...silenzio...
...il silenzio di un uomo che cammina solo, è senza parole, le ha perdute tutte nel tempo e adesso sembra un albero spoglio, rinsecchito, le sue parole sono volate via come le foglie secche...
...il silenzio di ha troppo da dire e sta cercando le parole giuste, troppe emozioni, sembra che esplodano in lui e allora tace e riflette, sembra un albero carico di gemme che devono aprirsi alla vita e stanno aspettando e cercando il modo giusto per farlo...
...il silenzio dell'uomo che sa cosa dire ma non dice niente perchè ha già tutte le risposte, ma le tiene per sè come un albero selvatico carico di frutti maturi che nessuno raccoglierà, cadranno e la dolcezza di quei frutti sarà persa, nessuno potrà sentirla...
"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater
sabato 21 maggio 2011
La colla
...la colla...
La mente umana è una cosa assai strana. Ci penso e non mi so spiegare come funzioni realmente.
Sono a scuola e sto lavorando con i miei bambini. Tutti i giorni lo faccio, eppure ogni giorno è unico, loro sono diversi e così io. Distribuisco una scheda, la devono incollare e passo tra i banchi per vedere che non finisca a cavallo del quaderno o fuori dal bordo del foglio, quasi sul banco. Rimango sempre stupita di come riescano a sbagliare cose semplici come incollare un pezzo di carta in uno spazio e alttrettanto quando mi danno risposte che sembrano le più speciali del mondo.
Mi avvicino ad un banco e vedo il tubetto di colla; non è come quello di tutti gli altri ed ha qualcosa di familiare. Lo prendo in mano, lo annuso. La mia colla.
Mi guardo intorno e sono nella mia classe, ma non sono io l'insegnante che gira per i banchi, sono la bimba seduta al suo banco che cerca di mettere quella benedetta scheda dritta sul quaderno, con la sua colla in mano che ha un profumo così strano. Mi affascina quell'odore ma non so perchè.
La maestra controlla, io ho il fiato sospeso. Poi un sorriso; sì, ce l'ho fatta, la scheda è dritta, sono stata brava. A scuola me la cavo, sono più brava in matematica. Inumeri per me non hanno sorprese. Ma le parole. Quelle mi fanno paura, è stato così fin dal primo momento che le ho viste. Le guardo e vanno tutte insieme. Sulla pagina del libro non vogliono stare ferme mentre cerco di inseguirle per riuscire a leggerele. La maestra, severa, mi guarda e mi dice che devo esercitarmi di più, se voglio leggere come si deve. Ci provo, ma è tutto contro di me. Anche quando voglio scriverle, la stessa cosa. E' una vera congiura. E poi la manina bella e quella brutta. Se guardo le mie mani le vedo uguali, ma la maestra no. Lei diceva che la manina bella deve scrivere. Tra le mie mani, vuole scrivere quella brutta. In tutta quella lotta, di mani, di parole, di suoni, non ci capisco più niente. Ma sono una bimba piena di risorse, come tutti i bambini, che riescono a trovare soluzioni possibili anche dove non ce ne sono.
Chiedo alla mamma di leggere almeno una volta per me e sto così attenta da mettere nella mia memoria, appiccicate, come incollate con la colla dal profumo strano, tutte le paroline, tanto che quando leggo, nessuno si accorge che ripeto a memoria quello che ho sentito. Non dura molto il mio inganno, perchè la manina bella tiene il segno dove vuole e non segue il mio racconto. Insomma, è una dura lotta, ma alla fine riesco a mettere pace tra tutti. Mani, parole, maestra e me. Oggi amo le parole.
Prendo il tubetto di colla e lo porto verso il viso; chiudo gli occhi un attimo ed aspiro. Poi lo restituisco: "Sai che da piccola usavo questa colla anch'io, mi piaceva tanto il suo profumo". La mia bimba mi guarda e sorride:"Piace tanto anche a me".
La mente umana è una cosa assai strana. Ci penso e non mi so spiegare come funzioni realmente.
Sono a scuola e sto lavorando con i miei bambini. Tutti i giorni lo faccio, eppure ogni giorno è unico, loro sono diversi e così io. Distribuisco una scheda, la devono incollare e passo tra i banchi per vedere che non finisca a cavallo del quaderno o fuori dal bordo del foglio, quasi sul banco. Rimango sempre stupita di come riescano a sbagliare cose semplici come incollare un pezzo di carta in uno spazio e alttrettanto quando mi danno risposte che sembrano le più speciali del mondo.
Mi avvicino ad un banco e vedo il tubetto di colla; non è come quello di tutti gli altri ed ha qualcosa di familiare. Lo prendo in mano, lo annuso. La mia colla.
Mi guardo intorno e sono nella mia classe, ma non sono io l'insegnante che gira per i banchi, sono la bimba seduta al suo banco che cerca di mettere quella benedetta scheda dritta sul quaderno, con la sua colla in mano che ha un profumo così strano. Mi affascina quell'odore ma non so perchè.
La maestra controlla, io ho il fiato sospeso. Poi un sorriso; sì, ce l'ho fatta, la scheda è dritta, sono stata brava. A scuola me la cavo, sono più brava in matematica. Inumeri per me non hanno sorprese. Ma le parole. Quelle mi fanno paura, è stato così fin dal primo momento che le ho viste. Le guardo e vanno tutte insieme. Sulla pagina del libro non vogliono stare ferme mentre cerco di inseguirle per riuscire a leggerele. La maestra, severa, mi guarda e mi dice che devo esercitarmi di più, se voglio leggere come si deve. Ci provo, ma è tutto contro di me. Anche quando voglio scriverle, la stessa cosa. E' una vera congiura. E poi la manina bella e quella brutta. Se guardo le mie mani le vedo uguali, ma la maestra no. Lei diceva che la manina bella deve scrivere. Tra le mie mani, vuole scrivere quella brutta. In tutta quella lotta, di mani, di parole, di suoni, non ci capisco più niente. Ma sono una bimba piena di risorse, come tutti i bambini, che riescono a trovare soluzioni possibili anche dove non ce ne sono.
Chiedo alla mamma di leggere almeno una volta per me e sto così attenta da mettere nella mia memoria, appiccicate, come incollate con la colla dal profumo strano, tutte le paroline, tanto che quando leggo, nessuno si accorge che ripeto a memoria quello che ho sentito. Non dura molto il mio inganno, perchè la manina bella tiene il segno dove vuole e non segue il mio racconto. Insomma, è una dura lotta, ma alla fine riesco a mettere pace tra tutti. Mani, parole, maestra e me. Oggi amo le parole.
Prendo il tubetto di colla e lo porto verso il viso; chiudo gli occhi un attimo ed aspiro. Poi lo restituisco: "Sai che da piccola usavo questa colla anch'io, mi piaceva tanto il suo profumo". La mia bimba mi guarda e sorride:"Piace tanto anche a me".
Post-mortem.
Salgo i gradini due alla volta con l’affanno del fumatore e la mole del sedentario.
Otto piani da qui a casa di Marta e ho scordato di prendere l’ascensore.
In questi giorni mi ritrovo in situazioni ridicole che non so nemmeno spiegare. Una persona normale può scegliere di prendere un ascensore come può decidere di farsi otto piani a piedi. Non può semplicemente scordarlo.
Mi fermo al quinto piano, soddisfatto per le rampe che ho lasciato dietro e mi accorgo che nella fretta ho rovinato una scarpa contro un gradino. Un’imprecazioe risuona per tutto il palazzo, ma credo che nessuno mi abbia sentito. Affronto gli ultimi tre piani con calma perché odio arrivare da Marta col fiatone. Manca l’ultima rampa e già sento gli odori che arrivano dal suo appartamento.
Sono tre anni che sto con lei e ogni domenica al settimo piano sento lo stesso odore di cassuela. Credo si faccia con parecchie verze e pochi soldi. Non l’ho mai assaggiata, sempre con la scusa di una fastidiosa allergia alimentare. Oggi non toccherò nulla, ho un molare che urla perché ieri ha avuto un contatto ravvicinato con il trapano del dentista. Al solito suo promette pochi minuti indolori e regala invece imperdibili week end di pulsazioni sulla tratta dente-cervello. Ma oggi non ho tempo di pensare nemmeno al dolore. Oggi no. Non al mio, per lo meno. Non riesco a premere sul campanello. Lo guardo fisso e nel frattempo sono altrove. Sono nella stanza di una clinica insieme a Marta. Mi guarda nell’istante prima di essere addormentata. Mentre l’ago del sonnifero le scivola sotto la pelle, io sento una lama che mi trafigge il fianco. Ce l’ho portata io qui. L’ho spinta su quel letto, lo sta facendo per me. Ha accettato di abortire solo perché io non mi sento pronto. Solo perché io sono un trentenne che non vuole pesi. E un figlio è un peso. Soprattutto dentro questa clinica. Ma in questo momento un figlio è solo una lama fredda nel fianco.Riapro gli occhi proprio mentre il mio indice preme sul campanello. Marta apre la porta e dal suo sguardo capisco che nemmeno stanotte ha chiuso occhio, ma che la madre non sa ancora nulla. Mi dice sottovoce che dovremo parlarne con lei oggi stesso. Io sono frastornato da tutti i dolori che ho scoperto di poter provare. Annuisco senza sapere cosa dirò.
