"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater

domenica 29 aprile 2012

Solchi



Percepì la sua presenza prima ancora di averla vista. Sentì nell’aria il profumo di sandalo, caldo, che emanava la sua pelle. Si guardò attorno, sicuro che lei fosse lì, in mezzo a tutta quella gente riunita a festeggiare il compleanno di un amico. E infatti eccola là, dall’altra parte della stanza, irresistibilmente bella come quando si erano lasciati dieci anni prima. Non furono necessari preamboli. Dalla terrazza, dove si erano appartati, alla casa di lui il passo fu breve.
Un bacio lungo, intenso, profondo. Le mani sfiorano, si soffermano, esplorano. Sopra e sotto i vestiti. Poi, via anche quelli. Lui la spoglia smanioso e comincia a percorrere avido ogni piega del suo corpo, impaziente di possederla, di perdersi nella sua carne, di fondersi l’uno nell’altra. Lei, ancora lei! La desidera da morire e il suo cuore pulsa impazzito come la prima volta che era stata sua.
Lei si abbandona incredula al piacere di quelle carezze, i sensi appesi al tocco di quelle mani che scivolano ingorde sulla sua pelle. Ma a un tratto, avverte il gesto incerto di lui sulla cicatrice che le taglia il ventre, all’altezza del pube. La carezza improvvisamente lunga, tenera, curiosa indugia su quel lembo di pelle. Una lingua di fuoco si insinua in lei, nello squarcio da cui le hanno strappato l’utero, rubandole anche la capacità di desiderare e sentirsi desiderata. Le dita di lui risalgono, tornano a lambirle le labbra ora serrate, gli occhi incupiti, la fronte corrugata, e sembrano affondare dentro rughe fitte, profonde. Solchi. I palmi delle mani di lui, che le si posano sul seno, sui fianchi, sulle cosce, è come se frugassero nel mare increspato della sua pelle. E quella vampata di calore, che la stava avvolgendo nel risvegliarsi della passione, pare confondersi con un indizio di vecchiaia. La femmina bella e sensuale di qualche attimo prima svanisce di colpo. Al suo posto, una donna smarrita, che non riesce a far quadrare i conti fra il passato e il presente.  Simula un piacere che invece è stato ingoiato dall’amara estraneità dalla sua immagine e si allontana bruscamente da lui.
Dopo essersi rivestita rapida, lei si diresse verso la porta. Lo specchio in anticamera rifletteva ancora una volta, come dieci anni prima, il passo dinamico di due solide gambe curate. Ma il suo sguardo  vide un corpo avvizzito, l’età moltiplicata per cento, mentre l’uomo alle sue spalle cercava ancora nell’aria quel profumo di sandalo, caldo, penetrante.


lunedì 23 aprile 2012

L'ospite inatteso


Si mosse con lentezza e circospezione, ma riuscì a entrare. Nessuno lo vide. E' probabile che la sua intenzione fosse quella di utilizzare quell'ambiente come una sistemazione temporanea, da cambiare quanto prima, sebbene fosse sicuro che là lo avrebbero lasciato in pace. Di certo credeva che là nessuno si sarebbe accorto della sua presenza. Su questo il tempo gli avrebbe dato ragione.

Lo spazio che aveva scelto dove sistemarsi era ampio, comodo e fornito di tutto quello che gli sarebbe servito. Non era molto luminoso, ma lui aveva imparato a muoversi e sopravvivere anche al buio.

Noi non sappiamo per quanto tempo vivette in quella casa, ma possiamo immaginare il tuffo al cuore e il panico che lo colse quanto sentì le pareti scosse da quello che sembrava un terremoto. Dapprima una scossa fortissima che sembrò sollevarlo da terra e poi tutta una serie di altri smottamenti, più deboli rispetto al primo ma comunque di notevole intensità, che lo sballottavano a destra e a sinistra.

Tremante, invece di uscire dal suo riparo si fece piccolo e si rintanò in un angolo. Rimase incollato là per una decina di minuti, il tempo che durarono queste prime scosse.

Tornata la quiete, valutò lo stato del suo alloggio temporaneo. Le pareti aveva tenuto e sembravano integre, così come la volta del soffitto. Questa costatazione fece si che quando un paio d'ore più tardi si verificarono nuovi smottamenti il suo stato d'animo fosse più rilassato e lui non sentisse il bisogno di incollarsi nuovamente alle pareti. Segui un forte boato che però non lo preoccupò, essendo abituato a suoni e rumori altrettanto forti, sebbene di natura diversa. Poi tornò la quiete, accompagnata dalla sensazione di essere cullato e da piccoli brividi lungo il corpo. Così s'addormentò.


Quando Elisa aprì lo zaino un terribile odore di pesce invase la stanza. Quasi senza pensarci afferrò il sacchetto dove aveva ritirato le conchiglie raccolte sull'oceano, lo portò in bagno e rovesciò il contenuto nel lavandino. Esamino i gusci uno per uno, e agitando il più grande senti che all'interno qualcosa si muoveva. Capovolse la conchiglia e dall'apertura scivolò fuori il corpo inerme di un piccolo paguro. All'occhio della ragazza resto incollata una lacrima, indecisa su da farsi.

L'assicurazione


Aveva in tasca un biglietto e non sapeva che cazzo fare.

La notte prima aveva nevicato. Su Main-Street soffiava un vento gelido, quello che era solito annunciare che presto sarebbe arrivato l'inverno. Sui marciapiedi pochi impavidi sfidavano il freddo di quella mattinata. Dall'altra parte della strada i vetri riflettevano il grigio del cielo.

Long Joe gli aveva infilato il pezzo di carta nella giacca la sera prima da Sal, il bar dall'altra parte del fiume. Gli aveva detto che quello sarebbe stato il modo più rapido e facile di saldare il prestito.

Certo che era stato un bello stronzo. Quando si era rimesso con Mary Ann gli aveva promesso che si sarebbe tenuto lontano dalle scommesse e dai guai, ma ovunque si girasse sembrava che non ci fosse modo di ritrovarsi faccia a faccia col suo abisso. E il suo abisso si faceva sempre più ampio. Proprio come il suo debito.

Già il suo debito. Lo tenevano per le palle e gliele stavano strizzando per bene, non ce che dire. Sapevano che era malato per il gioco e lo avevano lasciato fare; così lui si era cotto da solo a puntino ed ora era pronto per essere mangiato. Aveva cominciato coi cavalli, poi era stato il momento del football, poi il basket e poi tutto il resto. Non si ricordava nemmeno più tutte le cose su cui aveva scommesso. Forse anche sul campionato di freccette. Ora per loro era il momento di riscuotere, ma erano stati comprensivi. Comprensivi come scorpioni.

Gli avevano fatto capire che avrebbe potuto ripagarli, prendendosi una pausa dalla sua buona condotta e ritornare per qualche ora alla sua vecchia vita; che voleva dire entrare coi fucili spianati in una farmacia all'ingrosso, sistemare per bene i dipendenti e arraffare tutti i soldi e i medicinali.

