Ispirato a uno dei libri della Bibbia, Il libro di Giobbe, Le mele di Adamo si concentra sulla figura di Adam (Ulrich Thomsen), neonazista appena uscito di prigione che viene mandato presso una comunità di recupero in un vicariato di campagna, sotto la tutela di padre Ivan (Mads Mikk Elsen), un pastore protestante. E, al di là dell’ottima prova degli attori, dalle pelli costantemente sudate, buona parte della bellezza del non facile lungometraggio di Jensen è individuabile proprio nell’affascinante ambientazione rurale. Una desolata scenografia all’interno di cui bene e male sono in continuo contrasto, con Ivan, da un lato, che pensa che Adam debba darsi uno scopo nel corso dei mesi da trascorrere “sotto sorveglianza”, e quest’ultimo, dall’altro, che, per irriderlo, decide di preparare una torta di mele con l’albero più bello del giardino. Il quale, però, come se fosse finito nelle grinfie di qualche negativo intervento ultraterreno, viene attaccato da vermi, uccelli e fulmini. Infatti, grazie anche alla bella fotografia di Sebastian Blenkov , che fa ampio sfoggio di contrasti, non mancano momenti d’inquietudine, i quali coincidono spesso con l’imbrunire, nell’intento probabilmente di simboleggiare, appunto, la netta divisione tra la luce del bene e le tenebre del male. Ma il regista non dimentica indispensabili dosi di humour nero, efficaci nel rendere sicuramente più scorrevole una sceneggiatura che, basata quasi esclusivamente sui dialoghi, privilegia la costruzione psicologica dei diversi protagonisti, per poi condurre spesso a risvolti assurdi. E, una volta terminata la visione, in cerca di un messaggio da apprendere, potremmo forse asserire che Le mele di Adamo tenti di spingerci a rispondere ad un personale quesito: “Quanto è profondo il tuo amore?”; proprio come lascia intendere How deep is your love, hit dei Bee Gees che in più di un’occasione ci viene fatto ascoltare mentre le immagini scorrono sullo schermo.
"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater
martedì 15 marzo 2011
lunedì 14 marzo 2011
Racconto erotico
Quella sera mi teleletrasportai sul pianeta Braz, giusto per fare qualche cosa di diverso. Mi avevano detto che li si trovavano le più belle swarz della galassia,che non vedevano l'ora di arrotolare le loro lingue intorno ad uno dei miei sgrap. Ero eccitato come un fragof, infilai una mano dentro i pantaloni e mi sitemai lo sgrap centrale,che duro come un balzuc mi impediva quasi di camminare.
Lei venne verso di me sorridendo, una swarz bellissima, aveva le piu belle dozzine di rabonf che avessi mai visto, e un borgf fantastico.
“ Non ti ho mai visto da queste parti, ma sembra che il tuo sgrap centrale non veda l'ora di conoscermi” disse, puntando il dito verso di lui, che emise un trillo così forte da svegliare gli altri due sgrap.
Feci una grossa risata. Quella swarz era il tipo giusto, e io non vedevo l'ora di varchucchare come uno stulz di Bafalgamore. Glielo dissi. Lei arrossì, dalla punta della testa le uscì uno sbuffo di fumo. Poi mi prese la mano con la sua morbida ventosa e mi condusse a casa sua, in camera da letto. Si spogliò in un'attimo, aveva una pelle a scaglie dai colori cangianti stupenda. La osservai ammirato. La sua sgnec girando vorticosamente mi incantava, mi attirava come fossi una Scifgt e lei un Croft.
“Mi ricordi la sawac di bawac!” Esclamai. lei rise alla mia battuta, poi mi si avvicinò e con lentezza mi spogliò. Posai una mano sul delizioso borf, una sulla morbida birf e l'altra sulle ispide berf.
I miei sgrap erano pronti, ma prima di infilarli nella sgnec, le feci assaporare uno strulz dei migliori, poi la rigirai e svalgolai con una tibarc ripetuta. Lei roteava la sgnec, il suo borgf emanava profumi di kirp del pianeta di frac, io ero in piena proc. lei si scompose in dodici, poi si ricompose in sei ,mentre i miei sgrap si staccavano e la inseguivano intorno al letto, per poi amalgamarsi insieme, una sola ed unica zupaua.
“Si, continua così, sono la tua frucast!” urlava. Quella swarz, sapeva come muoversi, per tutti i Gok di Balak! Alla fine szugurliò sbuffando come il vulcano dell' Opam, e subito dopo szugurliai io, con un trillare di sgrap.
