"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater

mercoledì 30 novembre 2011

Racconto erotico 2 . Dalla parte della swarz

Non è per vantarmi, ma sono una swarz con i più grossi rabonf di tutto il pianeta Vromptz. Gli gnom fanno la fila per infilare i loro sgrap nella mia sgnec, nella crip e nella cipeciap. E non parlo di gnom qualsiasi, parlo di gnom di gran classe, quelli che abitano nelle oasi dorate di Orabit! Gnom che potrebbero avere tutte le swarz ai loro 12 piedi, swarz con delle borf meravigliose, sode, liscie, dalla forma ottagonale perfetta.
Ma io sono una swarz speciale, una che fa intostare gli sgrap come meteoriti dei Burugnach solo con lo sguardo!
Una che gli gnom se li succhia come delle cozze di fruz.
Eppure quella volta ho perso la testa per uno gnom
E' stato per quello gnom di Sgrom
Si, avete capito bene : uno gnom di Sgrom.
Uno gnom di Sgrom della provincia di Brom del pianeta di Crom.
A sud di Zom.
Si chiamava
Gigi.
Ci siamo incontrati durante un aperitivo da Crisputz, il famoso locale dove gli sgnic si accoppiano con gli sciac per fare un patratrcic. Ero vestita come solito in circostanze simili: una tuta spaziale aderentissima, dove ci avevo versato dentro il mio corpo, facendo risaltare i miei spledidi rabonf, e le 87 curve del mio sodo crip.
Di fronte a me, due coatti gnom, uno verde e uno arancione, ballavano in modo lascivo lanciandomi occhiate provocanti. Quello verde tirò fuori la lingua e se la passò sulle labbra bitorzolute, poi si sfilò un occhio e lo fece rotolare sino ai miei piedi. L'occhio mi osservò, sbattendo le ciglia, quindi prese a saltellarmi intorno. Feci finta di nulla, benchè la mia sgnec trillasse così forte da frantumare il bicchiere che tenevo tra le ventose. Diedi un calcetto all' occhio e lo rimandai al proprietario, che con un'alzata di spalle lo rimise al suo posto. Il tempo di versarmi da bere che osservai lo gnom arancione sparire con uno sbuffo di vapore, per poi materializzarsi al mio fianco.
Osservai la sua enorme testa ovale schiudersi come un fiore di caprapazof , da dove fuoriuscì una voce stridula:
Sono disposto a darti 1700 eiuchi, se ti fai zugrugnare da me e dal mio amico”.
Gli allargai l'elastico della tuta dei pantaloni e ci versai dentro l'intero contenuto del mio bicchiere, il kaboom! Una bevanda ribollente, calda come la lava di Zuzuratz.
Un leggero sfrigolio, seguito da uno sbuffo di vapore gli uscì dal pantalone, mentre lo gnom urlava, bestemmiando come uno scaricatore del porto di Rochit di Baluch di Frucit. Quindi con uno sbuffo di vapore nero sparì dalla mia vista.
Non avevo voglia di avventurette, volevo qualcosa che mi coinvolgesse totalemente. Dopo un paio di ore, e dopo parecchi bicchieri di kaboom ( difficile resistere a quella massa gelatinosa ribollente) decisi di uscire dal locale. La testa mi girava così forte che ad un certo punto mi si staccò. Riuscì a rinfilarmela solo grazie all'aiuto di un giovane barman, che in cambio mi chiese di poter toccare una delle mie famose rabonf.
Certo, fai pure” dissi, con un sorriso “ ma fai attenzione, potrebbero staccarti la mano con un morso.”
Il barman rinunciò, allontanandosi borbottando. Ne avevo abbastanza, volevo andarmene da quel posto. Barcollando mi incamminai verso l'uscita, quando la porta si aprì e lo vidi entrare:
Uno Gnom di Sgrom, bello come un tramonto di Elup!