Aveva promesso a Mary Ann di smettere ma quel biglietto gli diceva il contrario. Su quel biglietto c'era l'assicurazione di Long Joe e dei suoi amici. Sul biglietto ripiegato nella sua tasca, la foto del viso livido ed emaciato della sua donna lo inchiodava all'abisso.

Caricò il fucile a canne mozze, lo nascose nel giubbotto e scese dall'auto. A grandi falcate raggiunse l'edificio e ci entrò. Un volta dentro con il braccio libero chiuse la porta.

sabato 21 aprile 2012

Il cane con il fiore in bocca



Sentivo  che  era  una fuga la mia  anche se in quella  casa non avevo lasciato nessuno.
E allora perché?
Forse fuggivo da qualcosa e non da qualcuno, ma non riuscivo a capire quel qualcosa cosa fosse per me.
La mia vita sinora era solo un susseguirsi di gesti precisi, di visite, di pranzi e di cene, di pomeriggi nella sala tv.
Avevo Laura che mi parlava, si sedeva vicino a me , mi guardava con i suoi occhi azzurri come il cielo di un giorno di primavera, mi schiacciava l’occhiolino,  mi raccontava i suoi ricordi, aveva 20 anni.
A proposito io sono convinto di aver compiuto 30 anni ma a volte mi assale un dubbio sulla veridicità di questa convinzione.
A volte riuscivo a seguire Laura, ad ascoltarla , ma poi perdevo la concentrazione, ogni  tanto annuivo e le accarezzavo la testa e i suoi capelli lisci e morbidi.
Quando gli zii venivano a trovarla le portavano  tanti dolci che lei non poteva mangiare perché era grassa e le facevano male.
Allora lei veniva nella mia camera, di notte, e me li metteva nel  cassetto del comodino. La sentivo arrivare con il passo incerto e il  respiro trattenuto.
Erano sempre cinque i dolci che trovavo al mattino, cinque come le dita di una mano.
A parte Laura nessuno mi parlava, o meglio gli infermieri  mi parlavano per dirmi che dovevo prendere le pastiglie e che dovevo lavarmi.
Una volta mi dissero che avevano bisogno di me perché ero un ragazzone robusto, dovevano legare al letto un ragazzo, Fabio, che continuava a scappare. Io mi rifiutai e così per punirmi legarono anche me.
Mi lasciarono legato una settimana, non potevo toccarmi, grattarmi,  girarmi, mi davano da mangiare e da bere, gridai per ore dicendo che sarei morto.
Tra le cose belle di quel  luogo c’erano Castore e Polluce, erano  belli da ricordare, due fratelli irriverenti e senza scrupoli, saltavano sui tavoli e mangiavano tutti gli avanzi.
Di notte sceglievano il letto più comodo e si acciambellavano per dormire, preferivano quelli che avevano le lenzuola  fresche di bucato.
Ero felice quando sceglievano il mio letto, li accarezzavo a lungo, avevano il pelo folto e lungo, gli occhi gialli che nel buio di quella stanza erano un faro nella mia notte.
Mi appagava sentire il loro piacere. Amavo quei gatti ma sapevo che non mi avrebbero mai cercato.
E allora,  mi chiedevo ancora “da chi sto fuggendo?”
Il treno andava veloce e mi piaceva  la sensazione che mi stesse portando via,  lontano dalla mia solitudine.
I miei pensieri erano lenti , nascevano e si trasformavano in altri pensieri sempre più ricchi di ricordi di immagini e di parole non dette, nascoste dappertutto, introvabili anche per me.
Quando il treno stava per arrivare alla stazione di Terni, presi  la decisione di scendere da quella comodità , di andare incontro al mio nuovo destino.
Presi  il mio zainetto e mi avvicinai alla porta di uscita.
Mi chiesi  preoccupato dove sarei andato con due soldi in tasca, senza nessuno che mi potesse aiutare, solo come un fiore rosso appena nato in un muto e bianco ghiacciaio.
Il treno si era fermato quando sentii un fruscio sulla mia gamba destra, pensai alla valigia di un altro viaggiatore dietro me e non mi voltai.
Poi però un cane abbaiò e subito lo riconobbi, era Gaspare.
Abbaiava ed era come se mi dicesse “allora sono qui,  finalmente ti ho trovato e tu che fai? Non mi dici niente? Non mi  stringi a te??”
“Gaspare come hai fatto a raggiungermi? Mi hai seguito? Gaspare come sono felice di vederti” lo stringevo forte a me e lui mi leccava e guaiva tutto agitato.
Ti sono bastate due carezze al giorno Gaspare per volermi così bene!Ora starai con me e non saremo mai più soli.
Quel fiore rosso solo nel ghiacciaio Gaspare l’aveva trovato  e ora lo teneva con se.


