"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater

sabato 14 maggio 2011

IL BACIO DOLCEAMARO DELLA SIGARETTA

“Apri quella finestra! Non senti che puzza di fumo c’è in questa casa?” esclamò lui con un gesto di stizza.
Lei non rispose. Si accese una sigaretta, spalancò la porta d’ingresso e uscì nel giardino su cui si affacciava la loro villa.
Respirò con rabbia le prime boccate e sul suo viso si dipinse una smorfia: non aveva ancora fatto colazione e il fumo le stringeva lo stomaco in una morsa dolorosa, acuita dalla tensione. Poi però, a poco a poco, cominciò a rilassarsi e a godere il piacere quasi carnale del suo vizio. La sua espressione cambiò: le si leggevano in volto la voluttà con cui assaporava la prima sigaretta del mattino e quel leggero stato di stordimento che le procurava la nicotina dopo l’astinenza notturna!
Mentre stava spegnendo la sigaretta ancora a metà e già si frugava in tasca per cercarne un’altra, osservò la sua immagine riflessa nella portafinestra; di colpo le parve di avere davanti a sé suo padre, con una sigaretta in mano, mentre un’altra si stava consumando sul posacenere.
In quel gioco di specchi, lei aveva addirittura la sensazione di rivedere il tipico gesto con cui il padre afferrava il suo Ronson color acciaio, portava la sigaretta alla bocca e gustava il gesto stesso di accenderla.
Questo ricordo la fece sorridere, ma un’ombra al di là del vetro la riportò alla realtà. L’immagine del padre si dissolse, per prendere le sembianze di suo marito, che la stava osservando. Aveva un’aria cupa; le rughe attorno alla bocca accentuavano la piega amara che gli anni avevano scolpito sul suo viso e gli occhi erano gelidi. Lei si accigliò: doveva tornare in casa e trovarsi faccia a faccia con quest’uomo, con ciò che lui era diventato nel corso del tempo. Non ne aveva proprio voglia, pertanto entrò dal retro, si truccò molto in fretta e si avviò subito verso l’ ufficio.
Mentre avanzava a passo d’uomo nel traffico, placava il nervosismo fumando una sigaretta dopo l’altra, incurante dell’impaccio durante la guida, della nebbia che si creava nell’abitacolo e della cenere che finiva sul cruscotto, sui sedili, sul suo vestito. All’improvviso si ricordò della prima “bionda” che aveva sottratto a suo padre a 14 anni e di tutte quelle che aveva fumato di nascosto fino a quando, a 18 anni, era uscita allo scoperto, usando il vizio del padre come alibi e dichiarando che la sua vita era soltanto SUA.
Quei pensieri furono interrotti dall’arrivo al posteggio, davanti all’ ufficio dove lavorava. Fu una giornata intensa e per lei diventò un vero calvario rispettare il divieto di fumare fra quelle mura. Ogni tanto, andava al distributore automatico di bevande calde e ingollava un caffè, ma soltanto per poter godere subito dopo - sul terrazzino – il gusto della sigaretta mescolato a quello della caffeina.
Arrivò sera. Terminato il lavoro, avrebbe voluto girare senza meta per la città, ma era troppo stanca e si mise in viaggio verso casa. Le tornò in mente quando lei, a trent’anni, aveva incontrato l’uomo che era poi diventato suo marito. Si erano conosciuti a un corso di fotografia, ed era stato un vero colpo di fulmine. Appariva tutto perfetto… tutto a parte un piccolo particolare: nel dichiarare i propri sentimenti, lui le aveva detto: “Ti amo, ma non amo baciare l’amaro delle tue sigarette.” Lei non ci aveva pensato due volte: aveva smesso di fumare da un giorno all’altro, certa che un simile sacrificio le avrebbe garantito un amore eterno. Ma dopo nove anni di matrimonio e altrettanti di astinenza dal fumo, si era ritrovata a desiderare sempre più spesso il sapore di una sigaretta piuttosto che quello dei baci del marito. Aveva resistito per molto tempo, finché la sera prima era entrata in una tabaccheria e, con le dita che le tremavano per l’emozione, aveva indicato un pacchetto bianco e azzurro.
Al volante dell’ auto, mentre le lacrime facevano tremare davanti ai suoi occhi le luci dei semafori, ripensava a come era stato eccitante respirare di nuovo quell’odore e quel sapore così a lungo desiderati. Si era accesa una sigaretta nel cuore della notte, in cucina, e sarebbe stato un godimento perfetto se il marito non l’avesse colta di sorpresa, aprendo di scatto la porta e squadrandola con un’ espressione di disgusto stampata sul viso. Sentiva ancora risuonare nelle orecchie le parole con cui aveva continuato ad investirla anche al mattino: “Apri quella finestra! Non senti che puzza di fumo c’ è qua dentro?”
Non riusciva a pensare ad altro, e la tristezza e la rabbia diventarono ancora più forti quando si decise ad entrare in casa. Era ora di cena; per tutto il tempo in cui lei e il marito furono a tavola aleggiò una tensione ancora più pesante del solito. Lui la guardava senza guardarla, mentre lei sentiva crescere in sé un senso di totale estraneità da quell’uomo. Così, dopo il caffè, frugò nella borsa, prese il pacchetto bianco e azzurro e si accese una sigaretta davanti a lui. Lo fece fissandolo negli occhi, con aria di sfida, e continuò a respirargli in faccia una boccata di fumo dopo l’altra, una dopo l’altra, senza parlare.
Il loro matrimonio finì così: quella stessa sera lui se ne andò. Lei, dietro la finestra chiusa, lo osservò allontanarsi e aveva in bocca una sigaretta.

