"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater

sabato 15 ottobre 2011

Home sweet Home

Casa dolce casa. Sì: è questo che si pensa tante volte, quando finalmente si rientra esausti, carichi di borse, giacche, maglioni perché con questo tempo non si capisce più niente.. alla mattina.. il gelo polare; al pomeriggio.. un caldo infernale.. E noi rincasiamo, stanchi e stressati, con le braccia cariche neanche fossimo venditori ambulanti, e per un attimo, per un breve sublime istante, quel piccolo o grande nido accogliente ci sembra un paradiso. Un paradiso, sì, che a poco a poco si trasforma in inferno mentre i suoi demoni, rinchiusi a chiave in un cassetto o dietro una porta, si risvegliano.
Casa. Amata e odiata casa. Quante volte vorremmo scappare lontano; prendere e uscire e metterci alla guida, senza meta. Soli, soli con la nostra voglia di andare. Con l'orizzonte negli occhi e l'illusione di catturare quei sogni. Eppure è lì – Casa – è sempre lì che vorremmo tornare quando siamo lontani. E non importa che siamo in un'aula di scuola o in un cubo d'ufficio o dall'altra parte del Globo, quello che conta è che ci manca Casa. Casa Nostra. Quel nido accogliente dove si attacca furiosa una parte dell'anima ogni mattina quando varchiamo la porta per andare incontro al mondo.
Casa.
Casa non è un edificio; non è quel quadrato bianco con un triangolo rosso sul capo che disegnavamo all'asilo; non è tutto quello spazio che piccolo o grande hai curato, arredato, pulito, cambiato, ammirato. No: Casa è un qualcosa di tutto questo. E' un dettaglio, è QUEL dettaglio, che rende quel posto il TUO nido, il TUO rifugio, il TUO posto. Casa è una coperta, un cuscino; è quel peluche immenso che hai su una sedia accanto al letto, e anche se sei diventato grande ti fa sentire ancora quel fremito di quando eri bambino. Casa è un oggetto, una parete, un dipinto; una scelta che fa tuo quello spazio. Ed è quel dettaglio, ciò a cui pensi ogni volta che sei lontano e vorresti trovarti lì: nel tuo rifugio, pieno dei tuoi demoni e delle tue tristezze.
Ho un ricordo del mio periodo di adolescente convinta, di quando volevo dimostrare al mondo di essere a qualcuno andando a ballare in discoteca. File interminabili di coda, perennemente – non si capisce poi perché- sotto una pioggia infernale; il carnaio all'ingresso, il prezzo che non è mai quello previsto; le lotte e i gomiti nelle costole al bancone per le borse e i giubbotti.. L'ho capito subito che non faceva per me quell'ambiente, e perennemente arrivava un momento in cui, per vincere lo sconforto, immaginavo. Immaginavo casa mia, immaginavo che la serata fosse finita. Di più: mi immaginavo sotto il mio piumone caldo e variopinto, nella penombra della mia stanza. Ecco: immaginavo la mia casa, la mia camera; quel raggio di sole o di luna o di polvere di stelle, che ogni giorno, indipendentemente dall'ora, buca la persiana e colora di polvere sospesa il torpore del mattino.
Questo è casa mia: un dettaglio. Un filo che tiene insieme tutto il resto, tutti i singoli particolari fortuiti o accuratamente scelti. Come quando da piccoli si univano i numerini sulle riviste per scoprire l'immagine. Così mi piace immaginare il mio nido: come un puzzle che si compone di innumerevoli piccoli pezzi; come un incastro che racconta una vita. E in questo incastro, non può mancare un elemento fondamentale: il motore amore.. La mia mamma, il mio filo intrecciato. Lei è casa, e l'odore del suo golf beige larghissimo che tiene caldo d'inverno; l'odore che mi lascia addosso la mattina quando mi abbraccia prima che esca. Pensare a “casa” è pensare a mia madre, perché senza di lei le silenziose parole sussurrate dalle mura alla notte..avrebbero un suono completamente diverso.

Francesca Casagrande.

venerdì 14 ottobre 2011

Perchè tanto amore per lo struzzo?


Mi sveglio e penso a loro, preparo la colazione e non mi capacito, esco di casa e dimentico di chiudere a chiave, sempre loro. In auto per poco prendo la tangenziale ovest invece di proseguire dritto. Non approfitto del primo parcheggio che l'occhio ha registrato senza il consenso dei miei neuroni che sono fermi a ieri sera. Ma perchè gli struzzi sono oggetto di tanta curiosità? Le penso tutte. Giochini erotici per cocainomani annoiati dal solito sesso ? Mercato arti per maglifici "arti-gianali" cinesi? Insomma fino a quando nn sono arrivata in ufficio non mi sono data pace. Ho chiesto aiuto ad internet e mi si è aperto un mondo:

Bastano solo 27 struzzi per poter rifare gli interni della vostra automobile.

Lo struzzo, adeguatamente spennato, può diventare un efficacissimo spolverino.

La bistecca e il frappè di struzzo sono varietà culinarie molto ricercate per le rinomate capacità lassative.

Gli struzzi possono raggiungere velocità fino ai 70 km/h: compratene uno e divertitevi a gareggiare con i vostri amici come fanno i nativi dell'Africa.

Negli anni Venti, andavano di moda i cappelli di penne di struzzo. Ormai è un tormentone caduto abbastanza in disuso, ma sono comunque un ottimo metodo per sembrare trasgressivi.

Il loro cuoio è ottimo per la fabbricazione di struzzi.

Lo struzzo può essere usato al posto dei cani guida per ciechi.

Gli struzzi sono morbidosi e per nulla aggressivi: regalane uno ai tuoi figli!

