"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater

lunedì 17 ottobre 2011

la freccia nera

Lo so, sono un nostalgico...

domenica 16 ottobre 2011

Nudità

Un’isola. Un angolo remoto, sprofondato nel blu del Mediterraneo. Uno sputo di terra bruciata, dimenticata da dio e dagli uomini.
Stipati tutti in piedi su quella bagnarola, che faceva la spola tra la nave attraccata al largo e il piccolo porto davanti ai nostri occhi, eravamo come clandestini imbarcati in un viaggio alla rovescia, dal continente al mare, dal presente al passato.
La miriade di cicale che frinivano all’unisono, in un crescendo quasi assordante man mano ci avvicinavamo alla spiaggia, era l’unica voce dell’isola. L’unico segno di vita. Neppure un’anima in giro, sotto il sole cocente delle due del pomeriggio.
Appena approdati in quella solitudine irreale, ci parve di essere non ospiti ma padroni di quel luogo. E non più costretti alla vicinanza coatta del viaggio, ci sparpagliammo per la spiaggia di sassi scuri, pronti a prenderne possesso. Con le nostre cose, la nostra presenza, la nostra invadenza.
Verso il fondo della baia c’erano due donne, due turiste che prendevano il sole completamente nude. “Bello – pensai – qua si può fare nudismo indisturbati”. Mi piaceva spogliarmi anche di quei minuscoli triangoli di stoffa che costituivano il mio esile costume da bagno perché era come togliersi l’abito per indossare una bandiera: quella dell’emancipazione, della libertà, della provocazione.
Per giorni colonizzammo l’isola piantando le nostre tende dove ci pareva, facendo casino alla sera in riva al mare e spogliandoci di ogni inutile necessità, abiti compresi. Gli isolani ci ignoravano. Giravano alla larga da noi. I pochi che incontravamo erano uomini, pescatori che partivano alla mattina presto per andare al largo e non tornavano mai prima del tramonto. Le donne dov’erano? Forse arroccate nel piccolo villaggio a cui si arrivava soltanto percorrendo a dorso d’asino il tortuoso sentiero che dal porto portava in cima al promontorio.
Noi non salimmo mai lassù. Per la spesa, ci accontentavamo di quel poco che trovavamo in un modesto baracchino alla spiaggia: uno sgangherato bar-ristorante-supermercato affacciato sul mare, l’unica concessione del luogo per i pochi turisti come noi che arrivavano di quando in quando all’isola.
Un giorno, proprio mentre ce ne stavamo là, con qualche arancino di riso nel piatto e qualche bicchiere di vino sul tavolo, udimmo uno strano lamento corale che si faceva via via più vicino, più intenso, più angosciante. Erano voci di donne. Dalla terrazza non vedevamo arrivare nessuno, e quella nenia ossessiva mi sembrava quasi un’allucinazione.
Ma a un certo punto, volgendo gli occhi verso il mare, notai una piccola imbarcazione che si avvicinava lentamente a riva. Avanzava a forza di remi, piano, piano, piano. Un unico uomo a bordo, e un unico particolare visibile: un immenso cuscino di fiori.
Mentre mi domandavo cosa mai stesse accadendo, dalla strada che conduceva al porto apparvero loro: le donne dell’isola. Tutte vestite di nero, dalla testa ai piedi. Le mani giunte sotto il petto, un rosario in mano. Venivano ad accogliere il loro defunto che arrivava dal mare, piangendolo con lugubri nenie interrotte soltanto da strazianti grida di dolore.
Camminavano a testa bassa. Penso che neppure ci avessero notati.
I loro lunghi abiti neri facevano a pugni con i nostri succinti costumi da bagno di tutti i colori. Il pallore dei loro visi, incorniciati dal velo che copriva i capelli, contrastava con l’abbronzatura della nostra pelle cotta dal sole.
Io, sopra il costume, indossavo un pareo. Me l’ero legato addosso semplicemente perché mi dava fastidio la pelle nuda che si incollava a quelle orribili sedie di plastica del bar.
Fra tutti gli amici, ero quella più vestita. Eppure mi sentivo nuda. Nuda e intrusa. Nuda e arrogante. Nuda e cieca. Nuda e sorda alla voce di quel luogo, di quelle donne, di quel mondo ancora antico ma non per questo meno degno di rispetto.