Manuela


Il fratello ingombrante


Il fratello ingombrante

"Ci vai tu stamattina?" "perché?" "Dai vacci tu Luca...io ho sonno, voglio dormire"
"Si ma è l'ultima volta hai capito?!"Sono stufo ok? hai capito cretino?"
"Ma si va bene, dai non rompermi le scatole che ho voglia di dormire".
Luca e Pietro sono due fratelli gemelli, la madre non se ne aspettava due di figli, ma l’ecografia non c’era ancora.
Quando arrivarono in ospedale era pronta per la sala parto, non c'era d'aspettare neppure un minuto.
Una spinta poi un'altra, una gomitata sul pancione, un urlo e un pianto, Luca apparve sulla scena di questo mondo.
Ad un tratto il dottore richiamò l'ostetrica, gli altri infermieri e disse " ce n'e' un altro, signora!”.
Cresciuti, Luca e Pietro si divertivano molto, sapendo di essere  identici  facevano scherzi agli amici, anche alla portinaia, e poi una volta grandi, se capitava l'occasione si scambiavano le ragazze andando all'appuntamento dell'altro.
Giocando sull’aspetto fisico identico: uno le seduceva  e  poi le passava all’altro, che le faceva innamorare. Loro non si rendevano conto dello scambio di persona, oppure prendevano  la dolcezza dell'uno e la fermezza dell'altro.
L'ultima che avevano pensato e che credevano fosse un'idea geniale, era quella di  avere un posto di lavoro condiviso, anche se lo stipendio era scarso , perché era  fratto due.
Non era sempre andata benissimo, ma ci avevano preso gusto, questo senso di vivere con un clone di sé stessi gli donava un po’ il dono dell’ubiquità, di potersi eclissare dalle situazioni che volevano evitare, dalle persone che volevano dimenticare.
Luca quella mattina come al solito si mise le lenti a contatto ed uscì di casa arrabbiato.
Lui era miope e Pietro no.
Pietro si rimise a dormire profondamente.
I dipendenti di quel negozio avevano Pietro e Luca come capo, anzi l'unico capo che pensavano di avere era un uomo malato di qualche strana psicosI, una specie di schizofrenia.
 Luca era mite serio e affidabile, uno a cui potevi raccontare quelli che volevi senza sentirti giudicato.
Pietro era più impulsivo, arrogante, sicuro di sé e libertino , non dava alcuna confidenza ai suoi collaboratori.
I due erano complementari ,  uno sviluppava  con scrupolo le idee, l’altro riusciva a proporre e a imporre; uno curava  la parte formale dei rapporti, l’altro la parte mondana.
Nessuno però si era mai accorto di nulla perché  all'apparenza erano identici, alti uguali, robusti,  capelli castani e occhi castani, denti un po’  storti e pizzetto per smagrire il faccione.
Quella mattina Luca esce dal portone e sente l’aria tiepida che lo accarezza e l’arrabbiatura passa, l'umore sale, allora entra nel box, spolvera bene la sua Honda nera si siede e sente il motore che ancora è ruggente.
Fa una curva e poi un bel rettilineo, ma ad un tratto gli attraversa la strada  un cane che si ferma di colpo forse spaventato per  il  rumore.
Caaaa..zo pensa Luca! Non vuole investirlo ma non vuole neppure cadere o schiantarsi contro la macchina che sta arrivando dall'altra parte..così istintivamente suona il clacson ma non cambia nulla, il cane è come paralizzato.Sterza con forza, lo evita ma sbatte contro il marciapiede; per effetto dell’urto sbalza giù dalla moto e cade. Si rialza pensando che era andata benone,  ma si accorge subito che le lenti sono cadute per terra e lui non è in grado di recuperarle.
 “Senta” rivolgendosi alla prima persona che si era avvicinata a lui e della quale intravedeva appena la sagoma , " Io ora metto la moto qui al sicuro e lei gentilmente mi dà un passaggio al lavoro? Sa sono già in ritardo"
Entra in negozio camminando con un passo lentissimo, cercando di non urtare oggetti piccoli che non avrebbe mai visto; e questa insicurezza lo fa sentire fragile come non gli era mai successo.
I dipendenti del negozio cominciano a parlottare tra loro "ma cos'ha oggi il capo?
Ha qualcosa che non vuole dirci che sta cercando di nascondere…
Luca è agitato “Devo andare in bagno, so che mi devo alzare e andare da quella parte, ma porca zozza proprio oggi nooooo”
Si dirige verso il bagno cercando di camminare con scioltezza, ogni passo è misurato, finalmente entra, ma non distingue il water dal bidè .Situazione tragicomica.
Avverte in fretta di aver fatto un errore, Disperato si riveste esce dal bagno con la fronte ghiacciata, chiama un ragazzo e gli dice "guarda che un cliente in  bagno  ha fatto un disastro.”
Luca capisce che la situazione è insostenibile e con la scusa di avere uno strano e improvviso problema agli occhi si defila dal negozio. Chiama un taxi e raggiunge casa.
Nel negozio ha lasciato un clima di confusione..ma  ce n’è tanta è anche nella sua testa.
Sente che  non  più accettare di vivere la sua vita in simbiosi con il fratello.
Pensa  che  recentemente  si era  innamorato  di una donna,  ma ha avuto  paura a confessarlo, perché lei in realtà  era stata sedotta da Pietro ,  esuberante , che  la  sapeva  gestire meglio e in maniera più sicura, senza amore.
“Non  ho una vita mia, devo  cercarla  o mi ammalerò”.
Si alza e va a vedere Pietro  che forse dorme ancora.
Pietrooo chiama Luca ma non risponde nessuno, perché non c’e’ nessuno in casa.
In  camera di Pietro la finestra è spalancata…”chissà perché l’ha lasciata aperta, fa un freddo polare oggi”.
Sul  letto Luca si accorge di un foglio strappato dall’agenda della cucina e legge:
“Caro Luca penso che la nostra vita sia diventata  caos, ci stiamo allontanando sempre più, non danziamo più con perfetto sincronismo  come è stato per tanto tempo”
A volte ci sembra tutto così eccitante a volte invece ogni cosa rallenta.
Perdiamo le nostre personali occasioni, non trovo il mio umore, è come se fosse sempre misto al tuo e forse ho perso la mia identità, ti lascio solo ma ti regalo l’occasione per ritrovarti o per trovarti, finalmente.
Tuo fratello Pietro”.


Manuela



venerdì 20 aprile 2012



IL VIAGGIO

 "…..Viaggio verso qualche cosa che è già dentro di noi,
       dentro gli sguardi e dentro le parole, siamo passeggeri per non so ancora dove…"

Mi piaceva viaggiare.
Non viaggiare per il mondo,
ma viaggiare con gli occhi.
I miei, attraverso quelli di lei.
I suoi occhi erano la frontiera della mia immaginazione.
Tutte le volte che la amavo la guardavo così intensamente
che sembrava quasi che le parlassi.
Era il mio modo di comunicare mentre facevo l'amore. 

Quando i nostri corpi si sfioravano,le nostre dita si intrecciavano,i respiri si mischiavano ed i nostri sguardi si incontravano cominciava il viaggio.

Dapprima lento,poi sempre più veloce.

Mi immaginavo lanciato  in un tunnel  infuocato che  ad ogni nostro sussulto  cambiava colore passando dal giallo all'arancione, fino al rosso. 
Cercavo di visualizzare i sospiri, i versi,i rantoli,le grida e la gioia frutto del nostro  d'amore .
Vedevo scorrere le diapositive dei nostri incontri,dei nostri momenti più intimi, del tempo che passavamo insieme.

Vedevo scorrere da un finestrino prati fioriti,rumorosi torrenti,raggi di sole e nuvole gonfie d'acqua.

L'affanno del mio respiro, pesante e veloce, mi trasmetteva odori  che il mio olfatto immaginario conosceva bene.
Odore di terra nuova,di pioggia in arrivo….

Poi il mio viaggio rallentava ,forse per decidere  quale direzione prendere .
Una piccola pausa e..
..un tuffo via di nuovo, VELOCE VELOCE VELOCE;
giù attraverso un tubo nel quale riconoscevo la voce di lei che mi   sussurrava che mi amava:
quelle due parole:" TI AMO" ripetute più volte,venivano sospinte verso l'alto da u forte vento  fino a che queste  non trovavano la loro naturale via d'uscita .
A quel punto nulla più era controllabile.
Mi abbandonavo al destino di un caos di sensi  e io mi confondevo in un vortice che univa i nostri corpi.
Mi confondevo ..in felicità,in amore.
 
 Ero  arrivato a destinazione.
 Tutto era calmo intorno a me;solo una  tambureggiante sequenza di piccole,continue scosse  mi teneva in all'erta.  

TU TUM ..TU TUM.. TU TUM…TU TUM… TU TUM..
Quel palloncino dalla forma irregolare che ritmicamente si gonfiava e si sgonfiava mi invitava, tutte le volte,ad avvicinarmi:" Bentornato,tutto bene?"

Non rispondevo mai.
Col fiato grosso lo osservavo,vi giravo attorno e giungevo sempre alla stessa conclusione.
" E' da qui che arriva,nasce tutto da qui.Quel fiume di amore che sento arrivare me lo regali tu" pensavo.

Ora trascorro le mie giornate seduto su una sedia a rotelle.
Non parlo enon mi muovo ,ma osservo, penso.
Il tempo ha firmato la mia età e me ne ha contati di viaggi ma lei,lei è  qui, di fronte a me.