Tornai a casa poche ore dopo. Ero euforico e appagato. Quella swarz mi aveva regalato momenti bellissimi, indimenticabili .Mi sentivo proprio come diceva quel vecchio detto: “meglio uno sguarz di barux, che mille spatriw di courmaran!”
sabato 12 marzo 2011
Segnalo un'autrice contemporanea - Ljudmila Ulickaja - che si innesta nella grande tradizione dei classici russi.
Nata a Dablekanovo, nel 1943, cresciuta a Mosca, dove vive, è studiosa di genetica. Autrice di testi teatrali e di romanzi, è stata tradotta e pubblicata in numerosi Paesi. Per molti anni ha diretto la sezione letteraria del Teatro da Camera Ebraico di Mosca. È membro del Parlamento Culturale Europeo. Le sue opere sono tradotte e pubblicate in trenta paesi. In Italia sono pubblicati i romanzi Funeral party, Le bugie delle donne, Il dono del dottor Kukockij , Sinceramente vostro, Shurik, Daniel Stein, traduttore. Quest'ultima opera, del 2006, è diventata un best seller in Russia: 250.000 copie vendute nei primi quattro mesi dopo la pubblicazione. Oggi però desidero introdurre quest'autrice con Il dono del dottor Kukockij, con il quale la Ulickaja ha vinto il Booker Prize russo nel 2001.
Ecco il commento al romanzo di Marcello Brignone, da russianecho.net - sito di informazione e cultura russa.
Il dono del protagonista Pavel Kukockij è la sua “visione interna”, la capacità di vedere dentro il corpo umano, una dote senz’altro straordinaria che lui, medico di grande sensibilità e altruismo, sfrutta per aiutare le donne nel suo lavoro di ginecologo. Durante la seconda guerra mondiale, il fato riserva a Pavel l’occasione di mettere a frutto questa sua capacità con una donna, Elena, alle prese con una gravidanza difficile: la bimba, nata grazie a lui pur fra mille difficoltà, diventa la figlia che Elena, rimastagli accanto, non potrà più dargli e sulla piccola Tanja egli riversa attenzioni e cure, ma anche grandi speranze. Nulla però andrà come auspicato: mentre gli anni trascorrono e il terrore staliniano lascia il posto alla cronaca misera e un po’ ridicola dell’epoca brezneviana, Pavel è costretto a diventare un alcolizzato per proteggere se stesso e i suoi cari, il rapporto con la moglie Elena si incrina e Tanja, pur dotata di talento, rinuncia agli studi che Pavel aveva in mente per lei e si allontana da casa. L'armonia familiare lentamente si sgretola e ciascuno dei suoi membri finisce con il rinchiudersi - più o meno volontariamente - in un proprio guscio, che sia la cecità o l'alcol, la perdita di memoria, la passione per la botanica o la ricerca di un vivere diverso e meno conformista; l’ultimo tentativo di Tanja, finalmente felice nella sua nuova dimensione, di rimettere ordine nella vita dei suoi cari è però vanificato da un drammatico epilogo. Il finale che la Ulickaja riserva alla sua storia lascia l’amaro in bocca e sembra quasi voler dare ragione all'ardita teoria genetica del professor Il’ja Goldberg, il miglior amico di Pavel Kukockij, secondo cui, dalla rivoluzione in poi, il popolo russo è andato radicalmente trasformandosi – e non certo in meglio: poiché la stessa Autrice è una genetista, possiamo immaginare che, in qualche momento di sconforto abbia magari pensato che la teoria, per quanto improbabile, possa avere una sua valenza...
Il romanzo è la storia di una famiglia “allargata” e diversa sotto tanti punti di vista, figlia della rivoluzione e della guerra, una vicenda corale - nonostante la scelta di un personaggio chiave maschile, Pavel: un altro “fallito coi fiocchi”, secondo l’azzeccata categoria proposta da Azar Nafisi, l’autrice di “Leggere Lolita a Teheran”, che, pur di difendere la propria integrità morale, rinuncia non solo al proprio buon nome creandosi una fama di alcolizzato, ma anche all’intesa con la moglie Elena, pesantemente apostrofata durante una discussione sul tema dell’aborto. Dicevamo, un racconto corale e, naturalmente, costruito molto al femminile, perché le donne del romanzo: Elena, Vasja, Tanja, la stessa Toma - la “privilegiata”, l’unica che sembra appartenere davvero al nuovo popolo sovietico - hanno tutte una loro storia nient’affatto secondaria, ed è anzi attraverso i loro occhi e le loro disavventure che percepiamo la storia maggiore, quella di un popolo e della sua gente dalla rivoluzione agli anni sessanta: emoziona, ad esempio, il racconto delle due ragazzine in viaggio per assistere al funerale di Stalin e quasi travolte dalla terribile onda umana che si abbatte distruttrice sulle strade della capitale.
