Quel giorno Riccardo arrivò a casa inaspettatamente prima di pranzo. Aprì la porta e lo spettacolo che si presentò ai suoi occhi lo lasciò impietrito. Sua moglie Elena era avvinghiata a uno sconosciuto che aveva l’impudenza di continuare a stringerla a sé come se niente fosse, senza la minima intenzione di allontanarsi o di giustificare la sua presenza."Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater
lunedì 10 marzo 2014
Imprevisti tra il serio e il faceto
Quel giorno Riccardo arrivò a casa inaspettatamente prima di pranzo. Aprì la porta e lo spettacolo che si presentò ai suoi occhi lo lasciò impietrito. Sua moglie Elena era avvinghiata a uno sconosciuto che aveva l’impudenza di continuare a stringerla a sé come se niente fosse, senza la minima intenzione di allontanarsi o di giustificare la sua presenza.giovedì 24 gennaio 2013
Il portachiavi
martedì 8 gennaio 2013
La favola
giovedì 3 gennaio 2013
Due Sanbittèr
Ne
abbiamo condivise di bevute Milena ed io, amiche fin dai tempi dell’università!
Bevute gioiose, per brindare a un esame
superato con successo, a un compleanno, a un nuovo amore. Bevute assaporate con gusto, perché una caraffa di Retsina ghiacciato andava
giù che era un piacere nel caldo torrido di Mykonos, e una buona bottiglia di Sassella era come il
cacio sui maccheroni con un piatto fumante di pizzoccheri, dopo le nostre
sciate in Valtellina. Bevute “terapeutiche”, perché un goccio di
vino in corpo ti scioglie la lingua quando ti ritrovi a una festa con gente
sconosciuta, magari un po’ antipatica, e
non sai cosa dire. Bevute, sì, non
sbornie di quelle che perdi il controllo, che il mattino dopo non ti ricordi più nulla o ti si spacca la
testa in due. Bevute alla luce del sole o della luna – a seconda dei casi – ma non ubriacature alla chetichella, quando ti
attacchi alla bottiglia di nascosto da tutti, nella solitudine della tua casa,
perché ti senti colare a picco e il
bicchiere ti sembra l’unica ancora di salvezza.giovedì 29 novembre 2012
Il tempo dell'attesa

16.30, solito bar. Il caffè amaro è una riscoperta, i tavoli beige una costante. Punti fissi per gli occhi, da qualche anno persi nell’andirivieni di una città che non ha riposo, che è in continuo movimento. E’ molto che aspetti?Avevo dimenticato l’appuntamento. E’ che mi perdo dentro me stessa, e mi ritrovo, poco dopo, nell’incontrare uno sguardo che tacendo si racconta. In città, un caffè e le emozioni che cercano, confuse, il loro posto. In mezzo alla gente, in mezzo a tante parole che non dicono niente, un caffè. In un caffè sguardi rallentati e pensieri. Pensieri sospesi in equilibrio instabile, annebbiati e confusi, svelati e celati nella guerra, pur assopita, d'un gioco di ricordi.
Alle 16.30, a Novembre, il cielo ha ancora bei colori, tiepidi. C'’è un momento, quando la notte si veste e si fa bella prima di uscire, in cui i colori non sono distinguibili, la luna velocemente si impone e il vento cambia lentamente la sua direzione. L’accennarsi del freddo della sera, il vapore della tazzina ad offuscare corrispondenze di sguardi. Nulla di definito, niente che avesse un nome, o una definizione, così come spesso accade, eccetto il mio caffè amaro.
Un caffè alle 16.30 è una riscoperta; i tavoli beige una costante, quell'escamotage buono nell’imbarazzo di dire. Ci sediamo?Allora? E’ molto che mi aspetti?Si finge sempre, m’hai detto una volta. Non c’è confine tra la verità e la menzogna. No, sono appena arrivata. Ho visto solo l’imbrunire dentro uno sguardo ed un futuro da costruire, alle 16.30 di un qualunque venerdì pomeriggio.
E’ che è molto che mi aspetto. E’ che mi sto ancora, dannatamente, aspettando.
la foto
ma scolorira'
e se piove due segni di biro ti danno un ombrello
che scolorira'
basta fare un bel cerchio ed ecco che hai tutto il mondo
che scolorira'. Che scolorira'.
Acquarello, Toquinho
LA FOTO
Era lunedì, me lo ricordo benissimo.
L’Inter aveva vinto 2 a 0 con la Juventus a Torino, nel posticipo della domenica; quelle giornate li non te le puoi dimenticare.
