...caramelle alla menta...
Salgo sulla macchina, inserisco la retromarcia ed esco dal cancello. Le vacanze sono finite ed è ora di tornare a casa. Mia madre mi saluta, ha gli occhi lucidi. Dice che rompiamo, che invadiamo casa sua, ma alla fine quando andiamo via, soffre, come me, che la lascio davanti a casa e ancora la vedo con la mano alzata, nello specchietto retrovisore, mentre mi allontano.
Quante partenze! La guardo ancora e ci rivedo mia nonna, quando mi salutava e mi raccomandava di andare piano, di chiamarla quando arrivavo. Rimaneva lì nella strada finchè non scomparivo dietro la curva.
Mia nonna abitava nella casa a fianco a quella dove adesso vive mia madre. Era una gran donna. Luigia Carelli, era il suo nome, ma non so perchè tutti la chiamavano Ginetta, anzi la nonna Ginetta.
Quando arrivavo e suonavo il campanello mi appariva sul terrazzo di casa con quei suoi vestitini con strane fantasie, i capelli bianchi e sempre le braccia aperte, pronte ad accoglierti: "Sei arrivata Nini, hai mangiato? La vuoi almeno una caramella?".
Mia nonna era del 1913 , quando è morta aveva novantanni. Io l'ho sempre vista vecchia, ma era avanti, moderna come nessuno. Quando una nostra parente, già quarantenne, dopo il secondo divorzio, si era "accompagnata" ad un'amica, di fronte all'indignazione di molti, mi aveva detto con serenità:"Chevvoi che sia, tanto un dura, la fidanzata è troppo giovane."
Mio nonno, Beppino, la faceva impazzire. Era un brontolone e un prepotente. Ogni tanto la sentivo gridargli dietro "Va all'inferna e crepa da solo". In realtà lei senza il suo Beppino non ci sapeva stare. Lui era sempre stato bello e nonostante gli anni si sentiva ancora così. La mattina la faceva correre su e giù per le scale. La camicia non era mai perfetta e la riga dei pantaloni da ripassare. Era un assillo. Una volta mi aveva confessato che avrebbe voluto annegarlo nella vasca, ma poi aveva sorriso e mi aveva detto:"Ma un posso". "Perchè gli vuoi bene nonna!" "No, fa la doccia!".
Era troppo simpatica e profumava sempre di borotalco, che trovavi sparso ovunque nella sua camera da letto. Quando ero piccola dormivo con lei, nel suo lettone, insieme a mio fratello e mio cugino. La nonna e il nonno avevano sempre dormito in camere separate accusandosi a vicenda di russare.
La nonna ci metteva tutti a letto con lei, una spolverata di borotalco e la caramella di menta. Altro che fluoro; ci ficcava una caramella in bocca per conciliare il sonno e farci smettere di parlare e ridere. Non so come sia successo che nessuno di noi non si sia mai soffocato nel sonno. La nonna diceva che avevamo l'angelo custode e quindi potevamo stare tranquilli.
Quando sono cresciuta e ho cominciato ad uscire la sera la nonna mi dava le chiavi per rientrare, ma il nonno metteva i chiavacci alle porte per controllare se tardavo. Io e lei avevamo studiato un piano. Se tornavo tardi e trovavo il chiavaccio mi arrampicavo fin sul suo balcone e bussavo alla finestra.
Lei mi faceva entrare e io sgattaiolavo nella mia stanza. Alla mattina il nonno chiedeva a che ora ero tornata e come mai non mi aveva sentita.
"La bimba è tornata presto". Era sempre dalla mia parte.
Un'estate il nonno, che non era mai uscito di casa senza prima passarsi il bianco biricchino sui baffi e lavarsi i capelli, ha dato fuori di testa ed è uscito in mutande blaterando di dover andare non so dove. In poco tempo ha smesso di camminare e di mangiare. All'infermiera che gli portava il pranzo diceva: "Signorina mi spiace, ma ho prenotato da Bombetta, tra poco arriva la macchina a prendermi". Da Bombetta, un famoso ristorante, mi ci portava da bambina e faceva prepare l'aragosta. E' durato poco, con la fine di giugno se n'è andato.
La nonna, che diceva sempre che sperava morisse presto perchè era una carogna, si è ammalata subito dopo. Una mattina d'agosto, quando mia mamma è andata a svegliarla per la colazione, ha detto che non poteva mangiare perchè era già morta. Quando siamo riuscite a convincerla che non era morta ha voluto che preparassimo il vestito per il suo funerale e scegliere il foular da abbinare, accessorio che per lei non poteva mancare. "E' venuto Beppino e mi ha detto che mi aspetta. Devo andare".
Beppino ha sempre dettato legge nella vita della Ginetta e infatti la mattina dopo se n'è andata.
"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater
lunedì 22 aprile 2013
...caramelle alla menta...
Salgo sulla macchina, inserisco la retromarcia ed esco dal cancello. Le vacanze sono finite ed è ora di tornare a casa. Mia madre mi saluta, ha gli occhi lucidi. Dice che rompiamo, che invadiamo casa sua, ma alla fine quando andiamo via, soffre, come me, che la lascio davanti a casa e ancora la vedo con la mano alzata, nello specchietto retrovisore, mentre mi allontano.
Quante partenze! La guardo ancora e ci rivedo mia nonna, quando mi salutava e mi raccomandava di andare piano, di chiamarla quando arrivavo. Rimaneva lì nella strada finchè non scomparivo dietro la curva.
Mia nonna abitava nella casa a fianco a quella dove adesso vive mia madre. Era una gran donna. Luigia Carelli, era il suo nome, ma non so perchè tutti la chiamavano Ginetta, anzi la nonna Ginetta.
