si informi.” gli dico con un sorriso, mi volto e me ne vado, lasciandolo lì, col braccio teso e quella faccia da copertina di giornale per parrucchieri.
Uscito dall'Iper Coop mi incammino verso casa. Osservo la gente che mi passa di fianco. Hanno tutti un telefonino, parlano, ridono, ascoltano. Un signore mi spintona leggermente alla spalla e va avanti senza chiedermi scusa, ha la faccia tutta corrucciata, stringe il telefonino come se volesse strangolarlo.
lo so! lo so! lo so!” urla al telefono “Lo so! lo so! lo so!” continua a dire mentre mi supera con passo spedito. Vorrei raggiungerlo per informarlo che in realta lui non sà una beneamata minchia di niente, ma poi lo lascio andare via, chissenefrega.
Ancora un centinaio di metri e arrivo al condominio dove abito, apro il cancello e mi infilo nell'ascensore. Mi trovo faccia a faccia col mio dirimpettaio. Dieci anni fa lavorava come venditore porta a porta della Vorwerk Folletto, ora no, lo so per certo. Mi guarda meravigliato, poi per educazione mi mormora un “ salve”.
Buongiorno, come sta?” rispondo, allungando la mano. Lui la prende d'istinto, fa per stringerla poi la lascia di scatto e rincula all'indietro.
Ha la mano fredda” dice.
Per forza. Sono stato chiuso 10 anni nella cella frigorifera dell'Iper coop.”
Allora si capisce perchè” dice lui, poi si mette a fissare la parete dell'ascensore.
Allora, come va?” chiedo. Lui mi guarda di tre quarti, rigido.
Bene” dice.
No, veramente: come va?”
Tutto bene, grazie”
No, no.Veramente: come va?”
Lui si volta verso di me e scoppia a piangere. “ Non ne voglio parlare. Mi lasci solo con la mia malinconia.”
Rimango in silenzio sino a quando l'ascensore si ferma al terzo piano, dove abito. Esco salutandolo, ma lui non risponde, continua a singhiozzare con la fronte appoggiata alla parete. Entro in casa, e ci trovo mia moglie.
Ciao, sono tornato” dico.
Lei ha in mano una confezione di Tavernello, lo lascia andare e quello piomba a terra: rimane in silenzio, a bocca aperta, col vino che si allarga sul pavimento bagnandole le ciabattine di raso.Rimango in silenzio anche io. In sottofondo la radio trasmette un vecchio pezzo di Sandro Giacobbe:
Il giardino proibito. Anno 1975.
157.000 copie vendute.
Spunta dall'altra stanza il nostro gatto, molto più grosso e un po' spelacchiato. Mi vede e si ferma. Non miagola. Stiamo lì immobili, per una decina di minuti, tutti e tre.
Sento il ribunetto gocciolare in cucina:
plin... plin ... plin ...
Un rivolo di vino arriva sino a sotto il muso del gatto, luì gli da un paio di lappate, poi si gira e ritorna in stanza.
Comunque, quel gatto mi è sempre stato sui coglioni” affermo, tanto per rompere il ghiaccio.
Hai fatto un po' tardi” mi dice mia moglie, ripresasi dallo spavento.
Sono stato chiuso nella cella frigorifera dell'Iper Coop. Mi hanno liberato pochi minuti fa. Lì dentro ho avuto una discussione lunga dieci anni col cugino di Dio, che era frutto della mia mente e, grazie a questa esperienza extrasensoriale, ho acquisito una sapienza unica.”
Mi sono accorta che mancavi da casa dopo due anni” ribatte lei.
In effetti comunicavamo poco. Ma ora sono un uomo nuovo, più consapevole del nostro ruolo nell'universo.
Quale?”
Consiste nell' estinguerci disturbando il meno possibile.”
Non ti ho mai amato” dice lei.
Lo so, non importa. Sono venuto solo a salutarti. Da domani non voglio più avere rapporti con esseri umani, andrò a vivere in qualche posto sperduto e mi chiuderò nel silenzio assoluto.”
Facevi la stessa cosa quando abitavi quì” dice lei, sarcastica.
Esatto, ma prima non parlavo perchè non sapevo niente. Adesso non ti parlerei perchè so tutto quello che c'è da sapere. Da domani non parlerò più con nessuno, ho deciso. Rimmarrò per sempre in silenzio. Muto.
Sprechiamo un sacco di tempo a farfugliare frasi fatte, luoghi comuni, banalità, bugie, cattiverie. Di tutte quello che diciamo, al netto dell'inutile, che cosa ci rimane?
Una manciata di frasi, ad andare bene.”
A me il silenzio fa paura” mormora lei.” dopo tre anni che sei sparito mi sono messa insieme con un batterista rock di Heavy Metal. Ogni sera lui e il suo gruppo vengono qui e provano tutti i pezzi del loro repertorio”
E sei felice?”
No. Ma neanche con te ero felice. Si vede che è destino che conduca una vita di merda”
Potrei dire molte cose, ma nessuna fondamentale. La saluto ed esco da quell'appartamento, da quella casa, da quella città. In silenzio. Per sempre.
Ora sono due anni che vivo solo, isolato dal resto dal mondo. Allevo lumache. Alle lumache non ti ci affezioni, non le chiami per nome, e anche a farlo, loro non ti rispondono. Quindi sto zitto, in silenzio.
Contemplo gli aerei solcare veloci il cielo, l' erba bagnata dalla rugiada, i rami degli alberi ondeggiare al ritmo del vento. E a volte, vi penso.