Black suede shoes


Le labbra contratte stringevano il filtro mentre la bocca si impegnava in lunghi e rapidi tiri. Piero teneva stretta la sigaretta tra le dita. Indossava un completo primaverile, dal tessuto morbido, una camicia bianca, che aveva slacciati gli ultimi due bottoni, e una cravatta, molle intorno al collo.

Con il suo paio di mocassini in pelle nera e dalla suola di cuoio duro, che risuonavano sul catrame, misurava il marciapiedi di fronte al portone con ampie e veloci falcate. Avanti e indietro.

Nella sua testa ripassava il discorso che si era preparato per Cristina, misurando con perizia rimostranze e ricordi, sensi di colpa e accuse, perdono e desiderio. Si lasciava trascinare dalle sue scarpe; dall'impatto secco della suola sul terreno e dal rintocco ipnotico provocato dal cuoio, dimentico del mondo che aveva intorno. Così non vide il bambino e la bambina che gli passarono accanto mano nella mano, non percepì il profumo di pane caldo che proveniva dalla panetteria all'angolo né udì quella canzone, che tanto gli piaceva, suonata dall'autoradio di una coupé che passava sulla strada, né tanto meno si accorse dello sguardo furtivo e curioso che gli lanciò la deliziosa biondina che accompagnava i due bambini. Era tutt'uno col suo obiettivo.

Avrebbe riconquistato Cristina. Era destino. Era scritto nelle stelle. L'avrebbe riconquistata perché lui lo voleva e perché così aveva deciso. L'avrebbe attaccata perché lei lo aveva tradito con quell'attore da quattro soldi ma alla fine l'avrebbe perdonata. Dopotutto anche lei gli aveva perdonato le sue scappatelle. Sarebbe stato magnanimo e comprensivo. Le avrebbe concesso il suo perdono.

Certo però che gli rodeva. Se ci pensava troppo aveva la sensazione che il sangue gli affluisse sotto lo sterno. Come si era permessa di fare quello? Di farlo proprio a lui? Cominciava a sentire come una bolla d'aria nello stomaco. Il respiro cominciava a venir meno. Lei avrebbe dovuto avere più rispetto della loro relazione, del loro legame. Perché non ci aveva pensato prima di farsi scopare come una troia? Mentre scopavano forse quei due avevano riso di lui. Chissà che parole c'erano state fra di loro. Il sangue sotto lo sterno cominciava a bollire. L'avrebbe ammazzata! Si voltò e cominciò a correre verso il portone ma il piede inciampò su qualcosa di morbido che lo fece scivolare. Piero roteò su se stesso, si inclinò paurosamente e picchiò il culo sul marciapiedi. Osservò i suoi piedi e si accorse, allora, di aver pestato una grossa merda di cane. Fu un attimo. Sentì le lacrime bagnarli gli occhi e il respiro come tagliuzzato da lame. Come se arrivasse dal pozzo della sua anima, un urlo disumano proruppe dalla sua gola. Si guardò intorno. Sembrava che nessuno lo avesse sentito. Contemplò ancora il mocassino; la merda lo impiastricciava un po' dappertutto. Rimase come sospeso per un istante e poi si sciolse in una risata larga e insensata. Allora si levò le scarpe, si rimise in piedi e s'incamminò verso l'angolo. Ci svoltò e scomparve.

