"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater
Visualizzazione post con etichetta frantizan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta frantizan. Mostra tutti i post

sabato 24 marzo 2012

Niente aragoste per colazione.

 Ci arrampichiamo lungo il budello male imbiancato che sale ripido, pare il cunicolo scavato da una talpa ubriaca. Arranchiamo come salmoni controcorrente, è in occasioni come questa che ringrazio dio per avermi dotato di gambe magari corte ma robuste, lo dico sempre che lui sa quello che fa, sebbene a permettere che il serpente intortasse Eva abbia di certo commesso un'imperdonabile cazzata. Ma Paolo Pà sacramenta pesante, le sue sono lunghe ma gracili, e non è certo uno che le cose le manda a dire, non protesta timido ai cancelli del paradiso, lui butta fuori tutto il marcio che ha dentro senza guardare in faccia nessuno.
La casa è vecchia, i muri sono di quelli sbiechi, spessi un buon mezzo metro ripieno di canniccio e pietrame, male intonacati con lo zoccolo dipinto, istoriati con cazzi giganteschi e vagine pelose, numeri di cellulare fittizi a seguire offerte gratuite di prestazioni oscene scandalosamente generose. Rampa dopo rampa mi convinco che dio dopotutto non è stato munifico nell'imprimere vigore alle mie membra inferiori, così, fiato permettendo, comincio a bestemmiare pure io.
E' una grotta umida e buia, fetida di cavoli bolliti e purè stantii, ai lati si susseguono poveri usci dalla vernice scrostata, tristi e deprimenti, e ti viene proprio da piangere quando in cima, dopo aver bussato al portoncino più malandato del tugurio, ad aprire è Pipino Mutanda in imperfetta persona, in calzoncini da basket di raso giallo fluorescente, troppo larghi per le sue gambe scarne avviluppate da una rete di vene varicose, che come una mala pianta s'intorcono e s'aggroppano d'intorno fruttando disgustose bolle blu. E ciabatte da spiaggia arancione stinto, consunte e rotte, rattoppate alla meno peggio, alla belino di cane per la verità, con del nastro isolante bluastro, e una maglietta sghemba, ovunque bucata da braci di canna franate, e occhiali scheggiati, storti sul naso ricoperto da grossi punti neri gonfi pronti ad eruttare catramosa seborreica materia.
E barbetta rada che farebbe vergognare una capretta affetta d'alopecia.
-Entrate, entrate. Sono felice che siate finalmente venuti.
Colgo qualcosa di strano in lui, non l'ombra di un sorriso o un'arguzia, il personaggio prevede un copione del tutto diverso, battute spumeggianti e manate molli sulle spalle, stupidi risolini laidi che Paolo Pà chiama scoreggette liquide. Eppure sembra contento della nostra venuta, è che oggi è un cane bastonato di suo. Siamo passati per portarcelo via, ché sono due settimane che la mena al telefono, insistente come il bruciore di stomaco. Si è appena trasferito qui a Rapallo, voleva che vedessimo la nuova casa, e si diceva stressato, bisognoso di scambiare quattro chiacchiere con i vecchi amici, di fare rotta con loro per i locali migliori sbevazzando cocktail all'ultima moda. Ha traslocato per potersi godere in pace la sua nuova relazione sentimentale. Lui e lei non ne potevano più di convivere con il genitorame del Mutanda, i litigi furiosi erano all'ordine del giorno, peraltro cosa del tutto normale questa. E che si fosse portato l'oggetto del suo amore a vivere in cameretta era consuetudine già quando frequentava le medie. Forse il problema era Barbarella, la figlia tredicenne di lei, che dormiva sul divano, o che lei, Bru è il nome, viaggi per la quarantina, cioè abbia almeno dieci anni di troppo, o che sparisse per giorni senza curarsi di avvertire nessuno, tanto meno la figlia. O forse era perché Pipino, gelosissimo, si era ridotto ad uno straccetto dagli occhi gonfi sempre furenti. O forse le cose giravano come giravano perché la saggia madre del Mutanda aveva capito che la Bru, nonostante il figlio gliela avesse presentata come assistente sociale, di mestiere faceva in realtà la puttana.
Un mese fa siamo andati in tre a stanare la Bru a venti chilometri di distanza, a casa di un vecchio amante, dopo che Pipino aveva trascorso le due notti precedenti a fare il medesimo percorso a piedi, trascinandosi dietro la povera Barbarella, sempre muta mentre lui si faceva afono sbraitando contro il cielo. Pipino ha suonato alla porta, ha bussato in lacrime gemendo forte, e noi in macchina abbiamo starnazzato a lungo con il clacson, niente, l'unica cosa ottenuta è stato lo spegnimento di ogni luce della casa. Al ritorno il Mutanda ci ha mostrato con generosità nuovi livelli di degenerazione mascolina a cui non avevamo mai neppure pensato, ci ha aperto la mente su universi totalmente inediti.
Così Pipino ha obbligato i genitori a comperare a rate mobili usati, e a fornirlo di fruscianti contanti per la caparra per queste mura semi ammobiliate, due zerbini, quando ne sarebbe bastato uno, ed un tavolo a tre gambe senza sedie. Poi l'ha convinto a cambiare mestiere, lei ora nei fine settimana lavora dietro il banco di un panificio, lui è il solito diversamente occupato, beve, sproloquia, si fa d'erba e di ogni altra sostanza che abbia l'ardire di avvicinarglisi troppo, quindi in casa di soldi ne entrano davvero pochini e corrono via veloci.

Pipino ci fa strada per il corridoio rischiarato da una lampadina fioca che pare un lumino da morto.
-Potete salutare la Bru, è in salotto a giocare a briscola con un nostro amico carissimo che abita qua sotto.
Ed eccolo il salotto, che pare la cuccia del cane, la poltrona di velluto smangiato è macchiata, il tappeto liso con le frange solo da un lato, forse è stato posto rimedio ad un buco tagliandolo via malamente, si capisce che vorrebbe parlare persiano ma ha chiaro accento cinese, e il tavolo ustionato con continuato sadismo da sigarette dimenticate accese dai precedenti proprietari, quando collassavano per il troppo bere o per le polverine inaspettatamente pure.
La Bru ci beneficia di un sorriso distratto, troppo impegnata a decidere se giocare o meno il due di picche. La solita carne grigia, stinta come logora carta da parati, non sembra una che possa darla via in cambio di soldi. Energica ed insignificante come una foglia morta, un arnese vecchio nato brutto, anzitempo graffiato e offeso, un ammennicolo che dove lo metti rimane, anche se capisco che quando ti volti si muove piano, segretamente, persino di sua iniziativa.
-Ciao Bru.
-Ciao.
-Lui è Alfio.
-Salve Alfio.
-Contento di conoscerti Alfio.
-Salve ragazzi. Ci siamo già visti da qualche parte?
-Non mi pare Alfio.
Accenna ad alzare il culo dalla sedia traballante, le gambe neppure distese, china il capo come per un inchino e bofonchia. Ricciolino, indossa una camicia spiegazzata a quadri rossi, che dalla puzza di sudore rancido si direbbe testé recuperata dal borsone da ginnastica, dopo settimane di convivenza con le peggiori magliette e le scarpe più mefitiche dei dintorni. Gli mancano due denti, e ha mani gigantesche che paiono tenaglie rigonfie, utilissime a frantumare l'esistente ma certo un problema durante il sacro rito della masturbazione.
-Eppure mi sembrate famigliari. A qualche concerto magari...
-Può essere. Che musica ti piace Alfio?
-Adoro Marco Masini, è forte davvero.
-Interessante, eppoi?
-Ascolto un sacco Ferradini.
-E chi è?
-Quello che cantava Teorema. Ti ricordi? Prendi una donna trattala male...
-Ah sì, certo, facevo le medie mi pare, o quarta ginnasio. Mitica. E che altro ha fatto?
-Non lo so, credo non abbia fatto altro.
-Ah, possibile.
-Dai venite di là! Vi verso un vinello rosso speciale che urla tracannami, me lo sono fatto spillare apposta per voi in una cantina qua vicino.
-Allora ciao Alfio. Ciao Bru.
-Ciao, ci si vede.
-Ciao anche a voi.
-Ciao alla prossima.
-Sì vabbè, andiamo solo in cucina, magari se c'è il tempo ci salutiamo dopo.

