"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater

mercoledì 31 agosto 2011

Cogli l'attimo

Ero un cucciolo di pastore tedesco, vivace e giocherellone come tutti i cuccioli.
L'uomo era gentile con me ed era entusiasta di ammirarmi. Sapevo che la bellezza del mio corpo colpiva l'attenzione di tutti.
Compresi subito che confronto alle altre razze della mia specie, la mia era dotata di un intelligenza superiore.
Non avevo problemi a comprendere ciò che l'uomo mi chiedeva. Nel rapporto con lui non trovavo nessuna difficoltà.
Anzi, spesso mi divertivo a prenderlo in giro, facendo finta di non capire qualcosa.
Lui si sforzava in tutti i modi, mentre io me la godevo un mondo. Certo non dovevo esagerare, perché se perdeva la pazienza in qualche modo mi avrebbe punito.
Ma ormai conoscevo i suoi limiti e non li oltrepassavo mai.
Fin dai giorni della mia infanzia, notai che un adulto della mia specie viveva nel recinto delle pecore. Lui che era il “RE” incontrastato dell'intelligenza, viveva a contatto diretto con una delle specie più stupide esistenti sulla terra.
Rimase solo una curiosità senza interesse, ero troppo giovane per interessarmi dei problemi altrui.
La mia vita andò avanti nella più normale regolarità. Ero trattato bene e coccolato.
Ma ormai avevo due anni e quel quadrato di esistenza, diventava sempre più stretto e monotono.
Volevo di più, sentivo l'esigenza di andare oltre quel recinto, avvertivo il desiderio di conoscere ciò che c'era al di la.
Ero affezionato ai miei padroni e per loro avrei dato la vita, ma era più forte la voglia di libertà.
Ormai erano alcuni giorni che mi sentivo irrequieto, così decisi che alla prima occasione sarei volato incontro al mondo che non conoscevo.
Ricordo quella giornata perfettamente. Pioveva a dirotto, ma così tanto che si faceva fatica a distinguere chi avevi di fronte.
Il vecchio adulto della mia specie che viveva con le pecore, uscì chissà come dal suo recinto e mi chiamò.
"E' proprio una giornata da schifo" Mi disse avvicinandomi.
Fui sorpreso dal vederlo fuori dal recinto, non l'aveva mai fatto.
Non sapevo che rispondergli, con lui non avevo mai parlato e nel vederlo adesso con i segni del tempo addosso, facevo fatica a realizzare che appartenesse alla mia razza.
Lui capì il mio stato d'animo e non si diede per vinto.
"Se cerchi l'occasione propizia, non te ne capiterà una migliore." Mugolò stancamente.
"Di quale occasione parli, vecchio? " Gli risposi alterato.
Non si scompose nemmeno un attimo, come se la mia risposta si fosse persa nel rumore della pioggia.
"Pensi che la fuori sia meglio di qui!" Continuò accucciandosi sotto quel diluvio, come fosse la cosa più normale da fare.
Sbuffai infastidito. "Che ne sai cosa c'è al di la del muro, tu che hai sempre vissuto chiuso assieme alle capre!"
L'acqua cadeva come se il cielo non avesse mai bagnato la terra fino a quel momento.
"Non sempre figliolo, non sempre. C'è stato un tempo che ero al tuo posto e avevo il tuo stesso smanioso desiderio di conoscere cosa c'era al di la della casa."
Sentivo il corpo invaso dal freddo e mi chiedevo come lui poteva starsene sdraiato, senza emettere un solo lamento.
"Tu eri davvero al mio posto!" Esclamai stupito.
"Si figliolo, prima di te c'ero io a far da guardia a questa casa."
Guardai i suoi occhi, immobili come il suo corpo. Decisi così di accucciarmi di fronte a lui. Se poteva farcela un vecchio pastore, che da anni viveva rinchiuso con le pecore, non vedo perché non avrei potuto farcela io.
"Ma come mai sei finito a far la guardia alle pecore?" Gli domandai sorridendo.
Il vento batteva il tempo allo scrosciare della pioggia, come fosse una scena studiata alla perfezione.
Si grattò il naso lentamente, muovendosi per la prima volta da quando eravamo sotto il diluvio.
"Vedi caro mio, a un certo punto pensai che c'era molto di più di quello che vedevo. Ero convinto che la fuori regnasse l'amore e la gioia come in questo cortile, solo che in scala più grande."
Si fermò un attimo, spostando lo sguardo dal mio, come volesse nascondere qualcosa.
Non potevo esserne sicuro in quella tempesta di tuoni e fulmini e pioggia a catinelle, ma mi sembrò condividesse le sue lacrime, con quelle che copiosamente venivano giù dal cielo.
"Invece cosa hai trovato la fuori!"  Gli dissi interessato.
"Fuori c'era tutto quello che volevo. I miei desideri, i sogni, gli interessi e quant'altro c'era al di la del recinto. Ma era diverso. Diverse erano le parole, così come i sorrisi, le persone e le situazioni. Niente era uguale a qui, nulla era come qui."
"Tu pensi che bisogna sempre stare qui allora!"
"No figliolo! Quando arriverà il momento potrai uscire da quel cancello e spiccare il volo verso la tua libertà. Ma devi farlo al momento giusto."
Ero percosso dai fremiti di freddo e non resistevo più a stare immobile come lui. Mi alzai di scatto, cercando di muovere il mio corpo intorpidito da quel mare d'acqua.
"Ma perché non ti muovi, che vuoi dimostrare stando fermo sotto la pioggia!" Gli dissi esasperato.
Non degnandomi nemmeno di uno sguardo, andò avanti col suo sermone.
"Adesso pensi sia la decisione giusta, perché non conosci ancora le conseguenze del tuo gesto. Ciò che otterrai andando via, sarà solo una luce superficiale, un istante di gloria momentaneo, che verrà spazzato alle prime folate di vento. Cercavo un riparo da quella tempesta che non accennava a diminuire. La salvezza era la mia cuccia, ma avrei dovuto abbandonarlo fuori, ed era un gesto che proprio non riuscivo a fare."
Gironzolavo attorno alla mio riparo, per fargli capire che sarebbe stato meglio rimandare il nostro discorso. Ma lui sembrava non capire.
"...Poi quando il vento avrà trasportato via il tuo entusiasmo, ti sentirai perso e solo. Non sarai più sicuro come adesso e vorrai tornare al mondo di prima. Ma quando tornerai sui tuoi passi, nulla sarà rimasto uguale"
Non riuscivo più a seguirlo e cominciavo a pensare che siccome non c'è l'aveva fatta lui, voleva che fallissi anch'io. Ma sembrava che nulla gli importasse, tranne la storia che mi stava raccontando.
"Perché vedi figliolo, certe cose che perdi, non sempre riesci a ritrovarle. Spesso rimangono soltanto dei profondi rimpianti, che ti fanno compagnia ogni giorno che avrai la fortuna di stare sotto questo cielo."
Si alzò lentamente, come se stesse assaporando il caldo tepore del sole, invece di essere invaso da un nubifragio. Lo guardai stranito, mentre lui mi accarezzò il viso dolcemente.
" Ma questa è la tua vita caro, non la mia. Sei tu che devi decidere cosa vuoi per il tuo futuro. Tu devi capire cosa è giusto fare e quale strada prendere."
Mi lasciai cullare da quel gesto affettuoso, cogliendo nei suoi occhi una punta di malinconia.
"Fai la tua scelta figliolo." Mi disse guardandomi dolcemente.
" Grazie del consiglio." Risposi confuso sul da farsi.
Si girò e senza affrettare per nulla il passo, tornò nel recinto che divideva con le pecore.
C'erano almeno altre sei ore di buio, un occasione del genere non mi sarebbe mai più capitata.
Il mattino seguente la tempesta si era placata, lasciando il posto a un sole caldo e lucente. Il cinguettio dei passeri era armonioso, come se il temporale della notte precedente non ci fosse mai stato, o comunque, appartenesse ormai a un passato senza ricordo. L'uomo si avvicinò alla cuccia e mi accarezzò.
" Sei stato in gamba, non hai fatto il suo errore"  Mi disse, indicando l'adulto della mia razza nel recinto delle pecore.
" Ma guarda che lo so che è stato lui a convincerti, da solo non c'è l'avresti mai fatta!"
" Lo guardai sapendo che aveva ragione."
" Ti ha dato la possibilità di crescere gradatamente. Grande cane tuo padre, se avesse la parola sarebbe come noi umani."