sabato 15 ottobre 2011

Il signor Giacomo

Alle 6,45 la sveglia del signor Giacomo suona. Lui si alza, va in cucina e mette la caffettiera sul fuoco.. Gli sovviene che oggi è sabato e quindi non lavora. Dandosi dello stupido, ritorna a letto e si riaddormenta. Si sveglia di soprassalto dopo pochi minuti, con la consapevolezza che, in effetti, oggi non è sabato.
E' venerdì.
Con un balzo esce dal letto, corre in bagno, quindi si veste ed esce dal proprio appartamento. Si infila nell'ascensore, scende sino al pianterreno, quando gli sorge il dubbio di aver lasciato aperto il gas in cucina. Schiaccia il pulsante del quinto piano,risale, quindi apre la porta di casa e sente il telefono squillare. Risponde: E' il Direttore dell'ufficio, che gli chiede spiegazioni del ritardo
. Il signor Giacomo si scusa, quindi esce di casa, sale in ascensore e schiaccia il pulsante del pianterreno.
All'altezza del secondo piano il signor Giacomo si rende conto di aver lasciato la chiave di casa infilata nella porta. Risale al quinto piano e trova la chiave ciondolante dal buco della serratura. La sfila , risale in ascensore e scende sino al pianterreno. Nell'androne incontra il portinaio, lo saluta , esce e si avvia verso la macchina.
Il signor Giacomo non trova le chiavi della macchina.
Sono rimasti nei pantaloni indossati il giorno prima. Veloce ritorna nel palazzo, saluta il portiere, entra in ascensore, arriva al quinto piano, entra a casa, corre in stanza da letto, ma i pantaloni non ci sono.
Il signor Giacomo si ricorda di averli messi a lavare in lavatrice.
Apre la lavatrice, tira fuori i panni bagnati, trova i pantaloni, recupera la chiave della macchina, esce di casa e...
l'ascensore non c'è.
E' fermo al primo piano. Lo chiama. L'ascensore parte, ma non sale. Scende al pianterreno.
Il signor giacomo schiaccia il pulsante dell'ascensore, e quello risale.
Ma al quarto piano si ferma.
E torna al pianterreno.
Il signor Giacomo decide di prendere le scale, scende tutte le cinque rampe di corsa , saluta il portiere, esce in strada, entra in macchina e decide di chiamare in ufficio per dire che è in ritardardo.
Ma il cellulare non c'è.
E' in casa.
Nel telefonino ci sono dei numeri importanti che il signor Giacomo deve chiamare in giornata, quindi è costretto a scendere dalla macchina, correre nel condominio, salutare il portiere, prendere l'ascensore, salire al quinto piano, aprire la porta e prendere il telefonino.
Ma non lo trova. Decide di chiamarsi, usando il telefono fisso. Lo sente squillare.
Ma non in casa. Il cicalio proviene da fuori.
Dall'ascensore.
Il signor Giacomo vede il telefonino in un angolo del pavimento dell'ascensore, l'istante prima che le porte si chiudano e l'ascensore scenda, al pianterreno.
Il signor Giacomo chiude la porta di casa e corre a rotta di collo per le scale. Nell'ultima rampa appoggia malamente il piede destro e si sloga una caviglia. Zoppicando e bestemmiando il signor Giacomo raggiunge l'ascensore al pianterreno.
E dentro l'ascensore, il telefonino, c'è.
Recuperato il telefonino il signor Giacomo zoppicando raggiunge la macchina, e dopo essersi seduto, chiama in ufficio.
Un centralino lo avverte che dovrà aspettare pochi minuti. Lui aspetta e dopo tre minuti una voce gentile lo informa che il suo credito è finito.
Il signor Giacomo sbuffando mette in moto la macchina, poi casualmente dà uno sguardoin alto, verso il suo appartamento, e vede del fumo nero uscire dalla finestra socchiusa . Il signor Giacomo si rende conto di non aver chiuso il gas, e che qualcosa ha preso fuoco, quindi pianta la macchina in mezzo alla strada, zoppicando entra nel condominio, non saluta il portiere e chiama l'ascensore.
Ma quello non arriva.
Si è rotto” sente dire dal portiere.
Il signor Giacomo manda affanculo il portiere, quindi sale cinque rampe di scale, apre la porta di casa, corre in cucina dove viene investito da un fumo nero, e dal forte odore di alluminio e plastica bruciata. Spegne il gas e sposta la caffettiera.
La caffettiera è arroventata.
Il signor Giacomo urla e lascia cadere la caffettiera, che finisce sul piede sano.
Il signor Giacomo urla un'altra volta.
Con molta fatica il signor Giacomo si porta vicino alla finestra e la spalanca. Guarda in strada.
Vede due tipi poco raccomandabili salire sulla sua macchina, ferma in mezzo alla strada, e partire sgommando.
Il signor Giacomo si siede in cucina
E rimane li per un bel po'.