La cucina, beh, la cucina è un lavandino di pietra, dei tubi giganteschi imbiaccati corrono sul soffitto rubando aria e spazio vitale, dei pensili bianchi di smalto sbrecciato sono posati a terra su delle traversine di legno di dieci centimetri, che devi distenderti bocconi per un po' di zucchero, forse per non rovinare il muro, quello sì appena ridipinto di un giallino mais anemico, ed un tavolo con una sedia di legno e paglia, e delle tende virato seppia dopo anni di nicotina e sbroda di cane, quest'ultima ottenuta copiosa se l'animale eccitato vi si strofina ripetutamente contro.
-Scusate, vado un attimo di là a vedere se gli altri hanno bisogno di qualcosa, ma tranquilli torno subito.
Il vino fa schifo, il coraggio di guardarmi intorno si è esaurito, allora per un po' studio e invidio la selvaggia abbronzatura primaticcia di Paolo Pà.
-E' morto Lucio - dico.
-Lucio chi?- chiede
-Lucio Dalla.
-L'ho sentito dire.
-Mi dispiace.
-Anche a me, un sacco.
-Era brutto che pareva uno scarafaggio cagato storto ma non era il peggiore.
-Il peggiore è Vasco, era meglio se moriva lui.
-Eh già ma i peggiori non muoiono mai.
-Ehi raga arrivo subito, solo un attimo e arrivo da voi, devo dire una cosa alla Bru.
-Perché non gliela hai detta ora che eri di là?
-Parlava lei e mi sono scordato.
-Hai certe occhiaie viola che tieni fisse a terra, da quanto non dormi?
-A proposito Pippy, questo non è vino generoso ma birra fatta versando l'idrolitina nel piscio di vacca, a cui è stato aggiunto del colorante artificiale. Ormai è pure svanita. Fa schifo e te la bevi tu.
-Torno raga e vi risolvo il problema.

-Ci sono degli uccelli che borbottano, che titubano.
-Cosa hai detto?
-Ci sono degli uccelli che fanno strani rumori.
-Io non sento niente.
-Come dei volatili che fanno come dei versi, sbattono l'ali, volano, fanno vvrr brum brum frap, roba così.
-Forse sono i tubi.
-Che tubi?! I tubi mica volano.
-Hai ragione, non volano.

-Eccomi da voi. Mi fa proprio piacere avervi qui. Mostrarvi la casa nuova. Stare un poco assieme.
-Guarda che hai rotto il cazzo. Vai avanti e indietro, t'affacci sulla porta per dieci secondi e poi sparisci per cinque minuti. Non sei affetto da pendolarismo, qualunque cosa sia, lo sappiamo cosa stai facendo, li stai sorvegliando, non è vero? Ma se ti senti così poliziottesco non sarebbe più semplice ci trasferissimo tutti di là?
-La finiresti con la maratona.
-Non saprei... magari, ma li devo sorprendere sul fatto. Ragazzi scusate torno subito.

-Lo hai visto al Pippy? Era sul punto di piangere.
-E' a pezzi, bisogna trascinarlo fuori di qua.
-Non ce la facciamo, lo hai visto anche tu, ha la scimmia per la Bru, non è capace di pensare ad altro.
-Facciamoci un paio di canne mentre aspettiamo.
-Non si può, quel genere di cannoni alla Bru non piacciono, se il Mutanda ci becca fa l'isterico e ci butta fuori.
-Uniamo l'utile al dilettevole, facciamoci due cannoni.
-Resisti ancora un po'.

-Ehi raga...
-Fermo! Prima di blaterare ascolta, tu ci hai chiamato mille volte per uscire miniaturizzandoci i coglioni, ora ci siamo, siamo qui, il vino è una rumenta oscena e non lo possiamo bere, e se fosse stato solo passabile sarebbe stato scarso, capirai mezzo bicchiere a testa, l'avremmo già finito da un pezzo. La sedia sfondata ciancola ed è unta e sporca, e i miei pantaloni sono nuovi e col cazzo che mi siedo. Senza contare che dovrei prendere in braccio lui. Quindi ora ti vesti e usciamo. Se vuoi, se lo ritieni davvero necessario, andiamo tutti quanti, persino Alfio, per quanto data la situazione sarebbe meglio rimandarlo a casa; tanto abita vicino.
-Impossibile, se non viene Alfio non viene neppure la Bru.
-T'ho già detto che mi hai rotto il cazzo? Vestiti ed usciamo!
-Torno subito.

-Eccomi.
-Raga scusatemi...
-La Bru non sta bene. Ha un po' d'influenza.
-Poi devo controllare che non combinino delle cose, Alfio e la Bru.
-Chi è Alfio?
-Quello di là, quello che sta giocando a carte con la Bru. Ve l'ho presentato no?!
-Sì, vabbè, è il padrone di casa? E' qui per il torneo di briscola? E tu che cazzo hai da controllare?
-Che non provino a scambiarsi qualcosa da sotto il tavolo mentre io non guardo.
-Le carte?! E perché dovrebbero scambiarsele quando tu non guardi? Giocano solo loro due giusto? Poi a te che te ne frega? Sono cazzi tuoi cosa ci fanno con quelle minchia di carte?
-Non le carte, capisci, carezze, toccamenti, effusioni...
-Hai paura che quando tu sei in un altra stanza o sbatti un attimo gli occhi lei ne approfitti subito, che gli slampi la patta e glielo meni con una mano mentre con l'altra fuma una di quelle merdose sigaretta alla menta? Ma come siete messi? Che gente siete?
-Ma poi lei non faceva la...?
-La puttana sì e allora?! A te che cazzo te ne importa?! Non lo dovevi dire! Non te lo dovevo dire. Sei il solito stronzo borghese!

-Occhei, scusatemi, ho sbagliato a prendermela con voi. E' un momento difficile. Non è solo per Alfio e la Bru. Non so come dirlo... Non ci sono aragoste domani per colazione.
-Perché di solito le pucci nel caffellatte?
-Ho fame ragazzi, è da ieri sera che non butto giù niente.
-Se lo fai per la dieta sprechi il tuo tempo, rimani comunque di una schifezza disumana; lascia perdere.
-E' che in casa non c'è più una briciola da mettere sotto i denti.
-La Bru ti leva il pane di bocca?
-No, che dici?! Lei mangia al lavoro la pizza che avanza.
-Usciamo che ti offro un panino.
-Impossibile, la Bru ha qualche linea di febbre, non posso lasciarla sola.
-A parte che non è mica sola, poi mi sembra stia benissimo, non sta sboccando sangue dal naso, non c'è rischio che esali l'ultimo respiro fra le braccia di Alfio mentre tu sei fuori con noi.
-Sembri uno che abbia visto un fantasma. Sei tu in pericolo, hai bisogno di respirare aria che non abbiano respirato prima quei due.
-Siamo venuti apposta in questa città di sfigati perché hai richiesto il nostro aiuto. Eccoci D'Artagnan, Athos e Portos sono al tuo servizio, uno per tutti, tutti per uno.
-Non se ne fa niente, un attimo solo, torno subito.

-Gli ho quasi beccati. Mancava solo tanto poco così, ve lo giuro.
-Basta ce ne andiamo. Se vuoi venire con noi ti cambi quei pantaloncini osceni, e se rimani in ciabatte almeno mettiti le calze, hai dei piedi orribili che paiono quelli di una mummia vecchia a cui abbiano lesinato coi sacri unguenti. Se qualcuno li vede ci bandiscono vita natural durante anche dai locali più lerci. Neppure al lebbrosario ci farebbero entrare.
-Non posso, la Bru sta male.
-Volevamo portarti a bere le ultime novità in fatto di cocktail, bada, ben bene agitati, non mescolati, che non siamo dei frocetti. Comunque cazzi tuoi se sei geloso fracico, addio, e saluta per noi i briscolettari infoiati.
- Prima che andiate via vorrei chiedervi un favore, ho fame, potreste prestarmi qualcosa. Tranquilli che ve li restituisco tutti.
-Dì la verità, ci hai fatto venire fino qua solo per chiederci dei soldi. Brutto bastardo.
-Sei un pezzo di merda.
-Ieri in tutto il giorno ho mangiato un pugno di vecchio pane grattugiato pieno di formiche, e per avere un po di sostanza l'ho mischiato con due cucchiai di olio da frittura e del triplo concentrato di pomodoro.
-Che schifo, e davvero te lo sei mangiato?
-Cento euro... anche cinquanta. Magari a testa.
-Se esci prima di portarti a bere ti offriamo una pizza.
-Se ti fa piacere una quattro formaggi con la raffinatezza di una sgrattugiata di pane raffermo sopra.
-E quelli scopano di sicuro. E' un momento così, che la Bru non la posso lasciare da sola.
-Allora tieniti stretta la fame.
-Cinquanta euro in tutto raga, cosa sono per voi?
-Guarda, te lo dico mandandoti nel contempo affanculo, prestiti zero. Se facciamo i conti mi devi qualche migliaia di euro, eppoi ho solo le carte di credito. Sarò buono, mi tengo gli spiccioli per le sigarette e ti do, vediamo, cinque euro. Non è un prestito, puoi tenerteli insieme al vaffanculo.
-Vediamo, io ho solo il bancomat e il libretto d'assegni, e delle monetine da... dieci centesimi. Apri la mano... eccotele, nelle tasche vuote fanno un bel rumore che rallegra il cuore e tutte assieme sono quasi due euro. Non spenderteli tutti in eroina come fai di solito.
-Non accetto la carità da nessuno io.
-Rendimi le mie monetine!
-No, ma siete dei grandissimi fottutissimi bastardi.