Lascia invece un po’ perplessi la scelta da parte della Ulickaja di dedicare l’intera parte centrale del romanzo a una rappresentazione onirica dei suoi personaggi attraverso la lente deformante della mente di Elena, in balìa di un morbo che la priva della memoria, ma nonostante quello che ai nostri occhi potrebbe essere un limite – e il condizionale è d’obbligo, giacché un giudizio preferiamo lasciarlo a critici più competenti - il “Dono del dottor Kukockij” resta un romanzo intrigante e che vale sicuramente la pena leggere. (Marcello Brignone )
Nata a Dablekanovo, nel 1943, cresciuta a Mosca, dove vive, è studiosa di genetica. Autrice di testi teatrali e di romanzi, è stata tradotta e pubblicata in numerosi Paesi. Per molti anni ha diretto la sezione letteraria del Teatro da Camera Ebraico di Mosca. È membro del Parlamento Culturale Europeo. Le sue opere sono tradotte e pubblicate in trenta paesi. In Italia sono pubblicati i romanzi Funeral party, Le bugie delle donne, Il dono del dottor Kukockij , Sinceramente vostro, Shurik, Daniel Stein, traduttore. Quest'ultima opera, del 2006, è diventata un best seller in Russia: 250.000 copie vendute nei primi quattro mesi dopo la pubblicazione. Oggi però desidero introdurre quest'autrice con Il dono del dottor Kukockij, con il quale la Ulickaja ha vinto il Booker Prize russo nel 2001.
Ecco il commento al romanzo di Marcello Brignone, da russianecho.net - sito di informazione e cultura russa.
Il dono del protagonista Pavel Kukockij è la sua “visione interna”, la capacità di vedere dentro il corpo umano, una dote senz’altro straordinaria che lui, medico di grande sensibilità e altruismo, sfrutta per aiutare le donne nel suo lavoro di ginecologo. Durante la seconda guerra mondiale, il fato riserva a Pavel l’occasione di mettere a frutto questa sua capacità con una donna, Elena, alle prese con una gravidanza difficile: la bimba, nata grazie a lui pur fra mille difficoltà, diventa la figlia che Elena, rimastagli accanto, non potrà più dargli e sulla piccola Tanja egli riversa attenzioni e cure, ma anche grandi speranze. Nulla però andrà come auspicato: mentre gli anni trascorrono e il terrore staliniano lascia il posto alla cronaca misera e un po’ ridicola dell’epoca brezneviana, Pavel è costretto a diventare un alcolizzato per proteggere se stesso e i suoi cari, il rapporto con la moglie Elena si incrina e Tanja, pur dotata di talento, rinuncia agli studi che Pavel aveva in mente per lei e si allontana da casa. L'armonia familiare lentamente si sgretola e ciascuno dei suoi membri finisce con il rinchiudersi - più o meno volontariamente - in un proprio guscio, che sia la cecità o l'alcol, la perdita di memoria, la passione per la botanica o la ricerca di un vivere diverso e meno conformista; l’ultimo tentativo di Tanja, finalmente felice nella sua nuova dimensione, di rimettere ordine nella vita dei suoi cari è però vanificato da un drammatico epilogo. Il finale che la Ulickaja riserva alla sua storia lascia l’amaro in bocca e sembra quasi voler dare ragione all'ardita teoria genetica del professor Il’ja Goldberg, il miglior amico di Pavel Kukockij, secondo cui, dalla rivoluzione in poi, il popolo russo è andato radicalmente trasformandosi – e non certo in meglio: poiché la stessa Autrice è una genetista, possiamo immaginare che, in qualche momento di sconforto abbia magari pensato che la teoria, per quanto improbabile, possa avere una sua valenza...
Il romanzo è la storia di una famiglia “allargata” e diversa sotto tanti punti di vista, figlia della rivoluzione e della guerra, una vicenda corale - nonostante la scelta di un personaggio chiave maschile, Pavel: un altro “fallito coi fiocchi”, secondo l’azzeccata categoria proposta da Azar Nafisi, l’autrice di “Leggere Lolita a Teheran”, che, pur di difendere la propria integrità morale, rinuncia non solo al proprio buon nome creandosi una fama di alcolizzato, ma anche all’intesa con la moglie Elena, pesantemente apostrofata durante una discussione sul tema dell’aborto. Dicevamo, un racconto corale e, naturalmente, costruito molto al femminile, perché le donne del romanzo: Elena, Vasja, Tanja, la stessa Toma - la “privilegiata”, l’unica che sembra appartenere davvero al nuovo popolo sovietico - hanno tutte una loro storia nient’affatto secondaria, ed è anzi attraverso i loro occhi e le loro disavventure che percepiamo la storia maggiore, quella di un popolo e della sua gente dalla rivoluzione agli anni sessanta: emoziona, ad esempio, il racconto delle due ragazzine in viaggio per assistere al funerale di Stalin e quasi travolte dalla terribile onda umana che si abbatte distruttrice sulle strade della capitale.