Home sweet Home

Casa dolce casa. Sì: è questo che si pensa tante volte, quando finalmente si rientra esausti, carichi di borse, giacche, maglioni perché con questo tempo non si capisce più niente.. alla mattina.. il gelo polare; al pomeriggio.. un caldo infernale.. E noi rincasiamo, stanchi e stressati, con le braccia cariche neanche fossimo venditori ambulanti, e per un attimo, per un breve sublime istante, quel piccolo o grande nido accogliente ci sembra un paradiso. Un paradiso, sì, che a poco a poco si trasforma in inferno mentre i suoi demoni, rinchiusi a chiave in un cassetto o dietro una porta, si risvegliano.
Casa. Amata e odiata casa. Quante volte vorremmo scappare lontano; prendere e uscire e metterci alla guida, senza meta. Soli, soli con la nostra voglia di andare. Con l'orizzonte negli occhi e l'illusione di catturare quei sogni. Eppure è lì – Casa – è sempre lì che vorremmo tornare quando siamo lontani. E non importa che siamo in un'aula di scuola o in un cubo d'ufficio o dall'altra parte del Globo, quello che conta è che ci manca Casa. Casa Nostra. Quel nido accogliente dove si attacca furiosa una parte dell'anima ogni mattina quando varchiamo la porta per andare incontro al mondo.
Casa.
Casa non è un edificio; non è quel quadrato bianco con un triangolo rosso sul capo che disegnavamo all'asilo; non è tutto quello spazio che piccolo o grande hai curato, arredato, pulito, cambiato, ammirato. No: Casa è un qualcosa di tutto questo. E' un dettaglio, è QUEL dettaglio, che rende quel posto il TUO nido, il TUO rifugio, il TUO posto. Casa è una coperta, un cuscino; è quel peluche immenso che hai su una sedia accanto al letto, e anche se sei diventato grande ti fa sentire ancora quel fremito di quando eri bambino. Casa è un oggetto, una parete, un dipinto; una scelta che fa tuo quello spazio. Ed è quel dettaglio, ciò a cui pensi ogni volta che sei lontano e vorresti trovarti lì: nel tuo rifugio, pieno dei tuoi demoni e delle tue tristezze.
Ho un ricordo del mio periodo di adolescente convinta, di quando volevo dimostrare al mondo di essere a qualcuno andando a ballare in discoteca. File interminabili di coda, perennemente – non si capisce poi perché- sotto una pioggia infernale; il carnaio all'ingresso, il prezzo che non è mai quello previsto; le lotte e i gomiti nelle costole al bancone per le borse e i giubbotti.. L'ho capito subito che non faceva per me quell'ambiente, e perennemente arrivava un momento in cui, per vincere lo sconforto, immaginavo. Immaginavo casa mia, immaginavo che la serata fosse finita. Di più: mi immaginavo sotto il mio piumone caldo e variopinto, nella penombra della mia stanza. Ecco: immaginavo la mia casa, la mia camera; quel raggio di sole o di luna o di polvere di stelle, che ogni giorno, indipendentemente dall'ora, buca la persiana e colora di polvere sospesa il torpore del mattino.
Questo è casa mia: un dettaglio. Un filo che tiene insieme tutto il resto, tutti i singoli particolari fortuiti o accuratamente scelti. Come quando da piccoli si univano i numerini sulle riviste per scoprire l'immagine. Così mi piace immaginare il mio nido: come un puzzle che si compone di innumerevoli piccoli pezzi; come un incastro che racconta una vita. E in questo incastro, non può mancare un elemento fondamentale: il motore amore.. La mia mamma, il mio filo intrecciato. Lei è casa, e l'odore del suo golf beige larghissimo che tiene caldo d'inverno; l'odore che mi lascia addosso la mattina quando mi abbraccia prima che esca. Pensare a “casa” è pensare a mia madre, perché senza di lei le silenziose parole sussurrate dalle mura alla notte..avrebbero un suono completamente diverso.