venerdì 13 maggio 2011

Coda

Sono in coda all'ufficio dell'anagrafe. Ho sette persone davanti a me. Cronometro la prima che si avvicina allo sportello. E' un uomo vestito da testimone di Geova. Sbriga la sua pratica in quattro minuti e 12 secondi.
Faccio un rapido calcolo:
Sette persone per una media di quattro minuti, fanno 28 minuti. Ci aggiungo cinque minuti, tanto per stare tranquillo, fanno 33 minuti. Guardo l'orologio, sono le dieci e venti, alle undici sono fuori di qui.
La seconda che si avvicina allo sportello è una ragazza di circa 18 anni. Ha due fotografie, le passa nella fessura, l' incaricata le fissa per un po', poi scuote la testa e gliele ripassa. Nasce una accesa discussione. Passano 4 minuti, poi 7, poi otto. Dopo otto minuti e 37 secondi la ragazza sbuffa, mi passa di fianco sibilando un vaffanculo, e se ne va.
Mi ha rovinato la media.
La terza donnina per fortuna ha sbagliato sportello, chiede scusa e se ne va.
Controllo l'orologio: Due minuti secchi.
Il quarto è un tipo completamente sordo. L' incaricata gli fa una domanda e lui si mette a urlare: CHE COSA?. CHE COSA? CHE COSA?
E l'incaricata, sventolandogli un fogliettino sotto gli occhi: HA CAPITO? HA CAPITO? HA CAPITO?
E lui: CHE COSA? CHE COSA? CHE COSA?
E Lei: HA CAPITO? HA CAPITO? HA CAPITO?
E lui: CHE COSA? CHE COSA? CHE COSA?
. Alla fine il vecchietto riesce a sbrigare la pratica, saluta e se ne va. Il tutto è durato 6 minuti e 37 secondi
Il quinto è un peruviano dall'italiano incerto. Chiede qualche cosa all' incaricata. Quella si mette a ridere così forte che cade dalla sedia con un tonfo. La sento ridere da sotto lo sportello per tre minuti.
Il peruviano saluta e se ne va.
Tutto il fatto dura 5 minuti e 12 secondi.
Il sesto è un ragazzino col casco da moto allacciato, si avvicina allo sportello e tira una testata al vetro, mandandolo in frantumi. L'incaricata si porta le mani alla bocca e sgrana gli occhi.
Oooooooooooh!” fa.
E il ragazzino, puntandogli un dito contro: “Aaaaaaaaaaaaaaaaaah!” quindi si gira e se ne va.
Guardo l'orologio. 45 secondi.
Il settimo è un milanese dall'italiano incerto. Chiede qualche cosa, poi mette una mano su un pezzo di vetro, si taglia e parte in aria con un fsssssssssssssssssssssssssssssss. Esce dalla finestra e vola via.
Non ho fatto in tempo a cronometrarlo.
Tocca a me. Dico buongiorno alla signorina dietro lo sportello, lei mi risponde per contratto, poi mi chiede cosa mi serve.
Niente, mi piace fare la coda e immaginare la vita delle persone di fronte a me” rispondo.