Gli omogeneizati Mellin di struzzo fanno crescere i bambini sani, forti e paraplegici.

Con l'avanzamento tecnologico, è molto probabile che degli struzzi condurranno le unità militari pesanti nelle future guerre; ci sono già casi documentati di operazioni balistiche USA, con a capo questi sanguinosi pennuti che, non avendo nulla da perdere, si gettavano sui nemici con una notevole furia omicida.

Ohhhh! Adesso sono in pace con il mondo.

Occhio della dea: Premiazione concorso

Occhio della dea: Premiazione concorso: ♥●•٠·˙˙·٠•●♥ Ƹ̵̡Ӝ̵̨̄Ʒ ♥●•٠·˙˙˙˙·٠•●♥ ARKAVAREZ♥●•٠·˙˙·٠•●♥ Ƹ̵̡Ӝ̵̨̄Ʒ ♥●•٠·˙˙˙˙ . BENVENUTI! ...

Un cesto di noci


Il salone era illuminato da eleganti lampade che gettavano la luce in ogni angolo.

Al tavolo lui stava divorando un delizioso filetto di manzo accompagnato da un'abbondante porzione di saporite patate al forno. Ai bocconi di carne alternava lunghe sorsate da un calice ricolmo di un superbo vino rosso. Di fronte a lui, separata di una barricata di bottiglie, bicchieri, piatti, vassoi e cestini, lei mangiava assente dei finocchi al vapore infilzandoli con la forchetta che teneva nella mano destra, mentre con la sinistra si arricciava una ciocca dei suoi lunghi capelli biondi. Faceva fatica a sentire quello che lui le diceva in quel momento. Sembrava che fosse intento a parlare di qualcosa che suonava come extension, o forse traction. Parole che lei doveva conoscere ma di cui in quel momento non riusciva a cogliere il senso.

Lui la voleva sempre in forma e sempre tonica, le diceva: “ se mi ami davvero non dovrebbe essere difficile”, e lei faceva di tutto per accontentarlo. Non voleva che si mettesse a guardare le altre e non voleva che le altre risultassero meglio di lei in un confronto.

Così si sparava tutti i giorni ogni genere di esercizio: leg extension, leg curl, affondi, hack squat, peck back, croci piane, croci a 45 gradi e altri ancora. Tutto per avere un fisico tonico, una paio di tette sode e due chiappe di marmo.

Doveva restare concentrata. Restare concentrata sul non fissare il piatto del compagno. Altrimenti quella sera avrebbe ceduto, se lo sentiva. Si mise allora a guardare gli altri clienti del ristorante, la postura con cui sedevano, i gesti delle mani quando conversavano e quando.....prendevano dal piatto il loro cibo. Non era possibile. Non era possibile sfuggire al subdolo richiamo tentatore del cibo, così tornò a volgere lo sguardo al compagno che in quel momento, ultimato il suo filetto, stava ordinando una porzione di torta ripiena di crema al cioccolato. Dovette prendere un lungo respiro per non perdere lucidità, ma non poté nulla per quello che successe dopo. L'occhio del compagno, mentre guardava allontanarsi il cameriere con la sua ordinazione, incrociò la silhouette di un’altissima valchiria che, fasciata in un lungo abito aderente, attraversava in quel momento il ristorante. Forse l'uomo non ci pensò neanche quando pronunciò quella considerazione - “Quello si che è sodo” - ma mal gliene incorse.

La pazzia non si manifesta sempre come l'eruzione improvvisa di un vulcano; a volte ha l'aspetto quadrato e matematico di una punta di diamante su un vetro.

La compagna dell'uomo richiamò il cameriere e ordinò un cestino di noci. Sebbene la richiesta fosse insolita, di fronte alla determinazione calma della donna, il personale si attivò per esaudirla.

Una volta che il cestino fu sul tavolo, la donna si alzo in piedi afferrando una noce dal cestino e avvicinandosi al fidanzato, con tono amorevole gli disse: " Mi sembra che tu abbia le idee un po' confuse, amore. Ma ho voglia di darti una mano. Ti aiuterò a chiarirti. Devi avere fiducia, caro! Osserva bene quello che ti mostrerò e non dimenticarlo. E' raro vedere un culo sodo come il mio.....un culo che rompe le noci!”. E quasi che si aspettasse davvero di vedere una noce aperta con il culo, come si racconta nelle barzellette, l'uomo non vide nulla ma poté soltanto sentire il freddo della lama del coltello mentre gli apriva lo stomaco.

giovedì 13 ottobre 2011

Storia di somari


15 ottobre, tu che fai???

La storia degli asini che sta circolando in rete è limpida come le favole di fedro...

Non l’hai ancora letta? Eccola qui....



Un uomo in giacca e cravatta è apparso un giorno in un villaggio. In piedi su una cassetta della frutta, gridò a chi passava che avrebbe comprato a € 100 in contanti ogni asino.

I contadini erano un po’ sorpresi, ma il prezzo era alto e quelli che accettarono tornarono a casa con il portafoglio gonfio, felici come una pasqua.

L’uomo venne anche il giorno dopo e questa volta offrì 150 € per asino, e di nuovo tante persone gli vendettero i propri animali.

Il giorno seguente, offrì 300 € a quelli che non avevano ancora venduto gli ultimi asini del villaggio.

Vedendo che non ne rimaneva nessuno, annunciò che avrebbe comprato asini a 500 € la settimana successiva e se ne andò dal villaggio.

Il giorno dopo, affidò al suo socio il gregge che aveva appena acquistato e lo inviò nello stesso villaggio con l’ordine di vendere le bestie a 400 € l’una.

Vedendo la possibilità di realizzare un utile di 100 €, tutti gli abitanti del villaggio acquistarono asini e, per far ciò, si indebitarono con la banca.