giovedì 25 agosto 2011

Un brutto incubo

Era una brutta giornata, con un sacco di lavoro e mai un momento di riposo. I clienti erano oggi anche più fastidiosi del solito: “commessa!”. Non sembrava che non avessero altro da farmi a chiedermi pareri sui libri da acquistare, come se io avessi letto tutti i volumi della nostra libreria. Stavolta era una ragazza punk, capelli viola, borchie nere, tattuaggi e percing a chiedermi dove erano i romanzi sui vampiri. Quasi mi veniva da ridere, solo guardandola mi resi conto che il tema le si addiceva perfettamente, ma questo ovviamente non mai sarei permesso di dirglielo. Con il dito semplicemente indicai che erano sullo scafale di fronte a lei. Il signor Rossi, propietario e mio principale, aveva appena invitato una signora di uscire dal negozio con il suo chiwawa e a due ragazzini, che se non erano interessati all'acquisto, di non lasciare i libri sparsi alla rinfusa. Io continuai a sistemare i libri finchè lentamente il negozio si era svuotato dai clienti, sembrava che finalmene ci fosse un attimo di tranquillità. Asciugai il mio sudore con un fazzoletto.
Signor Rossi: Sara. Penso che ormai a quest'ora non viene più nessuno. Si occuppi del negozio fino al mio ritorno. Io vado al bar a prendermi qualcosa di bere, vuole che le porti qualcosa?


Sistemai i miei capelli lunghi facendomi una coda con laccetto trovato nella rivista “cioè”. Quasi mi veniva da guardarlo storto, stava sempre al bar a chiacchierare con i suoi amici e avvolte persino giocare a carte, se doveva portarmi qualcosa da bere, me lo avrebbe portato non prima di due ore. Tuttavia non volevo essere scontrosa essendo che nemmeno mese lavoravo da lui e quelle 600 euro mensili mi facevano comodo. Lo ringraziai e gli dissi di portarmi una lattina di coca cola.
Lui uscì lasciandomi sola e finalmente potevo rilassarmi cinque minuti. Presi dalla mia borsetta la bottiglietta d'acqua e nello specchio vicino alla cassa, mi ero sistemata un attimo il rossetto e il mascara sulle ciglia. Ero completamente sudata e avevo bisogno di un ricambio ma in quel momento non era possibile. Presi il mio lettore cd e mi misi le cuffie, ero convinta che nessuno sarebbe venuto per il momento, persino il marciapiede di fronte al negozio era deserto. Ascoltai il mio gruppo preferito di musica dance, mentre lentamente ricominciai a sistemare i nuovi libri arrivati. Ad un tratto mi era parso di aver udito un rumore ma voltandomi, mi sembrava che non c'era nessuno. C'era solo un particolare che mi aveva incuriosito, la porta era aperta, molto strano perchè prima era chiusa!
Mi ero tolta una della cuffiette per ascoltare, non sentivo niente di strano e voltatandomi verso la cassa, vidi che non era fuori posto. La cosa non mi convinceva, così spensi definitivamente il mio lettore portatile e corsi all'entrata. Avevo una strana impressione e mi ero voltata a guardare gli scafali ma non c'era nessuno, tuttavia tutto appariva inquietante. Presi lentamente la maniglia nelle mani per tirare la porta, quando a un tratto dietro di mè, avevo visto una grande ombra che si era mossa in mia direzione. Lanciai un animato sussulto mentre mi voltai!


Postino: Mi scusi signorina, non volevo spaventarla. Avevo chiamato ripetutamente e bussato sul bancone, ma nessuno mi rispondeva. E' una consegna per il signor Alberto Rossi ma credo di poterla lasciare a lei. Ho qua la ricevuta da firmare, mi metta una firma qua in fondo. Apposto. Le auguro un buon proseguimento.


Dannata io! Con la musica non ero riuscito a sentirlo entrare e in effetti il signor Rossi mi aveva già sgridata due volte di non usare il lettore mentre lavoravo. Il ragazzo in questione era molto alto, l'uniforme gialla delle poste italiane, anche con quei tipici scarponi che loro portavano sempre. Aveva inoltre la barba perfettamente rasata e due cocchiali nel viso, sembrava un bravo ragazzo mainvolontariamente mi aveva spaventata a morte. Uscì e riprese il suo motorino per proseguire con le consegne. Tirai un respiro di sollievo, mentre trangugiai un'altra sorsata d'acqua dalla mia bottiglietta di plastica.
Presi quel pacco ma mi resi subito conto che era strano o meglio sembrava un pacco, ma nello stesso tempo lo era. Non era rivestito in quella carta marroncina ma sembrava una carta bianca, ingiallita e sporcata nel tempo, piena di macchie e di polvere. Sul frontale c'era l'indirizzo del nostro negozio scritto in una caligrafia molto sinuosa ed elegante, non era penarello ma sembrava invece scritto con un pennellino e inchiostro. Il francabollo era una specie di veliero, c'era il timbro della posta italiana ma poco distante un'altra assurdità, un altro timbro in cera rossa con la raffigurazione di una corona e un leone. Qualche cretino aveva voglia di fare lo spiritoso!
Era rilegato in delle cordicelle e prendendo le forbici le avevo tagliate, togliendo anche quella carta che lo foderava. All'interno c'era un piccolo bauletto di un legno rossastro, poteva contenere qualunque cosa anche se non era improbabile che fosse un libro, forse un po' più grande del normale. Continuavo a chiedermi chi si fosse messo a creare una simile assurdità. C'era anche una lettera fatta con la stessa carta sudicia e chiusa con il medesimo timbro in cera. In esso una chiave, la chiave dello scrigno?
C'erano dei ragni uscivano da quella carta impolverata e l'intero bancone si era ridotto in uno schifo! Mi ero infuriata già all'idea di doverlo pulire prima che entrasse qualche cliente, se non il signor rossi. Per quanto mi fece schifo, presi quelle carte e le buttai nel cestino insieme a quella lettera vuota. Corsi subito in bagno a lavarmi le mani e presi subito il detergente e dello spirito con cui pulì e disinfettai il bancone. Accostai poi la scatola di legno con la chiave su una sedia, dovevo immediatamente avvertire il signor Rossi! Digitai così il suo numero di cellulare e aspettai finchè non rispose.


Signor Rossi: Pronto, chi parla! Sara? Aspetti che esco dal bar perchè qua non si sente nulla. Dimmi tutto. Ci hanno recapitato un pacco? E che c'è di strano? Fatto di carta ingiallita, timbri a cera e una scatola di legno? Magari sarà una vecchia consegna, forse quel libro su “Loch Ness” che dovevo ricevere 3 anni fà da londra, mi avevano assicurato che la spedizione era partita ma a me non mi è mai arrivato. Sa come sono le poste qua in italia, mandano tutto in ritardo. Non sia redicola, non si deve spaventare per un semplice pacco, me lo metta nell'ufficio e poi lo guardo io con calma. Ascolti la coca cola non c'è l'hanno, le sto prendendo una sprite o una fanta, non credo che agitata come è lei, le convenca che le porti un caffè. Fra poco ritornerò.