La signorina mi guarda come fossi un televisore spento.
E adesso che facciamo?” mi chiede.
Niente. Adesso la saluto e vado via” dico.
non lo può fare. Adesso che ha fatto la fila mi deve chiedere un documento qualsiasi. Per legge”
Ma ieri ero al comune di Buccinasco e dopo tre ore di fila non mi hanno chiesto niente!”obbietto.
E' cambiata la legge, questa notte.” Fa lei, con aria di sfida.
Essendo un uomo ligio alla legge decido di chiedere il mio stato di famiglia.
In carta libera, oppure in marca da bollo?”
Marca da bollo” decido.
Il bollo deve andare a prenderlo nella cartoleria di fronte al comune, perchè noi non ne teniamo”
Come mai?”
Ci divertiamo a complicare la vita alla gente” Mi dice. Il ragionamento non fa una piega. Esco dal Comune, vado a prendere la marca da bollo, e ritorno. La signorina è ancora lì. Le porgo la marca da bollo.
Faccia la fila, per favore” mi dice. Mi guardo intorno. Solo solo.
Ma non c'è nessuno”.
Adesso arriva. E' andata un attimo in bagno.” dice, fissandomi negli occhi. Rimaniamo lì per quindici minuti senza dire una parola. Alla fine mi chiede:
Ha bisogno?”
Si, ma c'è una persona prima di me, solo che è andata in bagno.” faccio presente.
Chi va via, perde il posto all'osteria” dice, scrollando le spalle.
Gli dico che mi serve il certificato di famiglia in carta bollata. Gli do il bollo, e poi aspetto. Dopo due minuti mi passa la carta. Leggo, e faccio un balzo.
Scusi” dico all'incaricata “ Dal mio stato di famiglia viene fuori che sono morto da due anni”
Se c'è scritto lì, si vede che è vero.” risponde lei, corrucciando la fronte.
Strano, nessuno mi ha avvisato. Non è che si tratta di uno sbaglio?”
Impossibile. Se quel foglio lì dice che è morto, lei è morto. Si fidi ”
E come mai non sono stato tumulato?” chiedo. L'incaricata sbuffa, spazientita.
Senta” dice “Non posso sapere tutto,vada ad informarsi al cimitero, che li le sanno dare tutte le risposte che vuole. Adesso chiudo perchè mi sono rotta i coglioni.”
Chiude lo sportello.
Adesso sono qui al cimitero comunale di Bareggio. Sto facendo la coda per parlare con l'incaricato, perchè se risulta che effettivamente sono morto, e inutile tirarla per le lunghe,magari riesce a buttarmi dentro a qualche fossa entro sera. Davanti a me ci sono tre persone. Quella prima di loro, ci ha messo otto minuti per sbrigare la sua pratica.
Se faccio una media...

giovedì 12 maggio 2011

LUCCIOLE IN CORTILE

"Questa è la storia di uno di noi…." cantando la prima strofa della canzone…..


Così comincia una bella e famosa canzone di Adriano Celentano.