 I  suoi occhi sono ancora la frontiera della mia immaginazione .
La guardo così intensamente che sembra che le parli.
E' ancora un bel viaggio ,anche se solo di emozioni e ricordi.
Però è veloce,come una volta.
TU TUM..TU TUM..TU TUM.. TU TUM..
"Sei sempre tu che mi regali quel fiume d'amore che,ANCORA, sento arrivare."
...lo sguardo...
Era una donna stupenda, l'ho pensato fin dal primo momento in cui l'ho vista. Allora non era nemmeno una donna, era poco più che una bambina, ma quando i suoi occhi, neri e profondi comme gli abissi, mi hanno guardato, ho capito che non avrei potuto mai più fare a meno di lei. Me ne stavo lì, davani alla porta della bottega dove mia madre mi aveva mandato a lavorare. "Il barbiere è un buon lavoro, agli uomini la barba crescerà sempre; non sarai mai disoccupato". Mia madre aveva una saggezza tutta sua. Di quel tipo spicciolo che non puoi contraddire. Niente filosofia, solo cose pratiche che la vita insegna quando devi imparare a cavartela. Lei lo aveva fatto e ora lo insegnava a me. Quel giorno nessuno aveva voglia di un taglio di capelli e quindi me ne stavo appoggiato alla porta, con il sole in faccia, non troppo caldo, della primavera, quando ho visto lei, per la prima volta, passare, davanti a me. Con la coda dell'occhio mi aveva guardato, ne ero certo. Lei era un fiore, di quelli che doveva ancora sbocciare, ma nei suoi occhi c'era già scritta la sua storia. Uno sguardo che ti prende e non ti lascia più. Una cascata di capelli ricci e neri, che spiccava su un corpo esile, minuto. Sapevo chi era; una di quelle ragazze che si conoscono in paese, anche perchè nel mio paese ci si conosceva tutti. Ma le ragazze, che restavano tutto l'inverno chiuse in casa, non erano più le stesse quando uscivano a primavera. Erano cambiate. Lei che era sempre sembrata un cespuglio incolto tutta capelli, quel giorno era diversa. Aveva scarpe con il tacco e una gonna ampia, i capelli raccolti in una coda e il portamento fiero di chi sa farsi guardare. Sapevo che non avrei dovuto pensare a lei. Non era la ragazza per me. Io, figlio di nessuno, lei di un arricchito, pieno di boria e di soldi. Mai mi avrebbe permesso di stare vicino a sua figlia. Ma, "il cuore non conosce ragioni", era lei che volevo. Ne ero certo, era bastato quello sguardo sfuggente, per un istante dentro il mio, per capirlo. Iniziai a cercare i suoi occhi ovunque, e dopo averli trovati, la sua bocca. Ogni volta era come la prima, mi bastava poco per perdermi. Era come cadere in un buco nero, profondo, in cui entravo e di cui non trovavo la fine. Quella sera l'aspettavo nel giardino dietro casa sua. Era arrivata, in punta di piedi, silenziosa. Nessuna parola, solo i nostri occhi, i nostri sospiri. Poi un rumore, un tremito, la paura. Suo padre. Avevo sentito quel dolore caldo sulla faccia, il suo sguardo cattivo, furioso. Lei spaventata. Io umiliato. La sua voce che grida: "Scappa". La volevo portare via, via con me. Via da quell'uomo violento, che ogni giorno cercava di spegnere quello che in lei amavo di più: il suo sguardo. E così ho fatto. Adesso la osservo, seduta in giardino. Prende il sole di una bella giornata; si volta e mi accorgo che i suoi occhi ancora riescono ad attraversarmi, anche se intorno hanno tante piccole linee, che amo. Raccontano di un lungo tempo. E' passata una vita da quel primo giorno, la nostra vita insieme e capisco che non avrebbe potuto essere diversamente. E' bastato uno sguardo e sono stato suo, per sempre.

sabato 24 marzo 2012

Niente aragoste per colazione.

 Ci arrampichiamo lungo il budello male imbiancato che sale ripido, pare il cunicolo scavato da una talpa ubriaca. Arranchiamo come salmoni controcorrente, è in occasioni come questa che ringrazio dio per avermi dotato di gambe magari corte ma robuste, lo dico sempre che lui sa quello che fa, sebbene a permettere che il serpente intortasse Eva abbia di certo commesso un'imperdonabile cazzata. Ma Paolo Pà sacramenta pesante, le sue sono lunghe ma gracili, e non è certo uno che le cose le manda a dire, non protesta timido ai cancelli del paradiso, lui butta fuori tutto il marcio che ha dentro senza guardare in faccia nessuno.
La casa è vecchia, i muri sono di quelli sbiechi, spessi un buon mezzo metro ripieno di canniccio e pietrame, male intonacati con lo zoccolo dipinto, istoriati con cazzi giganteschi e vagine pelose, numeri di cellulare fittizi a seguire offerte gratuite di prestazioni oscene scandalosamente generose. Rampa dopo rampa mi convinco che dio dopotutto non è stato munifico nell'imprimere vigore alle mie membra inferiori, così, fiato permettendo, comincio a bestemmiare pure io.
E' una grotta umida e buia, fetida di cavoli bolliti e purè stantii, ai lati si susseguono poveri usci dalla vernice scrostata, tristi e deprimenti, e ti viene proprio da piangere quando in cima, dopo aver bussato al portoncino più malandato del tugurio, ad aprire è Pipino Mutanda in imperfetta persona, in calzoncini da basket di raso giallo fluorescente, troppo larghi per le sue gambe scarne avviluppate da una rete di vene varicose, che come una mala pianta s'intorcono e s'aggroppano d'intorno fruttando disgustose bolle blu. E ciabatte da spiaggia arancione stinto, consunte e rotte, rattoppate alla meno peggio, alla belino di cane per la verità, con del nastro isolante bluastro, e una maglietta sghemba, ovunque bucata da braci di canna franate, e occhiali scheggiati, storti sul naso ricoperto da grossi punti neri gonfi pronti ad eruttare catramosa seborreica materia.
E barbetta rada che farebbe vergognare una capretta affetta d'alopecia.
-Entrate, entrate. Sono felice che siate finalmente venuti.
Colgo qualcosa di strano in lui, non l'ombra di un sorriso o un'arguzia, il personaggio prevede un copione del tutto diverso, battute spumeggianti e manate molli sulle spalle, stupidi risolini laidi che Paolo Pà chiama scoreggette liquide. Eppure sembra contento della nostra venuta, è che oggi è un cane bastonato di suo. Siamo passati per portarcelo via, ché sono due settimane che la mena al telefono, insistente come il bruciore di stomaco. Si è appena trasferito qui a Rapallo, voleva che vedessimo la nuova casa, e si diceva stressato, bisognoso di scambiare quattro chiacchiere con i vecchi amici, di fare rotta con loro per i locali migliori sbevazzando cocktail all'ultima moda. Ha traslocato per potersi godere in pace la sua nuova relazione sentimentale. Lui e lei non ne potevano più di convivere con il genitorame del Mutanda, i litigi furiosi erano all'ordine del giorno, peraltro cosa del tutto normale questa. E che si fosse portato l'oggetto del suo amore a vivere in cameretta era consuetudine già quando frequentava le medie. Forse il problema era Barbarella, la figlia tredicenne di lei, che dormiva sul divano, o che lei, Bru è il nome, viaggi per la quarantina, cioè abbia almeno dieci anni di troppo, o che sparisse per giorni senza curarsi di avvertire nessuno, tanto meno la figlia. O forse era perché Pipino, gelosissimo, si era ridotto ad uno straccetto dagli occhi gonfi sempre furenti. O forse le cose giravano come giravano perché la saggia madre del Mutanda aveva capito che la Bru, nonostante il figlio gliela avesse presentata come assistente sociale, di mestiere faceva in realtà la puttana.
Un mese fa siamo andati in tre a stanare la Bru a venti chilometri di distanza, a casa di un vecchio amante, dopo che Pipino aveva trascorso le due notti precedenti a fare il medesimo percorso a piedi, trascinandosi dietro la povera Barbarella, sempre muta mentre lui si faceva afono sbraitando contro il cielo. Pipino ha suonato alla porta, ha bussato in lacrime gemendo forte, e noi in macchina abbiamo starnazzato a lungo con il clacson, niente, l'unica cosa ottenuta è stato lo spegnimento di ogni luce della casa. Al ritorno il Mutanda ci ha mostrato con generosità nuovi livelli di degenerazione mascolina a cui non avevamo mai neppure pensato, ci ha aperto la mente su universi totalmente inediti.
Così Pipino ha obbligato i genitori a comperare a rate mobili usati, e a fornirlo di fruscianti contanti per la caparra per queste mura semi ammobiliate, due zerbini, quando ne sarebbe bastato uno, ed un tavolo a tre gambe senza sedie. Poi l'ha convinto a cambiare mestiere, lei ora nei fine settimana lavora dietro il banco di un panificio, lui è il solito diversamente occupato, beve, sproloquia, si fa d'erba e di ogni altra sostanza che abbia l'ardire di avvicinarglisi troppo, quindi in casa di soldi ne entrano davvero pochini e corrono via veloci.