In pochi minuti mi passano davanti gli odori di quella casa, il profumo di Marta l’estate scorsa, le rughe di sua madre e le mie pulsioni incontrollate che hanno tracciato questo solco. Mi assale una paura irrazionale, paura della scelta che abbiamo preso, paura che quando sarò morto incontrerò quel figlio che ho ucciso e lui chiederà vendetta. Paura che tutti i miei peccati siano lì ad aspettarmi per rendermi orribile l’eternità della morte. Vorrei dire a Marta tutte queste cose, ma mi prenderebbe per pazzo.
Preferisco ingoiare, seppellire sotto strati di vita quotidiana e tentare di dimenticare.
Dimenticare persino che, anche se per un solo momento, ho avuto la tentazione di diventare un padre e mi sono trasformato in assassino.
Otto piani da qui a casa di Marta e ho scordato di prendere l’ascensore.
In questi giorni mi ritrovo in situazioni ridicole che non so nemmeno spiegare. Una persona normale può scegliere di prendere un ascensore come può decidere di farsi otto piani a piedi. Non può semplicemente scordarlo.
Mi fermo al quinto piano, soddisfatto per le rampe che ho lasciato dietro e mi accorgo che nella fretta ho rovinato una scarpa contro un gradino. Un’imprecazioe risuona per tutto il palazzo, ma credo che nessuno mi abbia sentito. Affronto gli ultimi tre piani con calma perché odio arrivare da Marta col fiatone. Manca l’ultima rampa e già sento gli odori che arrivano dal suo appartamento.
Sono tre anni che sto con lei e ogni domenica al settimo piano sento lo stesso odore di cassuela. Credo si faccia con parecchie verze e pochi soldi. Non l’ho mai assaggiata, sempre con la scusa di una fastidiosa allergia alimentare. Oggi non toccherò nulla, ho un molare che urla perché ieri ha avuto un contatto ravvicinato con il trapano del dentista. Al solito suo promette pochi minuti indolori e regala invece imperdibili week end di pulsazioni sulla tratta dente-cervello. Ma oggi non ho tempo di pensare nemmeno al dolore. Oggi no. Non al mio, per lo meno. Non riesco a premere sul campanello. Lo guardo fisso e nel frattempo sono altrove. Sono nella stanza di una clinica insieme a Marta. Mi guarda nell’istante prima di essere addormentata. Mentre l’ago del sonnifero le scivola sotto la pelle, io sento una lama che mi trafigge il fianco. Ce l’ho portata io qui. L’ho spinta su quel letto, lo sta facendo per me. Ha accettato di abortire solo perché io non mi sento pronto. Solo perché io sono un trentenne che non vuole pesi. E un figlio è un peso. Soprattutto dentro questa clinica. Ma in questo momento un figlio è solo una lama fredda nel fianco.Riapro gli occhi proprio mentre il mio indice preme sul campanello. Marta apre la porta e dal suo sguardo capisco che nemmeno stanotte ha chiuso occhio, ma che la madre non sa ancora nulla. Mi dice sottovoce che dovremo parlarne con lei oggi stesso. Io sono frastornato da tutti i dolori che ho scoperto di poter provare. Annuisco senza sapere cosa dirò.
In pochi minuti mi passano davanti gli odori di quella casa, il profumo di Marta l’estate scorsa, le rughe di sua madre e le mie pulsioni incontrollate che hanno tracciato questo solco. Mi assale una paura irrazionale, paura della scelta che abbiamo preso, paura che quando sarò morto incontrerò quel figlio che ho ucciso e lui chiederà vendetta. Paura che tutti i miei peccati siano lì ad aspettarmi per rendermi orribile l’eternità della morte. Vorrei dire a Marta tutte queste cose, ma mi prenderebbe per pazzo.
Preferisco ingoiare, seppellire sotto strati di vita quotidiana e tentare di dimenticare.
Dimenticare persino che, anche se per un solo momento, ho avuto la tentazione di diventare un padre e mi sono trasformato in assassino.
L'alleanza.
Qualche altro giorno di solitudine, addormentato dall'onda lunga di un mare vecchio di libeccio. Ho passato quattro giorni per i fatti miei, semplicemente a seguire il vento e a tagliare le rotte dei delfini. Quando si affiancano alla prua e ti seguono per una buona dozzina di minuti ti viene solo voglia di urlare di felicità.
Getti una lenza e in pochi minuti abbocca un tonno abbastanza grosso da riempire frigo e stomaco per una giornata intera. La sacra legge australiana del non chiedere al mare più di quanto ti serva, ti impone di riavvolgere la lenza intorno al sughero e di accontentarti di quanto hai pescato stamattina. Domani lasceremo ancora correre il nylon e un altro pesce dalla faccia stupida e dall'anima più pulita della mia, confonderà la piuma bianca con uno spuntino di mezzogiorno. E il mio stomaco avrà di che godere anche domani. Ogni giorno il rito sanguinario dell'uccisione del tonno si ripeterà in pozzetto. Un fiotto denso di sangue caldo bagnerà il legno delle panche e della coperta, la lama del coltello non sarà mai conficcata abbastanza in profondità da evitare sofferenze atroci a quel pesce, ma in fondo la natura va così.
L'accettazione della propria natura, è questo che un uomo deve saper fare. Arriva quella mattina in cui apri gli occhi e finalmente capisci davvero chi sei, cosa cerchi, dove vuoi finire. Capisci che se aprire la pancia del primo pesce ti provoca terrore, la volta dopo è un atto quasi dovuto, è un momento di unione fra te e il mare. Quel tonno è tuo. Solo quello. Non pescarne altri. Non ti servono. Chiedi al mare ciò che ti serve, non ciò che soddisfa la tua natura avida di predatore. Un leone sceglie una e una sola gazzella in mezzo al branco. Un gabbiano sazio lascia correre sotto i suoi occhi banchi interi di sarde senza beccarne una sola. Tu hai bisogno di un solo pesce ogni giorno. Il resto lascialo vivere, lascialo agli altri, lascialo al mare.
E' l'alleanza fra te e l'ordine naturale delle cose. Non lo dimenticare mai.
Getti una lenza e in pochi minuti abbocca un tonno abbastanza grosso da riempire frigo e stomaco per una giornata intera. La sacra legge australiana del non chiedere al mare più di quanto ti serva, ti impone di riavvolgere la lenza intorno al sughero e di accontentarti di quanto hai pescato stamattina. Domani lasceremo ancora correre il nylon e un altro pesce dalla faccia stupida e dall'anima più pulita della mia, confonderà la piuma bianca con uno spuntino di mezzogiorno. E il mio stomaco avrà di che godere anche domani. Ogni giorno il rito sanguinario dell'uccisione del tonno si ripeterà in pozzetto. Un fiotto denso di sangue caldo bagnerà il legno delle panche e della coperta, la lama del coltello non sarà mai conficcata abbastanza in profondità da evitare sofferenze atroci a quel pesce, ma in fondo la natura va così.
L'accettazione della propria natura, è questo che un uomo deve saper fare. Arriva quella mattina in cui apri gli occhi e finalmente capisci davvero chi sei, cosa cerchi, dove vuoi finire. Capisci che se aprire la pancia del primo pesce ti provoca terrore, la volta dopo è un atto quasi dovuto, è un momento di unione fra te e il mare. Quel tonno è tuo. Solo quello. Non pescarne altri. Non ti servono. Chiedi al mare ciò che ti serve, non ciò che soddisfa la tua natura avida di predatore. Un leone sceglie una e una sola gazzella in mezzo al branco. Un gabbiano sazio lascia correre sotto i suoi occhi banchi interi di sarde senza beccarne una sola. Tu hai bisogno di un solo pesce ogni giorno. Il resto lascialo vivere, lascialo agli altri, lascialo al mare.
E' l'alleanza fra te e l'ordine naturale delle cose. Non lo dimenticare mai.
giovedì 19 maggio 2011
Dostoevskij nella suite
ECCO, quello che si può leggere sul volto di Dominique Strauss-Kahn mentre sta in tribunale e viene a sapere che resterà in carcere, che nessuna cauzione lo tirerà fuori di lì, che non solo una grande avventura politica finisce in quell'aula ma una vita libera, una reputazione politica nobile. Ha la barba sfatta, gli occhi sperduti, la bocca come di chi d'un tratto s'accorge d'aver bevuto veleno, i tratti legnosi del caduto, colpito da nemesi inaudita. Eppure quel volto non appartiene a un uomo ignaro, incosciente di sé e del paese dove lavora, colto di sorpresa dalla vastità del delitto (tentato stupro, aggressione sessuale, sequestro di persona: non sono accuse minori).