Come era prevedibile, i due “uomini d’affari” andarono in vacanza in un paradiso fiscale con i soldi guadagnati e tutti gli abitanti del villaggio rimasero con asini senza valore e debiti fin sopra i capelli.

Gli sfortunati provarono invano a vendere gli asini per rimborsare i prestiti. Il “corso” dell’asino era crollato. Gli animali furono sequestrati e affittati ai loro precedenti proprietari dal banchiere.

Nonostante ciò il banchiere andò a piangere dal sindaco, spiegando che se non recuperava i propri fondi, sarebbe stato rovinato e avrebbe dovuto esigere il rimborso immediato di tutti i prestiti fatti al Comune. Per evitare questo disastro, il sindaco, invece di dare i soldi agli abitanti del villaggio perché pagassero i propri debiti, diede i soldi al banchiere (che era, guarda caso, suo caro amico e primo assessore).

Eppure quest’ultimo, dopo aver rimpinguato la tesoreria, non cancellò i debiti degli abitanti del villaggio né quelli del Comune e così tutti continuarono a rimanere immersi nei debiti.

Vedendo il proprio disavanzo sul punto di essere declassato e preso alla gola dai tassi di interesse, il Comune chiese l’aiuto dei villaggi vicini, ma questi risposero che non avrebbero potuto aiutarlo in nessun modo poiché avevano vissuto la medesima disgrazia.

Su consiglio “disinteressato” del banchiere, tutti decisero di tagliare le spese: meno soldi per le scuole, per i servizi sociali, per le strade, per la sanità … Venne innalzata l’età di pensionamento e licenziati tanti dipendenti pubblici, abbassarono i salari e al contempo le tasse furono aumentate. Dicevano che era inevitabile e promisero di moralizzare questo scandaloso commercio di asini.

Questa triste storia diventa più gustosa quando si scopre che il banchiere e i due truffatori sono fratelli e vivono insieme su un’isola delle Bermuda, acquistata con il “sudore della fronte”. Noi li chiamiamo fratelli Mercato.

Molto generosamente, hanno promesso di finanziare la campagna elettorale del sindaco uscente.

Questa storia non è finita perché non sappiamo cosa fecero gli abitanti del villaggio. E voi, cosa fareste al posto loro? Che cosa farete?

Se questa storia vi ricorda qualcosa, ritroviamoci tutti nelle strade delle nostre città e dei nostri villaggi sabato 15 ottobre 2011 (Giornata internazionale degli indignati). E fate circolare questa storiella.





...la casa in fondo alla strada...

Sono passati tanti anni da quando sono stata in questo posto e man mano che le vie scorrono dietro al finestrino della mia auto, tornano alla mente ricordi che non pensavo esistessero. Profumi, rumori, visi e voci, un insieme di emozioni che mi riportano indietro alla mia infanzia e a quel periodo, passata qui tanto tempo fa.
I miei genitori, per quell'estate, avevano scelto di passare le vacanze in un piccolo paesino, al mare. Avevamo preso in affitto una villetta. Era una casa bianca, molto carina, con un giardino. Per noi, bambini di città, abitare in una casa dove si entra senza prendere l'ascensore, dove si esce e c'è un prato tutto per te, dove giocare, sembrava un fatto miracoloso.
La mia camera aveva un lettino e un letto a castello; non era molto grande e la dividevo con i miei fratelli, ma non mi importava, mi sembrava di essere in paradiso.
Non tutti i giorni andavamo al mare; i miei dicevano che troppo mare rende i bambini nervosi, e quindi rimanevamo a giocare intorno alla casa. Sul retro c'era un pergolato e anche nelle ore più calde, lì si stava al fresco. Mi organizzavo con le mie bambole, e fingevo di avere una casetta tutta mia.
La casa si affacciava su una strada abbastanza stretta; ci passavano poche macchine e avevo il permesso di uscire dal cancello per passeggiare e sbirciare in giro. Tutte le case vicine erano villette con il giardino; niente a che vedere con la mia casa di città, sommersa in mezzo a palazzoni che sembravano giganti.
In cima alla strada, distante da tutte le altre abitazioni, c'era una casa diversa da tutte. Era proprio la sua diversità ad attirare la mia attenzione, a suscitare la mia curiosità.
Era una vecchia casa, alta. Il tempo aveva portato via l'intonaco e in molti punti si vedevano i mattoni, le pietre con cui era stata costruita. Era grigia e cupa. Non c'erano fiori e al posto di un bel prato, intorno, aveva un selciato. Finestre e porte erano sempre chiuse, ma nel mio girovagare avevo scoperto che vi abitava una vecchietta. Quella era la casa della Ida.
Oltre la casa della Ida non c'era niente, e quindi quello era il limite invalicabile:"Vai, ma non oltre la casa della Ida". Ma chi fosse questa Ida, non lo sapevo, non l'avevo mai vista.
I giorni della mia vacanza scorrevano sereni, ma pian piano lo spazio intorno a me non aveva più segreti. Non che mi annoiassi, ma un senso di libertà e di sicurezza, che non avevo mai provato prima, mi aveva preso.
Sentivo quel limite di "non oltre la casa della Ida" come una sfida.
Un pomeriggio, mentre camminavo lungo la strada, arrivata vicino alla vecchia casa, qualcosa dentro di me mi aveva spinto ad andare oltre. Non so bene dove trovai il coraggio di disobbedire, ma lo feci.
Era una giornata nuvolosa, di quelle che mette la noia addosso e che ti spinge a trovare qualcosa di nuovo, da fare.
Lo avevo fatto ed ero rimasta sorpresa nel vedere che non c'era niente di pericoloso oltre quella casa, solo campi e grandi cespugli di rovi di more. Tantissime more. Presa dall'entusiasmo e dall'eccitazione della mia trasgressione mi ero messa a raccogliere e a mangiare more con avidità. Il tempo era passato senza che me ne rendessi conto e soprattutto non mi ero accorta di come il colore del cielo fosse cambiato. All'improvviso mi ero ritrovata in mezzo ad un temporale violentissimo. In un attimo, tutto quello che fino a quel momento mi era apparso come una bellissima avventura, si era trasformato in un incubo. Ero spaventata e non sapevo dove andare.
Piangendo, mi ero messa a correre, quando all'improvviso una mano mi aveva afferrato per un braccio. Mi sentivo trascinare ma non sapevo dove mi stesse portando, finchè non riconobbi la casa della Ida. Una di quelle strette porte che avevo sempre visto chiuse, era aperta ed era proprio dentro a quella casa che stavo per entrare.
In tutta la mia paura, una voce dolce iniziò a parlare. Era proprio lei, la Ida. Nella stanza semibuia mi spinse vicino al camino e mi diede una coperta: tremavo come una foglia, per la paura e per il freddo.
Guardandomi intorno, mi resi conto che in quella stanza c'era tutto quello che poteva servire per vivere. Ma la mia attenzione andò ad una foto, che era posata su un cassettone; aveva davanti fiori e una piccola candela accesa e spiccavano i volti di due ragazzine sorridenti, uguali, due gemelle.
"Sono le mie figlie, sono morte tanti anni fa. Erano tanto belle." La sua voce era tremante. In quel momento mi resi conto che non mi faceva più paura, ma solo una grande tristezza.
Seduta accanto alla Ida, ero rimasta ad ascoltare la sua storia, finchè il temporale non era finito. Poi, tenendomi per mano, mi aveva riaccompagnato a casa.
Nei giorni che mi rimasero di vacanza andai tutti i pomeriggi a trovare la Ida, a raccogliere more, ad ascoltare le sue storie. Il ricordo più caro è rimasto in quella casa, in quella stanza che era tutto il suo mondo o quello che le era rimasto.
Con un po' di fiato sospeso ripercorro quella strada, ma la casa della Ida non c'è più. Mi fermi e ripenso alla sue poche cose, cose che ad occhi estranei saranno sembrate senza valore ma che per lei erano tesori. Come quello che ha lasciato dentro di me.