I nostri sguardi si incrociarono, e io immediatamente mi gonfiai in modo abnorme. La tuta esplose in mille pezzi e rimasi completamente nuda, di fronte a lui, con le mie rabonf che lo puntavano fameliche. Era la prima volta che incontravano uno gnom di Sgrom e ne erano rimaste folgorate, come me d'altronde. Sgrom era un pianeta famoso per i suoi abitanti, di una bellezza sconvolgente, rinomati per le loro arti amatorie. Purtroppo gli abitanti di Sgrom si erano estinti da quando un enorme Blof, scambiando quel pianeta per una pallina da tennis, lo aveva lanciato fuori dalla galassia con un colpo di racchetta.
Ma tu non dovresti essere vivo!” esclamai. Mi resi subito conto di quanto fosse ridicola quella frase, e gli chiesi scusa. Il suo viso delicato cambiò colore, divenne giallo fosforescente, illuminando tutto i l locale.
Sono morto, infatti” mormorò “ ma prima di estinguermi, volevo sfrugugliare per un ultima volta. Vuoi sfrugugliare con me?”. Rimasi un attimo interdetta. Poi scrollai le spalle: uno dei tanti misteri degli gnom di Sgrom del pianeta di Crom.
Come si dice a Uachacha” dissi con un sorriso “Arucha tuzucha barucha rurap!”
La bocca sopra la fronte dello gnom di Sgrom emise una risata fragorosa, mentre dall'altra bocca la lingua guizzò fuori e si avviluppò intorno al mio collo, tirandomi a se, il suo sgrap turgido premuto al mio petto.
E tanto che non mi faccio una bella rambuzolok coi controrambuzolok.” mormorò lui, metre la punta della lingua mi si infilava dentro l'orecchio.
Ho la sgnec che ulula come fosse un barabau.” sussurai “Che ne dici di andare in un luogo appartato, cosi mi potrai fare provare i tuoi sgrap?” i suoi sgrap, sentendosi nominare, iniziarono a trillare all'unisono, felici .
Da me, oppure da te?” domandai. Non riuscivo a staccare il mio occhio da quell pezzo di Gnom di Sgrom.
Da me” mormorò lui, quindi mi sollevò da terra usando la lingua, adagiandomi delicatamente sulle sue spalle. Usciti dal locale, quel magnifico pezzo di pocioch iniziò a galoppare, veloce come il vento. Io, agrappata al suo sinuoso collo, cercavo di non cadere, e nello stesso tempo gli accarezzavo le spugnose spalle bitorzolute. Lui nitriva eccitato, scintille fuoriuscivano dalle orecchie. Sfondò la porta di casa sua con una testata, quindi ci gettammo nel letto e lì, lui si spogliò completamente, lanciandomi occhiate compiaciute...
Quel pezzo di Gnom di Sgrom della provincia di Brom del pianeta di Crom! Altro che sgrap, i suoi erano dei super bazuk, coi contro bazuk! Ne agguantai uno e ci soffiai dentro, con tutto il fiato che avevo in corpo. La testa gli prese fuoco, come un tizzone ardente del vulcano di Ikatuka.
Che Swarz fantastica!” ululò lui, quindi iniziò a saltarmi sulla schiena.
Non fermarti, magnifico Gnom di Sgrom della provincia di Brom del pianeta di Crom!” dissi io, felice.
Si, chiamami Gigi!” esclamò lui, librandosi in aria per poi ricadermi sulla schiena.
Gigi, Gigi! Sono la tua frugast!”
Frugast! frugast! Sei la più sballach di tutte le frugast!” urlò lui, così forte che i muri vennero giù.
Si, Gigi, continua così!” esclamai io, tra i calcinacci.
Lui si inalzò in alto, sino al cielo, con la sua meravigliosa testa fiammeggiante, quindi mi ricadde addosso, con un tonfo sordo. Szugurgliammo insieme, appagati e felici.
Quando ripresi coscienza, di lui non era rimasto che un mucchietto di cenere al mio fianco. Lo Gnom di Sgrom della provincia di Brom del pianeta di Crom era morto. Definitivamente. Soffiai delicatamente sui suoi resti, che si persero nell'aria frizzante del mattino.
Addio, Gigi” mormorai “ Sei stato come un Cutala di Gevach, in una notte di Babusoch..”