Era insopportabile l'idea che si doveva ancora assentare, ogni volta che diceva che stava ritornando, poi ritornava dopo un'altra ora. Comunque mi rassicurava che era una vecchia consegna di londra, forse gli inglesi rileggavano in quella maniera assurda e magari era finito in un magazzino per qualche anno, motivo percui era così sporco. Tuttavia continuavo a pensare che era strano. La chiave era arruginata e sembrava una chiave di quelle che usava una volta, era di ferro e piena di righettature e cortorni decorativi. Aveva l'impugnatura ad anello e che finiva con un tubicino, l'intagliatura della serratura non era dentata, bensì a quadratini. Poteva pure essere inglese ma questa roba esisteva ai tempi di mia nonna, di sicuro non era recente.
Presi la scatola nelle mani e cercai di scuoterla per capire cosa conteneva, ma la gettai immediatamente sul bancone. Dalla serratura era uscita una nuvoletta di polvere. Mi ero sporcata, lanciando una montagna di starnuti e di ingiurie, i miei jeans e la mia maglietta erano impolverati così come il bancone appena pulito. Arrabbiata, presi quella cosa sporca per portarla subito nell'ufficio del Signor Rossi, non la volevo più vedere quella scatola. Agitata aveva aperto la porta e mi inoltrata verso la sua scrivania. Non sembrava comunque la mia giornata fortunata, perchè inciampai sul filo della presa della fotocopiatrice, sfragellandomi a terra.
Avevo un gran dolore alla testa, e speravo che il mio turno si concludeva presto, quando mi sono guardata intorno. La cosa meno strana era che il pacco era scomparso e al suo posto c'era la mia borsetta. Non capivo cosa ci facesse per terra, nell'ufficio quando mi resi conto che il pavimento su cui ero sdraiata era fatto di tavole di legno e non di quelle matonelle gialle del Signor Rossi. Anche la scrivania, la fotocopiatrice, lo scaffale delle ricevute e le bianche pareti fatte di cartoncesso era scomparse. Non sapevo se urlare, o se stare calma o magari piangere. Sembrava un incubo e forse lo era.
Il pavimento come detto era rivestito di tavole di legno, non era un elegante parquet ma sembrava costruito in maniera molto rozza e rudimentale, i chiodi con cui era stato fissato erano enormi. Le pareti erano uguali al pavimento, tavole orizzontali fissate a delle travi sdondate, così come la parete di fronte a mè, anche il tetto era di legno e tutto sgricchiolava in maniera rumorosa. La stanza mi metteva terrore perchè oscillava e si sentiva un rumore d'acqua e un forte odore di sale, non capivo tuttavia da dove provvenisse quel suono e quel odore. Nella stanza c'era anche un tavolo di legno con forme decorative intagliate, non sembrava vecchio ma era pieno di polvere. C'era poi accostato al muro una fiocina e una rete da pescatori buttata sul pavimento. Le due sedie dentro quella stanza invece erano foderate con la paglia. Sul tetto invece c'era una enorme ragnatela e una una lanterna a petrolio appesa a un uncino, che faceva una fiocca luce.

mercoledì 27 luglio 2011

Le principesse di carta di riso non si perdono nel bosco.


Cosa ci sto facendo qua?! Io vecchio orso grasso al tavolo di un caffè arabo, bhe finto arabo, con una ninfetta giapponese bella come una modella, mentre un pezzo di Manu Chao occupa lo sfondo sonoro. Potrebbe essere mia figlia. Ma non lo è, e non vale la pena di aspettare che cresca.
Il Giappone è cambiato, ma è inutile dirlo, il mondo tutto è cambiato. Prima ogni paese aveva le sue tradizioni. E ciò che per uno era normale, pensa solo all’ideale di bellezza, per un altro era eccentrico. Brutto. Il mondo un tempo non era meno vario ma ognuno aveva la sua tradizione e l'altro, il differente, era sempre altrove. Erano faccende esotiche. Non intaccavano le certezze. L’ambiente nel quale ci si muoveva era sempre omogeneo. Ora no, ora tutto è confuso. E ovunque chiunque può scegliersi la tradizione che preferisce. Le può mischiare, può assemblare la propria. E’ libertà questa, capisci!? A me piace molto più così. E a te?
Bhe dipende.
Indossi uno spencer di gabardine nero di cotone, una t-shirt bianca di seta senza collo con il davantino gessato e un buffo papillon viola. E una gonna nera di shantung a vita alta, a piccole pieghe, che scopre le bianche gambette che non lasci mai ferme, neppure ora, sotto il tavolo. Con l’occhio lecco le tue ginocchia, le immagino chele di madreperla.
Io sono l’anti geisha, enunci e a te pare molto importante, io mi smarrisco nel broncio da lolita che increspa le tue labbra.
Scusa quanti anni hai?
Diciotto l’anno prossimo.
Interessante quella cosa sulle tradizioni e la globalizzazione.
Un anti geisha, capisci?!
Sì, cioè, guarda, non credo di avere le idee chiare.
Significa progresso contro tradizione. Significa me.
Accendi una marlboro con il voluminoso accendino portachiavi. Fatto per stupire. E’ la replica perfetta di una palla da baseball, in vero cuoio e cuciture. Mi compiaccio di notare che è più grande della tua mano.
La mamma non voleva che venissi. Non si fida di te.
Per una volta ridi di gusto e riveli piccoli denti lucidi come perle bagnate.
Tua madre ha ragione, mi sento dire.
Aspiri con voluttà dal tubicino di tabacco, con gesti studiati fai precipitare poco a poco la cenere nel cuore del posacenere di ottone.
Sei bella. I capelli neri, lucenti, ti scivolano lisci sulle spalle. Tu hai cura che un ciuffo che pare una lama attraversi sempre sbieco il viso, che è un ovale allungato nelle cui carni sono plasmate labbra delicate eppure gonfie e sdegnose. Il naso termina tondo con due minuscoli fori per narici, gli occhi sono neri e ora si avventurano nei miei.
Essermi fatto convincere a partecipare alla tua festa di onomastico è stata una cazzata. Sono l’unico ospite adulto e interamente vestito. Un party notturno a bordo piscina, la tua, una quantità di stronzetti e stronzette che vociano e spruzzano. Neanche i tuoi genitori hanno avuto la forza di presenziare e ora sono in giro chissà dove. Mi sento goffo come un pinguino fuori dall’acqua, prendo in considerazione l’ipotesi di togliermi almeno la cravatta, ma poi rinuncio, non ve la voglio dare vinta.
Solo, steso sulla sdraio con la birra in mano a contare le stelle e le stalle con un sapore di merda in bocca. Da qualche parte ho sbagliato e ora sono vecchio e sfigato. Grasso e senza capelli.
Ciao.
Abbasso lo sguardo e ci sei tu, incantevole e lucente come una dea notturna. Nel medesimo istante che sorgi l’esistenza ammutolisce e attacca il carrillon, il xilofono, la voce dolce e femminile del Lurido in Sunday Morning.
Sei splendida, pura luminosità lunare. La solita espressione corrucciata, le mani su fianchi, la testa lievemente inclinata, un ciuffo sparpagliato sul naso e sulle labbra, fasciata in un fantastico costume intero, bianco come il latte e la spuma del mare.
Che fai, non ti spogli?
Troppo bella, impossibile. Il seno pieno si strofina morbidamente contro la lycra. Ti facevo più piatta.
Non ho portato il costume, mi spiace.
Pazienza. Ti presto uno di mio padre.
Mi andrà certo stretto. Non abbiamo la stessa taglia.
Si capisce, lui è nipponico cento per cento, basso e scarno, non come la mamma che è alta e milanese, affilata come una cotoletta.
Ho quello di mio fratello.
No guarda è lo stesso. Mi diverto anche così.
In realtà faccio già fatica ad essere presentabile vestito figuriamoci nudo. Carne vizza che pendola e grasso sparso qua e là. Tu così giovane e soda. I tuoi amici così giovani e sodi.
Contento te. Fa come vuoi.
Fuggi via veloce, scorgo appena le piatte chiappette rotolare via, e già ti getti su un coetaneo biondo e palestrato. Finite entrambi in acqua, lottate, v’avvinghiate, strepitate. Riesci a toglierli il costume, lui ti scopre i seni e tenta di succhiarli, sghignazzate. Quando siete stanchi di spruzzi e scherzi risalite dal lato opposto, vi appartate nel buio. L’avrei voluto fare io.
Si avvicinano due pupette brufolose con l’aria svenata, i loro compagni le annoiano, parlano sempre delle stesse cose, sono dei bambini. Io rispondo a monosillabi, quando si decidono ad allontanarsi scolo il bicchiere e me ne vado, sguscio via come un ladro lebbroso nella notte, senza neanche salutarti.