mercoledì 12 ottobre 2011

ma ce l'hai un pò di stoffa?







A me piace sognare di avere una  casa di stoffa.Si si vorrei una casa con i muri  ricoperti di lino, con le porte rivestite di velluto, i divani tutti di broccato.
Vorrei potermi appoggiare ovunque senza mai farmi male, vorrei che fosse tutto morbido e accogliente.
Tutti gli amici sdraiati ovunque anche sui tavoli e sui pavimenti.
Anche l’asse del water la vorrei rivestita di seta rossa tutta imbottita come un bellissimo sofà.
In casa poi vorrei tante copertine tutte morbide e di tutti colori e di tutte le stoffe del mondo.
Pensa che bello toccarle con le dita, stringerle accarezzarle, ammirare e infilare le mani e i piedi nei fili intrecciati.
Quando fa freddo  la stoffa è importante, ci fa stare bene, se ci copriamo di belle stoffe usciamo anche con il freddo più duro.
I tessuti sono tanti tutti diversi e tutti intriganti, anche la lana, grezza o morbida come il pelo di un gattino, può regalarti tante emozioni.
Ricordo che da piccola mi regalarono un completino di sciarpa cappello e guanti, ed io rimasi a bocca aperta perché la trama della lavorazione era bellissima e i colori erano  mattone, panna e carta da zucchero. Insieme erano luminosi e golosi per il mio gusto e  per i miei occhi.
Io in questa casa inviterei sempre tanta gente e vorrei che ci fossero pezzi di stoffa ovunque ma anche tutto il necessario per cucire, così tutti seduti dappertutto con il pezzettino di stoffa in mano ognuno potrebbe fare quello che gli pare, magari cucire un vestitino, oppure fare una sciarpa o magari una copertina.
Vorrei che ci fossero cataste di lana morbida di tutti i colori della natura dappertutto.
Ma poi si potrebbe fare molto ma molto di più, con la canapa potremmo cucire pilastri di tende, facili da fare e da montare.
Accidenti però pensandoci bene potrebbe succedere che la signora Irma del piano  di sotto (nota per la sua pazienza) venga a suonare per dirmi che “signora ma basta con tutto questo casino! Gente che va gente che viene ogni giorno! Io me lo sentivo che lei era un tipo strano, esce la sera tardi da sola, non parla (lei vorebbe dire sparla) con nessuno e ora secondo lei dobbiamo sopportare tutto questo andirivieni?
Lì per lì dovrei inventarmi qualcosa per convincerla delle nostre buone intenzioni, ma poi ecco che mi illumino e “signora ma lei non sa che io e i miei amici facciamo vestiti, coperte e golfini?"
"Per esempio non le interesserebbe un bel golfino di lana di alpaca giallo? Sono così morbidi i nostri golfini!"