Quando arrivavo e suonavo il campanello mi appariva sul terrazzo di casa con quei suoi vestitini con strane fantasie, i capelli bianchi e sempre le braccia aperte, pronte ad accoglierti: "Sei arrivata Nini, hai mangiato? La vuoi almeno una caramella?".
Mia nonna era del 1913 , quando è morta aveva novantanni. Io l'ho sempre vista vecchia, ma era avanti, moderna come nessuno. Quando una nostra parente, già quarantenne, dopo il secondo divorzio, si era "accompagnata" ad un'amica, di fronte all'indignazione di molti, mi aveva detto con serenità:"Chevvoi che sia, tanto un dura, la fidanzata è troppo giovane."
Mio nonno, Beppino, la faceva impazzire. Era un brontolone e un prepotente. Ogni tanto la sentivo gridargli dietro "Va all'inferna e crepa da solo". In realtà lei senza il suo Beppino non ci sapeva stare. Lui era sempre stato bello e nonostante gli anni si sentiva ancora così. La mattina la faceva correre su e giù per le scale. La camicia non era mai perfetta e la riga dei pantaloni da ripassare. Era un assillo. Una volta mi aveva confessato che avrebbe voluto annegarlo nella vasca, ma poi aveva sorriso e mi aveva detto:"Ma un posso". "Perchè gli vuoi bene nonna!" "No, fa la doccia!".
Era troppo simpatica e profumava sempre di borotalco, che trovavi sparso ovunque nella sua camera da letto. Quando ero piccola dormivo con lei, nel suo lettone, insieme a mio fratello e mio cugino. La nonna e il nonno avevano sempre dormito in camere separate accusandosi a vicenda di russare.
La nonna ci metteva tutti a letto con lei, una spolverata di borotalco e la caramella di menta. Altro che fluoro; ci ficcava una caramella in bocca per conciliare il sonno e farci smettere di parlare e ridere. Non so come sia successo che nessuno di noi non si sia mai soffocato nel sonno. La nonna diceva che avevamo l'angelo custode e quindi potevamo stare tranquilli.
Quando sono cresciuta e ho cominciato ad uscire la sera la nonna mi dava le chiavi per rientrare, ma il nonno metteva i chiavacci alle porte per controllare se tardavo. Io e lei avevamo studiato un piano. Se tornavo tardi e trovavo il chiavaccio mi arrampicavo fin sul suo balcone e bussavo alla finestra.
Lei mi faceva entrare e io sgattaiolavo nella mia stanza. Alla mattina il nonno chiedeva a che ora ero tornata e come mai non mi aveva sentita.
"La bimba è tornata presto". Era sempre dalla mia parte.
Un'estate il nonno, che non era mai uscito di casa senza prima passarsi il bianco biricchino sui baffi e lavarsi i capelli, ha dato fuori di testa ed è uscito in mutande blaterando di dover andare non so dove. In poco tempo ha smesso di camminare e di mangiare. All'infermiera che gli portava il pranzo diceva: "Signorina mi spiace, ma ho prenotato da Bombetta, tra poco arriva la macchina a prendermi". Da Bombetta, un famoso ristorante, mi ci portava da bambina e faceva prepare l'aragosta. E' durato poco, con la fine di giugno se n'è andato.
La nonna, che diceva sempre che sperava morisse presto perchè era una carogna, si è ammalata subito dopo. Una mattina d'agosto, quando mia mamma è andata a svegliarla per la colazione, ha detto che non poteva mangiare perchè era già morta. Quando siamo riuscite a convincerla che non era morta ha voluto che preparassimo il vestito per il suo funerale e scegliere il foular da abbinare, accessorio che per lei non poteva mancare. "E' venuto Beppino e mi ha detto che mi aspetta. Devo andare".
Beppino ha sempre dettato legge nella vita della Ginetta e infatti la mattina dopo se n'è andata.
I sogni di cartone
C’e’
ragazzo al finestrinooo,
gli occhi verdi che sembrano di vetro..corri e ferma quel treno fallo tornare indietro…
Ecco il mistero,
sotto un cielo di ferro e di gesso
l'uomo riesce ad amare lo stesso
e ama davvero
senza nessuna certezza
Che commozione che tenerezza
gli occhi verdi che sembrano di vetro..corri e ferma quel treno fallo tornare indietro…
Angela l’hai cucinato
bene questo capretto ..e pensare che io e Tonino non abbiamo mai mangiato il
capretto al paese, perché nostra madre
lo faceva cresceva e poi diventava un
nostro amico.
Mi siedo sul divano
sorseggiando un bicchierino di amaro e penso a come lo portavamo in giro come un cane quel
capretto e lui sembrava felice perchè saltellava intorno a noi come volesse
giocare…
Un giorno mia madre mi
chiese di ammazzarlo per venderlo al macellaio visto che nessuno di noi
l’avrebbe mangiato..
Non dormi tutta
la notte perché vedevo continuamente la
scena di un uomo grande senza volto che affondava il coltello nel mio cuore ,
un vero incubo.
Non ho mai eseguito
l’ordine di mia madre e lei non me lo chiese più.
Ero un figlio strano
diceva che non ero mai contento perché sognavo troppo .
A 16 anni facevo
l’operaio in un’azienda metalmeccanica di Bari.
Era il 1956 un periodo
d’oro in Italia ma non dov’ero nato io…a casa mia se non eri figlio di un
avvocato o di un dottore andavi in fabbrica oppure a fare il contadino. Ma mio
padre non voleva perché dovevamo imparare un mestiere io e i miei fratelli
senza arrivare la sera a casa stanchi
come i buoi.
Fumavo e sognavo le
macchine da corsa e la Juventus, ma non le avrei trovate al mio paese.
Allora mia madre un
giorno dopo l’ennesima lite mi compro’ un biglietto e mi mise su un treno
diretto a Milano con un indirizzo e una mozzarella in una valigia di cartone.