Non mi mancate.

venerdì 7 ottobre 2011

La casa di King Kong


Mi sono spesso chiesta come sarebbe stata la casa di King Kong se non ci fossero stati quegli assassini a farlo fuori.
Lui  e la sua amica per New York a cercare casa. Un bel casino con tutta la gente spaventata, nessun grattacielo, e  poi non avrebbero potuto ospitarlo perché proprio non ci entrava.
Ma lui era un bonaccione anche se per mangiare e saziarsi ogni giorno doveva entrare in un allevamento e mangiarsi almeno 1000 polli o 500 capre oppure pecore o almeno 30 mucche.
Probabilmente se fosse andata diversamente qualcuno avrebbe preso le sue difese, qualcuno di importante e allora tutti si sarebbero rassegnati a vedere in giro quel bestione, con il rischio, di restare schiacciati dalle sue zampone.
Ma in fondo poi era così buono King che decise per non spaventare tutti, e per non mettere sul lastrico migliaia di allevatori, di mangiare solo banane.
Così un giorno rubò una banana da un fruttivendolo e la mostrò alla sua amica Laila che lo guardò attentamente, e persa nei suoi occhioni da gigante buono, le disse “ ma se noi per vivere mettessimo su un chiosco di banane e anche di frutta esotica?” Sai cosa potremmo fare poi? Compriamo tante piante di banane quante ce ne servono per crearci un bananeto e quella sarà la nostra casa.
Lì troveremo tutto quello che ci serve per vivere.
King Kong la fissò teneramente chiedendosi come quella bellissima creatura, così esile potesse pensare di condivere la sua vita con un animale grossissimo e puzzolente come lui.
“King"  disse Laila io sono felice di stare con te perché possiamo andare ovunque con le tue grandi zampe e la tua forza,  e poi tu mi proteggerai da qualsiasi evento, lasciandomi libera di vivere la mia vita da essere umano.
 Mi guardi come se io fossi un essere speciale, forse non lo sono, ma per te sono certa che è così, ed io ti amo anche per questo, i tuoi occhi non si vergognano di rivelarmi il tuo amore.
King Kong ebbe, come prevedibile,  molti sponsor e così riuscì nel suo intento, costruì in città un bananeto e per vivere lui e Laila vendevano tanti alimenti a base di banana,  fatti interamente  da loro naturalmente.
Fu un vero successo.
Ma King intimamente non era soddisfatto avrebbe voluto una casa, una vera casa, tipo un enorme grotta o un grande castello, con le tende damascate e i divani in pelle bianca, insomma un posto romantico  , con le mura e un soffitto dove poter trascorre tranquille serate con Laila.
Una sera King e Laila vennero intervistati da un giornalista che dopo un’ora di domande anche un po’ troppo private,  vennero invitati ad una mega festa di amici facebookkiani e dopo un po’ di insistenze il giornalista riuscì a convincerli a partecipare.
La sera della festa Laila era elegante,  si era messa anche un bel paio di tacchi, senza la minima illusione di avvicinarsi alla bocca di King, ma solo perché il tacco , fa donna fatale e lei si sentiva così quella sera.
King non aveva nulla da indossare di speciale, ma pensò che lui era speciale e bastava così.
Laila andò con un taxi e King raggiunse il posto a piedi,  stando attentissimo ad ogni passo.