Per le scale corriamo ridendo per scrollarci di dosso l'atmosfera mesta e paranoica, saltiamo i gradini a tre a tre, milioni di luci colorate già accarezzano il ventre della notte, Genova ci aspetta a gambe aperte. Sarà magnifico, del resto la speranza è l'ultima morire, però i primi sono sempre i migliori, cioè quelli come noi. Di Pipino chi se ne fotte?! Del resto se le cerca proprio, invece che fare il pezzente potrebbe mettersi a lavorare, o limitarsi nelle spese, e alla Bru non poteva pagarla per una pompa, come tutti, e finirla lì?


sabato 4 febbraio 2012

Alla finestra. Riflessioni inopportune di un fottutissimo genio.

Era dagli anni cinquanta che non ne veniva giù così tanta. L'alito addensandosi sul vetro incrostato dal gelo spalma un velo di panna sul paesaggio lattato. Là fuori il mondo si è disfatto sotto una gigantesca colata di yogurt. I soliti tetti rossi, le dolci colline, di uno spoglio giallo verde in questa stagione ma fiorite come l'eden in primavera, languono ammutoliti nell'uniformità candida del nulla, sovrastati dal cielo nel medesimo grigio del fumo che fuoriesce dai camini.
La tosse mi scuote, questo mi ricorda che è il momento di accendermene una, mi cola una narice, tiro su col naso. Sono un grosso pupazzo di stracci, un orso ingobbito ricoperto dalla spessa pelliccia multicolore di lana e poliestere. E' successo che ieri notte il freddo ha fatto gelare i tubi e il riscaldamento è andato. Stamane svegliandomi ho trovato ghiaccio il succo di pera che tengo vicino al letto, questo significa che la temperatura è sotto lo zero e che la casa ora è un igloo, unica difesa dalla glaciazione eterna il vecchio termoventilatore recuperato nello stanzino degli orrori, e degli errori, che ronzando scatarra aria calda.
Degli uccelli neri volteggiano sopra l'abitato, sembrano a loro agio, scivolano nell'aria disegnando complicate indecifrabili figure, per un attimo si posano a gruppi densi, quando uno solo riparte l'intero stormo lo segue.
E' su uno di questi medesimi tetti che da bambino ho visto un uccello fare snowboard sopra il tappo di un barattolo. L'animale scivolava sulla neve lungo la pendenza, arrivato in fondo afferrava il tappo col becco, volava in cima, prendeva posizione e ricominciava da capo. Aveva l'aria di divertirsi parecchio. Uno spettacolo incredibile, magico, a cui nessuno ha mai creduto; rivederlo ora mi farebbe bene.
Mi sposto da una gamba all'altra, basta questo perché l'antico pavimento in cotto dipinto si lamenti. E' tutto graffiato, andrebbe sistemato; da quanto tempo non lo tingo? Vediamo, facciamo due conti: è stato tre mesi prima che Maria Pace se ne andasse portandosi via le piccole, questo fa oltre quattro anni. Il tempo lui sì che vola su ali di vento e non torna mai sui suoi passi.
Maledetta Maria Pace, sgualdrina disumana, mercoledì mi ha di nuovo minacciato, ridendo forte ha detto che se entro la settimana prossima non gli mando tutti gli arretrati lei alza la cornetta e parla con quel laido del suo avvocato, che va a fare quattro chiacchiere col giudice, sicché non potrò più vedere le bambine e qualcuno salirà le mie scale per sequestrarmi tutto ciò che possiedo. Quando ho risposto che non ho più niente, che mi sono già venduto tutto, che mi sono rimasti solo dei vecchi vestiti, lei ha replicato che allora si prenderanno quelli, e ha aggiunto “anche le mutande”. Che sono tutte sporche e bucate, sarà interessante guardare in faccia i partecipanti all'asta pubblica.
Vuole i soldi ma mica li ho, ho giusto quelli che servono per i biglietti per salire su a Milano a prendere le bambine e tornare, e me li sono fatti dare da mia madre che ha sbuffato e ha detto che a quarantanni dovrei sapermela cavare da solo. A parte che è un'emerita stronza, come darle torto? E dovrò prendere una stanza in affitto, a credito, che in casa fa troppo freddo per le mie tenere gioie.
E' stato un brutto anno, l'ultimo di una pessima sequenza. Ho perso il lavoro, c'è la crisi, in giro non c'è niente, solo da una settimana ho rimediato un mezzo part time. Vendere porta a porta bibbie illustrate è ancora più noioso che spacciare polizze assicurative, con il più bigotto e fissato fra gli spretati ex alcolisti poi è puro purgatorio. Tutto il giorno non fa che blaterare del Peccato e del Maligno, dice che così non sarò colto impreparato al sopraggiungere dell'Apocalisse imminente. Dice che manca davvero poco, che gli è proibito essere più preciso ma che il conto alla rovescia è già iniziato, che non so più quale angelo gli mormora giorno e notte il countdown all'orecchio. Lui è un eletto, io, per ora, un reietto.
Mi ha assunto per darmi una mano perché ora che ho smesso di bere e sono sulla via della redenzione, che ho mutato stile di vita e quasi tutte le domeniche vado a messa, lui si sente in dovere di sostenermi, che fra devoti ci si aiuta. Sarà per darmi una mano a non spendere, a morigerarmi e a non precipitare nella spirale dei consumi insulsi e peccatori che mi sgancia massimo 20 euro alla volta.
Tanti uccelli, tutti neri, ma dove sono finiti quelli di altro colore? Tutti emigrati? Comunque mai saputi i nomi dei volatili, intendo dire che certo conosco gazze, corvi, aquile e falchi, tordi e cinciallegre, e non scordiamoci del condor e del pellicano, ma per me sono sole parole, non so affatto a cosa corrispondano, non li distinguo uno dall'altro a parte i piccioni e i gabbiani, e forse, ammesso che il nome abbia un senso e non circolino altri pennuti con la medesima caratteristica, andandoci a sbattere la faccia potrei riconoscere un pettirosso. Mi intendo meglio di polli e tacchini, ma di quelli già denudati riposti in file ordinate nel banco frigo del supermercato, magari già tagliati in comode porzioni.
Il tarabuso, per esempio, che uccello sarebbe? Per me è solo una parola, ma sapere che ha le ali e le penne mi basta, a dire il vero è anche troppo. Eppure lo capisco, non sono mica stupido, ignorare a cosa corrisponda un determinato lemma equivale a non conoscerlo. E senza i termini appropriati come ritagliare le singole cose dal resto dell'universo? Come organizzare l'esperienza? E dopo come rammentarla e farci dei pensieri sopra? Come raccontarne agli altri? Ho letto una volta che l'esquimese usa centinaia di diverse parole solo per indicare le varie sfumature del bianco e i numerosi tipi di neve e di ghiaccio. Quando il cacciatore torna al suo amato igloo, alla fine di un'intensa giornata di lavoro, e la moglie gli chiede “caro dove sei stato oggi?” non può certo cavarsela rispondendo semplicemente “non lo so ma era tutto bianco”.
Un flebile bit mi scivola nell'orecchio, proviene dal mio portatile, segnala un nuovo messaggio. Trascinando il duplice strato di coperte caracollo fino alla scrivania improvvisata ottenuta sovrapponendo due pallets, accomodo i glutei recalcitranti su di una cassetta di plastica, sulla quale ho appoggiato un vecchio cuscino da seggiola altrimenti orfano di ogni funzione.
E' una mail di SenzaLogica, mi esprime la sua solidarietà, si dice scandalizzato da quello che sta accadendo, dice che se me ne vado io va via anche lui. Con poche battute sulla tastiera lo ringrazio e lo saluto. Hasta la vista companero.
Sono quasi tre anni oramai che pubblico poesie d'amore e brevi pezzi di prosa filosofica sul web ma non mi sono mai trovato in un casino del genere. Magari avete letto qualcosa di mio, mi firmo Il Versificatore Mascherato, ma pure Rutto Cortese, Angelo Ribelle, ilfigliodellemuse e, per la verità, anche in tantissimi altri modi. Mi piace intingere i pensieri nel fondo del cuore, estrarli e intesserli in purissimi versi d'amore. Preferisco il metro libero, in particolare il verso libero, chi se ne intende sa che non sono la stessa cosa, ma non disdegno neppure le forme popolari come la frottola e lo strambotto, o vetuste come la barbara saffica, ma quando ho voglia di fare sul serio lascio che le dita danzino sulla tastiera al lirico ritmo di sonetti e madrigali.
E' tanto assurdo che neppure so da dove cominciare. E' accaduto che alcuni giorni fa ho letto la prima parte del nuovo poema di CuorPoet@ ambientato nel secondo conflitto mondiale. Una vicenda commovente che mi ha fatto quasi piangere; una bambina ebrea salva la famiglia che la ospita e protegge offrendosi spontaneamente ai fascisti. Una storia incantevole ve lo giuro, scritta in modo divino in versi torniti e brillanti (ma non raffinati come i miei). Non è un caso se l'opera ha vinto il primo premio del concorso Poesia di Pace e Bontà a Marostica ed è stato pubblicata su carta, come con scarsa eleganza postilla l'autore. Ma non voglio in alcun modo diminuire CuorPoet@, per me è un vero mito.
Ieri ho letto la seconda parte, quella dove la bambina esce dal suo nascondiglio sotto la catasta di legna, e lo giuro mi sono commosso, in realtà per niente, ma sarebbe certo successo se le traversie della vita non mi avessero indurito il muscolo cardiaco. Ad una sfilza di commenti sbrodolanti entusiasmo e meraviglia seguiva quello de il Fosco, un ottuagenario invidioso a cui brucia perennemente il culo, che sosteneva che il poema intero si basa su di una menzogna, poiché è scientifico che i fascisti mai fecero retate di ebrei prima del 43, e che in seguito quando avvenne la colpa era comunque dei nazisti che li spingevano da dietro.
Dico la verità di queste cose non mi interesso, il Fosco certo era presente di persona, nella sua bella divisa da fascista cucita addosso di misura, immagino sappia di cosa parla, ma il punto è chi se ne frega dell'aderenza storica, forse che ci poniamo il problema di sapere cosa respirasse Astolfo sulla luna?
Subito sotto il commento di quella tripla merda de Il Cavaliere Inesistente, un pusillanime beghino che crede che la Madonna di Medjugorje lo accarezzi nel sonno tutte le notti, che sosteneva che se i fatti storici sono inesatti la poesia non vale nulla e non merita alcuna lode. Ma siamo pazzi? Da quando la poesia è succube della realtà? Non è forse sogno e meraviglia? Magico fagiolo scagliato in cielo come arcobaleno multicolore dalle ali di cera?
Quindi il Fosco e Il Cavaliere Inesistente si proponevano di scrivere un poema epico sulla seconda guerra che ristabilisse i fatti storici, poi hanno preso a litigare fra loro su chi dei due avesse avuto per primo l'idea, tanto che CuorPoet@, sebbene ospite sempre squisito, ha pure perso la tramontana e li ha mandati al diavolo.
Non l'avessi mai fatto. Ho lasciato un commento di pura ammirazione al vate CuorPoet@. Ispirato dalla diatriba dei due merdosi ho fatto un poco lo spiritoso, ho scritto che i versi sono di una bellezza irraggiungibile, tanto che roso dall'invidia non posso accettare che non siano miei, ho così deciso di averli composti io stesso, e mi sono pure convinto che lui, Cuorpoet@, altri non è che una parte di me, della mia anima che da me si è distaccata e invito a tornare presto a casa.
Si capisce che è uno scherzo? Si è scatenato l'inferno, CuorPoet@ mi ha ricoperto d'insulti, mi ha definito ridicolo verseggiatore da scuola materna, mediocre e insulso menestrello, patetico giullare. Ha scritto di non provarci nemmeno a sostenere che il poema è opera mia, tanto è registrato alla Siae, ha vinto il primo premio ed è già stato pubblicato, ho controllato, solo in estratto da una casa editrice a pagamento, e ha concluso dandomi del ladro e del plagiario infame.
Stamattina leggendo sono rimasto basito, e non bastasse Rimetta Allegra ha commentato sotto che tempo fa avendo letto alcuni miei sonetti, da lei molto apprezzati, gli erano parsi famigliari, non volendo pensare male aveva lasciato correre, ma ora, che una persona seria e degna di fede come CuorPoet@ dice quel che dice, non ha più dubbi, quei sonetti è certa di averli scritti lei anni fa. Che assurda commedia, Beckett che ubriaco balla nudo sul tavolo, Kafka che si fa tatuare in fronte Joe Condor per essere accettato e applaudito sul web. E che cazzo! Ci sono o ci fanno? Ho risposto di getto, quindici righe di purissimi insulti in rima baciata, uno dei miei pezzi migliori di sempre.