Francesca Casagrande.

venerdì 14 ottobre 2011

Perchè tanto amore per lo struzzo?


Mi sveglio e penso a loro, preparo la colazione e non mi capacito, esco di casa e dimentico di chiudere a chiave, sempre loro. In auto per poco prendo la tangenziale ovest invece di proseguire dritto. Non approfitto del primo parcheggio che l'occhio ha registrato senza il consenso dei miei neuroni che sono fermi a ieri sera. Ma perchè gli struzzi sono oggetto di tanta curiosità? Le penso tutte. Giochini erotici per cocainomani annoiati dal solito sesso ? Mercato arti per maglifici "arti-gianali" cinesi? Insomma fino a quando nn sono arrivata in ufficio non mi sono data pace. Ho chiesto aiuto ad internet e mi si è aperto un mondo:

Bastano solo 27 struzzi per poter rifare gli interni della vostra automobile.

Lo struzzo, adeguatamente spennato, può diventare un efficacissimo spolverino.

La bistecca e il frappè di struzzo sono varietà culinarie molto ricercate per le rinomate capacità lassative.

Gli struzzi possono raggiungere velocità fino ai 70 km/h: compratene uno e divertitevi a gareggiare con i vostri amici come fanno i nativi dell'Africa.

Negli anni Venti, andavano di moda i cappelli di penne di struzzo. Ormai è un tormentone caduto abbastanza in disuso, ma sono comunque un ottimo metodo per sembrare trasgressivi.

Il loro cuoio è ottimo per la fabbricazione di struzzi.

Lo struzzo può essere usato al posto dei cani guida per ciechi.

Gli struzzi sono morbidosi e per nulla aggressivi: regalane uno ai tuoi figli!

Gli omogeneizati Mellin di struzzo fanno crescere i bambini sani, forti e paraplegici.

Con l'avanzamento tecnologico, è molto probabile che degli struzzi condurranno le unità militari pesanti nelle future guerre; ci sono già casi documentati di operazioni balistiche USA, con a capo questi sanguinosi pennuti che, non avendo nulla da perdere, si gettavano sui nemici con una notevole furia omicida.

Ohhhh! Adesso sono in pace con il mondo.

Occhio della dea: Premiazione concorso

Occhio della dea: Premiazione concorso: ♥●•٠·˙˙·٠•●♥ Ƹ̵̡Ӝ̵̨̄Ʒ ♥●•٠·˙˙˙˙·٠•●♥ ARKAVAREZ♥●•٠·˙˙·٠•●♥ Ƹ̵̡Ӝ̵̨̄Ʒ ♥●•٠·˙˙˙˙ . BENVENUTI! ...

Un cesto di noci


Il salone era illuminato da eleganti lampade che gettavano la luce in ogni angolo.

Al tavolo lui stava divorando un delizioso filetto di manzo accompagnato da un'abbondante porzione di saporite patate al forno. Ai bocconi di carne alternava lunghe sorsate da un calice ricolmo di un superbo vino rosso. Di fronte a lui, separata di una barricata di bottiglie, bicchieri, piatti, vassoi e cestini, lei mangiava assente dei finocchi al vapore infilzandoli con la forchetta che teneva nella mano destra, mentre con la sinistra si arricciava una ciocca dei suoi lunghi capelli biondi. Faceva fatica a sentire quello che lui le diceva in quel momento. Sembrava che fosse intento a parlare di qualcosa che suonava come extension, o forse traction. Parole che lei doveva conoscere ma di cui in quel momento non riusciva a cogliere il senso.