Mi è sempre
sembrata indistruttibile quella valigia
perché nei rari viaggi di ritorno era sempre stracolma di ogni genere di cose,
compresi pesci che arrivavano sempre marci e puzzolenti ; Le ero affezionato
perché con lei mi portavo a casa il cuore della mia famiglia.
Era fredda Milano, non
mi bastavano i vestiti che avevo portato e mi mettevo due o tre maglie una
sull’altra e poi la giacca il cappello e la sciarpa, cose che non avevo mai
indossato.
Ma soprattutto era infinitamente
grande perché sui tram percorrevo decine e decine di kilometri al giorno per spostarmi da una
zona all’altra sbagliando continuamente la direzione.
Cercavo lavoro nelle
carrozzerie e lo perdevo subito appena dopo la presentazione..”Buongiorno
scusate cercate un lavorante?” e la risposta era sempre la stessa “va a ca tua
terun”.
Un giorno, sempre alla
ricerca del posto di lavoro, invece di mandarmi via mi proposero di dare una
dimostrazione pratica di quello che sapevo fare ed io mi giocai bene le mie
carte e tirai su quel parafango tanto
bene che sembrava nuovo.
Dal giorno dopo Iniziai a lavorare in quel posto, dal signor
Giancarlo.
Li conobbi Augusto un
ragazzo napoletano che si era trasferito da un anno e sorrideva sempre, aveva i denti bianchi come
la luna.
Nelle pause fumavamo
insieme, non facevamo lunghe conversazioni
ma non era necessario perché ci bastava farci compagnia.
Solo una sera ci
raccontammo un po’ di noi e delle nostre famiglie e di quello che avremmo
voluto fare a Milano. Augusto mi disse che faceva fatica a mandare i soldi alla
mamma che aveva altri 4 figli .Lui aveva
solo 16 anni. Anche la zia dove abitava,
voleva dei soldi e a lui rimanevano pochi spiccioli
in tasca.
Parlava e sorrideva
come sempre, ma mi si spense il sorriso quando mi disse che andava a rubare le
macchine per smontare i pezzi che gli commissionavano alcuni carrozzieri
disonesti.
Fumai parecchio quella
sera, quando mi coricai nel letto i polmoni erano stanchi.
Dopo un paio di mesi
Augusto mi confessò che aveva paura perché aveva la
sensazione che
qualcuno l’avrebbe scoperto e denunciato.
Una mattina non venne
al lavoro e non lo vidi mai più. Feci fatica ad abituarmi alla sua assenza
anche se avevo sempre in tasca il suo cornetto “scacciasfiga”,
Mi sentivo solo e il
freddo e le giornate buie dell’ inverno
mi sembravano insopportabili.
Un giorno un cliente che venne a ritirare la
sua macchina lucida e fiammante, mi
disse “Francesco tu sei tifoso della juventus vero?”
E allora visto che sei
stato cosi’ bravo a sistemarmi la macchina ti voglio fare un regalo.. domani
pomeriggio vieni con me che ti faccio conoscere qualche calciatore della tua
squadra del cuore”. Continuavo a chiedermi se avevo sentito bene e se non avevo
fatto solo un bellissimo sogno.
Nell’attesa mi ero fumato
10 sigarette mi tremavano le gambe.
Quando me li trovai
davanti non mi usci la voce e strinsi la mano a Causio, Sivori, Boniperti e un portiere dal
grande futuro Dino Zoff…..mi sembravano
delle divinità perché erano alti e avevano dei fisici eccezionali.
Da quel giorno Milano
mi fu più simpatica, iniziai ad amarla un po’, mi aveva fatto un regalo
inaspettato, mi aveva reso felice, e fu
la prima volta nella mia breve vita.
Ecco il mistero,
sotto un cielo di ferro e di gesso
l'uomo riesce ad amare lo stesso
e ama davvero
senza nessuna certezza
Che commozione che tenerezza
martedì 12 marzo 2013
Balliamo
BALLIAMO
“Ti amo”. Disse l'uomo“Perchè?”. Rispose lei.
“I motivi sono molti, e altri se ne stanno aggiungendo. Il primo è che ti ho visto ballare”.
“ Ma io non ballo”.
“Ti ho visto in sogno.” disse lui: “Danzavi leggera, volteggiavi sicura in centro alla pista, sorridevi al tuo partner, le vostre gambe intrecciate in un valzer. Ti lasciava, ti riprendeva stringendoti. Nessuno conduceva. Eri un uccello, se ti lasciava fuggire, tu volavi ugualmente tra le sue braccia”.
Lei bevve un sorso dalla coppa di champagne. “Dunque non ero sola, nel sogno”. Disse: "Forse non lo sono neanche nella realtà”.
“E' così?” Chiese l'uomo, guardandosi intorno. Era una festa piena di gente, ma lui disse: "Io non vedo nessuno. E poi non importa. Non ti sto chiedendo nulla, e nulla pretendo”.
La donna aprì un sorriso che poco aveva di allegro.
“Non so chi sei,” Disse “Non so neanche il tuo nome, eppure mi versi da bere e dici di amarmi. Ma io, a parte un sorriso non ho nulla da darti. In un'altra festa, in un'altra stanza di un altra citta c'è un altro uomo che doveva essere qui con me. Mi ha lasciato. Non piango e partecipo alla festa, ma una domanda mi opprime:
dove non è lui? E la risposta è obbligatoria: non è ovunque".
L'uomo
la prese per mano, senza malizia. Lei non la ritrasse, troppo impegnata
a trattenere le lacrime. Da donna razionale sapeva di non aver bisogno
di quell'uomo. Aveva gia, per troppe volte a dire il vero, affrontato e
risolto da sola la questione degli equilibri, della giusta distanza,
dell'abbandono, dato e ricevuto. Eppure quella mano gli parve una
piccola isola, in un mare ostile.