-Ciao Piero ti chiamo per ricordarti che domani devi essere alle dieci in punto sotto casa mia.
-Ricordarmi? No guarda ti sbagli, se tu che devi portarmi le piccole in stazione.
-Parlo in rumeno forse o all'improvviso non comprendi più l'italiano? Domani tra le dieci e le dieci e cinque mi suoni al citofono, che alle dieci e un quarto mi arriva il taxi.
-Di che taxi parli? Non c'è nessun taxi. Pax non eravamo mica d'accordo così.
-Il taxi non è per te ma per me e Alessio, andiamo in beauty farm al lago per il week end. E ricordati di quello che ora dico: non mi nominare neppure, ma se proprio è necessario per te sono solo e sempre Maria Pace.
-D'accordo Maria Pace, non posso venire sotto casa a prendere le piccole perché il treno del ritorno parte solo dopo un quarto d'ora il mio arrivo, ci vuol già tutta così, lo perderei di certo.
-Vuol dire che prendi quello dopo.
-Maria Pace non c'è quello dopo.
-Non alzare la voce con me.
-E tu non pretendere cose impossibili, dobbiamo attenerci agli accordi che hanno preso i nostri avvocati.
-No. Tu vieni sotto casa, suoni, ti apro, ti collochi davanti alla porta dell'ascensore, solo allora mando giù le ragazze. Non cercare di vedermi, neanche di parlarmi al citofono. Porco.

Perché sono così debole? Resisto giusto il tempo necessario a dire no con voce ferma ed espressione granitica prima di rovinare e acconsentire con un sorriso appena sbieco. Essere arrendevoli è come avere sempre torto. La mia è strisciante mancanza di fiducia in me stesso, auto sabotaggio, inconscio desiderio di non abbandonare il regno degli invertebrati, drizzarmi e uscire dalla mota amniotica. Così da non compiere il destino del fottutissimo genio che ho dentro. E Maria Pace che mi conosce così bene di me fa quello che vuole. Anche per questo ho ancora un debole per lei.
Va in vacanza con l'altro, mi pare si chiami Silvio, quello con l'hammer giallo limone che non puoi fare a meno di notare, con le scarpe a punta e i vestiti firmati che non gli si abbottonano neppure.
Quanti fidanzati ha già cambiato Maria Pace, tutti uguali, almeno per quanto riguarda il conto in banca e l'arroganza. Un paio di avvocati, un industriale del mobile, un farmacista, non so quanti dentisti, un chirurgo estetico, almeno un notaio. Alla timida Maria Pace gli uomini durano meno dei tampax.

Squilla il citofono, da dietro i vetri intravedo le teste di Leo e Renzo, e indovino quelle del Conte e del suo rottweiler gigante. Non è cosa, mi scosto dalla finestra per non essere visto. Leo insiste, deve essere rimasto incollato al campanello, e si diverte pure, dopo gli iniziali squilli prolungati ora si esibisce in una scoppiettante marcetta demente. Ed ecco la voce del Conte che grida mio nome accompagnato dall'ululare di Bruto. E' inutile, sanno che sono in casa, non la smetteranno mai, attireranno l'attenzione di tutta la strada. Schiudo appena la finestra, giusto uno spiraglio per farmi udire.
-Andatevene a cagare.
-Apri la porta che la facciamo nel tuo cesso.
-Scendi che andiamo a divertirci.
-Dai che paga il Conte.
-Andatevene. Ho da fare. Sono malato, non posso prendere freddo.
-Dai che ti scaldi, stasera si va a tutta birra e whisky.
Non rispondo neppure, prima di richiudere assaporo il frizzare dell'aria e l'odore della neve, come di mondo appena creato, leggero, solo luminoso futuro, niente alle spalle. Li lascio lì, in piedi nella neve alta ad abbaiare al cielo.