L'attesa






Arrivo col cuore in gola, sono emozionata. Tu non ci sei ancora, ma sono certa che fra poco ti vedrò spuntare là in fondo, come fai sempre. Tu mi correrai incontro ed io sarò felice di lasciarmi accogliere nel tuo abbraccio così familiare.

Un week end come questo non è una novità, ma la mia gioia è la stessa della prima volta che siamo partiti insieme. Tu ed io che abbandoniamo la città e ce ne andiamo al mare, lasciandoci alle spalle tutto e tutti. Pregusto già la sensazione di arrivare là, di tuffarmi fra le onde e lasciarmi cullare dai pensieri più romantici.

Una signora corre trafelata alle mie spalle e per poco non mi fa cadere. Non mi arrabbio, ho altro per la testa. I miei occhi sono puntati alla ricerca di te, aspetto impaziente il tuo arrivo ed è l’unica cosa che conta in questo momento.

Che strano, però! È passata la una e un quarto, dovresti essere già qua. Tu non tardi mai, sei sempre puntuale. Ti sarà successo qualcosa? Non avrai avuto un incidente? Ma no, cosa vado a pensare. Sono la solita ansiosa!

Se potessi, ti telefonerei. Ma tu non usi il cellulare. Non mi resta che aspettare, paziente. Non è mai capitato che tu mancassi a un appuntamento e non capiterà neppure oggi, ne sono certa. Per ingannare l’attesa, frugo nella borsa, prendo le sigarette e me ne accendo una. La fumo nervosamente, il non vederti arrivare mi agita ogni momento di più.

Forse non era qui l’appuntamento? Impossibile, ci troviamo sempre allo stesso posto. Però non si sa mai, provo ad allontanarmi per vedere se per caso mi aspetti poco più in là. Niente da fare, non ti vedo. Torno dov’ero e scruto di nuovo l’orizzonte.

Mi chiama Donatella. Mi chiede: “ Ti disturbo? E’ arrivato? Già in partenza?”. “Purtroppo no, non è ancora arrivato e sono un po’ preoccupata” le rispondo. “Tranquilla – mi rassicura lei – avrà semplicemente incontrato traffico, abbi pazienza. E quando sarà lì, fammi uno squillo, così saprò che tutto è a posto”.

Sono passati altri dieci minuti. Comincio ad arrabbiarmi. Ma è questo il modo di fare? Sai che sono qui ad aspettarti, perché mi fai stare sui due piedi per quasi mezz’ora e non ti sbrighi? Mi viene voglia di andarmene, e al diavolo il mare! Al diavolo anche tu, che cominci ad essere inaffidabile come tutti gli altri.

Ma ecco, mentre impreco stizzita fra me e me, vedo apparire là in fondo una sagoma familiare. Sei tu? Sì, sei proprio tu! Il Frecciabianca 35269 delle 13.10, al solito binario 5. Sei in ritardo di venticinque minuti, in stazione nessuno si è curato di annunciare il disservizio e sto morendo di caldo su questa maledetta banchina dove ci saranno almeno trentacinque gradi. Ma chi se ne importa! Ora si parte. Bye-Bye Milano, Varazze mi attende, e se tu recuperi il ritardo alle 15.21 saremo già là.