Si ritrovarono là, erano così belli e assurdi insieme, lei così eterea emanava una luce bianca e lui al contrario era nero come la notte, anzi di più.
I fotografi li assaltarono e non diedero tregua per almeno 1 ora, poi si calmarono e li lasciarono tranquilli.
Ad un tratto in un cortile vicino scorsero quattro grossi orangotango.
Perché erano lì? Nessuno lo sapeva, tutti  facevano come al solito ipotesi,  illazioni, di tutto un po’.
King chiese al guardiano di poter entrare per conoscere quegli animali da vicino e capire da dove arrivassero.
La serata fu abbastanza divertente soprattutto per Laila, perché invece King passo tutta la serata con in braccio qualcuno che voleva toccarlo, guardare da vicino la sua bocca e le sue enormi zampe.
Non era contento King, quella sera era stato sempre solo senza Laila, che invece beveva drink e intratteneva tutti, tranne lui. Tutte quelle attenzioni l’avevano stonata, le corde della sua vanità suonavano continuamente e a volte lo infastidivano.
Nei giorni seguenti King era silenzioso,faceva tutto quello che aveva sempre fatto ma si muoveva come sotto l’effetto di un incantesimo, nel senso che sembrava stesse facendo cose che non voleva fare.
Gli occhi erano spenti, non comunicava nulla al mondo e neppure a Laila, che lo guardava triste.
Una notte King scappò e andò via dal suo bananeto.
Laila lo cercò ovunque ma da sola non riuscì a trovarlo, e a malincuore chiamò la polizia.
Presto si ebbero notizie perché il guardiano dello Zoo di Seattle avvertì che King Kong era entrato nel recinto degli orangotango, si proprio  quelli che aveva conosciuto alla festa di Facebook.
I poliziotti non capirono cosa volesse fare King ma lui velocemente fece comprendere a tutti che voleva provare a stare con quegli animali e che quella poteva essere la sua casa, anche se a tutti poteva sembrare una prigione .
Il futuro forse riservava delle novità, lo zoo non lo voleva più nessuno e gli animali sarebbero stati portati nei loro luoghi nativi. Erano solo speranze ma era il sogno di King, vivere tra i suoi simili e amarli.
Andò da Laila e la abbracciò, lei si divincolò e le diede un pugno gridandole “ sei solo un bestione senza cervello”.
Non fare la stupida Laila pensò King, ma le fece tenerezza e la guardò per l’ultima volta con infinita dolcezza.













giovedì 22 settembre 2011

Il bocconcino prelibato.

Sono un bocconcino prelibato dice Silvio di sé stesso, e certo gallina vecchia fa buon brodo, specie se farcita di soldi e farfalline di latta.

Si crede un seduttore irresistibile, il maschio latino per eccellenza, un Buzzanca potenziato dal pisello robotico a lubrificante minerale, un toro da monta in grado di citare Prévert in lingua originale, ma all'indietro, intanto che marchia in profondità una giovenca e suona al pianoforte un romantico pezzo di Aznavour. E' dall'alto di questa superiorità, che distribuisce consigli benevoli sulla lavorazione della patata persino a Rocco Siffredi, che sfotte Hefner, che quello, dice di lui Silvio, è sempre in pigiama ma di passera non capisce mica, la cerca fra i peli sotto l'ala.