Non odio il genere umano, neppure sono un solitario, sono loro ad essere dei soggetti impossibili. Si ubriacano, alzano la voce, e finisce a pugni. Se ne fregano loro, sono degli impuniti, possono permettersi di fare tutto quello che vogliono. Non hanno più niente da perdere. Senza contare che per paura di ulteriori problemi le vittime non li denunciano nemmeno, e i padroni dei locali preferiscono lasciar correre, sempre per limitare i danni, e la polizia non sa che fare, conosce il copione e lo trova noioso, per quanto sia incoerente preferisce girarsi dall'altra parte e lasciare andare.
Ma io no, io non posso permettermelo, il giudice è stato chiarissimo, alla prossima che combino fa in modo di farmi togliere le bambine. “Cammina ben dritto” mi ha detto, “non voltarti mai, né a destra né a sinistra. E se senti dentro di te quella vocina che ti suggerisce che sarebbe divertente scartare di lato tu non darle ascolto, o io ti fotto”.
Poi bere non posso. Fare tardi non posso. Domani mi devo tirare su presto per andare a Milano, e se il capo scopre che ho bevuto anche solo un bicchierino perdo il lavoro, e se accade perdo pure i miei tesorini.
Non se ne parla. Poi sono tre pazzi. Quattro con il cane. La settimana scorsa hanno infastidito tutte le ragazze al bar del bowling, quando il vecchio che sta alla cassa gli ha chiesto di smetterla gli hanno aizzato contro Bruto che non se le fatto ripetere due volte. Quindi hanno rovesciato e rotto tutto quello che hanno potuto. Poi sono scappati con la macchina del Conte alla balera della Nico e il vecchio è andato in ospedale in ambulanza.
Non esiste, l'ultima volta mi sono svegliato nel cuore della notte nel letto di una puttana, la bocca che sapeva di merda, il Cobra in mutande seduto sul tappeto che sibilava di sé in terza persona con una battona centenaria, e il Conte chiuso nel cesso con altre due professioniste che cercavano di abbattere la porta per poterlo uccidere.
Io ho la mia vita a cui badare, migliaia di cose da sistemare. Per esempio devo buttare giù un post col nickname Angelo Ribelle, il mio frammento d'anima più rompi coglioni, e attaccare CuorPoet@, insinuare che il suo poema è un miserabile plagio, che lo ha realizzato col copia e incolla con i pezzi rubati in giro per il web. E che è insulso, niente più che una favoletta per bambini. E devo fare piangere amaro Rimetta Allegra, quando avrò finito con lei le sarà necessario un nuovo nick.
E devo chiamare mia madre per chiederle se domani sera io e le piccole possiamo mangiare da lei, e pure i giorni seguenti, così non faccio la spesa e non dilapido in pizzeria.
E devo organizzarmi per tirare su un po' di grana, giusto per ridurre l'ammontare degli arretrati con Maria Pace e tenerla buona.
E devo trovarmi un altro lavoro, una cosa qualsiasi, anche di poche ore, per integrare la miseria che guadagno con la vendita delle bibbie. Non sarà facile, la laurea la considero già buttata nel cesso, sono disposto a fare qualunque cosa, ma dovrò combattere contro eserciti silenziosi composti da milioni di minuscoli cinesi insonni, senza festività da celebrare o parenti a cui badare. Ma la spunterò, lo faccio per le mie bambine, la causa è giusta, sono in missione per conto di Dio, niente mi può fermare.

Tutto per colpa di Maria Pace, mentre stavamo insieme avevo ogni cosa, l'amore, le figlie, una vera casa, il lavoro. Zoccola infame. Pensare che quando l'ho conosciuta pareva un cucciolo spaurito, tenero, bisognoso di cure. Biondina, gli occhi chiari, il sorriso esangue; alta, smunta e senza tette che pareva una pertica. Ora ha i capelli neri, lisci e lucenti, una quinta maggiorata di reggiseno e labbra al silicone che paiono voler ghermire il mondo, gambe lunghe tornite dalla cyclette poste su vertiginosi tacchi. Dio come la desidero.
Com'è che è finita così? Ci amavamo. Ne sono certo, almeno all'inizio anche Maria Pace mi voleva bene. Poi l'amore si è sciolto in rancore ed è montato in vero e proprio odio. E' stato allora che ho cominciato a bere come nel più scontato dei romanzi, lei m'insultava, io ero pazzo di gelosia. La picchiavo? Lei dice di sì ma non mi pare, forse una sberla ogni tanto.
Una sera sono tornato ubriaco, ho trovato l'uscio chiuso col paletto, ho suonato, niente, ho urlato e tirato pugni e calci. Niente. Allora ho murato l'entrata con il nastro adesivo, ho ripreso a picchiare sul campanello, volevo vedere la faccia che Maria Pace avrebbe fatto scoprendo che non ero io ad essere chiuso fuori ma era lei ad essere in prigione. Niente, non ha aperto. Allora ho dato fuoco a tutto quanto ed è finita che sono arrivati i pompieri a braccetto con la polizia. E in quella occasione che è finita tra noi, che ho perso Maria Pace per sempre. Lei non mi ha concesso altre possibilità.

-Piero non farci bere da soli, abbiamo bisogno di te.
-Non fare il prezioso.
-Dai che al bancone dell'osteria stasera c'è la Gina che ci fa annusare un po' di fica.
“Andiamo a divertirci”, dicono “droghiamoci forte, 'tanto il mondo sta andando comunque a male. Non senti questo odore? E' quello della fine”.
Ascolto la mia voce dire “d'accordo, solo un attimo e scendo”.
Do un'ultima occhiata ai tetti, alle colline, agli uccelli che palpitano tra il grigio del cielo e il bianco del mondo. Li respiro, me ne riempio i polmoni. Chiudo la finestra consapevole che il candore si discioglierà presto in rivoli di liquido scuro.


mercoledì 2 novembre 2011

Il Ponte Fantasma.

Il Ponte Fantasma è apparso nuovamente sullo Stretto di Messina il 2 novembre, alle ore 12,35 della notte, nel clangore di catene a cui ci ha ormai abituati. La visione è durata ben sette minuti fra i continui applausi di una piccola folla impaurita. Il Ponte Fantasma è costato fino ad ora 280 milioni di euro. Si prevedono nuovi fenomeni nelle prossime settimane.

giovedì 22 settembre 2011

Il bocconcino prelibato.

Sono un bocconcino prelibato dice Silvio di sé stesso, e certo gallina vecchia fa buon brodo, specie se farcita di soldi e farfalline di latta.

Si crede un seduttore irresistibile, il maschio latino per eccellenza, un Buzzanca potenziato dal pisello robotico a lubrificante minerale, un toro da monta in grado di citare Prévert in lingua originale, ma all'indietro, intanto che marchia in profondità una giovenca e suona al pianoforte un romantico pezzo di Aznavour. E' dall'alto di questa superiorità, che distribuisce consigli benevoli sulla lavorazione della patata persino a Rocco Siffredi, che sfotte Hefner, che quello, dice di lui Silvio, è sempre in pigiama ma di passera non capisce mica, la cerca fra i peli sotto l'ala.

Ai consessi internazionali gli altri leader vanno con vasto seguito di segretari e portaborse oberati da pile di relazioni e documenti, lui no, lui scivola leggero, sorriso e sguardo assassino, incastrati nell'ascella malloppi di riviste sexy e gossipare da lui stesso pubblicate. Appena seduto già le squaderna sul tavolo e per venti minuti, ignaro di quello che accade intorno, febbrile con il pennarellone rosso segna le foto di quelle che si è trombato, in pratica tutte, scrive il voto e qualche breve commento, tipo belle chiappe chiare, fica sugosa, urla da urlo, caverna profonda, vicolo stretto. Quindi le fa girare fra gli altri, intanto costringe i traduttori simultanei ad acrobazie verbali per rendere con efficacia le sue accurate descrizioni degli aspetti più oscuri e misteriosi della faccenda, mai abbastanza eviscerata da migliaia di generazioni maschili. A dire il vero le traduzioni sono inutili, non ce n'è affatto bisogno, i grandi della terra capiscono tutto benissimo per via del largo gesticolare esplicito. Quando per esempio Silvio muove il braccio con il pugno chiuso avanti e indietro, quelli non pensano che stia parlando delle assai scorrevoli marce della sua audi. E quando porta le mani davanti alla bocca, le palme in fuori, come a tenere ben aperto qualcosa, e intanto caccia la lingua e l'agita frenetica come una trota all'amo, capiscono benissimo che non si tratta di un suo metodo brevettato per leccare tutto, proprio tutto, il gelato dal fondo della coppetta.

Quando è a casa, in qualsiasi sia in quel momento, ha vita facile, lo accontentano sempre, i leccaculo e le signorine sempre discinte, che fanno a gara per stringersi a lui e per essere i primi a dire , che litigano per accomodarsi sulle sue graziose ginocchia. E quando è il momento di coricarsi finisce sempre in rissa, urla, morsi, tirate di capelli, oscenità varie da raggelare l'aria, lancio di oggetti pesanti. Per fortuna in giardino è sempre pronto il reparto dei carabinieri in tenuta antisommossa e lacrimogeni.