Parla di un ragazzo nato in una casa fuori città, quando ancora per fuori città si intendeva, per esempio, V.le Monza o V.le Padova.

Ebbene in V.le Padova ho vissuto i primi anni della mia vita, per l'esattezza in Via Paruta, una traversa di V,le Padova.

Abitavo in una casa di ringhiera con i miei e mia sorella.

Era quello che oggi va molto di moda : un MONOLOCALE.

Con la differenza che non c'era il bagno perché era sul ballatoio un impianto di riscaldamento decente.

Ci vivevamo in quattro ,nell'attesa che l'istituto autonomo delle case popolari ci assegnasse un alloggio più grande.

Sono nato nel 1962,in pieno boom economico…. ma anche boom di sofferenze e sacrifici per le famiglie di operai a cui la grande Milano dava lavoro.

Ricordo alcune cose di quella vita da bambino ancora ingenuo ma felice.

Una di queste fu quando, per la prima volta, vidi le lucciole


Vedere per la prima volta quegli strani animaletti ci incuriosì moltissimo.


.Quegli insettini che, con la loro lucina sulla coda,sembrano, nel buio delle notti estive, piccole barche di pescatori in un mare scuro in cerca di un approdo.


Li inseguivamo per catturarli ma niente ,non ci riuscivamo.

Fù così che qualcuno lanciò l'idea di catturarle adottando una tecnica particolare:

me l'aveva insegnata il Pepp, un milanesone

alto e robusto come una quercia che lavorava in catena alla INNOCENTI di Lambrate.


Questo trucchetto consisteva nell'avere a portata di mano un bicchiere e, sul palmo dell'altra mano libera , tenere dello zucchero.

Secondo il Luis era un'esca perfetta; sicuramente una lucciola si sarebbe avvicinata allo zucchero e..

zac il gioco era fatto.

Però il Ciccio, un pugliese che amava scherzare con tutti, sosteneva che invece dello zucchero si dovesse usare succo di limone.

Zucchero o limone, sta di fatto che di lucciole,quella sera, ne vidi tante ma nemmeno una si posò sul palmo della mia mano.

Non ricordo di essere rimasto deluso, ricordo però molto bene i visi sorridenti dei miei e delle persone nel cortile in quella calda serata estiva, ed il mio pensiero va ai grandi condomini dove spesso ci capita di incontrare persone che abitano con noi ma che non conosciamo e che a malapena salutiamo.


Dovrei proporlo al mio amministratore, una bella serata con le lucciole: chissà che a qualcuno non torni il sorriso.


martedì 10 maggio 2011

Racconto senza ipotesi

Era il ’32, secolo ventunesimo. L’hanno tolto in quell’anno il congiuntivo. Se n’è andato via in silenzio, ma nel 2032 per la prima volta ne hanno celebrato la morte.

Adesso è davvero tutto più facile, sapete? Provate a pensarci: la vita è più bella, quando è semplice. Se a mente puoi tenere non più di ottocento parole, meglio sfrondare partendo dall’inutile. Qualcuno obietta che si tratta di un mondo senza ipotesi, dove non puoi più farti delle domande con un se davanti. Forse è vero, ma senza ipotesi, le risposte sono certe in partenza, e nessuno ha più paura di come andranno le cose, perché tutto è già dato dall'inizio.

E quando hanno tolto il congiuntivo, per fortuna è morto anche il condizionale. Se ci pensate, non fa una grinza. Quando il mondo aveva ancora i congiuntivi, tutti potevano ipotizzare qualsiasi cosa, e tutti potevano riscrivere il passato. Tipo: che poteva succedere se Garibaldi sbarcava per errore in Marocco anziché in Sicilia? Ma se Manzoni scriveva Tre metri sopra Monza? E se Colombo scopriva l’Elba? E invece no, Garibaldi è sbarcato in Sicilia, Colombo ha scoperto l’America e Manzoni…beh, chiedetelo a Moccia.