Ai consessi internazionali gli altri leader vanno con vasto seguito di segretari e portaborse oberati da pile di relazioni e documenti, lui no, lui scivola leggero, sorriso e sguardo assassino, incastrati nell'ascella malloppi di riviste sexy e gossipare da lui stesso pubblicate. Appena seduto già le squaderna sul tavolo e per venti minuti, ignaro di quello che accade intorno, febbrile con il pennarellone rosso segna le foto di quelle che si è trombato, in pratica tutte, scrive il voto e qualche breve commento, tipo belle chiappe chiare, fica sugosa, urla da urlo, caverna profonda, vicolo stretto. Quindi le fa girare fra gli altri, intanto costringe i traduttori simultanei ad acrobazie verbali per rendere con efficacia le sue accurate descrizioni degli aspetti più oscuri e misteriosi della faccenda, mai abbastanza eviscerata da migliaia di generazioni maschili. A dire il vero le traduzioni sono inutili, non ce n'è affatto bisogno, i grandi della terra capiscono tutto benissimo per via del largo gesticolare esplicito. Quando per esempio Silvio muove il braccio con il pugno chiuso avanti e indietro, quelli non pensano che stia parlando delle assai scorrevoli marce della sua audi. E quando porta le mani davanti alla bocca, le palme in fuori, come a tenere ben aperto qualcosa, e intanto caccia la lingua e l'agita frenetica come una trota all'amo, capiscono benissimo che non si tratta di un suo metodo brevettato per leccare tutto, proprio tutto, il gelato dal fondo della coppetta.

Quando è a casa, in qualsiasi sia in quel momento, ha vita facile, lo accontentano sempre, i leccaculo e le signorine sempre discinte, che fanno a gara per stringersi a lui e per essere i primi a dire , che litigano per accomodarsi sulle sue graziose ginocchia. E quando è il momento di coricarsi finisce sempre in rissa, urla, morsi, tirate di capelli, oscenità varie da raggelare l'aria, lancio di oggetti pesanti. Per fortuna in giardino è sempre pronto il reparto dei carabinieri in tenuta antisommossa e lacrimogeni.

Poi a letto, certo, la cosa dura poco, quelle lo sanno come è fatto Silvio, dopo due botte dicono che sono distrutte, che non sono abituate ad un simile maschio, a quel gagliardo trivellare, che non pensavano potesse esistere una cosa del genere, che non gli era mai successo di sentirsi così soddisfatte e pienamente femmine, che la parola orgasmo ora ha per loro acquistato un nuovo significato, che come donne sono rinate, che vogliono scrivere un paio di libri su questa esperienza mistica e poi cederne i diritti cinematografici, che sono innamorate perse di lui, intanto sbadigliano e gettano un occhio dentro la busta già pronta sotto il cuscino, si girano dall'altra parte e fingono di russare. Game over.

Silvio è uno smargiasso fanfarone senza vergogna, bugiardo fino all'osso, lo sappiamo, ma a noi piace così, per questo ce lo teniamo stretto e gli vogliamo bene come ad un vecchio zio un po' rincoglionito che le spara grosse. E lo teniamo d'occhio, che i servizi segreti di mezzo mondo ce lo vogliono portare via ingolositi dalla sua smisurata statura di statista. Lo difendiamo da quei brutti magistrati rossi, e siamo contenti se si fa qualche leggina a suo uso e consumo, che il suo bene è il nostro bene, quello che è giusto per lui è giusto per il paese.

Ma poi ditemi, se pazziarella un po', se alla sera beve qualche crodino, mangia due salatini smilzi e dietetici in incontri eleganti con persone per bene, che male fa? Si fumasse pure qualche canna se gli va, è a casa sua giusto? Ed è normale che gli piacciano le ragazze giovani e belle, a chi è che piacciono vecchie e racchie? Meglio infoiato che frocio, giusto? O lo preferireste con l'orecchino ed un filo di rossetto?

Secondo me è solo gelosia perché lui è primo in tutto quello che fa'. Ma avete torto, ad invidiarlo vi sbagliate, lavora tutto il santo giorno, fa una vita di merda circondato da gente come Lupi e La Russa che masticano aglio per tutto il tempo ma mai una mentina, che non tirano la catena del cesso, che poi tocca a lui fare il giro per sistemare le cose per benino. E ci sono i leghisti, rozzi, che lo strattonano per la giacchetta, i comunisti chic, infidi e viscidi, che d'accordo con i giornali in mano ai poteri forti fabbricano il fango e glielo sbattono in faccia a palettate grosse. Per forza Silvio ha bisogno di sfogarsi, di allentare un po' il nodo della cravatta e lasciarsi andare. E' normale che uno che fa una vita così alla sera voglia circondarsi di belle ragazze per dei giochi innocenti, che male c'è? Dovrebbe giocare a monopoli con mia moglie?

domenica 18 settembre 2011

Concorso di poesia



Concorso a premi di poesie e filastrocche, nessuna quota d'iscrizione. Venite a partecipare liberamente, già diversi partecipanti hanno aderito.