Flavia

martedì 29 novembre 2011

l'invettiva di Alfredo

Mi chiamo Alfredo, ve l'ho avevo già detto?
Ora ho trentacinque anni ma non sono qui per parlarvi del mio ''adesso''. Vi voglio parlare della mia infanzia, o meglio di quello che voi rappresentate nel capitolo infanzia.
A quei tempi la mia vita era simile a quella di quei squallidi film giapponesi horror, dove il ricordo di qualcosa che ti è avvenuto in passato ti fa rimanere attacato al mondo.
Un capitolo che sarebbe dovuto essere nero; tengo a sottolineare ''sarebbe dovuto'' ma che per voi non è stato così.
Sognavo un robot di metallo o un supereroe che mi salvasse da quel capitolo buio, ero un bambino, pensavo solo a giocare e non pensavo alla morte.
Ora ho trentacinque anni, come vi ho detto prima, e onestamente, il pensiero della morte non mi tocca più.
Tutti nella vita attraversano un capitolo buio ma il mio fu diverso: la sensazione del fango addosso, la solitudine, la sensazione di essere chiuso in una colonna di cemento e terra che tutti voi avete provato per me è stata diversa.
E io in quella situazione speravo che qualcuno mi tendesse la mano, volevo che i miei eroi di infanzia fossero lì con me ma non c'erano.
Ero solo in quel baratro. Voi potete dire " Ma pensa ai poveri bambini africani, loro si che stanno male'' o " Ma di che ti lamenti ora?''.
Come dicevo prima mi lamento ora perché è tutto finito, ed allora non capivo e non potevo lamentarmi.
Torniamo alla parte importante, quello che voi foste per me a quell'epoca.
Per me a quell'epoca eravate solo una voce lontana, ipocrita, debole.
Sentivo il presidente e i ministri che si dicevano indignati, il papa che diceva di pregare e quel rumore metallico che fanno le telecamere quando vengo montate sul set.
Sentivo un sindaco che si scusava della città di merda che non poteva e non voleve cambiare e i soldi che gli portavano quelle voci. Voi per me eravate solo rumori in lontananza.
E io non le capivo quelle voci. Erano parole troppo difficili per un bambino. E io nella mia testa, che fino a pochi giorni fa era abituata solo a pensare al gioco, proprio non le capivo.
Volevo solo che un supereroe venisse a farmi compagnia. Punto.
Ma voi parlavate, parlavate e parlavete.
Un giorno l'uomo ragno venne davvero da me. Mi allungò la ragnatela ma nel farlo mi ruppe un braccio (è sempre stato un eroe distratto, per questo mi piaceva) e mi fece sentire ancora più a fondo in quella poltiglia.
No, questa non è una metafora.
Io ero davvero sul fondo di un buco. Il mio capitolo nero è avvenuto davvero in un luogo scuro. Ero li sul fondo, di un pozzo e voi ad arricchirvi parlando di me. La vostra finta solidarietà finita sui giornali e alla televisione, una viaggio verso il mio paese solo per dire ''io c'ero''. Mi avete dato una fama che non volevo e mi avete illuso che un robot con la sua enorme manona mi avrebbe salvato, che spiderman era li con me.
Le vostre erano solo voci. Voi eravate parte della causa del mio capitolo nero.
Ed ora?
Facevo audience e mi avete messo sotto i riflettori, e dopo di me Tommy, Sara e tutti gli altri.
E siamo tutti qui.
Il nostro ricordo tipico da film horror giapponese che fa rimanere il protagonista attaccato alla vita. Un ricordo che ci vogliamo togliere di dosso.
Ci avete dato la fama, noi vogliamo la vostra vergogna. Siete stati sciacalli, ci avete usato, io sono stato il primo e, se volete ricordateci tutti, ma smettetela di usarci. Non vogiamo più sentirci legati a questa terra da questo tipo di ricordo. Eravamo bambini, non animali in uno zoo.


lunedì 28 novembre 2011

monologo di un' extraterrestre

Io non sono di qui, questa non è la mia terra.
Provengo da un'altra galassia, distante anni luce da questo pianeta.-Non veniamo per spiarvi, nè per conquistarvi, neanche per studiarvi: noi ci veniamo in vacanza. Ci passiamo i fine settimana.
Veniamo a farvi gli scherzi. Fasci di luce, omini verdi, teste grosse, cerchi di grano...non c'è un perchè, lo facciamo solo per ridere un po', per prendervi in giro.
Siete così buffi, visti da noi, da lontano.
Da noi è tutto pianificato, il caso non esiste.
Da voi, qui, invece, è tutto un tirare dadi e vedere che succede, andate avanti a scrollate di spalle. Siete affascinanti, devo dire, interessanti e buffi. Le facce che fate, quando vi sbuchiamo davanti. Le risate...
Sarà stata l'aria, il clima, sarà che siete contagiosi, voi e la vostra idiozia, ma quel giorno, quando mi si è parata davanti quella ragazza lì, con quella criniera di capelli rossi, il volto spaventato coperto di lentiggini...
Nel mio pianeta non esistono queste differenze. Siamo tutti uguali, tutti come me. A volte un po' più alti, un po' più bassi, leggermente più rotondetti. Ma insomma, uguali.
Invece voi siete tutti diversi, tutti! E una cosa che mi fa impazzire, c'è da perderci la testa a pensarci..
Non so come è successo, voi lo chiamate colpo di fulmine, noi lo chiamiamo..
lo chiamiamo..
noi non lo chiamiamo perchè non ci innamoriamo mai.
Da noi ci si accoppia per estrazione numerica, tipo tombolata, tanto per capirci. Si va nell'uffico apposito, si compila un modulo , quindi l'addetto con un timbro ci stampa sulla fronte un numero e ci fa accomodare. Aspettiamo in silenzio sino a che non entra una donna (la chiamo donna per comodità, in realtà da noi si chiamano 14682,54) ,Da un sacchetto di tela la donna estrae un numerino. Chi ha quel numerino viene portato a casa.
Invece a me capita questa cosa, questo colpo di fulmine.
Per farla breve, dopo tre mesi io e Marinella, così si chiama, siamo andati a vivere insieme.
Non è che sia stato facile, perchè io ho il mio carattere,un po' freddo, distaccato, lei invece è tutto un fermento, un movimento, un gesticolare continuo, con quelle mani che spiegano, sottolineano, disegnando in aria strane geometrie. Non è stato facile davvero, però io stavo bene. Ero innamorato.
Innamorato..
Se ci penso sento ancora un fremito, mi manca ancora il respiro,e quello che voi chiamate cuore mi batte forte, come se volesse uscire dal petto. È in tumulto. Ma anche il cuore, voi lo sopravvalutate, sempre a citarlo
il cuore il cuore il cuore!
A me l'amore aveva preso fegato, polmoni, reni, tibie e peroni , mi circolava nel sangue, andava sù e giù, vibrava nelle antenne, nelle orecchie, si insinuava nel naso, sù per le narici.
Ero innamorato con tutto il corpo,insomma!
E' durato tre anni. Poi è finito.
Io lavoravo dall'altra parte del sole, partivo la mattina presto e rientravo la sera tardi, stanco.Non ero molto presente, lo confesso. Però si andava avanti, si pensa sempre che sia un momento, una fase passeggera, ma poi le cose miglioreranno.. vedrai, miglioreranno..
Una sera arrivo a casa e lei mi dice che mi deve parlare. e che non sa come dirlo, ma insomma..ecco..scusami ma non ti amo più.. non è colpa tua, è colpa mia.
E io cosa avrei dovuto rispondere?