Pipino ci fa strada per il corridoio rischiarato da una lampadina fioca che pare un lumino da morto.
-Potete salutare la Bru, è in salotto a giocare a briscola con un nostro amico carissimo che abita qua sotto.
Ed eccolo il salotto, che pare la cuccia del cane, la poltrona di velluto smangiato è macchiata, il tappeto liso con le frange solo da un lato, forse è stato posto rimedio ad un buco tagliandolo via malamente, si capisce che vorrebbe parlare persiano ma ha chiaro accento cinese, e il tavolo ustionato con continuato sadismo da sigarette dimenticate accese dai precedenti proprietari, quando collassavano per il troppo bere o per le polverine inaspettatamente pure.
La Bru ci beneficia di un sorriso distratto, troppo impegnata a decidere se giocare o meno il due di picche. La solita carne grigia, stinta come logora carta da parati, non sembra una che possa darla via in cambio di soldi. Energica ed insignificante come una foglia morta, un arnese vecchio nato brutto, anzitempo graffiato e offeso, un ammennicolo che dove lo metti rimane, anche se capisco che quando ti volti si muove piano, segretamente, persino di sua iniziativa.
-Ciao Bru.
-Ciao.
-Lui è Alfio.
-Salve Alfio.
-Contento di conoscerti Alfio.
-Salve ragazzi. Ci siamo già visti da qualche parte?
-Non mi pare Alfio.
Accenna ad alzare il culo dalla sedia traballante, le gambe neppure distese, china il capo come per un inchino e bofonchia. Ricciolino, indossa una camicia spiegazzata a quadri rossi, che dalla puzza di sudore rancido si direbbe testé recuperata dal borsone da ginnastica, dopo settimane di convivenza con le peggiori magliette e le scarpe più mefitiche dei dintorni. Gli mancano due denti, e ha mani gigantesche che paiono tenaglie rigonfie, utilissime a frantumare l'esistente ma certo un problema durante il sacro rito della masturbazione.
-Eppure mi sembrate famigliari. A qualche concerto magari...
-Può essere. Che musica ti piace Alfio?
-Adoro Marco Masini, è forte davvero.
-Interessante, eppoi?
-Ascolto un sacco Ferradini.
-E chi è?
-Quello che cantava Teorema. Ti ricordi? Prendi una donna trattala male...
-Ah sì, certo, facevo le medie mi pare, o quarta ginnasio. Mitica. E che altro ha fatto?
-Non lo so, credo non abbia fatto altro.
-Ah, possibile.
-Dai venite di là! Vi verso un vinello rosso speciale che urla tracannami, me lo sono fatto spillare apposta per voi in una cantina qua vicino.
-Allora ciao Alfio. Ciao Bru.
-Ciao, ci si vede.
-Ciao anche a voi.
-Ciao alla prossima.
-Sì vabbè, andiamo solo in cucina, magari se c'è il tempo ci salutiamo dopo.

La cucina, beh, la cucina è un lavandino di pietra, dei tubi giganteschi imbiaccati corrono sul soffitto rubando aria e spazio vitale, dei pensili bianchi di smalto sbrecciato sono posati a terra su delle traversine di legno di dieci centimetri, che devi distenderti bocconi per un po' di zucchero, forse per non rovinare il muro, quello sì appena ridipinto di un giallino mais anemico, ed un tavolo con una sedia di legno e paglia, e delle tende virato seppia dopo anni di nicotina e sbroda di cane, quest'ultima ottenuta copiosa se l'animale eccitato vi si strofina ripetutamente contro.
-Scusate, vado un attimo di là a vedere se gli altri hanno bisogno di qualcosa, ma tranquilli torno subito.
Il vino fa schifo, il coraggio di guardarmi intorno si è esaurito, allora per un po' studio e invidio la selvaggia abbronzatura primaticcia di Paolo Pà.
-E' morto Lucio - dico.
-Lucio chi?- chiede
-Lucio Dalla.
-L'ho sentito dire.
-Mi dispiace.
-Anche a me, un sacco.
-Era brutto che pareva uno scarafaggio cagato storto ma non era il peggiore.
-Il peggiore è Vasco, era meglio se moriva lui.
-Eh già ma i peggiori non muoiono mai.
-Ehi raga arrivo subito, solo un attimo e arrivo da voi, devo dire una cosa alla Bru.
-Perché non gliela hai detta ora che eri di là?
-Parlava lei e mi sono scordato.
-Hai certe occhiaie viola che tieni fisse a terra, da quanto non dormi?
-A proposito Pippy, questo non è vino generoso ma birra fatta versando l'idrolitina nel piscio di vacca, a cui è stato aggiunto del colorante artificiale. Ormai è pure svanita. Fa schifo e te la bevi tu.
-Torno raga e vi risolvo il problema.

-Ci sono degli uccelli che borbottano, che titubano.
-Cosa hai detto?
-Ci sono degli uccelli che fanno strani rumori.
-Io non sento niente.
-Come dei volatili che fanno come dei versi, sbattono l'ali, volano, fanno vvrr brum brum frap, roba così.
-Forse sono i tubi.
-Che tubi?! I tubi mica volano.
-Hai ragione, non volano.