La condizione, poi, è una conseguenza pericolosa: qualcosa che può succedere, data un’ipotesi. Ma se scompare l’ipotesi, a che serve la condizione: quel qualcosa è successo o non è successo. Causa ed effetto non hanno più senso di esistere, e stiamo tutti più tranquilli. Teniamoci l’indicativo, che è anche più diretto: le cose non possono stare in questo modo o in quell’altro o in quell’altro ancora, le cose stanno come stanno. Azzeriamo le domande, cancelliamo le risposte e teniamoci la spiegazione certa dell’indicativo, che poi è l’unica possibile.

Che poi, pensateci, il congiuntivo era proprio classista. Uno si sentiva sempre insicuro ad usare il congiuntivo, perché lo doveva accoppiare quasi sempre a un condizionale e non sapeva mai se il condizionale era quello che finiva con ebbe o con esse. Invece adesso non c’è più ignoranza, la conoscenza è per tutti e le figure di merda non le facciamo più. Uno prima ne sapeva più di te, se sapeva usare il congiuntivo. Oggi invece ne sai più tu, perché non sbagli un indicativo.

domenica 8 maggio 2011

Almost Blue

Caro Chet,

mi dispiace doverti dire che questa è l’ultima lettera che ti scriverò. Davvero l’ultima.

Sì, forse è meglio che ti metta seduto comodo, con il tuo whisky in mano. On the rocks, sublime e ultimo. Non è il caso di impallidire, credimi. E poi tu sei già morto un sacco di volte, non mi incanti col tuo pallore. Coraggio, siediti e gustati questo ultimo soffio di malto.
Ne sono successe di cose a me e a te in questi anni. Ti ho chiamato e cercato e suonato migliaia di volte, e tu ogni volta, amico fedele, sei tornato da me. Whisky in una mano, sigaretta nell’altra, affondato in una poltrona di pelle vecchia e consumata e la tromba posata distratta sul bracciolo. Aspettavi solo che ti chiedessi di suonarla ancora per me. Ancora una volta. Ogni volta l’ultima.
Siamo stati bene insieme, devo ammetterlo. Ho i brividi se ripenso a quando tu cantavi e io al buio, sdraiato sul tappeto, ti lasciavo tendere la mia pelle e scivolare sornione fin dentro le ossa.
Già, difficile dimenticarti, così struggente e tutto mio. Ma che me ne faccio di tutta la nostra malinconia, se tu non suoni più per me?
Ebbene Chet, è il momento di dirsi addio. Farewell, internazionale e non interpretabile.
Mi hai torturato e divorato e mangiato vivo per anni. Questo lo sai, vero? Ogni volta uno stillicidio di paure, nostalgie, silenzi, note davvero troppo salate.
Amico mio, ci sono momenti in cui nemmeno le tue guance gonfie, nemmeno il tuo blu, riescono più a penetrarmi. Ecco la verità. Non esiste più un almost blue, rassegnati. Non cerco più, non piango più, non chiudo più gli occhi immaginando il volto di Miss Almost You. Esiste, Chet. Mi spiace strapparti alla tua illusione, ma esiste davvero quel volto. Sbagliavi alla grande, lasciatelo dire da uno che ne sa.
E' ora Chet, è davvero ora.
In nome della nostra vecchia amicizia, te la lascerò cantare un’ultima volta, questo te lo devo.
Ma che sia l'ultima.

Almost Blue
Almost doing things we used to do
There’s a girl here and she’s almost you, almost.
All the things, that you promised with your eyes
I see in hers too
Now your eyes are red from crying
Almost Blue
Flirting with this disaster became me
It named me as the fool who only aimed to be
Almost Blue
Almost touching it will almost do
There’s a part of me that’s always true, always.
All the things, that you promised with your eyes
I see in hers too
Now your eyes are red from crying
Almost you
Almost me
Almost blue

Devo ammetterlo, impeccabile e toccante come sempre.
Ora però raccogli le tue cianfrusaglie, riponi la tromba nella custodia, finisci il tuo whisky e esci di qui. Cercati un’altra poltrona su cui passare i tuoi prossimi anni. Io ho chiuso con te.