E' colpa tua si! Io non ho fatto niente! Io sono stato su Marte, cazzo!

E invece sono rimasto in silenzio.
Muto.
Che mi è anche congeniale stare in silenzio, perchè nel mio pianeta siamo abituati sin da piccoli a usarle con parsimonia. Le parole. Perchè lì da noi le parole costano, le dobbiamo pagare, non le possiamo usare gratis. E allora, visto che hanno un prezzo, quello che diciamo lo abbiamo pensato a fondo, ci abbiamo ragionato su.
Non vuol dire che è giusto, intendiamoci, solo che non parliamo a cazzo, per intenderci.
Ma quando l' ho vista li, di fronte a me, disarmata, dirmi che era tutto finito,
non ho detto niente.
Ho sentito una fitta, come se una scarica di corrente mi avesse colpito in pieno.
e avevo dolore dappertutto
Un dolore..
.Che anche questo sentimento è stata una bella novità. Non intendo il dolore strettamente fisico, quello legato, che so, ad una martellata sulle dita. Quello lo sentivo anche prima, no, io intendo quello che viene da dentro. E' come una mano enorme che s'infila dalla bocca e ti strizza tutti gli organi, ti blocca il respiro.
E infatti sono rimasto lì in silenzio, ad ascoltare le sue parole. Anzi, non le ascoltavo, le vedevo. Guardavo quelle parole, fatte di lettere maiuscole, minuscole, con l'accento, i punti di sospensione, le vedevo uscire dalla sua bocca e cadere a terra, strisciare verso di me come soldati in guerra, muniti di baionetta, arrampicarsi per le mie gambe sù sù sù sino ad arrivare al cuore..
si, l'ho detto,il cuore..
Arrivare sino a lì e poi piantaci le baionette.
zac e zac e zac
e tutte quelle parole io le vedevo.. erano
rimaniamo amici.. sentiamoci ogni tanto.. ti voglio tanto bene..non so cosa mi sta succedendo..ho bisogno dei miei spazi...

E così è andata via.
E io mi sono ritrovato solo. E depresso.