-Eccomi da voi. Mi fa proprio piacere avervi qui. Mostrarvi la casa nuova. Stare un poco assieme.
-Guarda che hai rotto il cazzo. Vai avanti e indietro, t'affacci sulla porta per dieci secondi e poi sparisci per cinque minuti. Non sei affetto da pendolarismo, qualunque cosa sia, lo sappiamo cosa stai facendo, li stai sorvegliando, non è vero? Ma se ti senti così poliziottesco non sarebbe più semplice ci trasferissimo tutti di là?
-La finiresti con la maratona.
-Non saprei... magari, ma li devo sorprendere sul fatto. Ragazzi scusate torno subito.

-Lo hai visto al Pippy? Era sul punto di piangere.
-E' a pezzi, bisogna trascinarlo fuori di qua.
-Non ce la facciamo, lo hai visto anche tu, ha la scimmia per la Bru, non è capace di pensare ad altro.
-Facciamoci un paio di canne mentre aspettiamo.
-Non si può, quel genere di cannoni alla Bru non piacciono, se il Mutanda ci becca fa l'isterico e ci butta fuori.
-Uniamo l'utile al dilettevole, facciamoci due cannoni.
-Resisti ancora un po'.

-Ehi raga...
-Fermo! Prima di blaterare ascolta, tu ci hai chiamato mille volte per uscire miniaturizzandoci i coglioni, ora ci siamo, siamo qui, il vino è una rumenta oscena e non lo possiamo bere, e se fosse stato solo passabile sarebbe stato scarso, capirai mezzo bicchiere a testa, l'avremmo già finito da un pezzo. La sedia sfondata ciancola ed è unta e sporca, e i miei pantaloni sono nuovi e col cazzo che mi siedo. Senza contare che dovrei prendere in braccio lui. Quindi ora ti vesti e usciamo. Se vuoi, se lo ritieni davvero necessario, andiamo tutti quanti, persino Alfio, per quanto data la situazione sarebbe meglio rimandarlo a casa; tanto abita vicino.
-Impossibile, se non viene Alfio non viene neppure la Bru.
-T'ho già detto che mi hai rotto il cazzo? Vestiti ed usciamo!
-Torno subito.

-Eccomi.
-Raga scusatemi...
-La Bru non sta bene. Ha un po' d'influenza.
-Poi devo controllare che non combinino delle cose, Alfio e la Bru.
-Chi è Alfio?
-Quello di là, quello che sta giocando a carte con la Bru. Ve l'ho presentato no?!
-Sì, vabbè, è il padrone di casa? E' qui per il torneo di briscola? E tu che cazzo hai da controllare?
-Che non provino a scambiarsi qualcosa da sotto il tavolo mentre io non guardo.
-Le carte?! E perché dovrebbero scambiarsele quando tu non guardi? Giocano solo loro due giusto? Poi a te che te ne frega? Sono cazzi tuoi cosa ci fanno con quelle minchia di carte?
-Non le carte, capisci, carezze, toccamenti, effusioni...
-Hai paura che quando tu sei in un altra stanza o sbatti un attimo gli occhi lei ne approfitti subito, che gli slampi la patta e glielo meni con una mano mentre con l'altra fuma una di quelle merdose sigaretta alla menta? Ma come siete messi? Che gente siete?
-Ma poi lei non faceva la...?
-La puttana sì e allora?! A te che cazzo te ne importa?! Non lo dovevi dire! Non te lo dovevo dire. Sei il solito stronzo borghese!

-Occhei, scusatemi, ho sbagliato a prendermela con voi. E' un momento difficile. Non è solo per Alfio e la Bru. Non so come dirlo... Non ci sono aragoste domani per colazione.
-Perché di solito le pucci nel caffellatte?
-Ho fame ragazzi, è da ieri sera che non butto giù niente.
-Se lo fai per la dieta sprechi il tuo tempo, rimani comunque di una schifezza disumana; lascia perdere.
-E' che in casa non c'è più una briciola da mettere sotto i denti.
-La Bru ti leva il pane di bocca?
-No, che dici?! Lei mangia al lavoro la pizza che avanza.
-Usciamo che ti offro un panino.
-Impossibile, la Bru ha qualche linea di febbre, non posso lasciarla sola.
-A parte che non è mica sola, poi mi sembra stia benissimo, non sta sboccando sangue dal naso, non c'è rischio che esali l'ultimo respiro fra le braccia di Alfio mentre tu sei fuori con noi.
-Sembri uno che abbia visto un fantasma. Sei tu in pericolo, hai bisogno di respirare aria che non abbiano respirato prima quei due.
-Siamo venuti apposta in questa città di sfigati perché hai richiesto il nostro aiuto. Eccoci D'Artagnan, Athos e Portos sono al tuo servizio, uno per tutti, tutti per uno.
-Non se ne fa niente, un attimo solo, torno subito.

-Gli ho quasi beccati. Mancava solo tanto poco così, ve lo giuro.
-Basta ce ne andiamo. Se vuoi venire con noi ti cambi quei pantaloncini osceni, e se rimani in ciabatte almeno mettiti le calze, hai dei piedi orribili che paiono quelli di una mummia vecchia a cui abbiano lesinato coi sacri unguenti. Se qualcuno li vede ci bandiscono vita natural durante anche dai locali più lerci. Neppure al lebbrosario ci farebbero entrare.
-Non posso, la Bru sta male.
-Volevamo portarti a bere le ultime novità in fatto di cocktail, bada, ben bene agitati, non mescolati, che non siamo dei frocetti. Comunque cazzi tuoi se sei geloso fracico, addio, e saluta per noi i briscolettari infoiati.
- Prima che andiate via vorrei chiedervi un favore, ho fame, potreste prestarmi qualcosa. Tranquilli che ve li restituisco tutti.
-Dì la verità, ci hai fatto venire fino qua solo per chiederci dei soldi. Brutto bastardo.
-Sei un pezzo di merda.
-Ieri in tutto il giorno ho mangiato un pugno di vecchio pane grattugiato pieno di formiche, e per avere un po di sostanza l'ho mischiato con due cucchiai di olio da frittura e del triplo concentrato di pomodoro.
-Che schifo, e davvero te lo sei mangiato?
-Cento euro... anche cinquanta. Magari a testa.
-Se esci prima di portarti a bere ti offriamo una pizza.
-Se ti fa piacere una quattro formaggi con la raffinatezza di una sgrattugiata di pane raffermo sopra.
-E quelli scopano di sicuro. E' un momento così, che la Bru non la posso lasciare da sola.
-Allora tieniti stretta la fame.
-Cinquanta euro in tutto raga, cosa sono per voi?
-Guarda, te lo dico mandandoti nel contempo affanculo, prestiti zero. Se facciamo i conti mi devi qualche migliaia di euro, eppoi ho solo le carte di credito. Sarò buono, mi tengo gli spiccioli per le sigarette e ti do, vediamo, cinque euro. Non è un prestito, puoi tenerteli insieme al vaffanculo.
-Vediamo, io ho solo il bancomat e il libretto d'assegni, e delle monetine da... dieci centesimi. Apri la mano... eccotele, nelle tasche vuote fanno un bel rumore che rallegra il cuore e tutte assieme sono quasi due euro. Non spenderteli tutti in eroina come fai di solito.
-Non accetto la carità da nessuno io.
-Rendimi le mie monetine!
-No, ma siete dei grandissimi fottutissimi bastardi.