Poi a letto, certo, la cosa dura poco, quelle lo sanno come è fatto Silvio, dopo due botte dicono che sono distrutte, che non sono abituate ad un simile maschio, a quel gagliardo trivellare, che non pensavano potesse esistere una cosa del genere, che non gli era mai successo di sentirsi così soddisfatte e pienamente femmine, che la parola orgasmo ora ha per loro acquistato un nuovo significato, che come donne sono rinate, che vogliono scrivere un paio di libri su questa esperienza mistica e poi cederne i diritti cinematografici, che sono innamorate perse di lui, intanto sbadigliano e gettano un occhio dentro la busta già pronta sotto il cuscino, si girano dall'altra parte e fingono di russare. Game over.

Silvio è uno smargiasso fanfarone senza vergogna, bugiardo fino all'osso, lo sappiamo, ma a noi piace così, per questo ce lo teniamo stretto e gli vogliamo bene come ad un vecchio zio un po' rincoglionito che le spara grosse. E lo teniamo d'occhio, che i servizi segreti di mezzo mondo ce lo vogliono portare via ingolositi dalla sua smisurata statura di statista. Lo difendiamo da quei brutti magistrati rossi, e siamo contenti se si fa qualche leggina a suo uso e consumo, che il suo bene è il nostro bene, quello che è giusto per lui è giusto per il paese.

Ma poi ditemi, se pazziarella un po', se alla sera beve qualche crodino, mangia due salatini smilzi e dietetici in incontri eleganti con persone per bene, che male fa? Si fumasse pure qualche canna se gli va, è a casa sua giusto? Ed è normale che gli piacciano le ragazze giovani e belle, a chi è che piacciono vecchie e racchie? Meglio infoiato che frocio, giusto? O lo preferireste con l'orecchino ed un filo di rossetto?

Secondo me è solo gelosia perché lui è primo in tutto quello che fa'. Ma avete torto, ad invidiarlo vi sbagliate, lavora tutto il santo giorno, fa una vita di merda circondato da gente come Lupi e La Russa che masticano aglio per tutto il tempo ma mai una mentina, che non tirano la catena del cesso, che poi tocca a lui fare il giro per sistemare le cose per benino. E ci sono i leghisti, rozzi, che lo strattonano per la giacchetta, i comunisti chic, infidi e viscidi, che d'accordo con i giornali in mano ai poteri forti fabbricano il fango e glielo sbattono in faccia a palettate grosse. Per forza Silvio ha bisogno di sfogarsi, di allentare un po' il nodo della cravatta e lasciarsi andare. E' normale che uno che fa una vita così alla sera voglia circondarsi di belle ragazze per dei giochi innocenti, che male c'è? Dovrebbe giocare a monopoli con mia moglie?

venerdì 9 settembre 2011

Cene eleganti fra persone per bene.

A cene eleganti tra persone per bene a questo io aspiro, non al solito bunga bunga che ormai lo fa anche il papa. A proposito, come ci da dentro, schiere di chierichetti con parapalle, che vorticano come girandole intorno a pali di legno dorato tardo settecento, vin santo come se piovesse, ostie salate sparse ovunque, acquasantiere colme di olive verdi senza nocciolo, qualche bestemmia trasgressiva nell'aria e poi tutti nel lettone dei Kennedy a fare bidibodibù. Non fosse per l'odore d'incenso, a cui sono allergico, avrei accettato l'invito della meringona. Non sono frocio ma fa lo stesso, mica mi schifo, poi non ho mai visto una suora nuda, una vera intendo, non una battona travestita.

Non è facile oggigiorno trovare in giro eleganza di prima qualità se non nel piumaggio di certi uccelli, che peraltro mi dicono essere in via d'estinzione. Ma ditemi voi a cosa serve essere ricchi in questi giorni strani, quando il lusso è alla portata di tutti, quando nonostante i dodici titoli nobiliari che mi affliggono, se stupro una bimba non lo posso neppure raccontare in giro. Con aggiunto il rischio remoto, ma pur sempre reale, di essere incriminato, di dovere persino indossare un paio di quelle orribili manette niente affatto imbottite, e peggio ancora firmate dal quel sarto volgare, mezzo italiano e mezzo sardo, che va alla grande negli outlet di provincia. Ma il mondo ormai è tutto un outlet di provincia.

Che umiliazione. A essere ricchi oggi non c'è gusto. Mangi ma mangiano tutti, allora compri una catena di ristoranti francesi, lasci che cucinino notte e giorno solo per te. Quando la muffa prende ad impossessarsi della preziosa porcellana, e i manicaretti assumono la tipica sfumatura marrone merda, fai impacchettare con cura e fai recapitare tutto nelle vie del centro di Napoli, che tanto sei a dieta perenne, mangi solo ananas e fibra scondita.

Scopi ma scopano tutti, allora ti fai trapiantare due peni supplementari, ma non quelli con la pompetta, bensì animali, bestiali, di orango magari, per un sesso selvaggio e orgiastico. Ma ti stanchi subito. A che serve? Cosa scopi a fare? E' defatigante, ci sono le malattie, ogni volta tocca scegliere i condom nei giusti colori per il corretto abbinamento, elegante eppure trasgressivo. E sudi, e che cazzo, allora è meglio un porno, ma tre peni e due mani sole funziona male, viene il fiatone. A essere ricchi oggi non c'è proprio +' gusto.

Cachi, ma guarda cacano tutti, proprio tutti, nessuno escluso, e di due ani non se ne parla davvero, rovinerebbero il tatuaggio luminescente che ho sulle chiappe. Ho pensato allora di impedire agli altri di cagare, in effetti qualche soddisfazione me la sono tolta e continuo a togliermela, ma non è che posso tappare tutti i buchi di culo che ci sono al mondo.
Per tutte queste ragioni sono arrivato alla conclusione che l'unica appagamento oggi per un vero ricco è l'eleganza, quella vera, quella che non si compra, quella che sapientemente bisogna coltivare e accudire, come un fiore raro preservare sotto una campana di vetro. Essere eleganti dentro oggi è l'unica via possibile, allora sì che gli altri schiattano di invidia.

Uno dei top dell'eleganza è certo la cena perfetta. Bisogna sempre partire dalla location, eccovi alcuni esempi evergreen di pazzesca finezza e irraggiungibile buon gusto.
Un cimitero al chiaro di luna, in una tranquilla notte estiva, con luna gigante sullo sfondo. Luogo fresco e appropriato per una cosetta intima, non più di trecento invitati. Ad un lato un traballante recinto fitto di cani rognosi affamati da settimane, all'altro lato mega palco con zombie star del rock tipo il Blasco, il Casadei, il Peppino Di Capri.

Il buffet appropriato è ricco di carne, sia barbecue che cruda, di caviale ghiacciato, di ostriche gelatinose in gelatina di pollo, di cetrioloni ammalati e germogli di fagioli moribondi, queste due ultime leccornie assolutamente di importazione tedesca. Niente dolcetti dei morti, troppo scontati, assolutamente niente zucca, americana e volgare, possibili gli ossibuchi e il bollito con l'osso.
Attenzione, importante, solo vino rosso.

Terzo aspetto da curare la giusta selezione degli invitati, che devono armonizzarsi con il luogo e fra loro. Per rimediare ad errori, che dovessero manifestarsi a cena iniziata, abbiate cura di avere sempre pronta qualche fossa aperta, che oltretutto impreziosisce l'ambiente.
Comunque non potete non invitare la salma di Mike Bongiorno e la vedova addolorata. Evitate però di cadere nella trappola del ricatto, e comunque stabilite prima il cachet con chiarezza.

Nella prossima puntata nuovi elementi di scottante eleganza. A mai più plebaglia.

mercoledì 27 luglio 2011

Le principesse di carta di riso non si perdono nel bosco.