“Vieni, balliamo”. Disse l'uomo con la gentilezza di chi nulla ha da perdere, se non l'anima.
Lei si fece trasportare in un ballo semplice e tenero, che nulla aveva di erotico. Girò al ritmo di una musica che le parve meravigliosa. Appoggiò la testa sulla spalla dell'uomo, dondolandosi.
“Vorresti baciarmi, per favore?”. Chiese la donna, fermandosi.
“Per tutta la vita”. Rispose lui lui “Ma non oggi. Se mi appoggiassi ora alle tue labbra perderei l'equilibrio, cadrei e sarei perduto, perchè rialzandomi, tu non saresti qui. E io, come ti ho detto, ti amo, e se non ti posso avere, preferirei non aver ricordi da dover dimenticare.”
“Per avermi visto ballare in un sogno?”. Disse la donna : “Io sono stanca di concretezza, oggi, adesso, ho bisogno di trovare la follia. Fosse solo dentro un bacio. Occorre bravura nel comprendersi, e io in questo mi sono data sempre ottimi voti. Ma ora mi rendo conto di aver imbrogliato e i conti non tornano. Io non so chi sono, e mi sento sola”
L'uomo la strinse e riprese a ballare. Ora la condusse in un valzer, ma lei non sentiva l'orchestra suonare.
“Dove sono i musicanti?”. Domandò all'uomo.
“Siamo soli, ora”. Disse lui “Nessuna orchestra, nessuna pista, più nulla. Non farti nessuna domanda, perchè non ci sono risposte. Dobbiamo solo raggiungere un punto ora
“Vieni, balliamo”. Disse l'uomo con la gentilezza di chi nulla ha da perdere, se non l'anima.
Lei si fece trasportare in un ballo semplice e tenero, che nulla aveva di erotico. Girò al ritmo di una musica che le parve meravigliosa. Appoggiò la testa sulla spalla dell'uomo, dondolandosi.
“Vorresti baciarmi, per favore?”. Chiese la donna, fermandosi.
“Per tutta la vita”. Rispose lui lui “Ma non oggi. Se mi appoggiassi ora alle tue labbra perderei l'equilibrio, cadrei e sarei perduto, perchè rialzandomi, tu non saresti qui. E io, come ti ho detto, ti amo, e se non ti posso avere, preferirei non aver ricordi da dover dimenticare.”
“Per avermi visto ballare in un sogno?”. Disse la donna : “Io sono stanca di concretezza, oggi, adesso, ho bisogno di trovare la follia. Fosse solo dentro un bacio. Occorre bravura nel comprendersi, e io in questo mi sono data sempre ottimi voti. Ma ora mi rendo conto di aver imbrogliato e i conti non tornano. Io non so chi sono, e mi sento sola”
L'uomo la strinse e riprese a ballare. Ora la condusse in un valzer, ma lei non sentiva l'orchestra suonare.
“Dove sono i musicanti?”. Domandò all'uomo.
“Siamo soli, ora”. Disse lui “Nessuna orchestra, nessuna pista, più nulla. Non farti nessuna domanda, perchè non ci sono risposte. Dobbiamo solo raggiungere un punto ora
bisogna arrivare alla felicità”
Lei ora ballava magnificamente, e dato che mai aveva danzato, una risata le uscì dalla bocca. Ma poi richiuse le labbra, quasi a scusarsene, rammentando di avere un dolore da coltivare.
“Non riesco a raggiungerla, la felicità. Mi sfugge continuamente”. Disse.
Lui le accarezzò i capelli, col gesto semplice di un bambino.
“Se non ci arrivi, non è un buon motivo per arrenderti. Sarebbe stupido. Non ci arriveresti comunque. No, bisogna lavorarci, ogni giorno. Essere felici, richiede allenamento”
Lui la fece girare. Lei ora ballava come mai nella sua vita aveva immaginato, i capelli erano liberi, i fianchi sinuosi si abbandonavano alle note immaginate. Ballava il valzer, eliminando parole e tossine. Avanzava e arretrava e ballando toccava il piede dell'uomo. Un contatto innocente, ma che innocente non lo è mai, perchè automaticamente ci si trova un piacere, un lampo di gioia.
“Ti amo” Disse lui.
“Non ora, ora balliamo” Rispose lei
Lei ora ballava magnificamente, e dato che mai aveva danzato, una risata le uscì dalla bocca. Ma poi richiuse le labbra, quasi a scusarsene, rammentando di avere un dolore da coltivare.
“Non riesco a raggiungerla, la felicità. Mi sfugge continuamente”. Disse.
Lui le accarezzò i capelli, col gesto semplice di un bambino.
“Se non ci arrivi, non è un buon motivo per arrenderti. Sarebbe stupido. Non ci arriveresti comunque. No, bisogna lavorarci, ogni giorno. Essere felici, richiede allenamento”
Lui la fece girare. Lei ora ballava come mai nella sua vita aveva immaginato, i capelli erano liberi, i fianchi sinuosi si abbandonavano alle note immaginate. Ballava il valzer, eliminando parole e tossine. Avanzava e arretrava e ballando toccava il piede dell'uomo. Un contatto innocente, ma che innocente non lo è mai, perchè automaticamente ci si trova un piacere, un lampo di gioia.
“Ti amo” Disse lui.
“Non ora, ora balliamo” Rispose lei
giovedì 21 febbraio 2013
Lavoro di merda
Mitch osservò la bolla di sangue
spuntare dalla narice destra di Steve, che riverso per terra, puntava
gli occhi vitrei verso un luogo indefinito nello spazio. La bolla si
gonfiò sino quasi a nascondergli il labbro superiore per poi
fermarsi sulla punta del naso, come un oscena pallina da clown.