Il classico risultato che non concede appello, un goal per tempo: al 23° tiro dal limite di Cambiasso e al 67° raddoppio di Crespo, appena entrato: un’incursione sulla destra di Maicon, cross basso e tiro secco a pelo d’erba nell’angolino; i gobbi erano ormai piegati, il resto fu una passeggiata fatta di passaggi fitti e possesso di palla.
Era lunedì non mi posso sbagliare.
Era inverno (14° giornata del girone d’andata), io, infagottato nel mio giubbotto pesante, ero passato, come tutti i lunedì, in edicola a prendere la gazzetta.
Mi pregustavo il momento in cui sarei entrato in fabbrica, sventolandola in faccia a tutti i conigli bianconeri dell’officina.
La cosa insolita era che avevo tempo; al contrario di tutti gli altri giorni, nei quali dovevo spingere sui pedali come Cipollini in volata, per non timbrare in ritardo il cartellino, quella volta ero uscito di casa prima, avevo avuto persino il tempo di salutare mia moglie e quei perditempo dei miei figli.
Mi ricordo: - Ciao amore, vado. Voi due, mi raccomando, fate i bravi.- la mattina a casa mia, non è come quella del mulino bianco, dove tutti sono contenti, ridono e scherzano; a casa mia solo grugniti, monosillabi e baci stanchi, usati, solo parole vuote, perse nel nulla della nebbia mattutina.
Senza contare, poi, che in casa mia, quelle figone della pubblicità non ci sono mai state, Si, la Silvia da giovane poteva dire il fatto suo, ma adesso, dopo diciotto anni di matrimonio e due figli sfornati uno dietro l’altro, non era più quel gran bel vedere, soprattutto la mattina presto.
Oddio, neppure io sono un figurino, due o tre taglie in più e qualche milione di capelli in meno, ma si sa, gli uomini invecchiano meglio…
Comunque, avevo del tempo.
L’edicola era semivuota e si respirava quell’odore di giornale fresco di stampa.
Il vecchietto davanti a me trafficava con il suo portamonete, rovistando in cerca degli spiccioli, normalmente avrei sacramentato, scalpitando come Ribot sulla linea di partenza, ma quella volta avevo il tempo di guardarmi attorno.
Fu così che la vidi.
Mi colpì come un diretto di Tyson in pieno volto.
Era mollemente appoggiata tra le altre, ma spiccava, lucida, patinata, fu un vero e proprio shock.
Mi sentii attirato verso lei e così senza quasi rendermi conto, allungai la mano, la toccai, era liscia, leggera; non ci pensai due volte, la presi immediatamente dallo scafale su cui era riposta.
Quella rivista era li che aspettava solamente me; la posi sulla mensolina di ceramica insieme alla gazza, come era grossolana nei suoi confronti, con il suo rosa dozzinale e i suoi caratteri cubitali.
Pagai ed uscii dal negozio.
Come un bambino davanti all’albero di Natale colmo di regali, ero frastornato, sette euro e venti, cazzo, avevo speso sette euro e venti centesimi per quella rivista.
Però quella foto in copertina, mi aveva spiazzato, come una finta di Baggio, non pensavo che sarebbe potuto succedere, non dopo tutto questo tempo e dopo tutto questa caligine.
La foto era di quelle pesanti, di quelle che ti fanno drizzare i peli delle braccia, che ti fanno percorrere il corpo di brividi, di piacere s’intende.
Quei colori, quelle forme ti prendono l’anima e te la tirano su dal profondo dove tu l’avevi cacciata, fino quasi a farla sfuggire; per quello che tremi, perché, lo sai benissimo che non può succedere che l’anima voli via per una fotografia, però è quello che provi.
Come in quei film del terrore, che piacciono tanta alla Silvia, vedi avanzare il protagonista verso la cantina, buia e piena di mostri che vogliono mangiarselo, tu gridi: “ Non andare, pirla, la c’è il mostro, ti sta aspettando per divorarti” ma tanto è inutile, lui ci andrà, aprirà quella cazzo di porta e verrà sbranato.
Tu, sai già tutto quello che succederà, pero non puoi fare a meno, per un attimo, di avere paura, poi ti dispiacerà, ma alla fine, penserai “ beh, se sei un pirla allora, te lo meriti di essere massacrato dal mostro.”
La foto dicevo, tutte quelle curve morbide messe li dal caso, disposte in modo da accompagnare lo sguardo in tutte le direzioni, da perdersi, che meraviglia.
I colori, poi, ti fanno letteralmente impazzire, sono tanti e di tutte le tonalità: dall’oro della sabbia all’azzurro del mare, passando per il verde smeraldo della vegetazione.