Take care, Chet.

mercoledì 4 maggio 2011

Muzorama: tratto da una storia vera

La versione di Barney

La vita dissipata di Barney Panofsky

Il personaggio del romanzo di Mordecai Richler “La versione Barney” appartiene a quella generazione di ebrei del post sterminio, dediti al libertinaggio più sfrenato pur di dimenticare la propria appartenenza ad un popolo di afflitti (si veda il romanzo “Con le peggiori intenzioni” di Alessandro Piperno) salvo, poi, ripulirsi la coscienza spillando dalle tasche di ricchi imprenditori, anch’essi colpevoli di voler sotterrare il loro passato, ingenti quantità di denaro da reinvestire nella causa israeliana. Certo, non prima di aver speso buona parte della propria giovinezza all’estero, inseguendo il mito di una vita bohemien, tra droghe e promiscuità sessuale, con il fermo intento di “sfuggire all’angusta tetra provincia” di appartenenza.

Quando Barney Panofsky parte da Montreal per Parigi, nel 1950, è un ragazzo di 22 anni che avendo letto molto desidera emulare gli autori da cui è rimasto affascinato, pur consapevole di non avere alcun talento per l’arte. Per questo Barney sarà sempre accompagnato da un profondo sentimento di invidia nei confronti del gruppo di aspiranti artisti, scrittori e pittori, conosciuti quando erano solo degli “sciamannati” e che poi, a differenza di lui – produttore di serie televisive di 4a categoria – hanno raggiunto un successo autentico. Ma Barney lo riconoscerà soltanto alla fine del lungo manoscritto in cui ricostruirà la sua vita, tentando di smentire molti dei fatti riportati nell’autobiografia del suo acerrimo nemico Terry McIver.
Terry McIver è il sassolino nella scarpa di Barney Panosfky, è un po’ come la sua coscienza, lo specchio in cui non si vuol guardare. Anche lui aspirante scrittore squattrinato ai tempi di Parigi, diviene anni dopo “autore nazionale” avvelenando il sangue di Barney. Dalle descrizioni di MacIver, improvvisamente il personaggio che abbiamo conosciuto ci appare sotto una luce diversa: da uomo spiritoso e romantico e per questo, troppo spesso, vittima degli eventi, a patetico beone, incapace di partorire un pensiero che sia proprio e che vive della luce riflessa degli amici di cui si circonda.
Una dualità, un continuo scambio di cattiverie tra i due personaggi che costituiscono il sale di questo libro. Benché ci si affezioni al Barney Panosfky che passa incolume attraverso “la scarlattina, gli orecchioni, due rapine a mano armata, alle piattole, all’estrazione di tutti i denti, a un’operazione all’anca, a un processo per omicidio e tre mogli”, non si può odiare Terry McIver di cui si intuisce, anche affidandosi alla versione di Barney, l’assoluta sincerità.

da: http://www.storiacontinua.com/recensioni/la-vita-dissipata-di-barney-panofsky/