Per le scale corriamo ridendo per scrollarci di dosso l'atmosfera mesta e paranoica, saltiamo i gradini a tre a tre, milioni di luci colorate già accarezzano il ventre della notte, Genova ci aspetta a gambe aperte. Sarà magnifico, del resto la speranza è l'ultima morire, però i primi sono sempre i migliori, cioè quelli come noi. Di Pipino chi se ne fotte?! Del resto se le cerca proprio, invece che fare il pezzente potrebbe mettersi a lavorare, o limitarsi nelle spese, e alla Bru non poteva pagarla per una pompa, come tutti, e finirla lì?


martedì 20 marzo 2012

per come la vedo io

La prima volta è successo proprio qui, in questa stanza. Fino a pochi anni fa si potevano vedere ancora le tracce di sangue sul quella parete. Poi hanno riverniciato, una bella passata di bianco e sono sparite. Non ci sono più. Eppure io continuo a vederle, sono lì, proprio dietro a voi.
Io c'ero quella sera.
Eravamo una quindicina di partecipanti al corso di scrittura creativa. Ci si metteva in cerchio,e con una penna in mano mettevamo su foglio pensieri, racconti, avventure,drammi, commedie. A volte uscivano cose belle, altre meno, ma c'erano volte che le parole messe in fila come per magia si trasformavano in piccoli gioiellini, e quando accadeva, ci sentivamo scrittori.
Io, a dire il vero, me la cavavo abbastanza bene. Niente di eccezionale intendiamoci, però ero soddisfatto. Magari non ero una penna raffinata, ma avevo le storie. Quelle, mi giravano in testa, con i loro protagonisti,i comprimari, i colpi di scena, le frasi ad effetto. Storie incredibili. E quante ne ho buttate via di quelle storie, pensando fossero troppo irreali per essere raccontate.
Ma sbagliavo, l'incredibile non esiste, ora lo sappiamo tutti.
Stavamo lì, dove siete seduti voi, con la testa piegata sul foglio quando si è alzato il vento, di colpo, un vento caldo, vischioso. Ci siamo guardati intorno, cercando una finestra, una porta aperta, ma era tutto chiuso. Eppure quest'aria calda divenne un tifone, ci strappò i fogli dalle mani, i libri vorticavano in aria, si scontravano in volo, si aprivano, sventrandosi perdevano pagine che si confondevano con i nostri appunti, giravano intorno a noi, sempre più velocemente. Vidi Melville e Capitani Coraggiosi e Benni esplodere contro la poesie di Neruda e una raccolta di storie di Pazienza inseguire vecchie copie di Linus, e poi Pinocchio e Lansdale e pagine su pagine e appunti e scritti e storie e versi e ...
Poi arrivò quell'odore schifoso, denso. Sembrava ci stessero spalmando del letame sulla faccia. Era nauseante, si infiltrava nel naso, nella bocca e poi giù in gola a bloccare il respiro. In pochi secondi ci ritrovammo carponi con lo stomaco ribaltato. Le luci sparirono.
 Non era buio, era come se ci avessero ficcato nel buco del culo del diavolo.
poi arrivò il botto.
Fu come se Dio accendesse la sua Harley Davidson e partisse sgommando lasciandoci ai nostri peccati.
E per come la vedo io, fu proprio così.
Il dolore fù lancinante, sentì la mia testa aprirsi come un'arancio, a spicchi. Ebbi l'impressione che il cervello trasformatosi in lava incandescente stesse defluendo sul pavimento.
Quando stai per morire dicono che rivedi tutta la tua vita scorrerti davanti come un film. Forse era l'intervallo e io stavo morendo tra il primo e il secondo tempo, perchè non mi apparve nemmeno un fotogramma di quel film, sentivo solo dolore, dolore e altro dolore.
 Mi piacerebbe potervi dire di essere svenuto, ma non fu così. Non svenni, per tutto quel tempo, rantolai sul pavimento, le mani premute sulle orecchie. cercai di urlare, e forse lo feci, ma non ricordo di avere sentito la mia voce, sentivo solo un martello che mi batteva dritto in fronte
dum..dum..dum..dum..dum...
E poi finì. Niente più dolore, nè puzza, nè vento. Stop. La luce tornò. Aprì gli occhi.
Il pavimento era un tappeto di fogli e chiazze di vomito. Stranamente mi ritrovai tra le dita proprio una pagina del mio racconto, lo osservai giusto il tempo di notare un errore di grammatica, poi lo lanciai via.
Mi alzai in piedi, barcollando. Gli altri fecero altrettanto. Un rivolo di sangue ci usciva dal naso, avevamo tutti la faccia congestionata, come se ci avessero presa a colpi di bistecchiera rovente. Ebbi un conato, ma anziché vomitare, sputai in un grumo di sangue il mio molare. Avevo freddo, il mio respiro si condensava in  nuvole di vapore,  la temperatura era scesa di almeno dieci gradi. Mi sentivo come un passeggero di un aereo che si è andato a schiantare sul monte Everest, e che non è sopravvissuto.
Alle mie spalle sentì un leggero ronzio, mi voltai e rimasi a bocca aperta. Quella parte di biblioteca era sparita, non esisteva più, vaporizzata. Al suo posto capeggiava quella specie di astronave..

Adesso lo sapete come sono. Adesso si, ma all'epoca nessuno ne aveva mai vista una. Non era come quella dei film. Non era enorme, nè ovale, non aveva luci. Niente roba da film di fantascienza di serie z.
Era lì, proprio dietro di voi, due metri di diametro per tre metri d'altezza, rossa con striature bianche ai lati.
Io non sono mai stato un tipo coraggioso, le avventure mi piaceva immaginarle, farle vivere ai miei protagonisti, gente con la lingua tagliente e la pistola sempre pronta, capaci di gestire situazioni del genere senza cadere nel panico! Ma io no, io  sarei volentieri scappato a gambe levate, fiondandomi come un razzo fuori da questa stanza per infilare la testa sotto le coperte del mio letto, cercando di scordarmi tutto.
Vi dico, avevo le chiappe così strette che se ci avreste infilato un pezzo di carbone in mezzo ne avreste tirato fuori un diamante, e gli altri aspiranti scrittori non è che stessero meglio, tremavano e battevano i denti come affetti dalla malaria,eppure non scapparono. Nessuno di noi lo fece.
.
Un ragazzo, Luca, raccolse da terra una penna e brandendola come una spada fece un timido passo verso quell'oggetto. Era una cosa ridicola da fare, non aveva senso, eppure lo imitammo tutti, e armati di penna e foglio, ci avvicinammo all'astronave. Da vicino non è che fosse granchè, pareva un modello di vespasiano progettato da un architetto giapponese sbronzo, oppure il tubo di scappamento di un qualche prototipo militare caduto giù dal cielo;
eppure non ebbi neppure per un' attimo il dubbio di cosa fosse quella cosa:.
Dissi al gruppo di scrittori: “ Ragazzi, questa è una cazzo di lattina spaziale, venuta da un' altro mondo”.