Lui la voleva sempre in forma e sempre tonica, le diceva: “ se mi ami davvero non dovrebbe essere difficile”, e lei faceva di tutto per accontentarlo. Non voleva che si mettesse a guardare le altre e non voleva che le altre risultassero meglio di lei in un confronto.

Così si sparava tutti i giorni ogni genere di esercizio: leg extension, leg curl, affondi, hack squat, peck back, croci piane, croci a 45 gradi e altri ancora. Tutto per avere un fisico tonico, una paio di tette sode e due chiappe di marmo.

Doveva restare concentrata. Restare concentrata sul non fissare il piatto del compagno. Altrimenti quella sera avrebbe ceduto, se lo sentiva. Si mise allora a guardare gli altri clienti del ristorante, la postura con cui sedevano, i gesti delle mani quando conversavano e quando.....prendevano dal piatto il loro cibo. Non era possibile. Non era possibile sfuggire al subdolo richiamo tentatore del cibo, così tornò a volgere lo sguardo al compagno che in quel momento, ultimato il suo filetto, stava ordinando una porzione di torta ripiena di crema al cioccolato. Dovette prendere un lungo respiro per non perdere lucidità, ma non poté nulla per quello che successe dopo. L'occhio del compagno, mentre guardava allontanarsi il cameriere con la sua ordinazione, incrociò la silhouette di un’altissima valchiria che, fasciata in un lungo abito aderente, attraversava in quel momento il ristorante. Forse l'uomo non ci pensò neanche quando pronunciò quella considerazione - “Quello si che è sodo” - ma mal gliene incorse.

La pazzia non si manifesta sempre come l'eruzione improvvisa di un vulcano; a volte ha l'aspetto quadrato e matematico di una punta di diamante su un vetro.

La compagna dell'uomo richiamò il cameriere e ordinò un cestino di noci. Sebbene la richiesta fosse insolita, di fronte alla determinazione calma della donna, il personale si attivò per esaudirla.

Una volta che il cestino fu sul tavolo, la donna si alzo in piedi afferrando una noce dal cestino e avvicinandosi al fidanzato, con tono amorevole gli disse: " Mi sembra che tu abbia le idee un po' confuse, amore. Ma ho voglia di darti una mano. Ti aiuterò a chiarirti. Devi avere fiducia, caro! Osserva bene quello che ti mostrerò e non dimenticarlo. E' raro vedere un culo sodo come il mio.....un culo che rompe le noci!”. E quasi che si aspettasse davvero di vedere una noce aperta con il culo, come si racconta nelle barzellette, l'uomo non vide nulla ma poté soltanto sentire il freddo della lama del coltello mentre gli apriva lo stomaco.

giovedì 13 ottobre 2011

Storia di somari


15 ottobre, tu che fai???

La storia degli asini che sta circolando in rete è limpida come le favole di fedro...

Non l’hai ancora letta? Eccola qui....



Un uomo in giacca e cravatta è apparso un giorno in un villaggio. In piedi su una cassetta della frutta, gridò a chi passava che avrebbe comprato a € 100 in contanti ogni asino.

I contadini erano un po’ sorpresi, ma il prezzo era alto e quelli che accettarono tornarono a casa con il portafoglio gonfio, felici come una pasqua.

L’uomo venne anche il giorno dopo e questa volta offrì 150 € per asino, e di nuovo tante persone gli vendettero i propri animali.

Il giorno seguente, offrì 300 € a quelli che non avevano ancora venduto gli ultimi asini del villaggio.

Vedendo che non ne rimaneva nessuno, annunciò che avrebbe comprato asini a 500 € la settimana successiva e se ne andò dal villaggio.

Il giorno dopo, affidò al suo socio il gregge che aveva appena acquistato e lo inviò nello stesso villaggio con l’ordine di vendere le bestie a 400 € l’una.

Vedendo la possibilità di realizzare un utile di 100 €, tutti gli abitanti del villaggio acquistarono asini e, per far ciò, si indebitarono con la banca.