Concorso di poesia e filastrocche

Da molto tempo pensavo di indirre un concorso, sicuramente per cercare di fare un pò più di pubblicità al mio blog, ma anche per conoscere nuova gente e fare amicizia. Quindi eccomi qui ad annunciarne l'inizio, oggi giorno 13 settembre 2011. Naturalmente spero che si iscrivino in molti e che il concorso abbia un gran successo, se non fosse cosi penserò a prolungarlo un altro pò se fosse necessario. Il concorso sarà incentrato su di un vostro componimento scritto e per l'occasione avevo pensato ad una poesia o ad una filastrocca, con un tema preciso: l'oceano o il mare su di un'isola tropicale, che sensazioni vi suscita. La durata sarà di circa un mese in totale, cosi che tutti i partecipanti abbiano il tempo necessario per scrivere ciò che vogliono con tutta calma (naturalmente chi si iscrive prima avrà più tempo di chi si iscrive dopo, ma sono di maniche larghe per cui basta che mi informiate se in caso avete bisogno di maggior tempo), mi invierete quindi i vostri testi per email ed io aprirò per ognuno un post che dovrà essere votato, chi avrà più voti sarà il vincitore.

ArKaVaReZ

giovedì 15 settembre 2011

18 anni e non sentirli


Che bello festeggiarti ma tu forse ti chiedi "ma perchè?"
e se fosse così avresti ragione..
non ci si rende mai conto di quello che si è diventati di come siamo cambiati.
Pensiamo al passato e sognamo il futuro, ma in realtà percepiamo intensamente solo il presente, quello che oggi succederà e magari non succederà niente.
Tu però hai i testimoni della tua vita ,come tutti noi e per te siamo io e tuo padre.
Noi siamo i cortometraggi viventi di immagini ed emozioni di tutta la tua vita,sino a qui,
Da quando avevi i capelli color della paglia e di quando correvi come una lepre nei prati.
Le lotte con gli amici, le corse pazze in bicicletta, la golosità e la passione smodata per i pasticcini e per i giochi di società.
Dallo Scarabeo al Poker in un pugno di anni.
A due anni il tuo primo "NO" e poi sempre così.
Un pò introverso e segretamente passionale, amico vero per gli amici veri.
Sei cresciuto in altezza e con i tuoi arti è cresciuta anche la tua personalità,
sei pronto per mischiarti in un questo mondo, per capire quello che c'e' e quello che manca.
Ti auguriamo di trovare la strada per realizzare i tuoi desideri, i sogni che nascono spontanei ogni giorno nella tua mente, e di vivere la tua vita sempre con la consapevolezza del tuo valore, delle tue capacità e della sensibilità che hai in grande quantità.
Sognamo di vedere sul tuo viso il sorriso aperto e tenero che la genetica ti ha regalato, ma che avrai solo se ascolterai la voce del tuo cuore e l'impeto della tua energia.

Una carezza da chi ti ama.


Manu e Gianpi

venerdì 9 settembre 2011

Cene eleganti fra persone per bene.

A cene eleganti tra persone per bene a questo io aspiro, non al solito bunga bunga che ormai lo fa anche il papa. A proposito, come ci da dentro, schiere di chierichetti con parapalle, che vorticano come girandole intorno a pali di legno dorato tardo settecento, vin santo come se piovesse, ostie salate sparse ovunque, acquasantiere colme di olive verdi senza nocciolo, qualche bestemmia trasgressiva nell'aria e poi tutti nel lettone dei Kennedy a fare bidibodibù. Non fosse per l'odore d'incenso, a cui sono allergico, avrei accettato l'invito della meringona. Non sono frocio ma fa lo stesso, mica mi schifo, poi non ho mai visto una suora nuda, una vera intendo, non una battona travestita.