Non resistetti, passai un dito su quella vernice rossa. Sfrigolò come un hot dog sulla griglia.
Imprecai saltando all'indietro, soffiando sul dito come un bambino scemo. Stavo ancora imprecando quando, con uno scatto sordo, si aprì lo sportellino della lattina. Era piccola, diciamo una cinquantina di centimetri per cinquanta. Balzammo all'indietro.
Ora, tutti noi abbiamo visto quelle porcate di film dove da un'astronave esce un tipo strano con la pistola, o un raggio laser o una scureggia cosmica che polverizza tutto quello che si ritrova davanti. Eppure rimanemmo lì immobili, a guardare cosa sarebbe successo. E' come quando nei film horror il pazzo che vuole ammazzare la tipa di turno si intrufola nella sua casa, e quella invece di scappare per strada lo va a cercare stanza per stanza con un coltellino da cucina, e tu pensi che sia proprio scema. Eppure noi facemmo così. Eravamo curiosi.
Dallo sportellino uscì un cagnolino, ho almeno così ci sembrò in un primo momento. Assomigliava ad un chihuahua, solo un po' più grosso, con sei zampe e due orecchie lunghe come delle corna di alci. Quella creatura si guardò un po' in torno scodinzolando, poi ci vide e trotterellando ci si fece vicino. Tirò fuori la lingua, iniziò a saltellarci intorno abbaiando. Bè, non era proprio come abbaia un cane, sembrava piuttosto il rumore che fa un canotto quando lo sgonfi, ma insomma ci faceva le feste ed ad un certo punto si avvicinò alle gambe di una ragazza e gli si strusciò contro. E lei gli diede una carezza sul muso.
Quella specie di chihuahua le staccò un braccio con un morso. Fece un salto, la azzannò sopra il gomito e con uno strattone secco glielo staccò. IL fiotto di sangue mi prese in pieno, poi colpì quel muro dietro di voi. Quella ragazza non ebbe neanche il tempo di urlare che quella bestia aveva sputato il braccio e con un balzo gli era sulla testa, e non so come fece, ma se l'infilò in bocca sino all'attaccatura dei capelli. E non era più tanto piccolo ora, era il doppio di un secondo prima, emise una specie di latrato e poi chiuse le zanne, scoperchiandole la calotta cranica. Nel tempo che il corpo ci mise a toccare terra io e tutti gli altri stavamo correndo fuori da quì, urlando come indemoniati.
Mi voltai una sola volta indietro, giusto per vedere quella bestia mollare il corpo della donna e puntarci, veloce come un proiettile. Ora si era trasformato in un bestione urlante, e non era per niente carino. Samuele mi correva di fianco, ebbe giusto il tempo di bestemmiare un paio di volte e quella cosa gli fù addosso. Lui cercò di difendersi colpendolo con la penna, ma quella belva lo bloccò con una zampa a terra e con l'altra gli squarciò petto , affondandoci il muso dentro. E' successo lì in fondo, proprio fuori dalla biblioteca, è lì che è morto quel ragazzo. Correvo e lo sentivo urlare e poi non lo sentì più,solo un risucchio. Quella bestia se lo stava succhiando come una bibita. Dio, non ci dormo ancora la notte, si è succhiato quel tipo come una lattina di coca cola io correvo e correvo e correvo e poi Riccardo cadde giù e mi chiese aiuto ma io ero già in strada e lì mi ritrovai a fianco di altra gente che correva e intorno a noi animali strani, degli incubi fatti carne, masse informi e ragni e altre lattine spaziali piantate al suolo e da lì uscivano bestie e robe schifose e la gente scappava e cadeva e veniva smembrata e poi lattine spaziali dappertutto e io correvo e correvo e uscivano da ogni buco e ti mangiavano e cagavano, niente altro facevano, solo quello, ingozzarsi e cagare e mangiarti e farti a pezzi e poi davanti a casa la macchina dei miei vicini di casa che urlavano mentre un lucertolone con la testa ficcata nel finestrino li sbranava e il sangue era tanto, veramente troppo. Troppo.
Sbarrai la porta di casa e poi scesi in cantina, mi nascosi nell'angolo più buio e tutto rannicchiato mi pisciai addosso dalla paura.

Fuori,in strada, le urla continuarono per un bel pezzo. Mi tappai le orecchie per non sentire, ma fù tutto inutile. Ricordo ogni grido, ogni lamento. Ho riconosciuto le voci del vigile, del postino, della signora dell'edicola che pregava. Qualche sparo, ma pochi, isolati, lontani. Ero chiuso in cantina terrorizzato quando mi guardai le mani: tenevo ancora stretta la penna e un foglio bianco. E lo so che non ci crederete eppure lo feci, iniziai a scrivere. Raccontai cosa stava succedendo. E le parole filavano lisce sul foglio, scorrevano fluide come non mi era mai successo.
Poi, un fischio acutissimo. Come se Dio al ritorno dal suo viaggetto in moto, avesse preso il fischietto e decretato la fine dei giochi.
E fu proprio così. Quelle bestie schifose mollarono quello che stavano facendo, si rimpicciolirono, si rinfilarono in quelle lattine spaziali e come erano arrivate, se ne andarono.

Bè, il resto lo sapete, da quella volta è successo spesso, tante di quelle volte che non vale nemmeno la pena di contarle. Arrivano, mangiano, cagano, un fischio e se ne vanno. E noi non ci possiamo fare un bel niente, un momento sei a mangiarti un gelato in centro a Milano e un'attimo dopo ti trovi ad essere il pranzetto di qualche alieno vorace. Viviamo così da anni, in tutto il mondo, e non so proprio come uscire da questa situazione. Chi sono? perchè lo fanno? qual'è lo scopo di questa mattanza?
Ognuno di noi ha un proprio punto di vista su questa storia. Ne ho sentite di tutti i colori: Alieni, divinità nordiche, spiriti malvagi, zombie,Dio, mondi alternativi, esperimenti militari finiti male, allucinazioni collettive, radiazioni nucleari e altro ancora. Ci sono fior di scienziati che stanno studiandoci sopra, e non voglio insegnare niente a nessuno,ma ho una mia teoria.
Quelli che scendono dalle lattine aliene non sono gli alieni. No, per niente. Sono troppo stupidi, quello che fanno è mangiare e cagare e buttare giù tutto quello che trovano. Ma non sanno neanche aprire una porta. La sanno sfondare, prendere a zampate, ma non sanno girare una chiave.

Quelli non sono gli alieni, sono i loro animaletti domestici. Sono i loro gattini, il criceto, il cane, il pappagallino, sono quelli che gli fanno le feste quando tornano da lavoro e che gli portano le ciabattine. Ecco chi sono loro.
I loro padroni li prendono e li portano qui sul nostro pianeta a fare i loro bisognini, a sgranchirsi le zampe, a saltellare felici. E mentre i loro padroni sono seduti su una panchina galattica a leggere il giornale, loro ci uccidono.
Noi siamo la ciotolina dell'acqua e dei croccantini.
Siamo la loro lettiera.
Ecco come la vedo io.
Ma forse è un'altra storia.