Il caso? Io non è che sono molto di chiesa, però mi pare difficile che tanta bellezza sia solo frutto del caso, va bene l’erosione dell’acqua e del vento, ci sta pure qualche bel cataclisma naturale, ma più la guardo e più mi convinco che quella statua del Gesù Cristo, lì ci sta proprio bene.
Negli spogliatoi della fabbrica, dato che avevo tempo, mi soffermai su quella magia, socchiusi gli occhi per un secondo e varcai i bordi di quel fotogramma… diciotto anni fa.
Già dall’aereo Rio De Janeiro mi sembrava fantastica, anche la Silvia lo era, seduta acconto a me era ancora messa giù da corsa del giorno prima, tutte e due eravamo stanchissimi ma eccitatissimi, era il primo giorno di luna di miele, era un sogno che si realizzava, ci aspettava il Brasile.
Che spettacolo, Rio ci accoglieva al massimo del suo splendore, i colori, le luci. La gente… beh, si, di nascosto dalla Silvia buttavo gli occhi su qualche bel culo di quelle parti.
Nella mia vita il colore predominante era sempre stato il grigio, tranne il lunedì che diventava rosa Gazzetta dello sport, lì invece ogni giorno era di un colore diverso, mille colori diversi, come i fuochi d’artificio della festa della parrocchia.
L’allegria di quei giorni non l’avremmo più provata, neanche quando nacque il Giorgio, si eravamo contenti ma anche un po’ spaventati, lì invece non avevamo paura di nulla, tuda joia, tuda beleza.
Seppur lentamente i quindici giorni di licenza matrimoniale passarono e tornammo alla normalità, per quanto insopportabile possa essere, ci si abitua, i soliti gesti, le solite cose, insomma la nostra vita.
Quel giorno però, la rivista da sette euro e venti centesimi, quella foto in copertina, avevano compiuto il miracolo.
Dapprima ero in stato confusionale, completamente suonato, come Cassius Clay, poi il lampo.
Mi colse una sorta di lucidità, una consapevolezza, sapevo cosa fare e come farlo.
Chiamai quel pirla del mio caporeparto, gli dissi che stavo male(ed era vero) e che sarei andato a casa. Inforcai la bicicletta e corsi via.
Una doccia mi mise sulla strada giusta, non c’era nessuno, i due desperados erano a scuola e la Silvia era da sua madre, tanto faceva il secondo e aveva già preparato il minestrone per la sera.
Quell’odore di verdura cotta, misto alla puzza di stantio della mia vita, fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Mi sentivo come l’Italia dell’ottandue: dopo un girone di qualificazione scialbo e senza sostanza, la riscossa verso il titolo iridato, guarda caso passando proprio per il Brasile.
La seconda tappa fu la banca.
Il cassiere, un damerino in giacca e cravatta, rivestito di lucido per nascondere la sua polvere di quotidianità; fatta di invidia verso i colleghi e voglia, inconfessata, di farsi quella dei titoli, mi chiese il perché volessi ritirare tutti i soldi, se per caso non ero soddisfatto dei loro servizi, se desideravo parlare prima col direttore… risposi chiaramente ad ogni sua obbiezione.
Spiegai tutto con una lucidità che mi faceva paura, non mi riconoscevo, io davanti alle giacche e alle cravatte sono sempre stato intimorito, invece quel giorno filai via dritto che neanche Schumacher mi avrebbe ripreso.
Prosciugai il nostro conto corrente.
Li ritirai tutti, fino l’ultimo centesimo, dodicimila cinquecentoquarantotto euro virgola settantadue.
Diciotto anni di risparmi e privazioni.
Sarebbero bastati per cominciare, poi mi sarei fatto mandare la liquidazione e avrei messo su un bel gruzzoletto… povera Silvia come avrebbe fatto ad andare avanti, no, non senza di me, per quello sarebbe stato forse meglio, senza una lira però… per un momento vacillai nei miei propositi; poi alzai lo sguardo sul cassiere, sul suo colore grigio, sulla sua patina indelebile di fuliggine, fugai immediatamente quel rimorso misi i soldi nella valigetta e corsi a Linate, il primo aereo sarebbe stato mio.
Sono qui da un po’, tutto è come me lo aspettavo: i colori, i suoni , la gente, persino i culi delle ragazze sono gli stessi di diciotto anni fa.
Ho già girato quasi tutto Rio, ed è solo l’inizio, il Corcovado, le spiagge di Ipanema, il pao da asucar,
il Maracana…i vicoletti.
Tutto è come allora tuda joia, tuda beleza .
Questa zona però, non me la ricordo, li in quel angolo avrebbe dovuto esserci quella stupenda chiurrascheria , dove si mangiava una carne da favola, altro che quella piemontese della Coop.