Cosa ci sto facendo qua?! Io vecchio orso grasso al tavolo di un caffè arabo, bhe finto arabo, con una ninfetta giapponese bella come una modella, mentre un pezzo di Manu Chao occupa lo sfondo sonoro. Potrebbe essere mia figlia. Ma non lo è, e non vale la pena di aspettare che cresca.
Il Giappone è cambiato, ma è inutile dirlo, il mondo tutto è cambiato. Prima ogni paese aveva le sue tradizioni. E ciò che per uno era normale, pensa solo all’ideale di bellezza, per un altro era eccentrico. Brutto. Il mondo un tempo non era meno vario ma ognuno aveva la sua tradizione e l'altro, il differente, era sempre altrove. Erano faccende esotiche. Non intaccavano le certezze. L’ambiente nel quale ci si muoveva era sempre omogeneo. Ora no, ora tutto è confuso. E ovunque chiunque può scegliersi la tradizione che preferisce. Le può mischiare, può assemblare la propria. E’ libertà questa, capisci!? A me piace molto più così. E a te?
Bhe dipende.
Indossi uno spencer di gabardine nero di cotone, una t-shirt bianca di seta senza collo con il davantino gessato e un buffo papillon viola. E una gonna nera di shantung a vita alta, a piccole pieghe, che scopre le bianche gambette che non lasci mai ferme, neppure ora, sotto il tavolo. Con l’occhio lecco le tue ginocchia, le immagino chele di madreperla.
Io sono l’anti geisha, enunci e a te pare molto importante, io mi smarrisco nel broncio da lolita che increspa le tue labbra.
Scusa quanti anni hai?
Diciotto l’anno prossimo.
Interessante quella cosa sulle tradizioni e la globalizzazione.
Un anti geisha, capisci?!
Sì, cioè, guarda, non credo di avere le idee chiare.
Significa progresso contro tradizione. Significa me.
Accendi una marlboro con il voluminoso accendino portachiavi. Fatto per stupire. E’ la replica perfetta di una palla da baseball, in vero cuoio e cuciture. Mi compiaccio di notare che è più grande della tua mano.
La mamma non voleva che venissi. Non si fida di te.
Per una volta ridi di gusto e riveli piccoli denti lucidi come perle bagnate.
Tua madre ha ragione, mi sento dire.
Aspiri con voluttà dal tubicino di tabacco, con gesti studiati fai precipitare poco a poco la cenere nel cuore del posacenere di ottone.
Sei bella. I capelli neri, lucenti, ti scivolano lisci sulle spalle. Tu hai cura che un ciuffo che pare una lama attraversi sempre sbieco il viso, che è un ovale allungato nelle cui carni sono plasmate labbra delicate eppure gonfie e sdegnose. Il naso termina tondo con due minuscoli fori per narici, gli occhi sono neri e ora si avventurano nei miei.
Essermi fatto convincere a partecipare alla tua festa di onomastico è stata una cazzata. Sono l’unico ospite adulto e interamente vestito. Un party notturno a bordo piscina, la tua, una quantità di stronzetti e stronzette che vociano e spruzzano. Neanche i tuoi genitori hanno avuto la forza di presenziare e ora sono in giro chissà dove. Mi sento goffo come un pinguino fuori dall’acqua, prendo in considerazione l’ipotesi di togliermi almeno la cravatta, ma poi rinuncio, non ve la voglio dare vinta.
Solo, steso sulla sdraio con la birra in mano a contare le stelle e le stalle con un sapore di merda in bocca. Da qualche parte ho sbagliato e ora sono vecchio e sfigato. Grasso e senza capelli.
Ciao.
Abbasso lo sguardo e ci sei tu, incantevole e lucente come una dea notturna. Nel medesimo istante che sorgi l’esistenza ammutolisce e attacca il carrillon, il xilofono, la voce dolce e femminile del Lurido in Sunday Morning.
Sei splendida, pura luminosità lunare. La solita espressione corrucciata, le mani su fianchi, la testa lievemente inclinata, un ciuffo sparpagliato sul naso e sulle labbra, fasciata in un fantastico costume intero, bianco come il latte e la spuma del mare.
Che fai, non ti spogli?
Troppo bella, impossibile. Il seno pieno si strofina morbidamente contro la lycra. Ti facevo più piatta.
Non ho portato il costume, mi spiace.
Pazienza. Ti presto uno di mio padre.
Mi andrà certo stretto. Non abbiamo la stessa taglia.
Si capisce, lui è nipponico cento per cento, basso e scarno, non come la mamma che è alta e milanese, affilata come una cotoletta.
Ho quello di mio fratello.
No guarda è lo stesso. Mi diverto anche così.
In realtà faccio già fatica ad essere presentabile vestito figuriamoci nudo. Carne vizza che pendola e grasso sparso qua e là. Tu così giovane e soda. I tuoi amici così giovani e sodi.
Contento te. Fa come vuoi.
Fuggi via veloce, scorgo appena le piatte chiappette rotolare via, e già ti getti su un coetaneo biondo e palestrato. Finite entrambi in acqua, lottate, v’avvinghiate, strepitate. Riesci a toglierli il costume, lui ti scopre i seni e tenta di succhiarli, sghignazzate. Quando siete stanchi di spruzzi e scherzi risalite dal lato opposto, vi appartate nel buio. L’avrei voluto fare io.
Si avvicinano due pupette brufolose con l’aria svenata, i loro compagni le annoiano, parlano sempre delle stesse cose, sono dei bambini. Io rispondo a monosillabi, quando si decidono ad allontanarsi scolo il bicchiere e me ne vado, sguscio via come un ladro lebbroso nella notte, senza neanche salutarti.

Non è che ti penso, sarebbe assurdo, quindi io non ti penso. E’ trascorsa una settimana dalla festa e ho fatto l’amore con mia moglie cinque volte, così l'ho stupita, ho baciato innumerevoli volte i figli, ho concluso tre buoni contratti. Però ho quella specie di tarlo. Sto giusto decidendo di comprarmi una nuova auto che mi chiami, certo con quel tuo cellulare verde a forma di rana. Te lo giuro provo tenerezza e simpatia per quell'apparecchio, mi sembra così incantevole, sento di amarlo. Già.
Mezz’ora dopo ti cerco in una sala da tè del centro. Minuscoli tavoli rotondi occupati da vecchie galline da brodo pittate e ingioiellate, tanto per bene, così rassicuranti e borghesi mentre le loro dentiere azzannano, ma con garbo, la delicata pasticceria. Due a due, tre a volte, i barboncini spelacchiati in grembo, talvolta un marito paralizzato e ammutolito da ictus sulla sedia accanto.
Poi ti vedo, al tavolino in fondo a destra, dietro a una palma vizza e a una pila di scatole di cioccolatini ricoperte di polvere. Sei in piedi, mi saluti con le mani, fai segno di avvicinarmi, una meringa non sarebbe più bella.
Fai un inchino, mi porgi la sedia, riesci a sorridermi senza abbandonare l’aria torva e fatale. Porti un abito bustier di cotone e seta, bianco, dai profili rossi e stretto in vita da una cintura di vernice del medesimo colore, che termina con una gonna a ruota.
Mi racconti delle cose che fai a scuola, e di quanto sono stupidi e immaturi i compagni e insulse e invidiose le amiche. Accenni ad un certo Piero, il peggiore di tutti, un vero imbranato, rozzo e tremendo; io capisco che intendi il biondo che in piscina ti palpava le poppe.
Non vale neppure la pena di parlare di loro. Carino qui, non trovi? Ci vengo spesso per ricordarmi come diventerò. Mi fa provare una certa urgenza, mi mette fretta.
Che cazzo ci sono venuto a fare penso ma dico invece hai ragione è un posto inusuale, anche a me mette una gran voglia di vivere. Come dopo un funerale.
Allora accade, con il dorso della mano sfiori la mia, continui a lungo, lenta e assorta. Io non rinuncio ad un’erezione. Non potranno arrestarmi per questo.
Il cameriere, anche lui anziano, in papillon e giacchetta bianca ingiallita, ci coglie mentre ormai intrecciamo le dita sul tavolo. Quando si allontana con l’ordinazione tu maliziosa dici che certo ci ha scambiato per padre e figlia.
Non credo, non ci assomigliamo.
Allora, forse, ora penserà che sei un barbablù.
Non può semplicemente pensare che siamo buoni amici? Che poi è la verità. Faccio io stizzito.
La mano abbandona la mia, corre a infilare una rosa rossa fra i capelli, gli occhi brillano.
Sono fortunata ad avere un amicone come te. Non tutte alla mia età lo possono dire. E’ come essere importanti. Speciali. Un gradino sopra.