Strauss-Kahn sapeva com'è fatto il mondo, conosceva l'America e una giustizia che non concede impunità ai potenti e anzi spettacolarizza l'uguaglianza di tutti davanti alla legge (lo si è visto nel caso del finanziere Madoff, di Spitzer costretto a dimettersi da governatore di New York per un giro di escort). Conosceva a perfezione, come tutti coloro che sono ai vertici del potere e non sono stupidi, che ogni sua mossa era da anni spiata con occhio non solo curioso ma avido, spesso vendicativo. Conosceva anche i propri avversari, e ne aveva tanti sia in Francia sia altrove, da quando era direttore del Fondo monetario internazionale e aveva cominciato ad affrontare a modo suo, controcorrente, una crisi economica che tutto aveva messo in forse, e in primis l'ideologia stessa del Fondo. Dostoevskij ci fornisce il ritratto più calzante di quel che DSK è divenuto in queste ore: un potente scaraventato a terra, un uomo che ha sfidato il destino e che di fatto è un suicidato. Più precisamente: un giocatore d'azzardo che non gioca a casaccio, ma compulsivamente.
La politica è piena di simili Posseduti - in medicina si parla di dipendenza senza sostanze: in Italia ne sappiamo qualcosa, anzi molto. Giocano con tutto: non solo col potere politico ma col proprio corpo e con i corpi altrui, che calpestano. Dostoevskij racconta questa speciale dipendenza: il suo Giocatore finge l'attaccamento al lucro (o al sesso) ma l'oscuro oggetto del desiderio è altro: è l'"estrema bramosia di rischio, la voglia di stupire gli spettatori rischiando follemente". Inabissato nell'umiliazione, il direttore del Fondo monetario ha il volto di Aleksej Ivanovic: "Mi sembra di essermi fatto come di legno, di essermi come impantanato nella melma". Fatale, la roulette ha fermato il suo giro. Nella vita e nella politica, la chiave è nel vocabolario del croupier: "les jeux sont faits", "rien ne va plus". I giochi sono fatti, le puntate sono chiuse. Rien va: avrebbe chiuso Tommaso Landolfi.
Strauss-Kahn, non un Eroe ma un Giocatore dei nostri tempi. E forse anche di altri tempi: l'agonia della democrazia di Weimar, Fritz Lang la riassunse nella figura allegorica dello Spieler, del Giocatore. Può darsi che la vicenda sia una lurida montatura, o un equivoco atroce, anche solo in parte. Può darsi che qualcuno abbia teso una trappola, nella suite del Sofitel. Ma se trappola c'è stata, è stata tesa a un uomo che ha prestato il fianco, immerso nel fascino del rischio: ogni sorta di rischio, dal più nobile al più sozzo, fino allo stupro. A un uomo che intrecciava politica e sesso, senza tema di provocare disgusto. C'è una politica del disgusto - Martha Nussbaum ne descrive le ordalie in Disgusto e umanità - e Strauss-Kahn non l'ha messa nel calcolo. Se hai un punto debole, la politica del disgusto fa sì che resti impigliato e tramortito come un grosso ragno dentro l'aggrovigliata, troppo aggrovigliata tela che hai tessuto con le tue mani.
Il fatto che DSK non abbia calcolato razionalmente, pur conoscendo il precedente di Spitzer, che sia vissuto senza un grammo di prudenza: questo crea sgomento. Ha preferito la roulette agli scacchi, che secondo Benjamin Franklin insegnano ben diversi comportamenti: "Primo: la preveggenza, che guarda un po' nel futuro e considera le conseguenze che possono venire da un'azione, perché il giocatore pensa continuamente. Secondo: la circospezione, che percorre l'intera scacchiera o scena dell'azione, le relazioni fra i diversi pezzi e le situazioni, i pericoli a cui sono rispettivamente esposti, (...) le probabilità che l'avversario faccia questa o quella mossa e attacchi questo o quel pezzo. Terzo: la cautela di non fare mosse troppo affrettate" (La morale degli scacchi, 1779). La regola dello scacchista è "accettare tutte le conseguenze della tua precipitazione". Strauss-Kahn l'ha sprezzata e ha perso tutto: la bramosia lo ha stritolato e rabbuia le stesse sue battaglie politiche. Forse non teneva a esse come diceva. Era pronto a sperperarle, sprecarle. Alcuni dicono: forse era un politico leggero, che si gettava nell'agone capricciosamente, che nell'intimo non ne aveva sufficientemente voglia. Non era un antipolitico come Berlusconi, ma si è comportato come se lo fosse.
È talmente incredibile, la sua storia nell'hotel (l'aggressione di una cameriera, e poi la colazione con la figlia come se nulla fosse, e infine i preparativi del viaggio in Europa dove l'attendevano riunioni decisive su Grecia e Portogallo minacciati dalla bancarotta) che allo stupore s'aggiunge qualcosa di infuriante. Se la sequela dovesse rivelarsi veridica, se l'accusa del procuratore venisse confermata, lo stupore si tramuterebbe in disgusto e anche collera. Disgusto per come un potente del mondo perde il senso della realtà, e viene a tal punto trasformato dalla politica e dal potere da accantonare sia la decenza sia la prudenza. Collera per le ripercussioni dell'accaduto e per l'idiota sottovalutazione prima del disastro, poi della soddisfazione che esso procurerà a tanti che esecravano la sua persona.
Questo colpisce nelle vicende di chi, forte della posizione di comando esercitato nel Fondo, si preparava presumibilmente a tornare in Francia, a duellare con Sarkozy nelle presidenziali del 2012. Colpisce l'abissale indifferenza alle frecce che possono trafiggere il potente, quando con disinvoltura si asserve alla roulette. Ci sono tutti gli ingredienti della favola nera: c'è il Dr. Jekyll che beve la miscela che s'è fabbricato e barcolla in vie notturne tramutato in criminoso Mr. Hyde. E c'è qualcosa di talmente cupo che si stenta a non fantasticare su avversari che altro non aspettavano che il finale sbandamento. Perché gli avversari politici esistevano, sesso e violenza non occupavano tutti gli spazi di DSK. Quel che stava facendo, nel Fondo, era secondo alcuni una rivoluzione. Appena 9 giorni prima del fattaccio, Joseph Stiglitz, l'economista che da anni denuncia i misfatti del Fmi, scrisse un articolo in cui annunciava la svolta radicale che Strauss-Kahn voleva imprimere all'istituzione: la fine delle condizioni capestro imposte ai paesi poveri, il "nesso indispensabile tra equità, occupazione e stabilità economica", la volontà di mettere tale nesso al centro del governo mondiale dell'economia (discorso alla Brookings Institution, 13 aprile 2011, vedi http://www.imf.org).
Anche per questo sul web ci si interroga, si parla di trame livide. Si ricorda l'offensiva contro Assange, accusato di stupro per screditare Wikileaks. Si enumerano i poteri forti (a Wall Street o in Francia) che potrebbero profittare del ragno suicidatosi nella tela. È troppo presto per trovare risposte chiare. E in fondo importa poco, sapere se il film noir è anche un noir politico. Per gli effetti che ha, è la storia di una gigantesca sconfitta politica. Di un giocatore talmente imbozzolato che nulla sa, come in Borges, dei pezzi che ha mosso: "Dio muove il giocatore, e questi il pezzo. Quale dio dietro Dio la trama ordisce di tempo e polvere, sogno e agonia?".
Barbara Spinelli "la Repubblica"
Strauss-Kahn sapeva com'è fatto il mondo, conosceva l'America e una giustizia che non concede impunità ai potenti e anzi spettacolarizza l'uguaglianza di tutti davanti alla legge (lo si è visto nel caso del finanziere Madoff, di Spitzer costretto a dimettersi da governatore di New York per un giro di escort). Conosceva a perfezione, come tutti coloro che sono ai vertici del potere e non sono stupidi, che ogni sua mossa era da anni spiata con occhio non solo curioso ma avido, spesso vendicativo. Conosceva anche i propri avversari, e ne aveva tanti sia in Francia sia altrove, da quando era direttore del Fondo monetario internazionale e aveva cominciato ad affrontare a modo suo, controcorrente, una crisi economica che tutto aveva messo in forse, e in primis l'ideologia stessa del Fondo. Dostoevskij ci fornisce il ritratto più calzante di quel che DSK è divenuto in queste ore: un potente scaraventato a terra, un uomo che ha sfidato il destino e che di fatto è un suicidato. Più precisamente: un giocatore d'azzardo che non gioca a casaccio, ma compulsivamente.
La politica è piena di simili Posseduti - in medicina si parla di dipendenza senza sostanze: in Italia ne sappiamo qualcosa, anzi molto. Giocano con tutto: non solo col potere politico ma col proprio corpo e con i corpi altrui, che calpestano. Dostoevskij racconta questa speciale dipendenza: il suo Giocatore finge l'attaccamento al lucro (o al sesso) ma l'oscuro oggetto del desiderio è altro: è l'"estrema bramosia di rischio, la voglia di stupire gli spettatori rischiando follemente". Inabissato nell'umiliazione, il direttore del Fondo monetario ha il volto di Aleksej Ivanovic: "Mi sembra di essermi fatto come di legno, di essermi come impantanato nella melma". Fatale, la roulette ha fermato il suo giro. Nella vita e nella politica, la chiave è nel vocabolario del croupier: "les jeux sont faits", "rien ne va plus". I giochi sono fatti, le puntate sono chiuse. Rien va: avrebbe chiuso Tommaso Landolfi.