Non c’è più? e quel campetto spelacchiato? Sono sicuro non c’era; Si cosa vuoi ragazzino” eu no falo brasilero” , ah una sigaretta, toh tieni tutto il pacchetto, menino, ma attento che alla tua età non ti fa mica tanto bene.
Cos’è questo rumore alle mie spalle? Un colpo secco, delle grida, sarà un anticipo del carnevale.
Brr, d’un tratto mi è venuto freddo, deve essere la brezza del mattino che sale dall’oceano.
Appena trovo una bancarella mi comprerò una bella felpa.
Non sento più le mani, cazzo neanche le braccia, sudo?
Mi gira la testa, mi cedono le gambe, devo fermarmi un momento.
Magari mi sdraio; tanto siamo a Rio, mica a Milano che la genti ti guarda male appena fai qualcosa che non devi.
Che strano, sento tutto il corpo formicolare come se mille mani mi toccassero, come se stessero cercando qualcosa su di me…
Che bello è proprio tutto come me lo aspettavo, come nella foto, come diciotto anni fa
Sono stanco, mi sento spossato, sudo?
Ora sento caldo, umido, appiccicoso, beh si sa siamo in Brasile, mica a Madonna di Campiglio.
Però, sono sdraiato a pancia in su ma non vedo il cielo azzurro, vedo tutto rosso… è normale siamo a Rio ogni giorno è un colore diverso, oggi sarà la volta del rosso.
A proposito che giorno è oggi? Ah si è lunedì.
mercoledì 31 ottobre 2012
Tagli profondi di Luigi Zamproni
Erano giorni che la
osservava, attendeva paziente un segno, l’aveva chiusa in quella stanza dove il
freddo e il buio toglievano il respiro, era quasi certo che il tempo di
prendersi il suo godimento, dopo tanto attendere, era ormai arrivato. L’aveva
spiata, giorno dopo giorno cercando di penetrare il suo mistero. Finalmente la
toccò, quello che sentì sotto la pressione delle sue dita lo convinse che il
momento era giunto. giovedì 25 ottobre 2012
Fessure a chiudere
Passo le giornate tra queste mura. Esco, accompagnata dalla mamma, solo per andare e tornare da scuola o per fare piccole commissioni. Sempre e solo con lei.
Sono figlia unica. Mamma non potrà avere più figli. E’ giovane e bella. Io disgraziatamente le somiglio, con un vantaggio però: ho 16 anni e nessun figlio.
Sono in questo paese da 11 anni. La mia integrazione è ancora in corso si sa non è facile per gli immigrati a meno che non arrivino dal Nord Europa e siano biondi con gli occhi azzurri. Loro non vengono guardati con aria sospetta o pregna di compassione soprattutto se donne. Il fatto di uscire poi cosi poco di casa non aiuta certo a farci conoscere. Le regole però non si discutono.
Vorrei che le persone che incontro per strada o a scuola avessero voglia si sapere chi sono, da dove arrivo e quali sono i miei gusti, miei sogni, le mie idee. Vorrei che mi scoprissero.
Papà quando siamo arrivati in questo paese ha cercato solo ed esclusivamente case che avessero gelosie. Si perché da dove arriviamo non esistono tapparelle.
Dice che la luce passa attraverso di esse illuminando quel che basta e quanto basta per osservare aldilà senza essere vista. Rimanendo nascosta e, dice, protetta.
Io a volte vorrei essere vista, sono qui, esisto.
Sono brava a scuola. Studio con passione senza distrazioni. La mamma mi premia a volte portandomi a casa dei nuovi Hijab. Ne ho di varie fogge. A scuola invece questo capo non riscuote molto successo. Solo Chiara, la mia compagna di classe, mi ha chiesto di poterlo provare per vedere come ci si sente. Gliene ho regalato uno; dice che non lo indosserà perché simbolo di schiavitù.
Nasconde, come le gelosie di casa; nessuno, a parte la mia famiglia e Chiara sa dei miei lunghi e ricci capelli.
Chiara vorrebbe che parlassi con papà, addirittura dice che potrebbe farlo lei se solo glielo permettessi. Dice che è uno spreco non permettermi di uscire al pomeriggio. Potrei partecipare a molte delle iniziative culturali della scuola o semplicemente studiare al parco nelle belle giornate di sole, fare delle passeggiate in bicicletta, prendere un po’ di colore sul viso che vede spento. Potrei scoprire quanto bello e arricchente sia condividere la vita con gli altri. Dice che là fuori c’è un mondo da scoprire e che papà lo deve capire. C’è un mondo che vuole scoprire me.