Lascia invece un po’ perplessi la scelta da parte della Ulickaja di dedicare l’intera parte centrale del romanzo a una rappresentazione onirica dei suoi personaggi attraverso la lente deformante della mente di Elena, in balìa di un morbo che la priva della memoria, ma nonostante quello che ai nostri occhi potrebbe essere un limite – e il condizionale è d’obbligo, giacché un giudizio preferiamo lasciarlo a critici più competenti - il “Dono del dottor Kukockij” resta un romanzo intrigante e che vale sicuramente la pena leggere. (Marcello Brignone )
domenica 6 marzo 2011
mercoledì 2 marzo 2011
Malamore. Esercizi di resistenza al dolore di Concita De Gregorio

"Due bambini nudi, fra i due e i tre anni: a sinistra “Mario” guarda nell’obbiettivo e fa il gesto di camminare senza perdere l’equilibrio. A destra “Anna”, ricci biondi, si copre la pancia con le mani. Sotto la foto di Mario c’è scritto: “carnefice”. Sotto quella di Anna “vittima”. Una striscia nera proprio sotto le mani della bambina riporta la scritta: “no alla violenza sulle donne”. Il messaggio è chiarissimo. I due bambini sono in età da asilo, identici nel fulgore della loro bellezza, diversi solo per genere, perfettamente intatti e incolpevoli: tutto deve loro ancora succedere. Il loro destino, la loro sorte, il ruolo che avranno nella vita non dipende, in questo preciso istante, da loro."
Racconti di Donne.
Racconti di Donne.
Racconti di sofferenza e umiliazione, come se l’unico “resistere” al Mal(d)amore fosse il “raccontare”. Un tema scottante di enorme attualità in un’epoca in cui il vivere “appare” e l’apparire vive consumando le vite, come se la violenza fosse la debolezza massima e la debolezza fosse la massima forza.
Donne che sminuiscono il proprio valore ed esaltano ogni attrattiva della persona “amata”, forse perché come diceva Stendhal l’amore è innanzitutto una questione di fantasia, una questione di proiezione del proprio immaginario e come ogni immagine che incontra la realtà, ne subisce “un’ama(r)ta delusione”.
Donne che amano troppo “l’altro” e troppo poco “se stesse”.
Come la “rateta presumida”, la topina che presume molto di sé, che crede erroneamente di poter cambiare “i gatti in topi”, di essere più forte, più abile, più paziente, più ostina di loro : “Sarò la prima topina a domare un gatto, aspettate e vedrete: con me diventerà un altro, ne farò un gatto che mangia verdura. Si sposano. Un minuto dopo le nozze il gatto le si avvicina, voi direste per baciarla. E invece… La mangia, naturalmente”. Ma si sa che non esistono gatti vegetariani e i gatti, si sa, adorano mangiare i topi.
Anche i poeti uccidono: Corso di laurea per omicidi e affini, poeti e pistoleri di Victor Gischler
I personaggi di Victor Gischler sono degli impiastri anche perché ognuno di loro conduce una vita, ma ne sogna un'altra. Fin qui, niente di straordinario, lo scopo tutto sommato è semplice come dice uno di loro: "Se il campo è libero, arraffare una fetta di vita masticarla in tutta fretta e tornare di corsa dentro la tana. Un po' alla volta, ripeto, quando il campo è libero". Però capita un po' per coincidenza, un po' perché i guai non vengono da soli che nel campus dell'Eastern Oklahoma University, dove i poeti più che uccidere tirano a campare, convergono le ambizioni, i sotterfugi, i regolamenti di conti di una dozzina di squinternati, dalla banda di trafficanti afroamericani ai corrispettivi redneck, dallo sceriffo locale al detective privato senza speranza. La logica per tutti, da quelli che tengono il dito sempre sul grilletto a quelli che non riescono a stare lontani dal mirino è soltanto una: trovare un'idea, anche pessima purché sia un'idea, come dice uno di loro, per arrivare interi alla fine della giornata. Poeti e pistoleri, che ad un certo punto concidono, e
A saperlo mettevo il casco
Questa mattina stavo facendo un giro con la moto. Davanti a me avevo un camion carico di lamine di acciaio. Mi sono affiancato per superarlo ma proprio in quel momento una delle lamine è scivolata dalla pila ed è volata verso di me, mozzandomi la testa di netto.