Non è che ti penso, sarebbe assurdo, quindi io non ti penso. E’ trascorsa una settimana dalla festa e ho fatto l’amore con mia moglie cinque volte, così l'ho stupita, ho baciato innumerevoli volte i figli, ho concluso tre buoni contratti. Però ho quella specie di tarlo. Sto giusto decidendo di comprarmi una nuova auto che mi chiami, certo con quel tuo cellulare verde a forma di rana. Te lo giuro provo tenerezza e simpatia per quell'apparecchio, mi sembra così incantevole, sento di amarlo. Già.
Mezz’ora dopo ti cerco in una sala da tè del centro. Minuscoli tavoli rotondi occupati da vecchie galline da brodo pittate e ingioiellate, tanto per bene, così rassicuranti e borghesi mentre le loro dentiere azzannano, ma con garbo, la delicata pasticceria. Due a due, tre a volte, i barboncini spelacchiati in grembo, talvolta un marito paralizzato e ammutolito da ictus sulla sedia accanto.
Poi ti vedo, al tavolino in fondo a destra, dietro a una palma vizza e a una pila di scatole di cioccolatini ricoperte di polvere. Sei in piedi, mi saluti con le mani, fai segno di avvicinarmi, una meringa non sarebbe più bella.
Fai un inchino, mi porgi la sedia, riesci a sorridermi senza abbandonare l’aria torva e fatale. Porti un abito bustier di cotone e seta, bianco, dai profili rossi e stretto in vita da una cintura di vernice del medesimo colore, che termina con una gonna a ruota.
Mi racconti delle cose che fai a scuola, e di quanto sono stupidi e immaturi i compagni e insulse e invidiose le amiche. Accenni ad un certo Piero, il peggiore di tutti, un vero imbranato, rozzo e tremendo; io capisco che intendi il biondo che in piscina ti palpava le poppe.
Non vale neppure la pena di parlare di loro. Carino qui, non trovi? Ci vengo spesso per ricordarmi come diventerò. Mi fa provare una certa urgenza, mi mette fretta.
Che cazzo ci sono venuto a fare penso ma dico invece hai ragione è un posto inusuale, anche a me mette una gran voglia di vivere. Come dopo un funerale.
Allora accade, con il dorso della mano sfiori la mia, continui a lungo, lenta e assorta. Io non rinuncio ad un’erezione. Non potranno arrestarmi per questo.
Il cameriere, anche lui anziano, in papillon e giacchetta bianca ingiallita, ci coglie mentre ormai intrecciamo le dita sul tavolo. Quando si allontana con l’ordinazione tu maliziosa dici che certo ci ha scambiato per padre e figlia.
Non credo, non ci assomigliamo.
Allora, forse, ora penserà che sei un barbablù.
Non può semplicemente pensare che siamo buoni amici? Che poi è la verità. Faccio io stizzito.
La mano abbandona la mia, corre a infilare una rosa rossa fra i capelli, gli occhi brillano.
Sono fortunata ad avere un amicone come te. Non tutte alla mia età lo possono dire. E’ come essere importanti. Speciali. Un gradino sopra.

Mi hai dato appuntamento in centro per le tre. Ora sono le quattro, ho perso ogni speranza, pure guardo in successione la brace del sigaro e la punta lucida dei miei mocassini senza risolvere ad andarmene.
Sei proprio uno preciso. Se ti si da un appuntamento alle tre tu ci sei.
Cerco di esserci dieci minuti prima.
Sei quadrato, coriaceo come un cammello. Iiihhiiii, produci quello che dovrebbe essere il verso dell’animale, dischiudi le labbra e mostri i denti.
Passeggiamo affiancati in silenzio, io mi trattengo dal cogliere la tua mano ma presto lo fai tu, così galleggio in estasi dimentico della città e dei suoi rumori.
Al ristorante ordini solo un doppio succo di carote e un insalata verde che torturi con la forchetta ma non mangi. Mi osservi con orrore sbranare una bistecca d'orso, quando comprendo il mio errore è ormai troppo tardi, tu incupita non dici più che una parola, no. No non ho fame, no non mi succede mai, no non l’ho mai sentito dire, no non mi piace, certo che no.
Usciamo dal ristorante, io con il ventre gonfio di gas non riesco a trattenere un piccolo rutto, a stento contrasto con successo una scoreggia, tu strazi il ciuffo con l’aria mortalmente infelice. Mi sento come un tirannosauro, ingombrante e inutile, provo lo stesso a chiederti perché sei pensierosa e triste. Tu parli veloce, dici cose incomprensibili, qualcosa sull’ottusità del mondo e le sue incongruenze. Cerco di consolarti con delle facezie che non fanno ridere. Ho di nuovo sbagliato, sono un vecchio film, fuori moda e già visto.
All'improvviso ti fermi, guardi nei miei occhi e mi domandi: lasceresti tua moglie per me?
Ma hai solo diciotto anni. Anzi, non hai diciotto anni.
Solo? Non è per questo che ti piaccio!?
Non so che dire, rimango muto. Cinque minuti dopo prendi a correre avanti, quando sei a venti metri ti volti, mi saluti con la mano, gli occhi lucidi, mi lanci un bacio e scappi via.
Rimango immobile al centro del marciapiedi con i passanti che mi sbattono contro, vuoto, nella pupilla ancora impressa l’immagine di te. Il viso a triangolo rovesciato, il blazer bianco in tela di cotone, l’abito corto di maglia con lo scollo a barca e fusciacca coordinata missoni, la tracolla di pelle decorata dal logo louis vuitton, le gambe dritte e magre rivestite dai collants velati e dècolletèes bianche. So che è finita, ancora prima di incominciare, in bocca il cattivo gusto di un occasione buttata.