La signora Irma pettegolando qua e là poi incuriosirebbe tutti i condomini che  arriverebbero a casa mia in pellegrinaggio per comprare o solo per guardare e facendo finta di niente cadere sopra un tavolino e provare a non farsi male.
E allora un giorno prenderei una decisione “ ragazzi  dobbiamo comprare gli animali così la materia prima in parte la potremmo produrre noi".
"Gli animali?"  Direbbero tutti.
Si! li teniamo tutti sul mio balcone!
Pensandoci però gli animali andrebbero nutriti ed ecco che potremmo coltivare l’erba, basterebbe comprare un terreno no??
Quante cose mamma mia! La casa di stoffa diventerebbe una piccola azienda manifatturiera e tutto quello che verrebbe fatto in più,  e meno bene del resto potrebbe essere venduto o meglio verrebbe spedito ai bisognosi di tutto il mondo, si per esempio le coperte , le case di stoffa, le tende.
Gli animali poi ci darebbero anche il loro latte da bere o per fare formaggi. Qualche volta poi la loro  carne ce la potremmo mangiare.
Sarebbe una bella casa la mia casa di stoffa, potrei rivoluzionare la mia vita, cadere tutte le volte che voglio senza farmi male, stare al caldo con gli amici sotto le copertine di lana melange.
Fare  il caffè con la caffettiera imbottita senza paura di scottarmi.
Beh certo che un animale su un balcone non è facile da tenere, più che altro per l’odore delle feci e della pipì, ma anche per i versi che fa.
Mi fa un po’ pena pensare ad un animale chiuso in 3 mq per tutta la vita,  e anche coltivare tutta l’erba per nutrirli potrebbe essere pesante. Seminarla raccoglierla tagliarla.
Mangiare gli animali,  ma chi potrebbe mai ammazzarli? Io no di sicuro.
Ma tutto questo si potrebbe imparare; dovremmo scegliere.
Intanto potrei pensarci sdraiata sul mio tavolo di velluto in cucina,ciucciando un fazzoletto di seta  per consolare un po’ la mia delusione..quella che nasce  tra le mie illusioni  e quello che poi davvero potrebbe succedere oppure no.


 



Milos e la sua nuova casa

ET, ve lo ricordate? Persino ET aveva una casa, lontana, tanto lontana, che però è riuscito a raggiungere con l’aiuto di un umano, un bambino. Forse il regista ha voluto che quell’ aiuto arrivasse da un bambino perché meno diffidente più curioso e senza filtri nei confronti di ciò che non conosce. Ve l’immaginate quel piccolo mostriciattolo se fosse stato incontrato per primo da un adulto? Quasi certamente non ci sarebbe stata storia. E noi non avremmo quel dolce ricordo di un codazzo di biciclette volanti illuminate da una Luna che come un faro indica la via …. quella di casa. Certo lui è stato fortunato, insomma anche se non avesse ritrovato il modo di tornare lassù una nuova casa cmq l’aveva trovata, proprio come il mio amico Milos. Beh lui a casa sua adesso non ci vuole tornare. Arriva dal Kosovo, ha 42 anni ed è il maritino di mia sorella Serena. Si sono conosciuti ad una serata organizzata da un associazione che si occupa di rifugiati politici, immigrati extracomunitari. Insomma doveva essere una serata di integrazione; riuscita in pieno direi. Credo che lui sia felice, adesso. Della sua vita Milos racconta molto poco. Della guerra, che ha toccato in prima persona, nessuno di noi osa chiedere e , nemmeno lui , lo si avverte, ne parla volentieri. Una cosa però l’ha raccontata. Il suo viaggio per fuggire da là. Da una casa, da dei luoghi che lo avevano accolto, accudito da bambino, ma che adesso gli si rivoltavano contro, luoghi che non riconosceva più nè come amorevoli né come amichevoli. Racconta della sua fuga verso la salvezza, quella che ti permette di sentire una ferita dolorante se sei stato colpito, di sentire la sete se non bevi da giorni e di sentire i morsi della fame perché non hai avuto la possibilità di mangiare niente che non fosse aria da giorni. Scappò, per salvarsi la vita, quella vita là. Quella più animale. Non era da solo Milos, lasciò madre, dei fratelli, fuggì con altri amici, senza una vera meta. Di corsa là fuori, lontano dai confini del fumo, della morte, degli spari , della violenza. Non un documento in tasca, nessun indirizzo, nessuna raccomandazione e poco pochissimo danaro nelle sporche ed inutili tasche. Niente di niente solo una giovane vita da portare in salvo. Milos racconta, e non dimentica, non lo dice ma è cosi, gli sguardi di disapprovazione o di pietà incontrati, ricorda la paura di essere preso dagli agenti, in gruppo fermi magari a bere un caffè al solito bar del paese. Quale paese poi? Per questo quando ne incontravano qualcuno in “perlustrazione” si separavano senza sapere se si sarebbero incontrati, di sicuro non li avrebbero presi insieme. Una frazione di un paesino può sembrare una grande città se non ci sei mai stato, se se sei un clandestino e se non capisci un accidenti della lingua che senti o che riempie i manifesti pre elezioni di volti perlopiù maschili che sono appiccicati ovunque ti giri. Anche nel suo paese a pensarci bene prima dello scoppio della guerra c’era qualcosa del genere. La sua vita è cosi piena di avvenimenti assurdi per la sua età, per l’epoca in cui viviamo. Insomma non parlo del mio bisnonno, parlo di un uomo mio coetaneo, uno che dovrebbe aver avuto più o meno le stesse esperienze ed invece … Come ho iniziato? Ah, stavo solo guardandolo lavorare sul quel tetto, lui le case le costruisce, quando mi è venuto in mente ET l’extraterrestre ed il mio amico Milos, ho cominciato a pensare alla sua vita, al concetto di casa e a quanto poco valga averne una in muratura, in paglia, di lamiera o come carapace se non hai nessuno che ti accolga, come amico, come amore, come essere umano, come essere vivente, nessuno che ti abbracci, che ti capisca anche se non parli la sua stessa lingua o che stia con te lì in quel momento senza fare o dire nulla , solo accanto a te, quando non ti senti più, quando non senti più di appartenere a nessuno e in nessun luogo.