Strauss-Kahn, non un Eroe ma un Giocatore dei nostri tempi. E forse anche di altri tempi: l'agonia della democrazia di Weimar, Fritz Lang la riassunse nella figura allegorica dello Spieler, del Giocatore. Può darsi che la vicenda sia una lurida montatura, o un equivoco atroce, anche solo in parte. Può darsi che qualcuno abbia teso una trappola, nella suite del Sofitel. Ma se trappola c'è stata, è stata tesa a un uomo che ha prestato il fianco, immerso nel fascino del rischio: ogni sorta di rischio, dal più nobile al più sozzo, fino allo stupro. A un uomo che intrecciava politica e sesso, senza tema di provocare disgusto. C'è una politica del disgusto - Martha Nussbaum ne descrive le ordalie in Disgusto e umanità - e Strauss-Kahn non l'ha messa nel calcolo. Se hai un punto debole, la politica del disgusto fa sì che resti impigliato e tramortito come un grosso ragno dentro l'aggrovigliata, troppo aggrovigliata tela che hai tessuto con le tue mani.
Il fatto che DSK non abbia calcolato razionalmente, pur conoscendo il precedente di Spitzer, che sia vissuto senza un grammo di prudenza: questo crea sgomento. Ha preferito la roulette agli scacchi, che secondo Benjamin Franklin insegnano ben diversi comportamenti: "Primo: la preveggenza, che guarda un po' nel futuro e considera le conseguenze che possono venire da un'azione, perché il giocatore pensa continuamente. Secondo: la circospezione, che percorre l'intera scacchiera o scena dell'azione, le relazioni fra i diversi pezzi e le situazioni, i pericoli a cui sono rispettivamente esposti, (...) le probabilità che l'avversario faccia questa o quella mossa e attacchi questo o quel pezzo. Terzo: la cautela di non fare mosse troppo affrettate" (La morale degli scacchi, 1779). La regola dello scacchista è "accettare tutte le conseguenze della tua precipitazione". Strauss-Kahn l'ha sprezzata e ha perso tutto: la bramosia lo ha stritolato e rabbuia le stesse sue battaglie politiche. Forse non teneva a esse come diceva. Era pronto a sperperarle, sprecarle. Alcuni dicono: forse era un politico leggero, che si gettava nell'agone capricciosamente, che nell'intimo non ne aveva sufficientemente voglia. Non era un antipolitico come Berlusconi, ma si è comportato come se lo fosse.
È talmente incredibile, la sua storia nell'hotel (l'aggressione di una cameriera, e poi la colazione con la figlia come se nulla fosse, e infine i preparativi del viaggio in Europa dove l'attendevano riunioni decisive su Grecia e Portogallo minacciati dalla bancarotta) che allo stupore s'aggiunge qualcosa di infuriante. Se la sequela dovesse rivelarsi veridica, se l'accusa del procuratore venisse confermata, lo stupore si tramuterebbe in disgusto e anche collera. Disgusto per come un potente del mondo perde il senso della realtà, e viene a tal punto trasformato dalla politica e dal potere da accantonare sia la decenza sia la prudenza. Collera per le ripercussioni dell'accaduto e per l'idiota sottovalutazione prima del disastro, poi della soddisfazione che esso procurerà a tanti che esecravano la sua persona.
Questo colpisce nelle vicende di chi, forte della posizione di comando esercitato nel Fondo, si preparava presumibilmente a tornare in Francia, a duellare con Sarkozy nelle presidenziali del 2012. Colpisce l'abissale indifferenza alle frecce che possono trafiggere il potente, quando con disinvoltura si asserve alla roulette. Ci sono tutti gli ingredienti della favola nera: c'è il Dr. Jekyll che beve la miscela che s'è fabbricato e barcolla in vie notturne tramutato in criminoso Mr. Hyde. E c'è qualcosa di talmente cupo che si stenta a non fantasticare su avversari che altro non aspettavano che il finale sbandamento. Perché gli avversari politici esistevano, sesso e violenza non occupavano tutti gli spazi di DSK. Quel che stava facendo, nel Fondo, era secondo alcuni una rivoluzione. Appena 9 giorni prima del fattaccio, Joseph Stiglitz, l'economista che da anni denuncia i misfatti del Fmi, scrisse un articolo in cui annunciava la svolta radicale che Strauss-Kahn voleva imprimere all'istituzione: la fine delle condizioni capestro imposte ai paesi poveri, il "nesso indispensabile tra equità, occupazione e stabilità economica", la volontà di mettere tale nesso al centro del governo mondiale dell'economia (discorso alla Brookings Institution, 13 aprile 2011, vedi http://www.imf.org).
Anche per questo sul web ci si interroga, si parla di trame livide. Si ricorda l'offensiva contro Assange, accusato di stupro per screditare Wikileaks. Si enumerano i poteri forti (a Wall Street o in Francia) che potrebbero profittare del ragno suicidatosi nella tela. È troppo presto per trovare risposte chiare. E in fondo importa poco, sapere se il film noir è anche un noir politico. Per gli effetti che ha, è la storia di una gigantesca sconfitta politica. Di un giocatore talmente imbozzolato che nulla sa, come in Borges, dei pezzi che ha mosso: "Dio muove il giocatore, e questi il pezzo. Quale dio dietro Dio la trama ordisce di tempo e polvere, sogno e agonia?".
Barbara Spinelli "la Repubblica"
mercoledì 18 maggio 2011
Vacanza in Spagna
All'alba del 13 agosto 1983 feci il giro delle case a recuperare i miei compagni di viaggio. I genitori piangevano, sventolavano fazzoletti bianchi come se partissimo per una missione suicida. Mia madre mi aveva dato da tenere in tasca la foto di Padre Pio, come portafortuna, la madre di Gino gli aveva fatto promettere dinanzi ad una statua della Madonna di due metri d'altezza che avrebbe dovuto chiamare ogni tre ore, il papà di Mimmo gli aveva infilato in tasca con fare complice una scatola di preservativi, che si tramandavano in famiglia da più di 4 generazioni, ancora intatta.
Finalmente eravamo tutti in macchina. La mamma di Emilio disse:
“Mi raccomando, andate pia...”
Schiacciai l' accelleratore. In 12 secondi eravamo a 4 chilometri di distanza. Io al volante, Emilio di fianco a me infilava gettoni nella fessura a ritmo indiavolato, Gino e Mimmo aggrappati ai seggiolini, le gambe che svolazzavano in aria come bandierine.
Pochi minuti dopo eravamo al casello di Melegnano, fiamme alte tre metri uscivano ai lati della macchina, dalle casse acustiche le note della Carmina Burana frantumavano i vetri delle finestre a chilometri di distanza. Il casellante vedendoci arrivare pensò fosse giunto l'Armageddon e si diede alla fuga. Passammo sotto la sbarra senza fermarci, ad una velocità che superava di molto il muro del suono.
Dopo dieci minuti Emilio mi chiese di cambiare cassetta:
“Basta con questa musica classica, ascoltiamo qualche cosa di italiano, di più divertente ”
“Cosa vuoi sentire?” chiesi.
“ Ho portato Guccini!” Non ci diede il tempo di ribattere, aprì il suo borsone e tirò fuori Guccini,. Era un omone altro più di un metro e ottanta, con una folta barba. Iniziò a suonare alla chitarra le sue canzoni. Ogni volta che ne finiva una, dalla barba Guccini tirava fuori una bottiglia di Sangiovese e si faceva una bella sorsata. Dopo quattro canzoni era ubriaco fradicio. Lo abbandonammo in autostrada.
Avevamo una gran fame. Ci fermammo in un' autogrill vicino Montecarlo. Mimmo, che aveva comprato in edicola un corso di lingua Spagnola in127 fascicoli settimanali, e non vedeva l'ora di farci vedere quanto fosse bravo, disse :
“Mi raccomando, fermiamoci massimo 10 minuti”.
“Tranquillo” rispondemmo all'unisono.
Dopo tre ore Emilio era in coma etilico, io mi ero fidanzato con una cassiera ex campionessa provinciale di lotta greco romana, Mimmo aveva rubato dei giornaletti porno, si era chiuso nei bagni pubblici e non dava segni di vita, Gino aveva incontrato nel reparto insaccati una cantante d'operetta ed era pronto per partire con lei per una tournèe in Alsazia.
Per fortuna, Mimmo, uscito dal bagno pubblico dopo una full immersion a base di Jacula, Zora la vampira, Sukia e il Lando tre palle, anche se parecchio provato dalla esperienza, riuscì a portarci fuori da quel girone infernale, e potemmo ripartire.
Viaggiavamo oramai da parecchie ore, avevo guidato sempre io, e mi sentivo un po' stanco. Allacciati ai seggiolini dietro,Gino e Mimmo dormivano a bocca aperta, ingurgitando quantità enormi di moscerini. Mi voltai verso Emilio, che seduto al mio fianco, continuava ad infilare i gettoni a ritmi elevatissimi. Ansimava per lo sforzo, gli occhi sgranati per la concentrazione.