Sono morto sul colpo.
Mi dispiace perché avevo ancora tutta la vita davanti e settimana prossima volevo andare da Bersani a discutere la linea politica del Pd . Pazienza.
Si è formato un capannello di gente intorno alla mia testa. Un signore si è avvicinato e ha detto:
“Forse possiamo attaccargliela. Ho in macchina il bostik!”
Si vede che era un dottore. Però poi si è preferito non fare niente perché era quasi mezzogiorno e avevano tutti fame. Così sono andati via. Io sono rimasto a terra, e visto che non avevo niente da fare decido di chiamare telepaticamente Berlusconi.
Lui, grazie alle enormi orecchie che si è fatto installare da ingegneri americani capta il mio segnale e mi risponde subito.
“ Pronto, Rosco, ma sei proprio tu!” mi dice “ Come andiamo?”
“ Insomma. Un paio di minuti fa sono morto, e sinceramente non è una cosa che fa piacere. Però prima di sparire definitivamente volevo chiederti quando avevi intenzione di dimetterti.”
“Mai!” Risponde il B.
“ Guarda, te lo chiedo come favore personale. Dimettiti e fatti una bella vacanza, che ne hai bisogno”
“ No! Sei un comunista! Mi state a rompere i coglioni perchè sono il più bello, il più bravo, il più intelligente e anche il più alto!”
“ Veramente io sono più alto di te, anche con la testa staccata. Di almeno 20 centimetri”
“ Sei un comunista ignorante che non sa usare il metro, si vede che hai studiato in una scuola pubblica dove qualche insegnante di sinistra ti ha installato l'odio nei miei confronti! Vergognati!”
" Ma vaffanculo!" dico, e mi scollego telepaticamente. Quando è troppo è troppo. Dopo un po’ arriva un’ambulanza . Scende un infermiere, mi guarda e fa all’altro:
“ Guarda, io sono al primo giorno di lavoro, ma secondo me è bello che morto”
“ Eeeeeeeeeeee si!” Fa l’altro, che era quello più esperto.
“ E la moto?”
“ Carica anche quella sull’ambulanza che conosco uno al pronto soccorso che aggiusta tutto”
Arrivati all’ospedale hanno visto che nell’obitorio non cera più posto e mi hanno infilato dentro il frigorifero dei gelati. Solo fino a quando non si libera un posto però.
Mi fanno il funerale venerdì mattina.
Se non potete venire non fa niente.
martedì 1 marzo 2011
Il maestro dei Sogni di Fabrizio Sandrini

IL MAESTRO DEI SOGNI
Fabrizio Sandrini, pp. 216, € 15,00, 2010 - ISBN 978-88-95396-37-8
Guglielmo è un ragazzo come tanti: una fidanzata, l’università... Ma Guglielmo è anche un ricercatore spirituale che di notte, in sogno, incontra il suo Maestro, sperimentando le sottigliezze filosofiche e le esperienze oniriche abbandonando il suo corpo terreno per affrontare un viaggio nello spirito alla scoperta dei lati più nascosti dell’animo umano.
Tra il punto di partenza e il punto finale di questo viaggio mistico si collocano le avventure di un ragazzo fondamentalmente animato da tre elementi: la coscienza, il desiderio di scoprire l’universo e l’espressione del suo desiderio.
Big Night
prove di trasmissione...
...Si prova, si cerca, si sbaglia, si corregge, si cancella, si smadonna. Forse si fà così, forse no, il post va messo quì. ma forse è meglio là. Ma sono imbranato, ma non ci riesco, ma cosa scrivo, non scrivo, scrivo! leggo..
Ho letto, bello, non tanto bello, commento, ma dove si commenata? adesso metto un post, ne metto due, non riesco ad entrare! la pasword..
metto una foto, non la metto, la metterei ma è troppo complicato, non viene, non si vede, si vede troppo. Non è bella, la cambio. Non so cambiarla. Sono imbranato. Sono imbranata.
E allora si prova, si cerca, si sbaglia, si corregge, si cancella, si smadonna...
Ho letto, bello, non tanto bello, commento, ma dove si commenata? adesso metto un post, ne metto due, non riesco ad entrare! la pasword..
metto una foto, non la metto, la metterei ma è troppo complicato, non viene, non si vede, si vede troppo. Non è bella, la cambio. Non so cambiarla. Sono imbranato. Sono imbranata.
E allora si prova, si cerca, si sbaglia, si corregge, si cancella, si smadonna...
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