Come era prevedibile, i due “uomini d’affari” andarono in vacanza in un paradiso fiscale con i soldi guadagnati e tutti gli abitanti del villaggio rimasero con asini senza valore e debiti fin sopra i capelli.

Gli sfortunati provarono invano a vendere gli asini per rimborsare i prestiti. Il “corso” dell’asino era crollato. Gli animali furono sequestrati e affittati ai loro precedenti proprietari dal banchiere.

Nonostante ciò il banchiere andò a piangere dal sindaco, spiegando che se non recuperava i propri fondi, sarebbe stato rovinato e avrebbe dovuto esigere il rimborso immediato di tutti i prestiti fatti al Comune. Per evitare questo disastro, il sindaco, invece di dare i soldi agli abitanti del villaggio perché pagassero i propri debiti, diede i soldi al banchiere (che era, guarda caso, suo caro amico e primo assessore).

Eppure quest’ultimo, dopo aver rimpinguato la tesoreria, non cancellò i debiti degli abitanti del villaggio né quelli del Comune e così tutti continuarono a rimanere immersi nei debiti.

Vedendo il proprio disavanzo sul punto di essere declassato e preso alla gola dai tassi di interesse, il Comune chiese l’aiuto dei villaggi vicini, ma questi risposero che non avrebbero potuto aiutarlo in nessun modo poiché avevano vissuto la medesima disgrazia.

Su consiglio “disinteressato” del banchiere, tutti decisero di tagliare le spese: meno soldi per le scuole, per i servizi sociali, per le strade, per la sanità … Venne innalzata l’età di pensionamento e licenziati tanti dipendenti pubblici, abbassarono i salari e al contempo le tasse furono aumentate. Dicevano che era inevitabile e promisero di moralizzare questo scandaloso commercio di asini.

Questa triste storia diventa più gustosa quando si scopre che il banchiere e i due truffatori sono fratelli e vivono insieme su un’isola delle Bermuda, acquistata con il “sudore della fronte”. Noi li chiamiamo fratelli Mercato.

Molto generosamente, hanno promesso di finanziare la campagna elettorale del sindaco uscente.

Questa storia non è finita perché non sappiamo cosa fecero gli abitanti del villaggio. E voi, cosa fareste al posto loro? Che cosa farete?

Se questa storia vi ricorda qualcosa, ritroviamoci tutti nelle strade delle nostre città e dei nostri villaggi sabato 15 ottobre 2011 (Giornata internazionale degli indignati). E fate circolare questa storiella.





...la casa in fondo alla strada...