Pubblicato da FRANCA FIORE

lunedì 10 ottobre 2011

A stare chiusi in una cella frigorifera ne pensi di cose




Dodici anni fa sono andato a fare la spesa all' Iper Coop e per sbaglio sono finito dentro una cella frigorifera. Ho provato a chiamare aiuto, ma dato che nessuno arrivava mi sono seduto su una cassa di petti di pollo aspettando che mi aprissero.
Dopo un paio d'ore che ero lì a battere i denti, mi viene una sonnolenza da non riuscire a tenere gli occhi aperti. Mi sono addormentato placidamente.
Sognavo di mungere una mucca quando di fronte a me è comparsa una luce bianca e da quella luce, è uscito un uomo, alto, di bell'aspetto, con una lunga barba, indossava una tunica splendente e degli zoccoli di legno. Roba semplice, ma di classe, che non passa mai di moda. Quel tipo mi si avvicina sorridendo, io vorrei alzarmi dalla cassetta di petti di pollo, ma ho il culo gelato e non riesco a staccarlo da lì.
Chi sei, Dio?” chiedo
No, sono suo cugino.” Mi risponde l'uomo. Dio ha l'idraulico in casa che gli si è rotto lo sciacquone del water, e non può lasciarlo solo perchè gli deve passare gli arnesi. Mi ha mandato a prenderti.”
Per portarmi dove, scusa?”
Lui mi si siede accanto e, appoggiandomi un braccio sulle spalle, mi dice:
Con me. In Paradiso”
Gli mollo una spinta che a momenti mi finisce giù dalla cassetta di petti di pollo. Scoppio a ridere:
Ma smettila, va!” gli dico con le lacrime agli occhi “ in Paradiso mi vuole portare, questo qui. Ma se neanche ci credo in Dio, io. Certo che la mente umana le inventa tutte in casi come questi, roba da matti...”
Il cugino di Dio mi guarda offeso:
E allora chi sono io? Il mago Silente di Harry Potter?”
Tu sei il frutto della mia mente, che cerca di aggrapparsi all'idea che dopo la morte esista qualcosa d'altro. Ma purtroppo tu non esisti, tuo cugino non esiste, e neanche l'draulico che ha in casa esiste”
Ma se si chiama Giulio e viene da Varese!”
Non esiste” affermo convinto, poi tanto per fare colpo aggiungo:
E neanche Varese esiste”
No?” sussulta il cugino di Dio, allarmato. Io scuoto la testa.
Il cugino di Dio si gratta un po' la barba, pensieroso, poi mormora sottovoce, come parlando a se stesso:
Su Varese, avevo avuto qualche dubbio, in effetti.” Poi riprendendosi “ Bè, oramai sono qui, tanto vale che mi fermi un po' a parlare, che se torno a casa adesso mi tocca dare spiegazioni a Dio, già è nervoso per via dello sciacquone, figurati come si incazza se gli dico che non sei venuto con me!”.
E di cosa parliamo, scusa?”
In generale. Per esempio, tu, per fare la carbonara usi la panna, oppure fai senza?”
Ma che domande sono? Senza, è ovvio!” rispondo prontamente.
E' partita una discussione che non finiva più. Dopo si è parlato di politica, dell'amore, della vita, dei poeti, di libri, di cinema, di musica, di filosofia.
Il tempo scorreva rapido, e più parlavamo più le parole mi uscivano dalla bocca chiare, precise, essenziali. Era come se mi avessero infilato un imbuto nella testa e ci stessero versando dentro tutta la conoscenza del mondo.
Fatto sta che ad un certo punto il cugino di Dio guarda l'orologio e si alza di scatto.
Madonna come si è fatto tardi, sono 10 anni che parliamo. Vado, che cè da tirare fuori da casa il sacco umido, che domani passano a raccoglierlo. Arrivederci..”
Dice il cugino di Dio, stringendomi la mano.
Addio” rispondo. Poi chiedo: “levami una curiosità, tanto per sapermi regolare: io sono morto?”
. Lui mi fa cenno di no, e dandomi una pacca sulla spalla, sparisce, inghiottito da un fascio di luce accecante.