Dalla bocca spalancata Steve rantolò qualche cosa, la lingua
scivolò fuori, rientrò, poi di nuovo comparve fuori
come una lumaca dal guscio, per rimanere immobile all'angolo della
bocca. La bolla smise di crescere.
“Avanti alzati, smidollato!” Urlò
Dave, dondolandosi sulle gambe come un pugile sovrappeso, prendendo
a pugni l'aria di fronte a se. Aveva un sorriso ebete piantato in
volto, come ogni volta che doveva spaccare le ossa a qualcuno. Era
felice come un bambino, si divertiva un mondo.
“Mi sa che quello non si alza più”
disse Mitch.
Dave dondolò ancora un po' sulle
gambe, poi si fermò di colpo. Aggrotto' la fronte.
“Non dirmi che quella mezza sega è
svenuto.” domandò.
Mitch si appoggiò con le spalle
ad una vecchia quercia. Tirò fuori il pacchetto di sigarette
e se ne accese una. Era un bel casino.
“E' morto, stronzo” Disse.
“Cosa?”
“Lo hai fatto secco”
Dave si avvicinò al corpo di
Steve, si piegò sulle ginocchia per osservarlo meglio. Si
passo il palmo della mano sulla fronte sudata.
“Dici che si è spezzato il
collo?”
“Probabile “ rispose Mitch. Steve,
accasciato a terra, osservava con occhi vitrei il cielo. Non pareva
molto interessato allle nuvole bianche.
“Sarà caduto male” Disse
Dave.
“Bello, gli hai mollato un gancio
così forte che pensavo gli volessi spedire la testa in orbita”
“Quella femminuccia. E' andato giù
come una pera cotta.”
“Era già morto prima di
toccare terra. Ho sentito il collo spezzarsi da questa distanza”
“Questo stronzo.”
“Probabile che lo hanno sentito anche
a Boston, dal rumore che ha fatto.”
Dave osservò la bolla di sangue,
e si fece scappare una risatina. Quindi si alzò sbuffando e
diede un calcio alle costole del morto.
“Fottutissimo bastardo, guarda come
sei finito a volere fare il furbo. Stronzo!” poi, rivolgendosi a
Mitch, disse:
“Ora chi lo dice al capo?”
Mitch gettò la cicca della
sigaretta lontano. “Be, potrei dirglielo io” disse.
“Davvero?”
“Col cazzo. Tu hai fatto il danno, tu
risolvi il casino. Dovevamo solo dargli una bella passata e guarda il
risultato.”
“Sarà caduto male.”
Boffonchiò Dave.
“Col collo spezzato cadi male
sicuramente, pezzo di coglione.” Mitch estrasse il telefonino e lo
lanciò a Dave, che lo prese al volo.
“Avanti, chiamalo” disse.
Dave compose il numero, aspettò
una decina di secondi quindi iniziò a parlare in modo
concitato. Saltellava e agitava le mani, scuotendo la testa
Mitch si allontanò un paio di
metri. La foschia stava salendo. Una folata di vento lo fece
rabbrividire. Si tirò su il colletto del cappotto, osservando
il sole scendere lentamente dietro le colline, pensando a quanto ci
avrebbe messo a tornare in città. Avrebbe fatto tardi anche
quella sera, e certo sua moglie non avrebbe fatto i salti di gioia.
Che schifo di lavoro.
Dave gli bussò alle spalle.
“Cosa?” domandò Mitch.
“Vuole te”
Mitch prese il telefono, senza dire una
parola. Annuì un paio di volte, quindi dopo aver salutato,
chiuse la comunicazione.
“Ho combinato un casino, vero?”
chiese Dave.
“Già”
“Che dice il capo?”
“dice che devo ucciderti”
Dave sbiancò in volto,
spalancando gli occhi. Mitch scoppiò a ridere. Dave rimase
immobile, quindi si mise a ridere nervosamente, per poi abbandonarsi
a un riso sfrenato.
“Cristo santo, mi si sono strizzate
le palle, per un momento ho creduto veramente che...”
Mitch si spostò leggermente di
lato, dalla cintura dietro la schiena sfilò una Smith e Wesson
calibro trentotto Special e gli sparò dritto in faccia. Dave
balzò all'indietro a braccia larghe senza un lamento cadendo a
terra con un tonfo. Mitch gli si avvicinò ed esplose altri due
colpi, dritti al cuore, quindi ripose la pistola, con calma. Si
sfilò un altra sigaretta, l'accese e si mise a fumare.
Che lavoro di merda, pensò,
soffiando fuori il fumo verso il cielo.
mercoledì 20 febbraio 2013
Impalpabili, lievi, sorridenti: bolle, bolle di sapone.
Si schiudono speranzose da un soffio di gioia e prendono il volo.
Volteggiano, danzano, si librano nell’aria incuranti del mondo sottostante,
triste e incolore. Si accendono di mille sfumature come l’arcobaleno, brillano
di felicità. “Riusciremo a salire fino
alle stelle” - pensano - … le stelle,
lassù, nella casa dei sogni,
Il vento le trascina in un
folle valzer, le ubriaca di chimere e costruisce per loro castelli in aria. Il
vento le sfiora, le accarezza, le corteggia.
Le fa sentire libere, leggere, pazze di felicità.
Ma il vento è capriccioso: da un momento all’altro il suo soffio
gentile si trasforma in un rantolo rabbioso e le fragili bolle di sapone
vengono travolte da una furia ostile. Si dibattono nell’aria, gonfie di paura,
tremanti nel loro trasparente vestito di cristallo. Una raffica ancora più forte e
puff…. non resta che qualche goccia, qualche lacrima.
Bolle. Bolle di sapone. Sogni di cartapesta.