Sono passati tanti anni da quando sono stata in questo posto e man mano che le vie scorrono dietro al finestrino della mia auto, tornano alla mente ricordi che non pensavo esistessero. Profumi, rumori, visi e voci, un insieme di emozioni che mi riportano indietro alla mia infanzia e a quel periodo, passata qui tanto tempo fa.
I miei genitori, per quell'estate, avevano scelto di passare le vacanze in un piccolo paesino, al mare. Avevamo preso in affitto una villetta. Era una casa bianca, molto carina, con un giardino. Per noi, bambini di città, abitare in una casa dove si entra senza prendere l'ascensore, dove si esce e c'è un prato tutto per te, dove giocare, sembrava un fatto miracoloso.
La mia camera aveva un lettino e un letto a castello; non era molto grande e la dividevo con i miei fratelli, ma non mi importava, mi sembrava di essere in paradiso.
Non tutti i giorni andavamo al mare; i miei dicevano che troppo mare rende i bambini nervosi, e quindi rimanevamo a giocare intorno alla casa. Sul retro c'era un pergolato e anche nelle ore più calde, lì si stava al fresco. Mi organizzavo con le mie bambole, e fingevo di avere una casetta tutta mia.
La casa si affacciava su una strada abbastanza stretta; ci passavano poche macchine e avevo il permesso di uscire dal cancello per passeggiare e sbirciare in giro. Tutte le case vicine erano villette con il giardino; niente a che vedere con la mia casa di città, sommersa in mezzo a palazzoni che sembravano giganti.
In cima alla strada, distante da tutte le altre abitazioni, c'era una casa diversa da tutte. Era proprio la sua diversità ad attirare la mia attenzione, a suscitare la mia curiosità.
Era una vecchia casa, alta. Il tempo aveva portato via l'intonaco e in molti punti si vedevano i mattoni, le pietre con cui era stata costruita. Era grigia e cupa. Non c'erano fiori e al posto di un bel prato, intorno, aveva un selciato. Finestre e porte erano sempre chiuse, ma nel mio girovagare avevo scoperto che vi abitava una vecchietta. Quella era la casa della Ida.
Oltre la casa della Ida non c'era niente, e quindi quello era il limite invalicabile:"Vai, ma non oltre la casa della Ida". Ma chi fosse questa Ida, non lo sapevo, non l'avevo mai vista.
I giorni della mia vacanza scorrevano sereni, ma pian piano lo spazio intorno a me non aveva più segreti. Non che mi annoiassi, ma un senso di libertà e di sicurezza, che non avevo mai provato prima, mi aveva preso.
Sentivo quel limite di "non oltre la casa della Ida" come una sfida.
Un pomeriggio, mentre camminavo lungo la strada, arrivata vicino alla vecchia casa, qualcosa dentro di me mi aveva spinto ad andare oltre. Non so bene dove trovai il coraggio di disobbedire, ma lo feci.
Era una giornata nuvolosa, di quelle che mette la noia addosso e che ti spinge a trovare qualcosa di nuovo, da fare.
Lo avevo fatto ed ero rimasta sorpresa nel vedere che non c'era niente di pericoloso oltre quella casa, solo campi e grandi cespugli di rovi di more. Tantissime more. Presa dall'entusiasmo e dall'eccitazione della mia trasgressione mi ero messa a raccogliere e a mangiare more con avidità. Il tempo era passato senza che me ne rendessi conto e soprattutto non mi ero accorta di come il colore del cielo fosse cambiato. All'improvviso mi ero ritrovata in mezzo ad un temporale violentissimo. In un attimo, tutto quello che fino a quel momento mi era apparso come una bellissima avventura, si era trasformato in un incubo. Ero spaventata e non sapevo dove andare.
Piangendo, mi ero messa a correre, quando all'improvviso una mano mi aveva afferrato per un braccio. Mi sentivo trascinare ma non sapevo dove mi stesse portando, finchè non riconobbi la casa della Ida. Una di quelle strette porte che avevo sempre visto chiuse, era aperta ed era proprio dentro a quella casa che stavo per entrare.
In tutta la mia paura, una voce dolce iniziò a parlare. Era proprio lei, la Ida. Nella stanza semibuia mi spinse vicino al camino e mi diede una coperta: tremavo come una foglia, per la paura e per il freddo.
Guardandomi intorno, mi resi conto che in quella stanza c'era tutto quello che poteva servire per vivere. Ma la mia attenzione andò ad una foto, che era posata su un cassettone; aveva davanti fiori e una piccola candela accesa e spiccavano i volti di due ragazzine sorridenti, uguali, due gemelle.
"Sono le mie figlie, sono morte tanti anni fa. Erano tanto belle." La sua voce era tremante. In quel momento mi resi conto che non mi faceva più paura, ma solo una grande tristezza.
Seduta accanto alla Ida, ero rimasta ad ascoltare la sua storia, finchè il temporale non era finito. Poi, tenendomi per mano, mi aveva riaccompagnato a casa.
Nei giorni che mi rimasero di vacanza andai tutti i pomeriggi a trovare la Ida, a raccogliere more, ad ascoltare le sue storie. Il ricordo più caro è rimasto in quella casa, in quella stanza che era tutto il suo mondo o quello che le era rimasto.
Con un po' di fiato sospeso ripercorro quella strada, ma la casa della Ida non c'è più. Mi fermi e ripenso alla sue poche cose, cose che ad occhi estranei saranno sembrate senza valore ma che per lei erano tesori. Come quello che ha lasciato dentro di me.