venerdì 29 aprile 2011

Papà

Eccoci qui.
Sono passati anni dall'ultima volta che ci siamo visti. Lo sai quanti?
Te lo dico io. Quindici. In questi anni ho consumato vite intere, le ho fumate, bevute, bruciate, dissipate. Le ho masticate sino a succhiarne tutto il gusto e poi le ho sputate via, lontano da me.
Di tutto questo tempo passato non mi è rimasto nulla, neanche una foto da farti vedere. Non ho niente con me, solo questo vecchio zaino. Tutto non ci può stare, e allora bisognerebbe scegliere che cosa infilarci dentro, organizzare gli spazi, decidere le priorità. Ci vuole precisione.
Io non sono più così, e allora viaggio leggero. Il mio zaino non ha memoria.
Eppure di strada ne ho fatta tanta che ne ho sfondate di scarpe, e per ogni via che ho percorso una nuova ruga mi ha solcato il viso, a metterle in fila ti porterebbero dritto sulla luna, andata e ritorno. E cose ne ho viste che a raccontartele mi servirebbe un'altra vita da riempire di parole e luoghi e visi e teatro e canzoni e libri e cinema!
Ci si riempie un'altra vita solo a parlare di quello.
Le cose che ho fatto, che non ti renderebbero orgoglioso di me, sono magazzini pieni.
Ma sentimi, sembro uno di quei vecchi rintronati che parla al nipotino dei giorni andati, e invece sei tu il vecchio qui, lo eri già tanto tempo fa, quando ci siamo lasciati. Toccherebbe a te mettere in moto i ricordi, narrarmi storie.
Eppure storie, tu, non me ne hai raccontate mai.
Parlavi si, e quanto: spiegavi, comandavi e facevi eseguire con quella voce ruvida da scorticare la pelle, che non mi capacitavo come potesse appartenerti, esile come eri, quella voce da orco delle favole che ti usciva dalle labbra. C'erano notti che mi svegliavo convinto di averti sentito urlare, mi alzavo e venivo a spiarti nella tua camera, e tu invece dormivi rannicchiato nell'angolo del letto come un cuscino sgualcito. Russavi, e anche quel russare era nero come la pece.
Hai mai sognato? E se si, cosa?
Mi sono fatto questa domanda tante di quelle volte, e mi sono sempre risposto di no. Eri così pragmatico, così concentrato nel reale che persino sognare ti sarebbe parso una perdita di tempo. Ti immaginavo a dormire e intanto prendere decisioni, pianificare, decidere. Per me, per il mio futuro.
Io invece sognavo.
Ti ricordi quella volta che mi beccasti con un fumetto in mano? A ripensarci sento ancora le fitte nella schiena e il mio singhiozzare per convincerti che non lo avrei più fatto, non avrei più perso tempo con quelle stupidate, che si avevi ragione, quei disegni con quelle storie sciocche mi mangiavano il tempo, rubavano spazio allo studio, all'apprendimento.
Studiare studiare studiare. Quante ore mi hai fatto passare a studiare su uno spartito ad inseguire le note che a ricordarlo sento ancora gonfiarsi le dita, così gonfie da perdere la sensibilità. Ma questo non mi importava, perchè suonare era la mia vita e la fatica mi piaceva. Cercare la perfezione non mi ha stancato mai. Nonostante te. Lo sai? avresti potuto farmi odiare la musica con il tuo sproloquiare di dedizione al lavoro, le tue punizioni, e tutto quel parlare di rigore. Rigore. Rigore.
Che pena mi fai. Così coerente.
Se non avessi amato così profondamente ogni nota, se non ne avessi colto la bellezza e mi fossi affidato a te, a quest'ora disprezzerei ogni strumento, tutta la musica di questo mondo. Mi sarei imposto la sordità. Invece non ci sei riuscito. Sei stato un pessimo maestro, hai fallito, e io sono salvo.