Mi sveglio quando, scambiandomi per un quarto di bue, due dipendenti dell'Iper Coop mi tirano fuori dalla cella frigorifera. Si sono accorti subito che c'era qualche cosa di strano, perchè tenevo arrotolata in tasca la Gazzetta dello Sport, ed è risaputo che il bue non legge, in quanto animale ignorante.
Tutto considerato non stavo malissimo, avevo dei leggeri giramenti di testa e le mutande attaccate alla pelle del culo: a camminare si faceva un po' fatica.
Vengo infilato in un carrello della spesa e portato nell'ufficio del direttore, un giovane snello ed elegante. Un'eleganza da becchino, da venditore di villette a schiera.
Non sono cose che si fanno, queste.” mi dice “ Se venivano quelli dell'ufficio sanitario e la trovavano lì dentro, cosa raccontavamo?”
Avendo avuto un'esperienza trascendentale e essendo divenuto di una saggezza e di una conoscenza impressionanti, mi basta guardare negli occhi quell'uomo per capire tutto di lui. Sorrido e non rispondo. Chi è lui in confronto all'immensita? Cosa ne sa quel giovane del pensiero di Hegel, di Proust, di Mozart, delle campane tibetane, del canto melodioso delle balene, del profumo dei limoni di Sorrento, della faccia di Schillaci, di Fred Astaire, di Celentano che canta e balla prisencolinensinainciusol con Raffella Carrà a Milleluci nel 1974.
Regia di Antonello Falqui. Lui cosa ne sa?
E così guardo il direttore dell'Iper Coop dare un'occhiata spazientita al suo orologio costoso, allungare la mano per stringere la mia e dirmi: “ Adesso devo andare. Scusi sa, ma c'è da sistemare dei bancali di pomodori e non è che posso stare tutta la giornata a fare un cazzo, quindi tanti saluti e ringrazi che oggi sono in buona e non la denuncio per alloggio abusivo in spazi refrigerati”
Lei è un idiota, si informi.” gli dico con un sorriso, mi volto e me ne vado, lasciandolo lì, col braccio teso e quella faccia da copertina di giornale per parrucchieri.
Uscito dall'Iper Coop mi incammino verso casa. Osservo la gente che mi passa di fianco. Hanno tutti un telefonino, parlano, ridono, ascoltano. Un signore mi spintona leggermente alla spalla e va avanti senza chiedermi scusa, ha la faccia tutta corrucciata, stringe il telefonino come se volesse strangolarlo.
lo so! lo so! lo so!” urla al telefono “Lo so! lo so! lo so!” continua a dire mentre mi supera con passo spedito. Vorrei raggiungerlo per informarlo che in realta lui non sà una beneamata minchia di niente, ma poi lo lascio andare via, chissenefrega.
Ancora un centinaio di metri e arrivo al condominio dove abito, apro il cancello e mi infilo nell'ascensore. Mi trovo faccia a faccia col mio dirimpettaio. Dieci anni fa lavorava come venditore porta a porta della Vorwerk Folletto, ora no, lo so per certo. Mi guarda meravigliato, poi per educazione mi mormora un “ salve”.
Buongiorno, come sta?” rispondo, allungando la mano. Lui la prende d'istinto, fa per stringerla poi la lascia di scatto e rincula all'indietro.
Ha la mano fredda” dice.
Per forza. Sono stato chiuso 10 anni nella cella frigorifera dell'Iper coop.”
Allora si capisce perchè” dice lui, poi si mette a fissare la parete dell'ascensore.
Allora, come va?” chiedo. Lui mi guarda di tre quarti, rigido.
Bene” dice.
No, veramente: come va?”
Tutto bene, grazie”
No, no.Veramente: come va?”
Lui si volta verso di me e scoppia a piangere. “ Non ne voglio parlare. Mi lasci solo con la mia malinconia.”
Rimango in silenzio sino a quando l'ascensore si ferma al terzo piano, dove abito. Esco salutandolo, ma lui non risponde, continua a singhiozzare con la fronte appoggiata alla parete. Entro in casa, e ci trovo mia moglie.
Ciao, sono tornato” dico.
Lei ha in mano una confezione di Tavernello, lo lascia andare e quello piomba a terra: rimane in silenzio, a bocca aperta, col vino che si allarga sul pavimento bagnandole le ciabattine di raso.Rimango in silenzio anche io. In sottofondo la radio trasmette un vecchio pezzo di Sandro Giacobbe:
Il giardino proibito. Anno 1975.
157.000 copie vendute.
Spunta dall'altra stanza il nostro gatto, molto più grosso e un po' spelacchiato. Mi vede e si ferma. Non miagola. Stiamo lì immobili, per una decina di minuti, tutti e tre.
Sento il ribunetto gocciolare in cucina:
plin... plin ... plin ...
Un rivolo di vino arriva sino a sotto il muso del gatto, luì gli da un paio di lappate, poi si gira e ritorna in stanza.
Comunque, quel gatto mi è sempre stato sui coglioni” affermo, tanto per rompere il ghiaccio.
Hai fatto un po' tardi” mi dice mia moglie, ripresasi dallo spavento.
Sono stato chiuso nella cella frigorifera dell'Iper Coop. Mi hanno liberato pochi minuti fa. Lì dentro ho avuto una discussione lunga dieci anni col cugino di Dio, che era frutto della mia mente e, grazie a questa esperienza extrasensoriale, ho acquisito una sapienza unica.”
Mi sono accorta che mancavi da casa dopo due anni” ribatte lei.
In effetti comunicavamo poco. Ma ora sono un uomo nuovo, più consapevole del nostro ruolo nell'universo.
Quale?”
Consiste nell' estinguerci disturbando il meno possibile.”
Non ti ho mai amato” dice lei.
Lo so, non importa. Sono venuto solo a salutarti. Da domani non voglio più avere rapporti con esseri umani, andrò a vivere in qualche posto sperduto e mi chiuderò nel silenzio assoluto.”
Facevi la stessa cosa quando abitavi quì” dice lei, sarcastica.
Esatto, ma prima non parlavo perchè non sapevo niente. Adesso non ti parlerei perchè so tutto quello che c'è da sapere. Da domani non parlerò più con nessuno, ho deciso. Rimmarrò per sempre in silenzio. Muto.
Sprechiamo un sacco di tempo a farfugliare frasi fatte, luoghi comuni, banalità, bugie, cattiverie. Di tutte quello che diciamo, al netto dell'inutile, che cosa ci rimane?
Una manciata di frasi, ad andare bene.”
A me il silenzio fa paura” mormora lei.” dopo tre anni che sei sparito mi sono messa insieme con un batterista rock di Heavy Metal. Ogni sera lui e il suo gruppo vengono qui e provano tutti i pezzi del loro repertorio”
E sei felice?”
No. Ma neanche con te ero felice. Si vede che è destino che conduca una vita di merda”
Potrei dire molte cose, ma nessuna fondamentale. La saluto ed esco da quell'appartamento, da quella casa, da quella città. In silenzio. Per sempre.
Ora sono due anni che vivo solo, isolato dal resto dal mondo. Allevo lumache. Alle lumache non ti ci affezioni, non le chiami per nome, e anche a farlo, loro non ti rispondono. Quindi sto zitto, in silenzio.
Contemplo gli aerei solcare veloci il cielo, l' erba bagnata dalla rugiada, i rami degli alberi ondeggiare al ritmo del vento. E a volte, vi penso.