Mi hai dato appuntamento in centro per le tre. Ora sono le quattro, ho perso ogni speranza, pure guardo in successione la brace del sigaro e la punta lucida dei miei mocassini senza risolvere ad andarmene.
Sei proprio uno preciso. Se ti si da un appuntamento alle tre tu ci sei.
Cerco di esserci dieci minuti prima.
Sei quadrato, coriaceo come un cammello. Iiihhiiii, produci quello che dovrebbe essere il verso dell’animale, dischiudi le labbra e mostri i denti.
Passeggiamo affiancati in silenzio, io mi trattengo dal cogliere la tua mano ma presto lo fai tu, così galleggio in estasi dimentico della città e dei suoi rumori.
Al ristorante ordini solo un doppio succo di carote e un insalata verde che torturi con la forchetta ma non mangi. Mi osservi con orrore sbranare una bistecca d'orso, quando comprendo il mio errore è ormai troppo tardi, tu incupita non dici più che una parola, no. No non ho fame, no non mi succede mai, no non l’ho mai sentito dire, no non mi piace, certo che no.
Usciamo dal ristorante, io con il ventre gonfio di gas non riesco a trattenere un piccolo rutto, a stento contrasto con successo una scoreggia, tu strazi il ciuffo con l’aria mortalmente infelice. Mi sento come un tirannosauro, ingombrante e inutile, provo lo stesso a chiederti perché sei pensierosa e triste. Tu parli veloce, dici cose incomprensibili, qualcosa sull’ottusità del mondo e le sue incongruenze. Cerco di consolarti con delle facezie che non fanno ridere. Ho di nuovo sbagliato, sono un vecchio film, fuori moda e già visto.
All'improvviso ti fermi, guardi nei miei occhi e mi domandi: lasceresti tua moglie per me?
Ma hai solo diciotto anni. Anzi, non hai diciotto anni.
Solo? Non è per questo che ti piaccio!?
Non so che dire, rimango muto. Cinque minuti dopo prendi a correre avanti, quando sei a venti metri ti volti, mi saluti con la mano, gli occhi lucidi, mi lanci un bacio e scappi via.
Rimango immobile al centro del marciapiedi con i passanti che mi sbattono contro, vuoto, nella pupilla ancora impressa l’immagine di te. Il viso a triangolo rovesciato, il blazer bianco in tela di cotone, l’abito corto di maglia con lo scollo a barca e fusciacca coordinata missoni, la tracolla di pelle decorata dal logo louis vuitton, le gambe dritte e magre rivestite dai collants velati e dècolletèes bianche. So che è finita, ancora prima di incominciare, in bocca il cattivo gusto di un occasione buttata.

Un mese dopo caracollo con la mia valigetta nera nel caldo della città, mi sento chiamare, il cuore si blocca, sei tornata.
Ciao come stai?
Bene grazie. E tu?
Di bianco vestita, t-shirt lacoste di cotone stampato con coulisse in vita, pantaloni con pinces, le dècolletèes di pelle che indossavi l’ultima volta.
Mi getti le braccia al collo e mi baci la guancia con labbra morbide e umide.
E’ tre giorni che ti seguo. Mi è sempre mancato il coraggio di farmi vedere.
Sei terribilmente noioso lo sai!? Fai sempre le stesse cose. Lo stesso bar, la medesima colazione a base di caffè, focaccina farcita e acqua con le bolle. I medesimi giornali dallo stesso edicolante che premuroso non si dimentica mai di inserire un porno. Ho intravisto anche qualcuna di quelle riviste di annunci per incontri a base di sesso. Volevo comprarne una copia, cercare il tuo avviso e rispondere. O metterne uno mio. Che ne dici di: giovane principessa dalla pelle di mandorla è pronta a spalancarsi ad inedite esperienze?
La camera già di per se è un imbarazzo. Minuscola conchiglia, in un angolo il letto a castello, i cuscini rosa e neri di hello kitty, due scrivanie ai lati della finestra, una parete interamente ricoperta dall'immagine di un bosco di bambù. Ninnoli ovunque e un profumo fresco di cosmetici alla frutta. Il tutto così virginale che solo a calpestare il pavimento mi pare di profanare ogni purezza. Già di sotto, al portone, mi sentivo un ladro, temevo di incontrare qualcuno. Ora ho paura che le amiche che ti hanno prestato la stanza tornino prima del dovuto.
Ti spogli piano, l'espressione seria, l'intimo di pizzo multicolore, poi il seno acerbo e duro, i capezzoli puntuti dritti verso il cielo della stanza, il ventre piatto, un filo di crine nero all'inguine, le ossa fini, le carni compatte racchiuse nella pelle opalina.
Ti accarezzo piano, ritto in piedi, io vestito di scuro sono il ragno gonfio che si ciuccia la mosca bianca. Sono il ratto su l'ostrica.
Mi prendi per mano, mi distendi sul tappeto, prendi a spogliarmi con delicatezza, come la mamma col suo bambino. Quando arrivi al sesso lo catturi con le piccole mani chiare, poi lo circondi con l'anello della tua bocca. Allora la stanza scompare, il pavimento diviene morbida radura nel cuore di una foresta di bambù.

Sono passate sei settimane e due giorni, non ti ho più né vista né sentita. I miei sms si sono persi nel vuoto elettronico che ci circonda tutti. Vivo giorno per giorno, impegnato a cambiare ogni mia abitudine, mangio colazioni diverse in posti sempre differenti, non compro giornali, nell'andare e tornare dall'ufficio vario percorso, osservo le facciate dei palazzi, i volti delle persone, certe volte addirittura mi fermo e mi siedo su di una panchina. Cerco di meritarmi il tuo amore.
E' tutto così assurdo, è una storia impossibile, mi vergogno per ogni parola che ti ho detto, per ogni gesto o pensiero. Non ho il coraggio di guardare in faccia mia moglie, e più di una volta sono stato sul punto di raccontarle tutto. Sono con le spalle al muro, non so cosa fare, tu sei solo una bambina, vorrei ma non riesco a fare a meno di te. Ti amo.

Ciao. Se spargi briciole per i passeri del parco o sei invecchiato o sei ringiovanito.
Il mio cuore rimbalza, mi stacco dalla panchina e mi volto, mi appari tu, madonnina orientale circonfusa con la luce di mezzodì e il verde degli alberi, dentro un prendisole in cotone azzurro con spalline sottili e fiocco, i capelli sciolti sulle spalle nude.
Vorrei chiederti dove sei stata per tutto questo tempo e sopratutto perché. Vorrei dire ti amo, che ogni istante penso a te, ma rimango duro in piena afasia.
Sono incinta.
Il mondo diviene vertigine, sembra rida maligno di me. Resto muto. Tu mi fissa seria. Sembri più adulta ora.
E' mio?
Un'ombra cala sul tuo viso, le labbra impercettibilmente passano dal capriccio al disprezzo.
Di chi se no?
Penso al ragazzotto biondo ma non dico nulla.
Non devi preoccuparti per me. Cappuccetto Rosso e le Principesse non si perdono mai nel bosco.
Ti serve qualcosa? Hai bisogno di soldi?
Ti volti e scappi di corsa, io fermo, inadeguato, vigliacco, resto a guardare mentre il cielo urlando mi precipita addosso.

Ti cerco al telefono, invio sms, scrivo lettere d'amore che poi nascondo nello schedario tra vecchie pratiche ormai ingiallite nell'inutilità. Giro per ore e ore intorno a casa tua sperando di incontrarti, ogni figura lontana è un sobbalzo del cuore. Ho persino fermato una ragazza che so tua amica, è scappata via ridendo. Niente, tutto questo non è servito a niente.
Poi un giorno ricevo una tua lettera profumata al gelsomino, poche righe per comunicare che hai appena abortito, neanche un saluto.

Passano alcune settimane, un giorno mi accorgo che non ti penso più, mi sento leggero ma anche un verme, mi sento un uomo da nulla, un porco coperto di perle che grufola nel fango. Sto meglio ma mi so meschino, il sentimento che provavo per te era un tesoro irripetibile. Sono fatto così, non ci posso fare nulla. Torno alla vecchia colazione, al solito bar, al fascio di quotidiani farcito di rivista porno dal solito giornalaio, quello che mi conosce dai tempi del liceo. Ricomincio a fare l'amore con mia moglie ma... non so, c'è qualcosa in me, un peso.
Poi un giorno in Comune incontro tuo padre, attacco bottone, faccio finta di niente, chiedo di tua madre e di tuo fratello, poi domando a proposito tua figlia come sta? Si rabbuia, dice credevo tu lo sapessi, è morta, si è tagliata le vene. Oggi sono quarantadue giorni.

Chiuso in ufficio piango come un bambino, il fazzoletto sulla bocca perché la segretaria nella stanza accanto non mi senta singhiozzare. Apro il cassetto, da una vecchia agenda estraggo l'unica foto che ho di te, una polaroid che mi regalasti tu. La guardo un'ultima volta, tu a figura intera smarrita dentro un cappotto chiaro troppo grande, poi la brucio.

Fuori non è rimasto nulla, dentro solo polvere e pensieri nati morti. Come vivi siamo merce invenduta, piangiamo i morti, ma loro stanno bene al caldo nella terra. In questo mondo siamo solo cose, abbiamo tutti il codice a barre e la scadenza, in prestito alla vita che non ci vuole, la morte ha detto sì e ci è sposa. Siamo come ginocchi sbucciati che non vogliono tornare a casa, alla morte, ne siamo usciti per una commissione, una passeggiata, per un gelatino, per una visita allo zoo. La fuggiamo ma non c'è un posto migliore dove stare senza affanni e riposare. Guardala la morte, imparala, fattela amica. E' dal tuo sempre che ti aspetta muta.
Sono stanco morto.
Ahftkfiyb8wie43mkjhd9sdf73hwdu9hnlmxoqkilapqir8kjasd0qasdhkisyqpngreanmlo@hsdgd.