Sul nostro pianeta non si sa cosa sia la depressione. Non abbiamo quel tipo di patologia. Nel nostro pianeta a volte può capitare di avere voglia di dare delle testate al muro, ma così, tanto per vedere la consistenza dei muri.
Prendiamo la rincorsa e ci lanciamo contro i muri a testa bassa. BOOM. E poi andiamo a casa.
Invece qui mi sono messo a tirare testate contro i muri giusto perchè sentivo il bisogno di farlo.
Anche i vostri muri sono belli duri.
Non come i nostri.
Ma duri comunque.
Bè, insomma ero depresso. Mi sono messo a tirare testate ascoltando canzoni tristi. Mi piacciono tanto le canzoni. Noi sul nostro pianeta non abbiamo la musica. Niente. Però abbiamo le discoteche. Il sabato sera andiamo in queste enormi discoteche e stiamo lì, fermi e in silenzio per ore. Fermi. Immobili. Non vola una mosca.
Poi ad un certo orario andiamo a casa.
Invece qui avete le canzoni.
Non sottovalutatele le canzoni, anche le canzonette, quelle che vi sembrano brutte orribili, quelle che parlano d'amore e del cuore, e di tutti quei sentimenti...emozioni.. sono meravigliose.
Io apprezzo molto Albano. Mi piace quando con quella voce parte con gli acuti e non si ferma più! Va e va e va!
Magnifico. Una delle mie canzoni preferite è Nostalgia Canaglia. Quel testo mi commuove sempre:
Nostalgia, nostalgia canaglia
Che ti prende proprio quando non vuoi
ti ritrovi con un cuore di paglia
e un incendio che non spegni mai”

sul perchè quando si è spezzati dal dolore, si ascoltino canzoni del genere, ci sarebbe da discuterne.

Il tempo cura tutte le ferite, dite voi. E' vero.
Ma quale tempo? Quanto dura, il tempo?
Sul mio pianeta il tempo passa secondo le nostre esigenze. Lo comprimiamo, lo dilatiamo a nostro piacere. Hai un'appuntamento per domani? Chiudi gli occhi, li riapri..
...e sei al domani.
Oppure al mese prossimo.
all'anno successivo. Attenzione, non lo salti l'anno, non viaggi nel tempo. No. Vivi, ma quel tempo si comprime in un battito di ciglia.
Soffri?
Chiudi gli occhi, li riapri e sei all'anno dopo. E il tempo è passato.
Le ferite, rimarginate.
Sulla Terra questo non succede. Qui il tempo è pesante, ogni dolore, ogni emozione, si aggrappa ai secondi come avesse le unghie. Qui da voi il tempo non scorre..
arranca.

Eppure non sono andato via, sono ancora qui.
Le ragioni cercatele nel clima, i paesaggi, la musica, il cinema, nel profumo di una torta appena sfornata, nella consistenza di una zolla di terra che si sfalda tra le mani, nel passo svelto delle donne la mattina, nel buon vino.. e altro ancora.
Quante cose
A metterle in fila,
sembra tutta pessima pubblicità, da baci Perugina.
Da lieto fine appiccicato con lo sputo.
eppure
La verità, la pura e semplice verità è
che nonostante tutta questa follia
Adesso, il mio cuore
batte per voi.
Stronzi

oddio(odio) la tecnologia!!!!!

ciao
credo di aver fatto tutto giusto
però non riesco a incollare il mio file
cosa devo fare?
scusate ma sono un tecnofobo preistorico abbiate
pazienza
Fabio

domenica 27 novembre 2011












...e tornando a casa,la sera,il pensiero di te...