Non mi mancate.

venerdì 7 ottobre 2011

La casa di King Kong


Mi sono spesso chiesta come sarebbe stata la casa di King Kong se non ci fossero stati quegli assassini a farlo fuori.
Lui  e la sua amica per New York a cercare casa. Un bel casino con tutta la gente spaventata, nessun grattacielo, e  poi non avrebbero potuto ospitarlo perché proprio non ci entrava.
Ma lui era un bonaccione anche se per mangiare e saziarsi ogni giorno doveva entrare in un allevamento e mangiarsi almeno 1000 polli o 500 capre oppure pecore o almeno 30 mucche.
Probabilmente se fosse andata diversamente qualcuno avrebbe preso le sue difese, qualcuno di importante e allora tutti si sarebbero rassegnati a vedere in giro quel bestione, con il rischio, di restare schiacciati dalle sue zampone.
Ma in fondo poi era così buono King che decise per non spaventare tutti, e per non mettere sul lastrico migliaia di allevatori, di mangiare solo banane.
Così un giorno rubò una banana da un fruttivendolo e la mostrò alla sua amica Laila che lo guardò attentamente, e persa nei suoi occhioni da gigante buono, le disse “ ma se noi per vivere mettessimo su un chiosco di banane e anche di frutta esotica?” Sai cosa potremmo fare poi? Compriamo tante piante di banane quante ce ne servono per crearci un bananeto e quella sarà la nostra casa.
Lì troveremo tutto quello che ci serve per vivere.
King Kong la fissò teneramente chiedendosi come quella bellissima creatura, così esile potesse pensare di condivere la sua vita con un animale grossissimo e puzzolente come lui.
“King"  disse Laila io sono felice di stare con te perché possiamo andare ovunque con le tue grandi zampe e la tua forza,  e poi tu mi proteggerai da qualsiasi evento, lasciandomi libera di vivere la mia vita da essere umano.
 Mi guardi come se io fossi un essere speciale, forse non lo sono, ma per te sono certa che è così, ed io ti amo anche per questo, i tuoi occhi non si vergognano di rivelarmi il tuo amore.
King Kong ebbe, come prevedibile,  molti sponsor e così riuscì nel suo intento, costruì in città un bananeto e per vivere lui e Laila vendevano tanti alimenti a base di banana,  fatti interamente  da loro naturalmente.
Fu un vero successo.
Ma King intimamente non era soddisfatto avrebbe voluto una casa, una vera casa, tipo un enorme grotta o un grande castello, con le tende damascate e i divani in pelle bianca, insomma un posto romantico  , con le mura e un soffitto dove poter trascorre tranquille serate con Laila.
Una sera King e Laila vennero intervistati da un giornalista che dopo un’ora di domande anche un po’ troppo private,  vennero invitati ad una mega festa di amici facebookkiani e dopo un po’ di insistenze il giornalista riuscì a convincerli a partecipare.
La sera della festa Laila era elegante,  si era messa anche un bel paio di tacchi, senza la minima illusione di avvicinarsi alla bocca di King, ma solo perché il tacco , fa donna fatale e lei si sentiva così quella sera.
King non aveva nulla da indossare di speciale, ma pensò che lui era speciale e bastava così.
Laila andò con un taxi e King raggiunse il posto a piedi,  stando attentissimo ad ogni passo.
Si ritrovarono là, erano così belli e assurdi insieme, lei così eterea emanava una luce bianca e lui al contrario era nero come la notte, anzi di più.
I fotografi li assaltarono e non diedero tregua per almeno 1 ora, poi si calmarono e li lasciarono tranquilli.
Ad un tratto in un cortile vicino scorsero quattro grossi orangotango.
Perché erano lì? Nessuno lo sapeva, tutti  facevano come al solito ipotesi,  illazioni, di tutto un po’.
King chiese al guardiano di poter entrare per conoscere quegli animali da vicino e capire da dove arrivassero.
La serata fu abbastanza divertente soprattutto per Laila, perché invece King passo tutta la serata con in braccio qualcuno che voleva toccarlo, guardare da vicino la sua bocca e le sue enormi zampe.
Non era contento King, quella sera era stato sempre solo senza Laila, che invece beveva drink e intratteneva tutti, tranne lui. Tutte quelle attenzioni l’avevano stonata, le corde della sua vanità suonavano continuamente e a volte lo infastidivano.
Nei giorni seguenti King era silenzioso,faceva tutto quello che aveva sempre fatto ma si muoveva come sotto l’effetto di un incantesimo, nel senso che sembrava stesse facendo cose che non voleva fare.
Gli occhi erano spenti, non comunicava nulla al mondo e neppure a Laila, che lo guardava triste.
Una notte King scappò e andò via dal suo bananeto.
Laila lo cercò ovunque ma da sola non riuscì a trovarlo, e a malincuore chiamò la polizia.
Presto si ebbero notizie perché il guardiano dello Zoo di Seattle avvertì che King Kong era entrato nel recinto degli orangotango, si proprio  quelli che aveva conosciuto alla festa di Facebook.
I poliziotti non capirono cosa volesse fare King ma lui velocemente fece comprendere a tutti che voleva provare a stare con quegli animali e che quella poteva essere la sua casa, anche se a tutti poteva sembrare una prigione .
Il futuro forse riservava delle novità, lo zoo non lo voleva più nessuno e gli animali sarebbero stati portati nei loro luoghi nativi. Erano solo speranze ma era il sogno di King, vivere tra i suoi simili e amarli.
Andò da Laila e la abbracciò, lei si divincolò e le diede un pugno gridandole “ sei solo un bestione senza cervello”.
Non fare la stupida Laila pensò King, ma le fece tenerezza e la guardò per l’ultima volta con infinita dolcezza.