mercoledì 27 aprile 2011

allevamento di struzzi


Mio padre l'altro giorno ha deciso di mettersi in proprio e aprire un allevamento di struzzi. E’ andato ad una fiera del bestiame e ne ha visti 7 belli grossi e li ha comprati a rate mensili di 480 euro.
Primo problema, arriva a casa e non entrano in ascensore.
Va be, dice, si sale per le scale, non sarà questo a fermare un imprenditore.
Alla terza rampa si apre una porta e la signora Mariuccia dice:
Uè, ma cosa sono quelle bestie li??”
Canarini”
Mai visti di così grossi”
Canarini africani”
Non può lasciarli andare in giro così, li deve tenere in gabbia”
Va bene signora Mariuccia, ma adesso le conviene rientrare se nò la butto giù dalle scale con tutta la sedia a rotelle”
No che non ho ancora finito di pagarla! Però stasera le conviene venire alla riunione di condominio che discutiamo di questa faccenda. Barbun!”
E ha chiuso la porta.
Altro problema, arrivato nel nostro appartamento mia madre si è arrabbiata di brutto:
Dovevi prendere il terreno prima! Dovevi prendere il terreno prima!”
E va bene, ma se non hai la mentalità manageriale! Devi essere propositiva!"
E gù a discutere. Si fa sera, mio padre deve andare alla riunione condominiale. Non sa cosa fare. Per fortuna in casa trova una lattina di vernice gialla, prende uno struzzo e gli da una bella passata. un lavoro di fino, piuma per piuma.
Sembra proprio un canarino. Lo porto con me, magari fa tenerezza..”
io scuoto la testa sconsolato, so già come andrà a finire. Infatti, appena entra nella sala riunioni, i condomini lo aggrediscono. La signora Mariuccia, una donna che per fortuna del marito è vedova, esclama tutta gitata:
 Non è un canarino, non vola! Non è un canarino!"
Il signor Cavizzi, ex cacciatore di frodo tira fuori un fucile e fa:
Abbattiamolo!”
Lo struzzo appena sentito questa parola per la paura ha cercato di mettere la testa sotto terra.
Prova tu a cercare di infilare la testa nel pavimento di una casa popolare in cemento armato.
A dato una testata pazzesca alla piastrella. Pac!
Secco.
Mio padre ci è rimasto male.
Non si sono inteneriti quelli del condominio. Ha dovuto dare via gli altri struzzi.

Spiace perché erano animali simpatici, anche di compagnia, si rideva, si scherzava. Si stava un po’ stretti in casa a dire il vero, e poi tendevano a monopolizzare il telecomando, ma per il resto niente da dire.Comunque mio papà li ha dovuti rivendere a metà prezzo a un macellaio abusivo che ne ha fatto bistecche.
Ora mio papà non ha nessun lavoro, però forse a settembre entra nella criminalità organizzata, con i libri e tutto quanto in regola.

lunedì 25 aprile 2011

SOGNAVO DI CORRERE LONTANO di Ron McLarty


Un uomo su di una bicicletta alla ricerca di sè stesso e di un sogno.

«Sognavo di correre lontano deve assolutamente trovare un posto nella vostra libreria, e sullo scaffale dei classici della narrativa americana. Ora tocca a voi saltare in sella e attraversare l'America con Smithy. E pedalare con lui mentre varca confini, perde peso, si innamora scopre la vita. Riderete e piangerete... e di sicuro amerete questo romanzo che adesso, fortunatamente, potete trovare in libreria. Fidatevi di me!» -- Stephen King


Smithy Ide ha quarantatré anni, pesa cento-ventisei chili e, con ancora indosso l'abito scuro del funerale dei genitori, inforca la bicicletta della sua adolescenza e comincia a pedalare: la meta è Los Angeles, giusto all'altro capo degli Stati Uniti, alla ricerca dell'amatissima e sfortunata sorella Bethany, di cui da tempo ha perduto le tracce. Armato soltanto della sua buona volontà, Smithy inizia un viaggio avventuroso e denso di sorprese.

Partito dal Rhode Island, in un accidentato percorso sarà, via via, investito da un pick up, si beccherà una pallottola da un poliziotto, verrà rapinato, minacciato, insultato, ma troverà anche chi saprà apprezzarlo, coccolarlo e amarlo.

La sua incrollabile fiducia nel prossimo, la sua integrità e il suo candore resteranno immutati, malgrado le batoste del destino.

Prestando aiuto a un malato di AIDS, salvando un bambino disperso in una bufera di neve, agendo sempre spinto dal suo cuore, entrerà nelle vite di innumerevoli sconosciuti e questi interagiranno con la sua, determinandone svolte e fuori programma. Fino ad arrivare a una destinazione imprevedibile.

Un romanzo di formazione, una storia forte, un protagonista della più autentica tradizione letteraria americana.