“ Come ti senti?” gli chiesi.
“ ALLA GRANDEEE!!” urlò lui, senza distogliere lo sguardo.
“ Vuoi fare cambio?”
“ SIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!”
Mi fermai in una piazzola di emergenza e ci scambiammo di posto.
“ Sei pronto?” gli chiesi, tenendo il gettone sospeso sopra la fessura.
“ ALLA GRANDEEE! VAIII!”
Feci scivolare il gettone nella fessura. Emilio schiacciò l'acceleratore a fondo, la macchina emise un ruggito agghiacciante,impennandosi come un cavallo imbizzarrito, mentre le ruote posteriori sgommavano sull'asfalto, producendo fumo nerastro. Mi voltai terrorizzato verso Emilio.
Lui mi rivolse un sorriso satanico, gli occhi inieittati di sangue.
“ ALLA GRANDEEE! VAIIIIIII!!” urlò, felice. Poi la macchina partì come un razzo, sfondò il guard-rail, e si inoltrò nella fitta vegetazione al lato dell'autostrada.
Fine prima parte.
domenica 15 maggio 2011
LA MIA CODA METROPOLITANA
utti i giorni mi rompo le palle, tranne i week end, vado al lavoro e prendo la metro.
Scendo dalla macchina a Molino Dorino (e non so perché si chiama così) faccio due passi a piedi e prendo i giornali .
Sono quotidiani e si chiamano City, Metro, Leggo e sono distribuiti gratuitamente da gentili persone chiamate spesso extracomunitari; una parola senza una briciola di affetto.
Ma non è così rapidamente che prendo i giornali, perché i pulmann che arrivano a Molino rigurgitano un sacco di persone che li vogliono come me e che diligentemente più o meno, fanno la coda per averlo, proprio come me.
Li infilo nella borsa, timbro il tesserino settimanale e scendo le scale,
Sono giù in due minuti, il treno arriverà tra pochissimo, c’e’ una bolgia di gente sulla banchina studenti e lavoratori tutti mischiati, belli e meno belli, alcuni assonnati e altri svegli come grilli, tutti uguali ansiosi di sedersi e di arrivare in fretta.
La metro arriva con un rumore quasi assordante e rassegnati saliamo.
Cerco un posto libero per appoggiare le chiappe e un po’ di tranquillità.
Ma eccoci qua nella giostra della metro rossa linea RHO FIERA – SESTO S.GIOVANNI.
Sono seduta e inizio a leggere il mio City; inizio da lui, tanto più o meno raccontano tutti le stesse cose.
Ma è tutt’altro che facile leggere e concentrarsi, quasi impossibile. Per esempio potrebbe succedermi come stamattina che la mia vicina di posto ha ricevuto una telefonata , era la sua bambina, ha risposto ad alta voce e con un tono da cornacchia.
”Quello che sentirete è quasi come un discorso di Rubbia ad Annozero, non c’e’ differenza”.
Mi ha dato l’impressione che volesse convincerci di questo.
E chi osa contraddire la signora? La tolleranza è sempre stata una parola illuminante per me.
Di fianco sulla sinistra, subito dopo la gracchiante signora, tuffo nel passato!
Affiorano i ricordi della scuola, le prof, le verifiche, le risatine cretine tra noi compagne, una starnazzare di galline ( alle scuole superiori eravamo tutte femmine, che sfiga) i compiti copiati dal libro sotto il banco e poi i voti.
Per comodità ora parlerò al presente perché è più comodo per me e sarà come se stesse succedendo tutto ora.
C’e’ una ragazza, una bella ragazza seduta alla mia sinistra, di quelle tutte vestite bene, con gli abbinamenti giusti alla moda, ha il corpo di una gazzella, gli occhioni stampati sul quel bel ragazzo che ha di fronte.
Intuisco trattasi di liceali, parlano di filosofia, di fisica e di matematica, con competenza e nel contempo con leggerezza.
Lei vuol far colpo su di lui e lui su di lei e si vede che aspirano entrambi a stare insieme nudi nel box di papà, lasciatevi andare ragazzi non c’e’ bisogno di parlare di storia dell’arte.
Arriva la fermata di Lampugnano e la gazzella con il boy scendono per raggiungere la scuola o per bigiare, chissà!
A me di leggere mi è passata la passione, mi metterei un dito nel naso.
Ok ora sono più tranquilla,cerco di concentrarmi su un articolo che mi sembra interessante”Negozi aperti il 1 maggio?” ma la suoneria del cell di quello davanti a me suona e poiché non risponde velocemente, tutti irritati ci agitiamo e pensiamo “ma cazzo rispondi cretino” e infatti il cretino risponde “si ciao! No no non guardare sul quel file, i dati sono tutti in hpprcuyypuccc , poi clicchi su open lo visualizzi e poi se c’e’ qualche problema mi chiami okkk???”
Non è per niente tutto ok! E quindi con un respiro profondo che riempie i polmoni e rilassa il diaframma sopportiamo in silenzio anche i 5 minuti dell’informatico..
Ad un tratto non respiro, entro in apnea, mi sento invadere dalla mia aria che repressa mi blocca lo sguardo e il volto.
Arriva la signora zingara lei mi inquieta.
Ha un bambino piccolo, un bebè avvolto in uno straccio lercio e puzzolente legato in vita; la guardo e mi chiedo, “ ma il nodo reggerà questa creatura incosciente?”
Il piccolo sembra dormire profondamente.
La zingara invece urla che è una povera donna senza casa e senza mangiare, fa fatica a passare e urta tutti e soprattutto quella creatura come un fantoccio di stoffa rimbalza sul culo e la schiena della gente. Ho proprio un’allergia acuta ala sua indifferenza, ma non solo alla sua.
Finalmente si scende, fermata San Babila, si scende piano, si fa la coda davanti alla scala mobile… si dovrei utilizzare le scale ma dopo tutta la pazienza che ho regalato al mondo vorrei un attimo di comodità, staccare il cervello dal corpo e farmi portare su.
Alle 14,30 riprendo la metro per tornare a casa.
Scendo dalle scale, sulla banchina c’e’ un cartello che indica quanto devo aspettare per andare verso RHO FIERA.
Ci sono un sacco di fantasmi sulla banchina, (gli stessi della mattina?) ognuno con un nome,una faccia e una storia personale, a me sembrano tutti uguali, la maggior parte silenti e con lo sguardo fisso nel vuoto o su un giornale. Ma so che respirano nonostante quest’aria pesante , ma mai pesante come quella quella del treno che sta per arrivare.
Non c’e’ posto per sedermi e chiudere gli occhi come spesso faccio, un po’ per sonno e un po’ per sognare.In questo caso sto in piedi e mi guardo intorno, sento sempre che il mio corpo è di troppo, riempe uno spazio che in molti vorrebbero libero ma insisto, perché io esisto.
Ci sono e ci voglio stare anche comoda come tutti. Le mie mani agganciate per non cadere per alcuni sono mani superflue, mani da tagliare con l’accetta.” Preferisci che con i miei 63 kili ti piombi addosso?”
Sento una voce che con cantilena dice sempre la stessa frase ma non riesco a capire a chi appartiene…c’e’ troppa gente, cerco con gli occhi e ad un tratto vedo delle mani sul pavimento..è un uomo senza gambe con un cappello una camicia e un gilè, che striscia come un polipo per terra, solleva il suo tronco con le braccia robuste e avanza senza nessun timore su quel pavimento così sporco, che non si pulirà mai.
Chiede soldi per mangiare.
Ma quanta gente c’e’ che vuole mangiare? Ma quanto cibo c’e’ ogni giorno dappertutto?
Non me l’aspettavo di vedere quest’uomo strisciante, ho lo stomaco tutto accartocciato.
A volte sai, vorresti trovare sollievo e distrazione, girarti e guardare fuori per vedere qualcosa di bello, soltanto il cielo con tutti i colori che ha, anche grigio; o la pioggia sul vetro, un giardino e un cane che corre; osando fantasticare anche il sole..ma invece devi stare lì, con il tuo corpo fermo che respira e non si muove.
Secondo me sogniamo tutti sulla metro quelli seduti, quelli in piedi, quelli che dormono o fingono di dormire, approfittiamo tutti per sognare.
Perché se sei fermo che puoi fare? Pensare e sognare.
Ci guardiamo e ci osserviamo tutti anche di nascosto, chiedendoci “ma quello lì che cosa farà?” “Dove andrà a lavorare?”Sarà fidanzata ?””Chi amerà” ?
Quando ascolto le conversazioni degli altri ..capita che mi viene da ridere.
L’altro giorno per esempio ne ho sentita una : un tizio dice all’amico “Che ha detto quello?” “Mind the door?” “E che vuol dire?” “Occhio alla porta” “Ah …Ma occhio non si diceva “eye”?