Sintetizzando in un haiku (breve componimento poetico nato in Giappone e composto da complessive 17 sillabe), si potrebbe scrivere
fragili bolle
svaniscono nel vento -
sfumano i sogni
BOLLE
Quando riaprì gli occhi la stanza era completamente al buio.
Non ricordava di avere spento la luce; il televisore, però,ancora acceso, ne rimandava
una bluastra e un pò sinistra.
Anche quella notte il televenditore cercava di convincere improbabili compratori notturni a chiamare un numero che scorreva in sovrimpressione.
Dalle persiane filtravano, obliquamente, lame di luce che proiettavano sul pavimento l'ombra di un tavolo e di una sedia.
Nel sonno gli si erano scoperti i piedi e per sistemarsi la coperta gli cadde il cellulare con un tonfo sordo che lo indispettì e imprecando si alzò.
Tra mugugni e passi incerti si avvicinò al tavolo sul quale lo aspettava una bottiglia.
La prese e vi si attaccò fino a che non finì l'ultimo goccio di quel liquido che, da settimane, lo stava intorpidendo .
Da quando Claudia l'aveva lasciato Giampaolo passava le sue serate sempre allo stesso modo:
sdraiato sul divano, facendosi un pò di compagnia con qualche programma televisivo e numerosi sorsi di quel sonnifero alcolico che inevitabilmente lo accompagnavano fino a che non si addormentava .
In quel sonno artificiale Giampaolo, tutte le notti,faceva un sogno.
Sognava Claudia che gli correva incontro e con un lungo abbraccio lo baciava.
In quel sogno Claudia indossava sempre un vestito a righe
blu ,viola e rosa.
Aveva folti capelli rossi e occhi azzurri.
Il viso sempre ben truccato e le dita smaltate.
Un corpo esile ed un volto da ragazzina.
Gli ricordava quando da bambino immergeva una cannuccia di plastica in acqua e sapone e soffiando faceva volare coloratissime bolle che si facevano inseguire per alcuni secondi, tanto duravano.
Ecco,per Giampaolo, Claudia era come una bolla di sapone.
Coloratissima e sfuggente.
" Bollicina" la salutava nel sogno.
Era il nomignolo che le aveva dato nella realtà proprio per quel motivo.
" Sei come una bolla di sapone. Non ti fai mai prendere,mi sfuggi sempre.
Quando penso di averti conquistata tu te ne vai."
Questo ,spesso, le diceva.
Un giorno Claudia se ne andò e non tornò più.
Giampaolo guardò la bottiglia.
Barcollando la avvicinò al viso come per osservarne meglio il contenuto e vi scorse il volto sorridente di Claudia.
" Bollicina " disse rivolgendosi alla bottiglia e stringendola con forza la baciò.
" Non mi riconosci ?"chiese Giampaolo dopo avere sentito la fredda indifferenza del vetro.
Lasciò cadere la bottiglia .
A tentoni, nel buio, riuscì ad aprire un cassetto nel mobile della cucina dal quale tirò fuori un oggetto metallico che Giampaolo non capì cosa fosse; però,forse ,era quello che stava cercando quindi,con passi lenti, si diresse verso il bagno.
Non accese la luce,non serviva,per quel che aveva in mente di fare.
Si reggeva in piedi a fatica ma riuscì a coricarsi dentro la vasca .
A dispetto del suo stato,però,con lucidità si sistemò, come se si preparasse per un lungo sonno.
Fece un lungo respiro e dopo pochi secondi un liquido caldo e denso stava avvolgendo le sue mani.
Intanto Giampaolo sorrideva e dalla sua mente uscivano mille pensieri colorati,
mille bolle di sapone col volto di Claudia.
Chiuse gli occhi ,reclinò il capo da un lato,le bolle svanirono….
e con loro, Giampaolo.
venerdì 15 febbraio 2013
Comica Finale di Kurt Vonnegut
[Mia sorella Alice] passò il suo ultimo giorno in ospedale. I dottori e
le infermiere dissero che poteva fumare e bere quanto le pareva, e
mangiare tutto quello che voleva.Io e mio fratello andammo a trovarla. Faceva fatica a respirare. [...] Tossì. Rise. Disse un paio di barzellette che non ricordo più. Poi ci mandò via. "Non voltatevi indietro" disse.
Così non ci voltammo.
Morì più o meno [...] un'ora dopo il calar del sole.
E la sua sarebbe stata una morte trascurabile, statisticamente, se non fosse per un particolare che è questo: suo marito, James Carmalt Adams, energico direttore di un giornale di settore per gli addetti agli acquisti, che compilava in un cubicolo di Wall Street, era morto due mattine prima sul "Brokers Special", lo "straordinario degli agenti di borsa", l'unico treno nella storia delle ferrovie americane che si sia buttato giù da un ponte girevole aperto.
Pensateci su.
Tutto questo è realmente accaduto.
Bernard ed io non parlammo con Alice di quello che era successo a suo marito, che avrebbe dovuto occuparsi dei bambini dopo la sua morte, ma lei venne a saperlo comunque. Una paziente della clinica le diede una copia del "Daily News" di New York. Il titolo della prima pagina era sul tuffo del treno. Sì, e dentro c'era un elenco dei morti e dei dispersi.
Poiché Alice non aveva mai ricevuto un'istruzione religiosa, e poiché aveva condotto una vita irreprensibile, non pensò mai che la sua disavventura fosse qualcosa di diverso da uno dei tanti incidenti che capitano in un posto molto trafficato.
Buon per lei.
[...]
Io e mio fratello avevamo già preso il suo posto. Dopo la sua morte i tre figli più grandi, che avevano un' età tra gli otto e i quattordici anni, tennero una riunione alla quale non furono ammessi gli adulti. Quando uscirono ci chiesero di rispettare due sole condizioni: che i tre fratelli non fossero separati, e che potessero tenere i due cani. Il più piccolo, che non prese parte alla riunione, era un bebè di un anno o giù di lì.