Un mese dopo caracollo con la mia valigetta nera nel caldo della città, mi sento chiamare, il cuore si blocca, sei tornata.
Ciao come stai?
Bene grazie. E tu?
Di bianco vestita, t-shirt lacoste di cotone stampato con coulisse in vita, pantaloni con pinces, le dècolletèes di pelle che indossavi l’ultima volta.
Mi getti le braccia al collo e mi baci la guancia con labbra morbide e umide.
E’ tre giorni che ti seguo. Mi è sempre mancato il coraggio di farmi vedere.
Sei terribilmente noioso lo sai!? Fai sempre le stesse cose. Lo stesso bar, la medesima colazione a base di caffè, focaccina farcita e acqua con le bolle. I medesimi giornali dallo stesso edicolante che premuroso non si dimentica mai di inserire un porno. Ho intravisto anche qualcuna di quelle riviste di annunci per incontri a base di sesso. Volevo comprarne una copia, cercare il tuo avviso e rispondere. O metterne uno mio. Che ne dici di: giovane principessa dalla pelle di mandorla è pronta a spalancarsi ad inedite esperienze?
La camera già di per se è un imbarazzo. Minuscola conchiglia, in un angolo il letto a castello, i cuscini rosa e neri di hello kitty, due scrivanie ai lati della finestra, una parete interamente ricoperta dall'immagine di un bosco di bambù. Ninnoli ovunque e un profumo fresco di cosmetici alla frutta. Il tutto così virginale che solo a calpestare il pavimento mi pare di profanare ogni purezza. Già di sotto, al portone, mi sentivo un ladro, temevo di incontrare qualcuno. Ora ho paura che le amiche che ti hanno prestato la stanza tornino prima del dovuto.
Ti spogli piano, l'espressione seria, l'intimo di pizzo multicolore, poi il seno acerbo e duro, i capezzoli puntuti dritti verso il cielo della stanza, il ventre piatto, un filo di crine nero all'inguine, le ossa fini, le carni compatte racchiuse nella pelle opalina.
Ti accarezzo piano, ritto in piedi, io vestito di scuro sono il ragno gonfio che si ciuccia la mosca bianca. Sono il ratto su l'ostrica.
Mi prendi per mano, mi distendi sul tappeto, prendi a spogliarmi con delicatezza, come la mamma col suo bambino. Quando arrivi al sesso lo catturi con le piccole mani chiare, poi lo circondi con l'anello della tua bocca. Allora la stanza scompare, il pavimento diviene morbida radura nel cuore di una foresta di bambù.

Sono passate sei settimane e due giorni, non ti ho più né vista né sentita. I miei sms si sono persi nel vuoto elettronico che ci circonda tutti. Vivo giorno per giorno, impegnato a cambiare ogni mia abitudine, mangio colazioni diverse in posti sempre differenti, non compro giornali, nell'andare e tornare dall'ufficio vario percorso, osservo le facciate dei palazzi, i volti delle persone, certe volte addirittura mi fermo e mi siedo su di una panchina. Cerco di meritarmi il tuo amore.
E' tutto così assurdo, è una storia impossibile, mi vergogno per ogni parola che ti ho detto, per ogni gesto o pensiero. Non ho il coraggio di guardare in faccia mia moglie, e più di una volta sono stato sul punto di raccontarle tutto. Sono con le spalle al muro, non so cosa fare, tu sei solo una bambina, vorrei ma non riesco a fare a meno di te. Ti amo.

Ciao. Se spargi briciole per i passeri del parco o sei invecchiato o sei ringiovanito.
Il mio cuore rimbalza, mi stacco dalla panchina e mi volto, mi appari tu, madonnina orientale circonfusa con la luce di mezzodì e il verde degli alberi, dentro un prendisole in cotone azzurro con spalline sottili e fiocco, i capelli sciolti sulle spalle nude.
Vorrei chiederti dove sei stata per tutto questo tempo e sopratutto perché. Vorrei dire ti amo, che ogni istante penso a te, ma rimango duro in piena afasia.
Sono incinta.
Il mondo diviene vertigine, sembra rida maligno di me. Resto muto. Tu mi fissa seria. Sembri più adulta ora.
E' mio?
Un'ombra cala sul tuo viso, le labbra impercettibilmente passano dal capriccio al disprezzo.
Di chi se no?
Penso al ragazzotto biondo ma non dico nulla.
Non devi preoccuparti per me. Cappuccetto Rosso e le Principesse non si perdono mai nel bosco.
Ti serve qualcosa? Hai bisogno di soldi?
Ti volti e scappi di corsa, io fermo, inadeguato, vigliacco, resto a guardare mentre il cielo urlando mi precipita addosso.

Ti cerco al telefono, invio sms, scrivo lettere d'amore che poi nascondo nello schedario tra vecchie pratiche ormai ingiallite nell'inutilità. Giro per ore e ore intorno a casa tua sperando di incontrarti, ogni figura lontana è un sobbalzo del cuore. Ho persino fermato una ragazza che so tua amica, è scappata via ridendo. Niente, tutto questo non è servito a niente.
Poi un giorno ricevo una tua lettera profumata al gelsomino, poche righe per comunicare che hai appena abortito, neanche un saluto.

Passano alcune settimane, un giorno mi accorgo che non ti penso più, mi sento leggero ma anche un verme, mi sento un uomo da nulla, un porco coperto di perle che grufola nel fango. Sto meglio ma mi so meschino, il sentimento che provavo per te era un tesoro irripetibile. Sono fatto così, non ci posso fare nulla. Torno alla vecchia colazione, al solito bar, al fascio di quotidiani farcito di rivista porno dal solito giornalaio, quello che mi conosce dai tempi del liceo. Ricomincio a fare l'amore con mia moglie ma... non so, c'è qualcosa in me, un peso.
Poi un giorno in Comune incontro tuo padre, attacco bottone, faccio finta di niente, chiedo di tua madre e di tuo fratello, poi domando a proposito tua figlia come sta? Si rabbuia, dice credevo tu lo sapessi, è morta, si è tagliata le vene. Oggi sono quarantadue giorni.

Chiuso in ufficio piango come un bambino, il fazzoletto sulla bocca perché la segretaria nella stanza accanto non mi senta singhiozzare. Apro il cassetto, da una vecchia agenda estraggo l'unica foto che ho di te, una polaroid che mi regalasti tu. La guardo un'ultima volta, tu a figura intera smarrita dentro un cappotto chiaro troppo grande, poi la brucio.

Fuori non è rimasto nulla, dentro solo polvere e pensieri nati morti. Come vivi siamo merce invenduta, piangiamo i morti, ma loro stanno bene al caldo nella terra. In questo mondo siamo solo cose, abbiamo tutti il codice a barre e la scadenza, in prestito alla vita che non ci vuole, la morte ha detto sì e ci è sposa. Siamo come ginocchi sbucciati che non vogliono tornare a casa, alla morte, ne siamo usciti per una commissione, una passeggiata, per un gelatino, per una visita allo zoo. La fuggiamo ma non c'è un posto migliore dove stare senza affanni e riposare. Guardala la morte, imparala, fattela amica. E' dal tuo sempre che ti aspetta muta.
Sono stanco morto.
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venerdì 22 luglio 2011

MESSER FANCULO


MESSER FANCULO

di Jonny Rodary




Lo chiamano tutti Messer Fanculo
 perché mette il fanculo (come bocca di rosa)
mette il fanculo sopra ogni cosa:
non sa fare granché, solo ‘sta roba un po’ demodè.
Ma lui lo dice come un poema:
arrivan, per sentirlo, arrivan fin da Crema.
Crema Cremona o giù di lì:
lui dice fanculo a tutti i dì.
Da lui vengono in processione
dal meno imbecille al più coglione.
Dal medico di base al farmacista
lo prescrivono tutti, una cosa mai vista;
perché chiunque prima o dopo
ha bisogno di un fanculo detto a d’uopo.

Sei arrabbiato, triste, un po’ così?
Hai litigato divorziato stuprato ammazzato…
O forse ti sei solo dimenticato?
Messer Fanculo fa al caso tuo.
Ti presenti al suo cospetto, lui ti guarda con rispetto:
prende la mira, ci va giù duro,
ti guarda negli occhi e dice: ma vaffanculo.
Ma vaffanculo.
Ma vaffanculo.
Ma vaffanculo.
Mentre lo ascolti, ti senti morire.
Ti odia, ti squarta, la sua voce non fa dormire.
Ma è solo un istante, un istante appena;
nessuno te lo ha mai detto così bene.
E hai la certezza,
la certezza assoluta che lo dice a te:
e questo ti aiuta.
Lo dice con cura, preciso e spietato,
gridato sussurrato o cantato;
quello che pensi è che te lo sei meritato.
Dopo il fanculo la gioia è tanta:
paghi in contanti, sono cinquanta.