Non è facile oggigiorno trovare in giro eleganza di prima qualità se non nel piumaggio di certi uccelli, che peraltro mi dicono essere in via d'estinzione. Ma ditemi voi a cosa serve essere ricchi in questi giorni strani, quando il lusso è alla portata di tutti, quando nonostante i dodici titoli nobiliari che mi affliggono, se stupro una bimba non lo posso neppure raccontare in giro. Con aggiunto il rischio remoto, ma pur sempre reale, di essere incriminato, di dovere persino indossare un paio di quelle orribili manette niente affatto imbottite, e peggio ancora firmate dal quel sarto volgare, mezzo italiano e mezzo sardo, che va alla grande negli outlet di provincia. Ma il mondo ormai è tutto un outlet di provincia.

Che umiliazione. A essere ricchi oggi non c'è gusto. Mangi ma mangiano tutti, allora compri una catena di ristoranti francesi, lasci che cucinino notte e giorno solo per te. Quando la muffa prende ad impossessarsi della preziosa porcellana, e i manicaretti assumono la tipica sfumatura marrone merda, fai impacchettare con cura e fai recapitare tutto nelle vie del centro di Napoli, che tanto sei a dieta perenne, mangi solo ananas e fibra scondita.

Scopi ma scopano tutti, allora ti fai trapiantare due peni supplementari, ma non quelli con la pompetta, bensì animali, bestiali, di orango magari, per un sesso selvaggio e orgiastico. Ma ti stanchi subito. A che serve? Cosa scopi a fare? E' defatigante, ci sono le malattie, ogni volta tocca scegliere i condom nei giusti colori per il corretto abbinamento, elegante eppure trasgressivo. E sudi, e che cazzo, allora è meglio un porno, ma tre peni e due mani sole funziona male, viene il fiatone. A essere ricchi oggi non c'è proprio +' gusto.

Cachi, ma guarda cacano tutti, proprio tutti, nessuno escluso, e di due ani non se ne parla davvero, rovinerebbero il tatuaggio luminescente che ho sulle chiappe. Ho pensato allora di impedire agli altri di cagare, in effetti qualche soddisfazione me la sono tolta e continuo a togliermela, ma non è che posso tappare tutti i buchi di culo che ci sono al mondo.
Per tutte queste ragioni sono arrivato alla conclusione che l'unica appagamento oggi per un vero ricco è l'eleganza, quella vera, quella che non si compra, quella che sapientemente bisogna coltivare e accudire, come un fiore raro preservare sotto una campana di vetro. Essere eleganti dentro oggi è l'unica via possibile, allora sì che gli altri schiattano di invidia.

Uno dei top dell'eleganza è certo la cena perfetta. Bisogna sempre partire dalla location, eccovi alcuni esempi evergreen di pazzesca finezza e irraggiungibile buon gusto.
Un cimitero al chiaro di luna, in una tranquilla notte estiva, con luna gigante sullo sfondo. Luogo fresco e appropriato per una cosetta intima, non più di trecento invitati. Ad un lato un traballante recinto fitto di cani rognosi affamati da settimane, all'altro lato mega palco con zombie star del rock tipo il Blasco, il Casadei, il Peppino Di Capri.

Il buffet appropriato è ricco di carne, sia barbecue che cruda, di caviale ghiacciato, di ostriche gelatinose in gelatina di pollo, di cetrioloni ammalati e germogli di fagioli moribondi, queste due ultime leccornie assolutamente di importazione tedesca. Niente dolcetti dei morti, troppo scontati, assolutamente niente zucca, americana e volgare, possibili gli ossibuchi e il bollito con l'osso.
Attenzione, importante, solo vino rosso.

Terzo aspetto da curare la giusta selezione degli invitati, che devono armonizzarsi con il luogo e fra loro. Per rimediare ad errori, che dovessero manifestarsi a cena iniziata, abbiate cura di avere sempre pronta qualche fossa aperta, che oltretutto impreziosisce l'ambiente.
Comunque non potete non invitare la salma di Mike Bongiorno e la vedova addolorata. Evitate però di cadere nella trappola del ricatto, e comunque stabilite prima il cachet con chiarezza.