Da allora in poi i tre figli più grandi furono allevati da me e da mia moglie, Jane Cox Vonnegut, insieme ai nostri tre, a Cape Cod. II bebè, che visse con noi per qualche tempo, fu adottato da un primo cugino del padre, che adesso fa il giudice a Birmingham, Alabama.
Così sia.
I tre più grandi tennero i loro cani.
Ora ricordo quello che uno dei [tre] [...], che si chiama Kurt come mio padre e come me, mi chiese mentre viaggiavamo in automobile dal New Jersey a Cape Cod con i due cani sui sedili posteriori. Aveva circa otto anni.
Si viaggiava da sud a nord, perciò il posto dove stavamo andando per lui era "lassù". Eravamo noi due soli. I suoi fratelli ci avevano preceduto.
"Sono simpatici i ragazzi lassù?" chiese.
"Sì, certo" risposi.
Ora fa il pilota per una compagnia aerea.
Ora sono tutti molto diversi dai bambini che erano.
Uno di essi alleva capre sulla cima di un monte giamaicano.
Ha fatto in modo che si avverasse uno dei sogni di nostra sorella: vivere lontano dalla follia della città, con gli animali per amici. Non ha il telefono né l'elettricità.
Dipende totalmente dalla pioggia. È un uomo rovinato se non piove.
I due cani sono morti di vecchiaia. Mi rotolavo con loro sui tappeti per ore di seguito, finché non li avevo stracciati.
Sì, e i figli di nostra sorella sono oggi molto schietti a proposito di una storia un po' inquietante che una volta li preoccupava non poco: il fatto che non riescono a trovare la madre o il padre nei loro ricordi, in nessuno dei loro ricordi.
L'allevatore di capre, che si chiama James Carmalt Adams jr., me ne ha parlato in questi termini, battendosi la fronte con la punta delle dita: "Non è il museo che dovrebbe essere".
I musei nella testa dei bambini, secondo me, si vuotano automaticamente nel momento in cui l'orrore raggiunge il punto massimo
Kurt Vonnegut , da Comica finale, Elèuthera, 1990, traduzione di Vincenzo Mantovani
martedì 12 febbraio 2013
venerdì 8 febbraio 2013
rami spezzati (versione alternativa)
Avendo
le mani occupate dalla legna, Salvatore aprì la porta del
rifugio con una testata. Andò a gettare i ceppi legna nel
camino acceso, quindi si spogliò dagli indumenti zuppi
d'acqua, rimanendo in maglietta e mutande. Rimase davanti al fuoco
un paio di minuti grattandosi rumorosamente i coglioni, quindi si
avvicinò al tavolo al centro della stanza, lasciandosi cadere
sulla sedia.
Suo
figlio Pasquale, seduto di fronte a lui gli porse un bicchiere colmo
di Amaro Averna.
Salvatore
si calò l'amaro in un colpo, quindi posò il bicchiere
sul tavolo.
Pasquale
gli versò un altro bicchiere. Salvatore lo bevve subito. Il
figlio gliene versò un'altra razione. Salvatore lo bevve. Il
figlio riempì nuovamente il bicchiere.
“ Hai
finito di versarmi questo minchia d'amaro?” sbottò il padre.
“Pensavo
ne volessi ancora”
“Che
cazzo, ogni volta che lo bevo tu me lo riversi!”
“Scusa”
“Neanche
mi piace questa porcheria.”
“Scusa,
io mi credevo...”
“Amaro
Averna del cazzo.”
“ Mi
dispiace”
“Lascia
perdere” disse Salvatore. “Che tempo danno domani?” chiese al
figlio.
“Pioggia
a catinelle”
Salvatore
bestemmiò, tirando un pugno sul tavolo così forte che
il tavolo si impennò, colpendo il figlio sotto il mento.
Pasquale cadde dalla sedia con un tonfo orribile. La bottiglia e i
bicchieri volarono dietro le spalle di Salvatore infrangendosi contro
il muro.
“E
stai un po' attento!” disse il padre, quindi si
alzò e andò a osservare il tempo fuori dalla finestra.
Vento e pioggia, una tempesta con i fiocchi. Vide un ramo spezzarsi e
volare lontano. Una gallina piombò sul vetro, schiantandosi.
Il becco si era impiantato nello stipite come una freccetta.
L'animale agitò un po' le ali , quindi smise di muoversi. Un
uovo gli scivolò fuori dal culo.
Sti
cazzi.” Meditò Salvatore, quindi aprì la finestra e
recuperò la gallina e l'uovo. Stava già immaginando il
pollo allo spiedo quando il figlio interruppe i suoi pensieri con una
frase.
“Che
hai detto?” Chiese.
“Pasquale
aveva recuperato un altra bottiglia di amaro Averna e, seduto al
tavolo se ne stava versano un bicchiere raso.
“Ho
detto che finito questo lavoro, io non torno a casa. Vado via.”
disse, quindi bevve tutto d'un fiato l'amaro. Salvatore aveva una
gran voglia di grattarsi i testicoli, ma aveva le mani occupate dalla
gallina e dall'uovo, e rimase impalato dinanzi al figlio.
“Cosa
dirà tua madre?” disse alla fine.
“Papà,
la mamma è morta da due anni.”
“Non
essere pignolo adesso!” disse Salvatore, rosso in viso. L'uovo gli
esplose in mano. Andò alla dispensa, prese un coltello e con
un colpo secco staccò la testa alla gallina, quindi iniziò
a spennarla furiosamente. Le penne volavano in tutta la stanza.
“E
dove andrai a stare?” disse, dando le spalle al figlio.