Però capita anche di spaventarsi inutilmente come l’altro giorno che alla fermata di Pagano
vedo alcune persone che scendono tossendo dalla carrozza, il mio cervello ha rapidamente cercato nelle casistiche dei casi di cronaca nera, e così pensando al peggio sono corsa fuori anch’io dalla carrozza.
Era solo una fuga di un gas tossico dall’impianto dell’aria condizionata.
Quando arrivo a Molino ed è finita la mia giornata lavorativa potrei farmi le scale a piedi ma faccio la coda per salire sulla scala mobile..mi piace mi rilassa e poi , sono stanca.
Scendo dalla macchina a Molino Dorino (e non so perché si chiama così) faccio due passi a piedi e prendo i giornali .
Sono quotidiani e si chiamano City, Metro, Leggo e sono distribuiti gratuitamente da gentili persone chiamate spesso extracomunitari; una parola senza una briciola di affetto.
Ma non è così rapidamente che prendo i giornali, perché i pulmann che arrivano a Molino rigurgitano un sacco di persone che li vogliono come me e che diligentemente più o meno, fanno la coda per averlo, proprio come me.
Li infilo nella borsa, timbro il tesserino settimanale e scendo le scale,
Sono giù in due minuti, il treno arriverà tra pochissimo, c’e’ una bolgia di gente sulla banchina studenti e lavoratori tutti mischiati, belli e meno belli, alcuni assonnati e altri svegli come grilli, tutti uguali ansiosi di sedersi e di arrivare in fretta.
La metro arriva con un rumore quasi assordante e rassegnati saliamo.
Cerco un posto libero per appoggiare le chiappe e un po’ di tranquillità.
Ma eccoci qua nella giostra della metro rossa linea RHO FIERA – SESTO S.GIOVANNI.
Sono seduta e inizio a leggere il mio City; inizio da lui, tanto più o meno raccontano tutti le stesse cose.
Ma è tutt’altro che facile leggere e concentrarsi, quasi impossibile. Per esempio potrebbe succedermi come stamattina che la mia vicina di posto ha ricevuto una telefonata , era la sua bambina, ha risposto ad alta voce e con un tono da cornacchia.
”Quello che sentirete è quasi come un discorso di Rubbia ad Annozero, non c’e’ differenza”.
Mi ha dato l’impressione che volesse convincerci di questo.
E chi osa contraddire la signora? La tolleranza è sempre stata una parola illuminante per me.
Di fianco sulla sinistra, subito dopo la gracchiante signora, tuffo nel passato!
Affiorano i ricordi della scuola, le prof, le verifiche, le risatine cretine tra noi compagne, una starnazzare di galline ( alle scuole superiori eravamo tutte femmine, che sfiga) i compiti copiati dal libro sotto il banco e poi i voti.
Per comodità ora parlerò al presente perché è più comodo per me e sarà come se stesse succedendo tutto ora.
C’e’ una ragazza, una bella ragazza seduta alla mia sinistra, di quelle tutte vestite bene, con gli abbinamenti giusti alla moda, ha il corpo di una gazzella, gli occhioni stampati sul quel bel ragazzo che ha di fronte.
Intuisco trattasi di liceali, parlano di filosofia, di fisica e di matematica, con competenza e nel contempo con leggerezza.
Lei vuol far colpo su di lui e lui su di lei e si vede che aspirano entrambi a stare insieme nudi nel box di papà, lasciatevi andare ragazzi non c’e’ bisogno di parlare di storia dell’arte.
Arriva la fermata di Lampugnano e la gazzella con il boy scendono per raggiungere la scuola o per bigiare, chissà!
A me di leggere mi è passata la passione, mi metterei un dito nel naso.
Ok ora sono più tranquilla,cerco di concentrarmi su un articolo che mi sembra interessante”Negozi aperti il 1 maggio?” ma la suoneria del cell di quello davanti a me suona e poiché non risponde velocemente, tutti irritati ci agitiamo e pensiamo “ma cazzo rispondi cretino” e infatti il cretino risponde “si ciao! No no non guardare sul quel file, i dati sono tutti in hpprcuyypuccc , poi clicchi su open lo visualizzi e poi se c’e’ qualche problema mi chiami okkk???”
Non è per niente tutto ok! E quindi con un respiro profondo che riempie i polmoni e rilassa il diaframma sopportiamo in silenzio anche i 5 minuti dell’informatico..
Ad un tratto non respiro, entro in apnea, mi sento invadere dalla mia aria che repressa mi blocca lo sguardo e il volto.
Arriva la signora zingara lei mi inquieta.
Ha un bambino piccolo, un bebè avvolto in uno straccio lercio e puzzolente legato in vita; la guardo e mi chiedo, “ ma il nodo reggerà questa creatura incosciente?”
Il piccolo sembra dormire profondamente.
La zingara invece urla che è una povera donna senza casa e senza mangiare, fa fatica a passare e urta tutti e soprattutto quella creatura come un fantoccio di stoffa rimbalza sul culo e la schiena della gente. Ho proprio un’allergia acuta ala sua indifferenza, ma non solo alla sua.
Finalmente si scende, fermata San Babila, si scende piano, si fa la coda davanti alla scala mobile… si dovrei utilizzare le scale ma dopo tutta la pazienza che ho regalato al mondo vorrei un attimo di comodità, staccare il cervello dal corpo e farmi portare su.
Alle 14,30 riprendo la metro per tornare a casa.
Scendo dalle scale, sulla banchina c’e’ un cartello che indica quanto devo aspettare per andare verso RHO FIERA.
Ci sono un sacco di fantasmi sulla banchina, (gli stessi della mattina?) ognuno con un nome,una faccia e una storia personale, a me sembrano tutti uguali, la maggior parte silenti e con lo sguardo fisso nel vuoto o su un giornale. Ma so che respirano nonostante quest’aria pesante , ma mai pesante come quella quella del treno che sta per arrivare.
Non c’e’ posto per sedermi e chiudere gli occhi come spesso faccio, un po’ per sonno e un po’ per sognare.In questo caso sto in piedi e mi guardo intorno, sento sempre che il mio corpo è di troppo, riempe uno spazio che in molti vorrebbero libero ma insisto, perché io esisto.
Ci sono e ci voglio stare anche comoda come tutti. Le mie mani agganciate per non cadere per alcuni sono mani superflue, mani da tagliare con l’accetta.” Preferisci che con i miei 63 kili ti piombi addosso?”
Sento una voce che con cantilena dice sempre la stessa frase ma non riesco a capire a chi appartiene…c’e’ troppa gente, cerco con gli occhi e ad un tratto vedo delle mani sul pavimento..è un uomo senza gambe con un cappello una camicia e un gilè, che striscia come un polipo per terra, solleva il suo tronco con le braccia robuste e avanza senza nessun timore su quel pavimento così sporco, che non si pulirà mai.
Chiede soldi per mangiare.
Ma quanta gente c’e’ che vuole mangiare? Ma quanto cibo c’e’ ogni giorno dappertutto?
Non me l’aspettavo di vedere quest’uomo strisciante, ho lo stomaco tutto accartocciato.
A volte sai, vorresti trovare sollievo e distrazione, girarti e guardare fuori per vedere qualcosa di bello, soltanto il cielo con tutti i colori che ha, anche grigio; o la pioggia sul vetro, un giardino e un cane che corre; osando fantasticare anche il sole..ma invece devi stare lì, con il tuo corpo fermo che respira e non si muove.
Secondo me sogniamo tutti sulla metro quelli seduti, quelli in piedi, quelli che dormono o fingono di dormire, approfittiamo tutti per sognare.
Perché se sei fermo che puoi fare? Pensare e sognare.
Ci guardiamo e ci osserviamo tutti anche di nascosto, chiedendoci “ma quello lì che cosa farà?” “Dove andrà a lavorare?”Sarà fidanzata ?””Chi amerà” ?
Quando ascolto le conversazioni degli altri ..capita che mi viene da ridere.
L’altro giorno per esempio ne ho sentita una : un tizio dice all’amico “Che ha detto quello?” “Mind the door?” “E che vuol dire?” “Occhio alla porta” “Ah …Ma occhio non si diceva “eye”?
Però capita anche di spaventarsi inutilmente come l’altro giorno che alla fermata di Pagano
vedo alcune persone che scendono tossendo dalla carrozza, il mio cervello ha rapidamente cercato nelle casistiche dei casi di cronaca nera, e così pensando al peggio sono corsa fuori anch’io dalla carrozza.
Era solo una fuga di un gas tossico dall’impianto dell’aria condizionata.
Quando arrivo a Molino ed è finita la mia giornata lavorativa potrei farmi le scale a piedi ma faccio la coda per salire sulla scala mobile..mi piace mi rilassa e poi , sono stanca.