Nella prossima puntata nuovi elementi di scottante eleganza. A mai più plebaglia.

giovedì 8 settembre 2011

"Il delirio" di Giorgio Gaber dall'album Libertà obbligatoria


Se si vivesse a lungo non si saprebbe più dove andare per rifarsi una felicità dovunque abbiamo abbandonato degli aborti di felicità a marcire negli angoli delle strade. 
L'India è un museo di tentativi di felicità, e l'Africa, ilPakistan...
Il mondo è un museo di sforzi che restano a metà
di sforzi per rendere vani i nostri slanci, le nostre gioie, i nostri amori. [
Cantare, cantare le Beatrici, le Laure.
Mettere incinta le cameriere... E accorgersi di avere sempre adorato... a buon mercato.
Bisogna essere più precisi nell'amore, nei gusti nelle passioni, nella scelta dei posti sono dappertutto i nostri aborti sparpagliati da tutte le parti.
E tentiamo ancora perché è giusto tentare e produciamo slanci che poi buttiamo in mare che si spezzano subito e li buttiamo via e diventano aborti, aborti di allegria.
E se la nostra allegria fosse un dolore un dolore straziante, solitario in ogni strada ci sarebbe un urlo.
il delirio... il delirio...
Se si vivesse a lungo non si saprebbe più come fare per rifarsi una rabbia giusta, sì perché anche di rabbia, anche di odio noi lasciamo troppi aborti in giro.
L'Italia è un museo di tentativi di sovversione, di fermenti nuovi, di cose che nascono... che crescono...
Il mondo è un museo di sforzi di strane acrobazie per rendere più efficace il nostro impegno, la nostra rabbia, le nostre follie. 
Non si può dire che manchiamo di volontà.
Tentativi da tutte le parti: una rassegna, una rassegna di pezzi.
Una fiera campionaria di cose abbozzate e messe in mostra: un pezzo d'amore, una rabbia finita male, un po' di politica, un inizio di cultura.
Se tu avessi bisogno di tentativi, ce n'è per tutte le occasioni della vita. 
Basta saper scegliere.
Bisogna essere più precisi anche nell'odio, nell'eresia nell'indirizzare la rabbia, la follia la nostra impotenza, la nostra incertezza ci limita ad odiare senza nessuna esattezza.
Ci vuole un odio, un odio che rimane non basta sapere che abbiamo cominciato bene
le nostre ribellioni non durano molto sono aborti di rabbia, di rabbia senza volto.
Non è soltanto una rabbia, è già pazzia uno sfogo straziante, solitario e in ogni strada c'è davvero un urlo
il delirio... il delirio...
È un uomo rabbioso che odia da solo ma ormai non fa niente di male abbaia alla luna, non morde nessuno persino il delirio diventa una cosa normale.
Ho bisogno di un delirio che sia ancora più forte ma abbia un senso di vita e non di morte.

domenica 4 settembre 2011

L'altra estate

Quell’estate ero andata in campagna.


Samuel mi aveva regalato un osso così grosso che non riuscivo a morderlo.

Tutti gli anni era così, ero destinata a trascorrere un mese al canile di lusso. I miei padroni pagavano per stare tranquilli in vacanza e regalarmi un mese di tristezza.

In quei luoghi  non avevo mai voglia di fare amicizia, anche perché la maggior parte dei cani era inquieta, preoccupata, diventavano quasi tutti astiosi o talmente paurosi da starsene in un angolino tutto il giorno.

Quel giorno come al solito, scesi dalla macchina con le orecchie basse e la coda tra le zampe, gli occhi non avevano voglia di vedere niente e nessuno. E poi avevo una gran paura degli uomini che avrei incontrato e di non tornare più a casa da Samuel e della sua famiglia.

Samuel mi accarezzava continuamente e mi parlava con un tono di voce basso, forse con l’intenzione di tranquillizzarmi; ma io sentivo che lui non lo era per nulla e che provava un sentimento di frustrazione perché sapeva di abbandonarmi ad un destino incerto, nonostante le sue buone intenzioni.