Una volta mio zio ci ha portato la cugina:
per una casa da dividere tra il salotto e la cucina
non trovavano l’accordo, la quadra, il benestare.
Per lignaggio mio zio non è volgare,
non ha avuto il coraggio di mandarla a cagare:
l’ha portata dal messer e in un momento
la cugina s’è beccata un fanculo di cemento.
Un signore di Turbigo ci ha portato
il capo, figo, che voleva aver ragione
senza chiedere mai scusa;
dopo il rutto del fanculo adesso ascolta e fa le fusa.
E così in ogni dove, in ogni reame castello o regione
trovi qualcuno che ti ci porta
e ti recapita un bel fanculone.

Da dove veniva, Messer Fanculo,
qual era la sua storia e il suo destino buio?
Dicevan che fosse un supereroe,
un genio della lampada o un avvocato.
Un giorno la sua moto non fece la curva
e questo ancora oggi lo disturba.
Mentre lo racconta, guarda lontano e dice tutto scuro:
“quella cazzo di curva… ma vaffanculo.”
Gli era rimasto un fanculo incastrato
tra la bocca e i denti si era impigliato.
Tra gli l’alba e la notte lo dice a tutte le ore,
lo dice di continuo per lavare il dolore.

Signore e signori, ecco la verità:
Messer Fanculo è il mio papà.
Capirete, come figlia,
quanta per me sia la meraviglia.
Ad avere un simile genitore si prova un onore
(o forse un dolore).
E’ un uomo solo, triste e stanco
ma non ha neppure un capello bianco.
La sera lo metto a dormire, non ce la fa più:
oramai dice fanculo anche a testa in giù.
E mentre lo corico, lo poso sul letto,
guarda anche me col suo fare maledetto…
Ma poi s‘addolcisce,
non mi carica di botte,
e invece del fanculo
mi dice “buona notte”.

Ma vaffanculo.
Buona notte.

giovedì 21 luglio 2011

Essere sexual adict nel Popolo delle Libertà. Il fai da te delle pratiche perverse.

Una mattina il Silvio Cavaliere si alza e va in bagno ad orinare ma dalla patta esce solo un incazzatissimo Russel Crowe che dopo avere intimato giù la mani dalle bambine ordina al mio segnale scatenate l'inferno. E l'inferno è, i muri spruzzolano piscia fanghicciando il belletto spesso e con voci da spettri posseduti formulano nefaste profezie elettorali, il Silvio Cavaliere si sveglia zuppo nel lettone di Putin con in mano il pene idraulico che ancora zampilla oro. Questa pratica di auto erotismo è detta pissing.
Dopo la siesta in villa con ottuplice piscina e vulcano frigo sottomarino il Silvio Cavaliere si tira su ma inciampa in una girl da paura con divisa da poliziotta cattiva tatuata sulla pelle nuda ed il ghigno da caimana perversa incollato sotto il naso appena rifatto. Il Silvio Cavaliere umiliato si sveglia a testa giù attorcigliato all'amaca, con il potente teleobiettivo di Zappadu ad altezza bacino di alcuni centimetri più dentro che fuori. Tali pratiche molto popolari presso i Boscimani e nell'Alto Lazio sono comunemente dette bondage e feticismo.

Dopo la consueta pennichella in parlamento il Silvio Cavaliere sbadiglia e compila la lista del lato b delle parlamentari di entrambe gli schieramenti con i relativi voti dalla somma dei quali risulta la schiacciante maggioranza del centrodestra. A furor di popolo passa l'Inutile Impedimento e il Silvio Cavaliere viene ricoperto dall'ermellino in una sontuosa cerimonia che spalma il suo sorriso a doppia dentatura su ogni teleschermo del nuovo Regno del Sole in Tasca. Ma sul più bello il Silvio Cavaliere si sveglia dolorante e torto nel banco di Montecitorio, con la lingua di Ignazio ormai penetrata in profondità attraverso la tromba d'eustachio, giù giù fino a leccare all'ano. Questa pratica leggendaria è sconosciuta in natura, ha molti nomi purtroppo tutti troppo spaventevoli ed estremi per essere pronunciati qua, ci limiteremo a ricordare che nei suoi aspetti superficiali può essere assimilata alla quasi innocua zoofilia.

Alle 4 di mattina dopo il sonno dei giusti seguito all'estenuante attività istituzionale colma dei gravosi cori con Apicella, dei festosi per fortuna Silvio c'è, delle vorticanti ragazze nude aggrappate ai pali lustri, appesantita dai blobbosi filmati con il Silvio Cavaliere, sempre ripreso dal basso, che sovrasta le più importanti personalità mondiali, sempre riprese d'alto, che racconta scipite barzellette su dio che a sua volta racconta inverosimili barzellette con bestemmia su di lui. Fino al G8 a l'Aquila, fianco a fianco all'abbronzato Obama, con il Silvio Cavaliere che troneggia su di lui di almeno quaranta centimetri, un po instabile invero sui trampoli che spuntano dal fondo dei pantaloni, fino a quando una scossa di assestamento lo fa crollare. Fortuna che Bertolaso già sul posto interviene con decreto d'urgenza e lo ponteggia e lo transenna subito. E' a questo punto che il Silvio Cavaliere si sveglia accanto a quattordici femmine nude tutte nipoti di Bondi, delle quali nessuno potrebbe mai sospettare i giovani anni, perché tutte dotate di un attestato di maggiore età firmato da Lele in obesa persona, perché a precisa domanda rispondono maggiorenne, perché tutte fornite di una lunga e posticcia barbe bianca da rabbino. Il Silvio Cavaliere si alza, s'incammina attraverso l'alcova a due piazze San Pietro ma mette il piede in fallo sulle tette rifattone ad effetto saponoso di una, perde l'equilibrio e finisce con il naso nell'incavo delle chiappe di un altra, ma non si sveglia, è già sveglio. Alcuni esperti sostengono che tale pratica sopravviva solo presso alcune isolate culture africane, altri affermano che essa è ormai dismessa e dimenticata, i più sostengono che non è mai esistita, che è solo una leggenda metropolitana se non una vera e propria barzelletta. Il suo nome è bunga bunga.

mercoledì 20 luglio 2011

La panacea del diavolo e il riso degli idioti

Questa è la storia di Claudio.

Nato nel 1990, con una grave malformazione alla schiena che lo rese curvo, morto nel 2008, il giorno del suo compleanno.

Cresciuto in un semplice paesino del nord Italia è sempre stato deriso per le sue fattezze.

Chi lo conosceva lo descriveva come una vecchia cornacchia, sempre solo ed ombroso con un libro in mano. Tutti lo schernivano, giorno e notte. I suoi genitori piangevano per lui. Rimproverandosi di aver partorito un mostro. Un mostro tale che probabilmente anche il Demonio ne avrebbe avuto compassione. Pensiero forse non così lontano dalla realtà.

Difatti una notte, per l'esattezza il 18 settembre del 2008, il Demonio gli apparve davanti.

Claudio stava dormendo quando fu svegliato da un suono sordo e dalla puzza zolfo. Accese la luce e si guardò attorno sconcertato, credendo fosse un incendio. Poi lo vide, il diavolo, imponente e sogghignate proprio a pochi metri da lui. Preso dal panico sentì il desiderio di scappare con tutte le sue forze ma non lo fece. Sapeva che sarebbe stata una scena indecente, difatti quando correva sembrava una parodia del Gobbo di Notre Dame, e lui non voleva essere deriso anche da un diavolo.