Single per sempre
Una nuova figura si è affacciata nel panorama femminile del terzo millennio: le "single per sempre". Donne che hanno rinunciato alla presenza fissa di un uomo nella loro vita. Che non si fanno illusioni sul maschile, non si aspettano protezione per sé o per la prole, non sperano nel mantenimento economico né nella gratificazione sentimentale garantita da un marito. Che non hanno fantasie amorose su un improbabile principe azzurro. Che non credono neanche più al principe azzurro, ma organizzano la loro vita (e quella dei loro figli) intorno al concetto che l'uomo è "un accessorio": utile e piacevole, a volte, ma alla lunga seccante, fastidioso, limitante e spesso addirittura nocivo. Qualcosa di cui si può, e spesso anzi è meglio, fare a meno. Come si è arrivati a scelte esistenziali così drastiche? Quali percorsi psicologici, quanta rabbia, o frustrazione, o delusioni, spingono le donne di oggi a un'esistenza in cui il maschio è sempre meno fondamentale? Maria Rita Parsi analizza il fenomeno e lo illustra attraverso dieci storie esemplari di donne tutte single-per-scelta. Da una giovane che a vent'anni ha eletto Condoleeza Rice a suo modello di vita e non intende sacrificare a un uomo il suo progetto di libertà e indipendenza, ad Angela, cinquantanovenne vedova senza figli che dopo trent'anni di matrimonio, una volta sepolto il marito, perde ventotto chili, si iscrive a un corso di salsa e scopre la gioia di un'esistenza autonoma.
http://www.ibs.it/code/9788804570189/parsi-m--rita/single-per-sempre.html
http://www.ibs.it/code/9788804570189/parsi-m--rita/single-per-sempre.html
sabato 14 maggio 2011
IL BACIO DOLCEAMARO DELLA SIGARETTA
“Apri quella finestra! Non senti che puzza di fumo c’è in questa casa?” esclamò lui con un gesto di stizza.
Lei non rispose. Si accese una sigaretta, spalancò la porta d’ingresso e uscì nel giardino su cui si affacciava la loro villa.
Respirò con rabbia le prime boccate e sul suo viso si dipinse una smorfia: non aveva ancora fatto colazione e il fumo le stringeva lo stomaco in una morsa dolorosa, acuita dalla tensione. Poi però, a poco a poco, cominciò a rilassarsi e a godere il piacere quasi carnale del suo vizio. La sua espressione cambiò: le si leggevano in volto la voluttà con cui assaporava la prima sigaretta del mattino e quel leggero stato di stordimento che le procurava la nicotina dopo l’astinenza notturna!
Mentre stava spegnendo la sigaretta ancora a metà e già si frugava in tasca per cercarne un’altra, osservò la sua immagine riflessa nella portafinestra; di colpo le parve di avere davanti a sé suo padre, con una sigaretta in mano, mentre un’altra si stava consumando sul posacenere.
In quel gioco di specchi, lei aveva addirittura la sensazione di rivedere il tipico gesto con cui il padre afferrava il suo Ronson color acciaio, portava la sigaretta alla bocca e gustava il gesto stesso di accenderla.
Questo ricordo la fece sorridere, ma un’ombra al di là del vetro la riportò alla realtà. L’immagine del padre si dissolse, per prendere le sembianze di suo marito, che la stava osservando. Aveva un’aria cupa; le rughe attorno alla bocca accentuavano la piega amara che gli anni avevano scolpito sul suo viso e gli occhi erano gelidi. Lei si accigliò: doveva tornare in casa e trovarsi faccia a faccia con quest’uomo, con ciò che lui era diventato nel corso del tempo. Non ne aveva proprio voglia, pertanto entrò dal retro, si truccò molto in fretta e si avviò subito verso l’ ufficio.
Mentre avanzava a passo d’uomo nel traffico, placava il nervosismo fumando una sigaretta dopo l’altra, incurante dell’impaccio durante la guida, della nebbia che si creava nell’abitacolo e della cenere che finiva sul cruscotto, sui sedili, sul suo vestito. All’improvviso si ricordò della prima “bionda” che aveva sottratto a suo padre a 14 anni e di tutte quelle che aveva fumato di nascosto fino a quando, a 18 anni, era uscita allo scoperto, usando il vizio del padre come alibi e dichiarando che la sua vita era soltanto SUA.
Quei pensieri furono interrotti dall’arrivo al posteggio, davanti all’ ufficio dove lavorava. Fu una giornata intensa e per lei diventò un vero calvario rispettare il divieto di fumare fra quelle mura. Ogni tanto, andava al distributore automatico di bevande calde e ingollava un caffè, ma soltanto per poter godere subito dopo - sul terrazzino – il gusto della sigaretta mescolato a quello della caffeina.
Arrivò sera. Terminato il lavoro, avrebbe voluto girare senza meta per la città, ma era troppo stanca e si mise in viaggio verso casa. Le tornò in mente quando lei, a trent’anni, aveva incontrato l’uomo che era poi diventato suo marito. Si erano conosciuti a un corso di fotografia, ed era stato un vero colpo di fulmine. Appariva tutto perfetto… tutto a parte un piccolo particolare: nel dichiarare i propri sentimenti, lui le aveva detto: “Ti amo, ma non amo baciare l’amaro delle tue sigarette.” Lei non ci aveva pensato due volte: aveva smesso di fumare da un giorno all’altro, certa che un simile sacrificio le avrebbe garantito un amore eterno. Ma dopo nove anni di matrimonio e altrettanti di astinenza dal fumo, si era ritrovata a desiderare sempre più spesso il sapore di una sigaretta piuttosto che quello dei baci del marito. Aveva resistito per molto tempo, finché la sera prima era entrata in una tabaccheria e, con le dita che le tremavano per l’emozione, aveva indicato un pacchetto bianco e azzurro.
Al volante dell’ auto, mentre le lacrime facevano tremare davanti ai suoi occhi le luci dei semafori, ripensava a come era stato eccitante respirare di nuovo quell’odore e quel sapore così a lungo desiderati. Si era accesa una sigaretta nel cuore della notte, in cucina, e sarebbe stato un godimento perfetto se il marito non l’avesse colta di sorpresa, aprendo di scatto la porta e squadrandola con un’ espressione di disgusto stampata sul viso. Sentiva ancora risuonare nelle orecchie le parole con cui aveva continuato ad investirla anche al mattino: “Apri quella finestra! Non senti che puzza di fumo c’ è qua dentro?”
Non riusciva a pensare ad altro, e la tristezza e la rabbia diventarono ancora più forti quando si decise ad entrare in casa. Era ora di cena; per tutto il tempo in cui lei e il marito furono a tavola aleggiò una tensione ancora più pesante del solito. Lui la guardava senza guardarla, mentre lei sentiva crescere in sé un senso di totale estraneità da quell’uomo. Così, dopo il caffè, frugò nella borsa, prese il pacchetto bianco e azzurro e si accese una sigaretta davanti a lui. Lo fece fissandolo negli occhi, con aria di sfida, e continuò a respirargli in faccia una boccata di fumo dopo l’altra, una dopo l’altra, senza parlare.
Il loro matrimonio finì così: quella stessa sera lui se ne andò. Lei, dietro la finestra chiusa, lo osservò allontanarsi e aveva in bocca una sigaretta.
“Apri quella finestra! Non senti che puzza di fumo c’è in questa casa?” esclamò lui con un gesto di stizza.
Lei non rispose. Si accese una sigaretta, spalancò la porta d’ingresso e uscì nel giardino su cui si affacciava la loro villa.
Respirò con rabbia le prime boccate e sul suo viso si dipinse una smorfia: non aveva ancora fatto colazione e il fumo le stringeva lo stomaco in una morsa dolorosa, acuita dalla tensione. Poi però, a poco a poco, cominciò a rilassarsi e a godere il piacere quasi carnale del suo vizio. La sua espressione cambiò: le si leggevano in volto la voluttà con cui assaporava la prima sigaretta del mattino e quel leggero stato di stordimento che le procurava la nicotina dopo l’astinenza notturna!
Mentre stava spegnendo la sigaretta ancora a metà e già si frugava in tasca per cercarne un’altra, osservò la sua immagine riflessa nella portafinestra; di colpo le parve di avere davanti a sé suo padre, con una sigaretta in mano, mentre un’altra si stava consumando sul posacenere.
In quel gioco di specchi, lei aveva addirittura la sensazione di rivedere il tipico gesto con cui il padre afferrava il suo Ronson color acciaio, portava la sigaretta alla bocca e gustava il gesto stesso di accenderla.
Questo ricordo la fece sorridere, ma un’ombra al di là del vetro la riportò alla realtà. L’immagine del padre si dissolse, per prendere le sembianze di suo marito, che la stava osservando. Aveva un’aria cupa; le rughe attorno alla bocca accentuavano la piega amara che gli anni avevano scolpito sul suo viso e gli occhi erano gelidi. Lei si accigliò: doveva tornare in casa e trovarsi faccia a faccia con quest’uomo, con ciò che lui era diventato nel corso del tempo. Non ne aveva proprio voglia, pertanto entrò dal retro, si truccò molto in fretta e si avviò subito verso l’ ufficio.
Mentre avanzava a passo d’uomo nel traffico, placava il nervosismo fumando una sigaretta dopo l’altra, incurante dell’impaccio durante la guida, della nebbia che si creava nell’abitacolo e della cenere che finiva sul cruscotto, sui sedili, sul suo vestito. All’improvviso si ricordò della prima “bionda” che aveva sottratto a suo padre a 14 anni e di tutte quelle che aveva fumato di nascosto fino a quando, a 18 anni, era uscita allo scoperto, usando il vizio del padre come alibi e dichiarando che la sua vita era soltanto SUA.