sabato 26 novembre 2011

RICOMINCIARE



Ora vivo qui, in questo paese che mi somiglia come non avrei mai immaginato. Qui la gente è riservata e taciturna per natura, ma capace di solidarietà sincera e senza fronzoli.
Io, riservata e taciturna la sono diventata molto tempo prima che arrivassi, per necessità o forse per istinto di sopravvivenza. Giorno dopo giorno mi sono esercitata a ricacciare indietro le parole e le emozioni, spingendole a forza giù nello stomaco, ad ingrossare quel mare interiore di paura, squallore e dolore. Ero consapevole del fatto che il diventare una presenza silenziosa mi avrebbe resa lentamente invisibile cosicché della mia mancanza ci si sarebbe accorti poi, quasi per caso. E così è stato.
Quando sono arrivata devo avere avuto negli occhi lo sguardo di è scampato alla burrasca, una naufraga della vita devo essergli sembrata.Mi hanno accolta senza fare domande, semplicemente come si fa con una figlia lontana tornata da un lungo viaggio e adesso vivo qui, da un anno, 2 mesi e 13 giorni.
Ogni volta che posso, quando il mare è tranquillo e non lavoro, prendo la barca. Remo con il ritmo che il mio sentire naturalmente impartisce ai remi e ascoltando quella musica di acqua rotta e silenzio, raggiungo un posto impreciso e me no sto lì, a guardare e respirare. Mi sdraio e guardo in alto, perdo lo sguardo nel cielo, non riconosco più i confini, il tempo si ferma, divento aria.
Qualcosa poi mi riporta alla dimensione umana..il volo degli uccelli...un soffio di vento....la scia di un aereo. Allora mi rialzo ma ancora guardo. Guardo avanti e vedo il paese e la mia nuova casa, stretta tra le altre; vedo la finestra aperta della mia stanza da letto che non chiudo mai del tutto nemmeno di notte perché nel silenzio il mare, con il rumore del suo movimento e quel suo odore - alchimia di acqua, arie e sale - mi porta lontano e mi aiuta a dimenticare; vedo il muretto di sassi che costeggia la strada che porta su verso il centro del paese e vedo gli arbusti che crescono tra le pietre; vedo la chiesa, il campanile, il verde degli ulivi, i terrazzamenti coltivati e la costa della montagna che si staglia alta contro il cielo.
A volte mi volto indietro e vedo la ferrovia che mi ha portato qui, una mattina di fine inverno. Quando ho preso il treno, il primo in partenza, non sapevo ancora quale sarebbe stata la mia meta, sapevo solo da cosa stavo scappando e che non sarei tornata indietro mai più.
Dal finestrino mi sono sfilati davanti prima i palazzoni della città che si affacciano sui binari, poi la periferia di capannoni, i depositi di auto da demolire, le baracche e gli orti tristi, infine il paesaggio si è aperto sulla campagna con le sue cascine dal fascino antico e i filari di alberi a delimitarne le proprietà e poi spazi aperti e luce. Mi sono riempita gli occhi di tutta quella bellezza pacifica e perfetta e anche il dolore alla schiena, al braccio e alle gambe dove avevo preso pugni e calci, gli ultimi, sembrava fare meno male.
E' arrivata la collina, poi le gallerie e improvvisamente, un bagliore accecante: il mare. Ho visto arrivare il paese subito dopo la curva della montagna e ho sentito che forse potevo ricominciare da lì. Ho preso in fretta la valigia e quando il treno si è fermato sono scesa.

martedì 15 novembre 2011

Viaggio di una notte

Ti spiego un istante.Mi chiedi stai bene.
Fallo lentamente. Annoda le parole alle mie dita lunghe, stringi i miei polsi e guarda le gambe sottili. Son ferme a riposare, reduci da corse già concluse. Fredde, ad aspettare cartine geografiche di un Nord ancora sconosciuto.Il tempo si arrotola piano, poi corre, sulle discese sassose dei miei istinti.Gli istinti miei che risalgono, spinti da una nuova corrente. Vento tiepido a posarsi sul mio corpo.


Le gambe tue pure fredde. Immobili, ad aspettare nuovi orizzonti. Di un Sud immaginario, teatro di scene mai viste.


Ti spiego un istante.
Mi chiedi stai bene.


Lenzuola stese ad aspettare il sole, in un inizio d'inverno che è ancora caldo nell'accorciarsi dell'ombra del mezzogiorno. La voce tua che pure vibra tra note che di passione. Gli occhi miei.Lentamente. Lega i miei capelli ai tuoi, di nodi inconsistenti. Districa le ore trascorse. E con le dita, con le dita disegna profili sulla mia schiena. Profili del tempo trascorso, gettato via, morto e risorto. Con le dita percorri il mio viso. E sotto gli occhi poi fermati. Ché sulle gote sembri, oppure diventi, goccia e riflesso di me. E le mie gote divengono, oppure appaiono solo, traccia di te.


Ti descrivo un odore. Mi dici che è buono. Mi tocchi le braccia. Guardi le mani. Scivoli piano. S’annoda il pensiero. Mi scopri le spalle. Un ritaglio di tempo. Una scritta in greco, un tatuaggio nascosto. Lenzuola già asciutte. Un viaggio che dura una notte. Una notte in un viaggio. Le dita tue che somigliano a mille matite.


Ti spiego sto bene.
Mi chiedi un istante.


E il disegno di te sulla pelle.

I bambini sono di sinistra