<< Buona sera Claudio, dormito bene?>>

<< Claudio? Chi è Claudio? Io sono Quasimodo!>>

<< Simpatico.>> disse il diavolo ridendo <>

Claudio lo guardava inebetito. Non capiva se fosse sogno o realtà.

<< Mi fai pena e per questo sarò la tua Esmeralda. Ti darò una schiena nuova e sana, però...>>

<< Non mi piacciono i però.>> lo interruppe il ragazzo.

<< Però quando morirai verrai confinato in un inferno dove sarai solo. Tu e nient'altro, nessun vivente, nessun tempo, nessuna materia.>>

Claudio cercò con le mani di toccarsi la gobba.

<< E in oltre, solo perché sei pietoso, ti concedo tre desideri per quando sarai là.>>

<< Fammi indovinare, non possono chiederti che ci sia qualcuno a farmi compagnia o cose del genere giusto? >>

Il diavolo rise, in fondo era una ragazzo in gamba quello storpio.

<< Esatto. Ora dammi la bottiglietta di grappa che hai sotto il letto.>>

Era vero. Claudio aveva davvero una piccola boccetta di superalcolico sotto il letto che, quando non riusciva a dormire, stappava e ne beveva un sorso. Gli capitava spesso di non dormire. Quando succedeva era perché nel buoi della sua stanza sentiva le voci dei suoi compagni che lo deridevano e i pianti dei suoi genitori. Oppure perché le lacrime e il desiderio di non essere mai nato lo facevano eccitare tanto da fargli perdere il sonno.

La prese e gliela porse. Il diavolo ne bevve buona parte, sospirò, come tutti dopo una sorsata di grappa, e poi ci pisciò dentro.

<< Ora bevilo tutto, senza storie.>>

Claudio pensò che ne valesse la pena: superare il disgusto per una schiena nuova.

Così bevve. Sancì il patto col diavolo tra lacrime e un gusto amaro sul palato.

La schiena dopo un lungo scricchiolio si raddrizzò.

<< Come sei bello ora.>> disse il diavolo.

Il ragazzo accese la luce e si guardò a lungo allo specchio. Così non era poi tanto diverso dai suoi compagni, in più con la schiena dritta sembrava molto più alto e gli scomparvero i rotoli sulla pancia.

<< Ora è il momento dei miei tre desideri giusto? Allora, quando sarò là voglio tutti i libri e tutta la musica di sto mondo. Come ultimo...>> sospirò << Voglio andarci subito!>>

Il diavolo rimase sorpreso dalla sua risposta.

<< Va bene.>> disse << Ora dormi. Spera di fare un bel sogno visto chequesto sarà l'ultimo!>>

Lo accarezzò sulla testa e mentre si addormentava scomparve.

Il giorno del funerale i compagni di scuola rimasero stupiti dallo splendido aspetto della salma.

Qualcuno di loro si permise di dire << Che ottimo lavoro hanno fatto i becchini! L'hanno raddrizzato e messo in faccia un sorriso soddisfatto. Non sembra neanche Claudio!>>

martedì 19 luglio 2011

IL SAPORE DEL SOLE.