“Per
un po' andrò a casa di Beppe, poi vedrò.”
“Beppe,
quello che non gli piacciono le femmine?”
“Si,
Beppe.”
“Ma...”
disse Salvatore quindi si voltò a guardare il figlio. Ora
capiva i dischi di Barbara Streisand, la passione per la danza
classica, quelle ore passate a guardare Benedetta Parodi, le ciglia
finte lasciate in giro nel bagno, e quei due muratori bergamaschi
trovati in camera del figlio nudi a saltellare sul letto con le
cazzuole e secchielli e casco antinfortunistica, mentre Pasquale
ballava sulle punte.“Altro che
preventivo per una ristrutturazione”meditò. Stette un po' li
a rimuginare, grattandosi tranquillamente i coglioni.
“Ma
,allora sei finocchio!” Disse.
Il
figlio annuì, abbassando lo sguardo.
“E
potevi dirlo prima, che cazzo! Io chissà che mi credevo,
pensavo fossi solo rincoglionito. Versami un bicchiere di amaro
Averna, và, che poi ci mangiamo il pollo.”
QUA TROVI LA VERSIONE ALTERNATIVA DI QUESTO RACCONTO
http://fondazionerosewater.blogspot.it/2013/02/rami-spezzati.html
QUA TROVI LA VERSIONE ALTERNATIVA DI QUESTO RACCONTO
http://fondazionerosewater.blogspot.it/2013/02/rami-spezzati.html
rami spezzati
L'uomo
aprì la porta del rifugio ed entrò veloce, riparandosi
dalla pioggia. Si sfilò la pesante giacca attaccandola a un
chiodo, poi
si tolse il cappello e gli stivali, appoggiandoli vicino al camino
acceso. Protese le mani verso le fiamme, osservando i ceppi di legno
consumarsi. Dopo un paio di minuti si spostò vicino al
tavolo, lasciandosi cadere sulla sedia.
Il figlio, seduto di fronte a lui,
gli porse un bicchiere colmo di whisky.
L'uomo bevve lentamente, godendo
della sensazione di calore che si diffondeva nelle ossa. Il figlio,
identico al padre se non per qualche capello bianco in meno, gli
versò un'altra razione di whisky , quindi si riempì
anche il suo bicchiere, quasi sino all'orlo.
“Le
previsioni?” chiese il padre.
“Domani
ancora pioggia. E freddo”
“Quanto?”
“Come
oggi.”
Il
padre bestemmiò tra i denti, pensando al lavoro da fare, e che
non si sarebbe fatto. Alle
sue spalle la finestra cigolò sotto la furia del vento. I rami
degli alberi si spezzavano e cadevano, ingoiati dalla notte.
Il
figlio interruppe i suoi pensieri con una frase. Il padre ne percepì
il suono senza capirne il senso. Osservò suo figlio portarsi
il bicchiere alle labbra e bere a rapidi sorsi il liquore, per poi
posare delicatamente il bicchiere sul tavolo, stringendolo con le
mani, come a non farlo fuggire.
“Cosa
hai detto?” gli chiese.
“Ho
detto che finito il lavoro qui, io non torno a casa. Vado via.”
“Ma
tua madre...”
“Mi
trasferisco in città. E' meglio per tutti.”
Il padre si alzò dalla
sedia e andò ad osservare il tempo fuori dalla finestra. Le
foglie mulinavano nel vento come falene impazzite, con la pioggia che
inutilmente cercava di inchiodarle a terra. Un ramo colpì il
vetro con un tonfo secco. il padre sobbalzò indietro
coprendosi il volto. Il vetro non si ruppe, si incrinò,
disegnando la tela irregolare di un ragno, con al centro il ramo
spezzato incastrato. Rimase lì, ondeggiando, per una manciata
di secondi, quindi rotolò via, nel buio.
Aveva fame. Andò alla
dispensa e tirò fuori un pezzo di carne di manzo affumicato,
prese un coltello e la incise in profondità, scendendo sino a
quando la lama non toccò il tagliere. Una fetta cadde di lato.
L'uomo fisso quella carne adagiata sul piano della cucina, seguendo
con gli occhi i percorsi delle venature di grasso. Pose un grosso
tegame sul fuoco e ci adagiò la carne.
“Hai
fame?” chiese al figlio, senza voltarsi.
“Si”
il padre tagliò un altra
fetta e la pose dentro il tegame, mentre il figlio apparecchiava la
tavola con due piatti e le posate. Il padre portò la padella
in tavola e servì la carne, si sedette e iniziò a
tagliarla con calma.
“Dove
andrai a stare?” disse, con gli occhi puntati sul coltello e sulla
forchetta.
“Per
un po' andrò a vivere a casa di Steven, poi vedrò di
sistemarmi”
Il padre tagliò un pezzo di
carne, lo portò alla bocca e iniziò a masticare
lentamente. Era buona. Lui e suo figlio avevano macellato insieme il
manzo, pochi giorni prima. Un lavoro duro, eseguito dopo una giornata
a spaccarsi la schiena con l'accetta a tirare giù alberi.
Eppure il suo ragazzo non si era lamentato. Non lo faceva mai.
“Steven
non è un tuo amico, vero?”domandò.
Il figlio guardò il padre
negli occhi: “No, papà, non è solo un mio amico.”
rispose.
Il padre annuì, quindi
ripresero a mangiare. In tavola mancava il vino, il padre si alzò
e andò a recuperare la bottiglia in dispensa. Tornò
indietro, appoggiò una mano sulle spalle del figlio dandogli
una leggera pacca, si sedette e versò da bere a tutti e due.
LEGGI LA VERSIONE ALTERNATIVA
http://fondazionerosewater.blogspot.it/2013/02/rami-spezzati-versione-alternativa.html
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