Quei pensieri furono interrotti dall’arrivo al posteggio, davanti all’ ufficio dove lavorava. Fu una giornata intensa e per lei diventò un vero calvario rispettare il divieto di fumare fra quelle mura. Ogni tanto, andava al distributore automatico di bevande calde e ingollava un caffè, ma soltanto per poter godere subito dopo - sul terrazzino – il gusto della sigaretta mescolato a quello della caffeina.
Arrivò sera. Terminato il lavoro, avrebbe voluto girare senza meta per la città, ma era troppo stanca e si mise in viaggio verso casa. Le tornò in mente quando lei, a trent’anni, aveva incontrato l’uomo che era poi diventato suo marito. Si erano conosciuti a un corso di fotografia, ed era stato un vero colpo di fulmine. Appariva tutto perfetto… tutto a parte un piccolo particolare: nel dichiarare i propri sentimenti, lui le aveva detto: “Ti amo, ma non amo baciare l’amaro delle tue sigarette.” Lei non ci aveva pensato due volte: aveva smesso di fumare da un giorno all’altro, certa che un simile sacrificio le avrebbe garantito un amore eterno. Ma dopo nove anni di matrimonio e altrettanti di astinenza dal fumo, si era ritrovata a desiderare sempre più spesso il sapore di una sigaretta piuttosto che quello dei baci del marito. Aveva resistito per molto tempo, finché la sera prima era entrata in una tabaccheria e, con le dita che le tremavano per l’emozione, aveva indicato un pacchetto bianco e azzurro.
Al volante dell’ auto, mentre le lacrime facevano tremare davanti ai suoi occhi le luci dei semafori, ripensava a come era stato eccitante respirare di nuovo quell’odore e quel sapore così a lungo desiderati. Si era accesa una sigaretta nel cuore della notte, in cucina, e sarebbe stato un godimento perfetto se il marito non l’avesse colta di sorpresa, aprendo di scatto la porta e squadrandola con un’ espressione di disgusto stampata sul viso. Sentiva ancora risuonare nelle orecchie le parole con cui aveva continuato ad investirla anche al mattino: “Apri quella finestra! Non senti che puzza di fumo c’ è qua dentro?”
Non riusciva a pensare ad altro, e la tristezza e la rabbia diventarono ancora più forti quando si decise ad entrare in casa. Era ora di cena; per tutto il tempo in cui lei e il marito furono a tavola aleggiò una tensione ancora più pesante del solito. Lui la guardava senza guardarla, mentre lei sentiva crescere in sé un senso di totale estraneità da quell’uomo. Così, dopo il caffè, frugò nella borsa, prese il pacchetto bianco e azzurro e si accese una sigaretta davanti a lui. Lo fece fissandolo negli occhi, con aria di sfida, e continuò a respirargli in faccia una boccata di fumo dopo l’altra, una dopo l’altra, senza parlare.
Il loro matrimonio finì così: quella stessa sera lui se ne andò. Lei, dietro la finestra chiusa, lo osservò allontanarsi e aveva in bocca una sigaretta.
venerdì 13 maggio 2011
Coda
Sono in coda all'ufficio dell'anagrafe. Ho sette persone davanti a me. Cronometro la prima che si avvicina allo sportello. E' un uomo vestito da testimone di Geova. Sbriga la sua pratica in quattro minuti e 12 secondi.
Faccio un rapido calcolo:
Sette persone per una media di quattro minuti, fanno 28 minuti. Ci aggiungo cinque minuti, tanto per stare tranquillo, fanno 33 minuti. Guardo l'orologio, sono le dieci e venti, alle undici sono fuori di qui.
La seconda che si avvicina allo sportello è una ragazza di circa 18 anni. Ha due fotografie, le passa nella fessura, l' incaricata le fissa per un po', poi scuote la testa e gliele ripassa. Nasce una accesa discussione. Passano 4 minuti, poi 7, poi otto. Dopo otto minuti e 37 secondi la ragazza sbuffa, mi passa di fianco sibilando un vaffanculo, e se ne va.
Mi ha rovinato la media.
La terza donnina per fortuna ha sbagliato sportello, chiede scusa e se ne va.
Controllo l'orologio: Due minuti secchi.
Il quarto è un tipo completamente sordo. L' incaricata gli fa una domanda e lui si mette a urlare: CHE COSA?. CHE COSA? CHE COSA?
E l'incaricata, sventolandogli un fogliettino sotto gli occhi: HA CAPITO? HA CAPITO? HA CAPITO?
E lui: CHE COSA? CHE COSA? CHE COSA?
E Lei: HA CAPITO? HA CAPITO? HA CAPITO?
E lui: CHE COSA? CHE COSA? CHE COSA?
. Alla fine il vecchietto riesce a sbrigare la pratica, saluta e se ne va. Il tutto è durato 6 minuti e 37 secondi
Il quinto è un peruviano dall'italiano incerto. Chiede qualche cosa all' incaricata. Quella si mette a ridere così forte che cade dalla sedia con un tonfo. La sento ridere da sotto lo sportello per tre minuti.
Il peruviano saluta e se ne va.
Tutto il fatto dura 5 minuti e 12 secondi.
Il sesto è un ragazzino col casco da moto allacciato, si avvicina allo sportello e tira una testata al vetro, mandandolo in frantumi. L'incaricata si porta le mani alla bocca e sgrana gli occhi.
“ Oooooooooooh!” fa.
E il ragazzino, puntandogli un dito contro: “Aaaaaaaaaaaaaaaaaah!” quindi si gira e se ne va.
Guardo l'orologio. 45 secondi.
Il settimo è un milanese dall'italiano incerto. Chiede qualche cosa, poi mette una mano su un pezzo di vetro, si taglia e parte in aria con un fsssssssssssssssssssssssssssssss. Esce dalla finestra e vola via.
Non ho fatto in tempo a cronometrarlo.
Tocca a me. Dico buongiorno alla signorina dietro lo sportello, lei mi risponde per contratto, poi mi chiede cosa mi serve.
“ Niente, mi piace fare la coda e immaginare la vita delle persone di fronte a me” rispondo.
La signorina mi guarda come fossi un televisore spento.
“ E adesso che facciamo?” mi chiede.
“ Niente. Adesso la saluto e vado via” dico.
“ non lo può fare. Adesso che ha fatto la fila mi deve chiedere un documento qualsiasi. Per legge”
“ Ma ieri ero al comune di Buccinasco e dopo tre ore di fila non mi hanno chiesto niente!”obbietto.
“ E' cambiata la legge, questa notte.” Fa lei, con aria di sfida.
Essendo un uomo ligio alla legge decido di chiedere il mio stato di famiglia.
“ In carta libera, oppure in marca da bollo?”
“ Marca da bollo” decido.
“ Il bollo deve andare a prenderlo nella cartoleria di fronte al comune, perchè noi non ne teniamo”
“ Come mai?”
“ Ci divertiamo a complicare la vita alla gente” Mi dice. Il ragionamento non fa una piega. Esco dal Comune, vado a prendere la marca da bollo, e ritorno. La signorina è ancora lì. Le porgo la marca da bollo.
“ Faccia la fila, per favore” mi dice. Mi guardo intorno. Solo solo.
“ Ma non c'è nessuno”.
“Adesso arriva. E' andata un attimo in bagno.” dice, fissandomi negli occhi. Rimaniamo lì per quindici minuti senza dire una parola. Alla fine mi chiede:
“ Ha bisogno?”
“Si, ma c'è una persona prima di me, solo che è andata in bagno.” faccio presente.
“ Chi va via, perde il posto all'osteria” dice, scrollando le spalle.
Gli dico che mi serve il certificato di famiglia in carta bollata. Gli do il bollo, e poi aspetto. Dopo due minuti mi passa la carta. Leggo, e faccio un balzo.
“Scusi” dico all'incaricata “ Dal mio stato di famiglia viene fuori che sono morto da due anni”
“ Se c'è scritto lì, si vede che è vero.” risponde lei, corrucciando la fronte.
“ Strano, nessuno mi ha avvisato. Non è che si tratta di uno sbaglio?”
“ Impossibile. Se quel foglio lì dice che è morto, lei è morto. Si fidi ”
“ E come mai non sono stato tumulato?” chiedo. L'incaricata sbuffa, spazientita.
“ Senta” dice “Non posso sapere tutto,vada ad informarsi al cimitero, che li le sanno dare tutte le risposte che vuole. Adesso chiudo perchè mi sono rotta i coglioni.”
Chiude lo sportello.
Adesso sono qui al cimitero comunale di Bareggio. Sto facendo la coda per parlare con l'incaricato, perchè se risulta che effettivamente sono morto, e inutile tirarla per le lunghe,magari riesce a buttarmi dentro a qualche fossa entro sera. Davanti a me ci sono tre persone. Quella prima di loro, ci ha messo otto minuti per sbrigare la sua pratica.
Se faccio una media...
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