Stranamente, mi lasciarono libera di girare nei prati tutto il pomeriggio.

Poi la sera però mi misero in un grande recinto dove ero in compagnia di cani di diversa taglia, alcuni erano grossi, soprattutto per me che sono una cockerina e di grande ho solo le orecchie.

Nei giorni seguenti scoprii che da Ferdy (così si chiamava il proprietario di questa specie di agriturismo-canile) c’erano anche capre, mucche e vitellini, maiali tacchini e oche.

Uscivamo la mattina presto e la sera prima del tramonto , in breve tempo divenni amica di tanti animali e soprattutto di Mafalda, la maialina nata in aprile.

Spesso le portavo gli avanzi dei cani schizzinosi e lei mi faceva un sacco di feste come fosse un cucciolo di cane, solo che puzzava tremendamente.

Di notte dormivo spesso con un occhio semiaperto, non riuscivo a rilassarmi come sul divano di Samuel.

Una notte mi svegliai di colpo perché i cani si erano messi ad abbaiare furiosamente, con un misto di rabbia e di paura. Nel recinto vidi che erano entrati tre uomini. Avevano in mano tutti un bastone che alla fine aveva una specie di collare.

Prendevano i cani infilando il collare per il collo e stringendo fino a farli guaire, poi li trascinavano verso un furgone che era posteggiato fuori.

Ad un tratto vidi che la porta del recinto era aperta e incustodita, scappai fuori.

Raccolsi tutte le energie che avevo per correre veloce e raggiungere la casa di Ferdy, sapevo che se fossi arrivato in tempo qualche cane si sarebbe salvato..”corri Trudy corri” mi dicevo sentivo il cuore scoppiare ma non potevo fermarmi. Quando arrivai davanti alla casa avevo finito tutta la scorta di fiato ed ero così agitata che non riuscivo ad abbaiare e la finestra da dove intravedevo una luce mi sembrava troppo in alto perché potesse sentirmi qualcuno, e poi dalla gola mi uscivano solo guaiti e anche di scarso volume.

Allora mi scagliai contro il portone e grattai forte con le zampe , mi facevano male, poi ad un tratto ritrovai la voce ed abbai disperata come se stessero portando via me.

Si aprì finalmente quel maledetto portone,..quando mi vide Ferdy mi disse “ ma Trudy che ci fai qui?”

Infilò velocemente calzoni e stivali imbracciò un fucile e mi seguì.

Quando vide il furgone appostato fuori dal recinto Ferdy cominciò a gridare “chi c’e’? cosa volete? Chiamo la polizia e vi faccio arrestare!”

Sentii il rumore di un motore acceso, voci concitate di uomini, guaiti e latrati di cani..il furgone andò via veloce sbandando e alzando un sacco di terra.

Presto arrivarono i carabinieri ai quali Ferdy raccontò triste e arrabbiato tutto quello che era successo.

I carabinieri dissero a Ferdy che quei tizi molto probabilmente cercavano cani da utilizzare nei combattimenti, poi chiesero a Ferdy di controllare molto bene quali fossero i cani spariti e che sarebbero tornati domani per avere notizie precise.

Forse per quello che era successo o forse no, quella notte pensai a Samuel e alla mia casa.

Avevo un po’ di nostalgia di quello che avevo lasciato, ma l’erba di quel posto tutti quegli odori e tutte quelle puzze, Mafalda che mi voleva bene e poi le stelle tutte quelle meravigliose stelle che potevo guardare nel cielo quando volevo, mi facevano sentire felice . E poi c’era Chiara la figlia di Ferdy, una bimba tanto affettuosa che mi riempiva di coccole.

Il giorno dopo puntuali arrivarono i Carabinieri, Ferdy diede loro l’elenco dei cani rapiti ed io ascoltai:

Ugghy, Pussi, Leo, Miri, Elsa e…Trudy!

Ma ero solo l’unica Trudy….Ferdy aveva mentito..non ero stata rapita.E adesso io cosa sono? Un cane rapito? E Samuel cosa farà? Ma cosa faccio io adesso, cosa ne sarà di me? Chi sono?

C’e’ una risposta: sono e sarò  un cane felice.





Manu