 Il cioccolato nausea prima di saziare. E' un bene, che se vai oltre arriva la caghetta. La dispensa contiene milletrecento tavolette al latte più numerose confezioni di cioccolatini, compresi gli scioglievolissimi ovetti Lindor della Lindt e gli insuperabili Baci Perugina. Scarto una mozartkugeln, la faccio rotolare in bocca, lascio correre pochi interminabili secondi, poi la trituro in fretta, operoso, fingendo di assaporare il cuore di marzapane e gli strati sovrapposti di crema di nocciola e cioccolato, ingoio. Bevo un sorso d'acqua, gassata, quattromilaottocento litri contenuti in tremiladuecento bottiglie da un litro e mezzo accatastate in una stanza tutta per loro, in confezione da sei, con accluse le Cartoline della Fortuna tutte regolarmente compilate e già spedite. Si può vincere una vacanza in Thailandia ed un mucchio di premi minori. Chissà se poi faranno l'estrazione. Se non dovessero consegnare i premi, neppure qualcosa di sostitutivo nel caso la Thailandia di fatto non esista più, sarebbe disonesto, lesivo della fiducia dei consumatori nei confronti delle grandi marche, un cattivo affare per chi investe milioni in pubblicità. Scarto un Mon Cherì, forse il preferito da mia moglie Lucrezia, mentre scivola grasso fra le labbra la nausea mi provoca un breve reflusso. A pensarci tutto ciò è disgustoso, dieci cioccolatini fa' ha smesso di essere un piacere, è diventato un dovere, ora è un supplizio.
Mi muovo a vanvera, tocco il termostato, accendo e spengo le luci della stanza, quindi mi do una regolata ed una direzione, infilo le mani in tasca, esco dal bagno e percorro il breve corridoio che conduce alla stanza centrale, quella dei giochi.
Ancora prima di entrare sento urlare, Maicol sta surclassando Fede in uno stupido gioco alla Wii, vince chi affetta la verdura più veloce. Se gli chiedessi di farlo in cucina mi manderebbero a cagare, non avrebbero il tempo, per questo mangiamo scatolette e piatti già pronti. Lucrezia sa lavare i piatti, stirare, riassettare, non sa cucinare, Penelope ha paura di rovinarsi lo smalto delle unghie o dio non voglia spezzarsene un paio, poi non sa fare nulla, e se pensate a me io sono un impiegato di concetto, un dirigente per dirla tutta. Ho studiato tanto, e per arrivare dove sono arrivato ho lavorato anche la notte mentre la maggior parte di voi si faceva le pippe o si dilettava a fare la troietta alle feste in casa di amici.
Li osservo per un po', Maicol arriccia le labbra in modo speciale mentre in piedi contrae le spalle per lo sforzo e serra le mandibole, il viso arrossato, le gote gonfie, le lentiggini che sembrano sul punto di esplodere e decollare. Fede no, lui è rilassato, gioca, intanto fuma, beve e ghigna, sprofondato nel divano, con la barba vecchia di giorni e i vestiti sgualciti e macchiati di sugo. Maicol è mio figlio, ha otto indomabili anni, Fede ne a trentaquattro, è mio fratello, che Lucrezia sempre puntigliosa ancora chiama per intero, Federico, per sottolineare la distanza che corre fra lei, bennata borghese ancor meglio educata, e lo stato sub umano vegetalalcolicodepravatodrogato di lui. Secondo Lucrezia il suo è un atteggiamento positivo e progressista, funzionale all'evoluzione di Fede, un attestato di fiducia nella possibilità che in futuro lui possa avvicinarsi a sperimentare la condizione umana. Maicol esulta, ha vinto ancora, Fede fa' spallucce, lancia una nuova sfida, dichiara solenne che d'ora in poi vincerà sempre e comunque, che raddoppia la posta, a fine frase gli scappa un singhiozzo, è franto, già sbronzo a mezza mattina ed infatti affetta la verdura da schifo. Vivono entrambi ignari, come in una bolla, non pensano, hanno deciso di non pensare a là fuori, come se niente fosse successo, come se niente stesse succedendo, a loro bastano le repliche dei Simpson e del Gladiatore che l'hard disk collegato al televisore garantisce ab libitum. Per loro il mondo non è mutato perché il loro mondo irreale non è mutato, papà raccontami ancora la solita favola, certo figliolo, allora ho alzato il pugno al cielo e a quella schiera di eroi ho ordinato “al mio segnale scatenate l'inferno”.
-Aldo prendimi una lattina
-Anche a me papà, di coca.
Mentre mi dirigo in cucina entra Penelope dalla porta che dopo il breve corridoio conduce alla stanza da letto sua e di Fede. Si è appena alzata eppure già vestita e truccata trampola su altissimi tacchi a stiletto.
-Cazzo cazzo, qui è un abbrutimento generale. Perché non stai un po' con me invece che masturbare quel coso di plastica? Io per te non esisto?
-Dai Fede, Pe' vuole farsi una sbaciucchiata.
-Piccolo non rompere, ti ho già spiegato che a me i bambini non piacciono, tanto meno quegli degli altri. E poi se non fossi ancora nano sapresti che ho ben altre esigenze che qualche bacio.
-Ma tu figli non ne hai.
-Quando ti ho conosciuto ho deciso che non ne avrei mai avuto.
-Maicol, zia Pè è un toast freddo, non ha ancora imparato a fare i bambini nonostante zio Fede ce la metta tutta e sia un buon maestro.
-Sei solo un grosso pezzo di merda. Ti avverto, non mi prendere in giro chiamandomi zia Pè o toast freddo, ma sopratutto non prendermi in giro in generale.
Penelope parla rapida, con tono aspro, il viso contratto, le vene pulsanti bene in vista sul collo, gli occhi ridotti a fessure lampeggianti, sembra sul punto di perdere il controllo ed esplodere ma quando rientro con le lattine l'atmosfera è totalmente mutata, ora è latte e miele, con un po di zucchero filato anche.
-Se mi prepari un cappuccio come solo tu sai fare io ti faccio delle fantastiche ciribiribì coccole. Provare per credere. 5 minuti, solo 5 vedrai, della Penelopina t'innamorerai.
Fede rutta, scivola con il culo sul divano, invita Penelope a sedersi nel ristretto spazio che si è liberato. Lei accomoda le lunghe gambe da gru e fa' una smorfia, lo accarezza, inizia dalla testa e con lentezza scende al petto, disegna deliziosi circoli intorno al capezzolo, risale, intanto gli soffia leggera nell'orecchio, intanto mi guarda, mi fissa intensa, dischiude le cosce strette nei jeans firmati, si lecca le labbra gonfie come canotti e fa scivolare il dito proprio lì dove ha la fessura. Spaventato, turbato, ingolosito mi volto e scappo nel corridoio che conduce all'esterno, dove sistemando una scrivania ed una poltrona ho ricavato lo studio. Proprio non mi tornano i conti del commercialista.
Più tardi mentre mi angusto con la rata del muto scaduta ieri l'altro arriva Lucrezia, Barbie in bigodini, una piega amara le attraversa le labbra vizze anzitempo, è incazzata nera ma lei si definisce appena un po' indispettita, vuole solo mettere i puntini sulle i, perché non ama farsi prendere in giro, che quella là nulla fa', che quando apre il frigo solo per scegliere uno stracchino fa tutto un casino, che produce briciole, che ha trovato buttato in bagno il più minuscolo tanga che si possa concepire, un filo appena, credimi un filo che lo puoi infilare nella cruna di un ago. Neanche fosse un cammello. E' che fra donne non si sopportano. In una casa può esserci una sola regina. Ma qua dobbiamo stare tutti, e per quanto tempo nessuno lo può dire.
E' accaduto così in fretta, in modo così irreale, stavo guardando il telegiornale sulla RAI con il Cav che dopo aver sparato ad alzo zero sui magistrati venduti ai comunisti raccontava una barzelletta davvero divertente quando il servizio è stato sospeso, e per fortuna che la barzelletta già la conoscevo*, la conduttrice, quella con gli occhi da cerbiatta e un davanzale stupendo, ferale ha annunciato la crisi imminente, l'allarme totale, non uscite, se siete in giro raggiungete al più presto un posto sicuro. Il tempo di chiamare mio fratello sul cellulare e ho trascinato Maicol e Lucrezia nel bunker antiatomico che mi sono fatto costruire due anni fa'. Fra le altre cose questo dimostra che sono un tipo lungimirante, che è stato un ottimo investimento, che chi rideva rideva fesso, che un bunker non serve solo per farlo visitare agli amici durante i barbecue. Ne sono sempre stato orgoglioso, per me è stato come una seconda casa, come dice il depliàn della ditta che li produce e li installa un rifugio antiatomico è una vera è propria soluzione abitativa, solo che per evitare la contaminazione da radiazioni nucleari o qualsivoglia problema chimico ha solette di quaranta centimetri e pareti di trenta, tutto calato bene in profondità per sfruttare l'azione schermante del terreno ed evitare il contatto con l'atmosfera radioattiva. Qui è comodissimo, davvero, non manca niente, ne lo scorte alimentari ne i passatempi, c'è il riciclo dell'aria, il controllo dell'umidità e della temperatura, i letti sono morbidi.
 La cena è stata deprimente, trippa per gli uomini e carne in scatola per le donne e il bambino, per sovrappiù tutto il tempo mio figlio Maicol e Penelope hanno duettato senza sosta "Buona la carne Tinsemmhal.". "Si dice Simmenthal.". “E per secondo?". "C'è carne Simmenthal!". "Ma come... la Simmenthal... a mio figlio?!". “Siii, Simmenthal. SimmenTALMENTE BUONA.". “Se trippa Simmenthal dò a mio marito lo so, che sono abbracci, abbracci, ahhh.”. E sull'ahhh finale Penelope ha prodotto immancabile un gemito rauco inequivocabile di piacere, qualcosa che sapeva di orgasmo, che divertiva da pazzi Maicol ma che si traduceva in una smorfia sulla faccia di Lucrezia. Nessun altro ha parlato, neanche per chiedere il sale, Fede ha fatto una sequenza di rutti, solo un po' d'aria aromatizzata al luppolo e un altra smorfia per Lucrezia.


*In breve la barzelletta è questa: Il Cav è in Inghilterra per una visita ufficiale, sicché la Regina Elisabetta lo invita Wermaister a prendere un tè con i pasticcini. Il Cav approfitta della situazione per porre alcune domande sulla di lei strategia di leadership, la Regina risponde che ciò che davvero importa è avvalersi di persone molto ma molto intelligenti. Il Cav chiede allora a Sua Grazia quale elaborato sistema utilizzi per stabilire quali persone sono realmente intelligenti. “Lo so facendogli la domanda giusta.”, risponde la Regina “Mi permetta di dimostrarglielo.” La Regina telefona a Tony Blaire e chiede: “Signor Primo Ministro la prego di rispondere alla seguente domanda. Suo padre ha un bambino, sua madre ha un bambino ma lei Sir non ha ne fratelli ne sorelle, chi è questo bambino?” “E' semplice” risponde Blaire “sono io”. Rientrato in Italia il Cav decide di mettere alla prova i suoi collaboratori, convoca ad Arcore Pierferdinando Casini, il Presidente della Camera, e gli chiede “Pierferdi tuo padre ha un bambino, tua madre ha un bambino ma tu non ha ne fratelli ne sorelle, chi è il bambino?” Casini ci pensa su, poi imbarazzato chiede di potersi accomiatare in modo da rifletterci meglio. Subito convoca una riunione di partito ma nessuno degli esimi colleghi riesce ad arrivare a nulla. A quel punto decide di usare l'estrema risorsa, convoca l'onorevole Buttiglione che è pure rinomatissimo e valentissimo filosofo e gli dice “Ascolta, tuo padre ha un figlio, tua madre ha un figlio, ma tu non hai fratelli ne sorelle, chi è questo figlio?” “Naturalmente sono io” risponde subito Buttiglione “Tutto qui?” Casini trionfante corre ad Arcore “Presidente conosco la risposta. E' Buttiglione”. Allora il Cav rassegnato risponde “Cretino, è Tony Blair!”.

FINE PRIMA PARTE.