Coprire, scoprire, coprire, scoprire, buio, luce, buio, luce.
Amo cosi immensamente immergermi, Chiara dice nascondermi, nello studio che non penso davvero mai a quanto mi pesi e se mi pesi davvero il fatto che papà non mi permetta se non con moltissime limitazioni contatti esterni. La sua cultura, la nostra, protegge la donna dagli sguardi estranei, da quelli maschili poi più degli altri. Una protezione è un gesto d’amore.
Più sei protetta più sei amata.
Mi amerà mai Antonio? E’ il ragazzo che tutte le mattine arriva sotto casa per caricare i bambini del quartiere sul bus che li accompagnerà all’asilo.
Lui non sa nemmeno che esisto.
Attraverso la fessura della gelosia della mia camera lo osservo.
Adoro i suoi capelli, lisci, con quel ciuffo che ogni volta che si china uscendo dall’abitacolo gli scivola delicatamente fino ad accarezzargli e nascondergli l’occhio. Ciuffo che riporta poi al suo posto con un colpo di capo come se dovesse allontanare un moscerino.
Se fossi quel moscerino sarei già ad un buon punto della felicità.
E’ dolce Antonio. Vorrei aprire questa gelosia e fargli ciao con la mano. Ma la gelosia rimane chiusa ai suoi occhi. Quella di papà invece mi porterebbe ad una sicura punizione e per non creare dissapori che ferirebbero per prima la mamma mi accontento della luce che entra e dell’immagine che ho di Antonio dandogli il benvenuto nella mia camera anche se a sua insaputa.
E’ il primo uomo a parte papà che entra nella mia camera. Cosi immagino.
Il mio nome pronunciato a gran voce da papà mi distoglie da Antonio.
Arrivo papà, un attimo, metto lo Hijab e sono pronta.
Un ultimo sguardo aldilà della gelosia e poi di corsa verso papà che mi aspetta per portarmi a scuola come ogni mattina. Appena scesi il bus di Antonio è già ripartito come sempre.
Alzo lo sguardo verso la gelosia della mia camera ed immagino come sarebbe se fosse spalancata.
E’ una bella sensazione.
Aldilà un soffitto immacolato ed io, aldiquà Chiara e Antonio che mi salutano con la mano e mi urlano : sbrigati che il cinema non ci aspetta!
mercoledì 24 ottobre 2012
Gelosia: variazioni sul tema
mercoledì 16 maggio 2012
La voce di Dio
![]() |
| Antonio Salieri - Immagine dal web (fotogramma dal film Amadeus) |
martedì 15 maggio 2012
Le mani (di Luigi Zamproni)
domenica 29 aprile 2012
Solchi
Percepì la sua presenza prima ancora di averla vista. Sentì nell’aria il profumo di sandalo, caldo, che emanava la sua pelle. Si guardò attorno, sicuro che lei fosse lì, in mezzo a tutta quella gente riunita a festeggiare il compleanno di un amico. E infatti eccola là, dall’altra parte della stanza, irresistibilmente bella come quando si erano lasciati dieci anni prima. Non furono necessari preamboli. Dalla terrazza, dove si erano appartati, alla casa di lui il passo fu breve.
Un bacio lungo, intenso, profondo. Le mani sfiorano, si soffermano, esplorano. Sopra e sotto i vestiti. Poi, via anche quelli. Lui la spoglia smanioso e comincia a percorrere avido ogni piega del suo corpo, impaziente di possederla, di perdersi nella sua carne, di fondersi l’uno nell’altra. Lei, ancora lei! La desidera da morire e il suo cuore pulsa impazzito come la prima volta che era stata sua.
Lei si abbandona incredula al piacere di quelle carezze, i sensi appesi al tocco di quelle mani che scivolano ingorde sulla sua pelle. Ma a un tratto, avverte il gesto incerto di lui sulla cicatrice che le taglia il ventre, all’altezza del pube. La carezza improvvisamente lunga, tenera, curiosa indugia su quel lembo di pelle. Una lingua di fuoco si insinua in lei, nello squarcio da cui le hanno strappato l’utero, rubandole anche la capacità di desiderare e sentirsi desiderata. Le dita di lui risalgono, tornano a lambirle le labbra ora serrate, gli occhi incupiti, la fronte corrugata, e sembrano affondare dentro rughe fitte, profonde. Solchi. I palmi delle mani di lui, che le si posano sul seno, sui fianchi, sulle cosce, è come se frugassero nel mare increspato della sua pelle. E quella vampata di calore, che la stava avvolgendo nel risvegliarsi della passione, pare confondersi con un indizio di vecchiaia. La femmina bella e sensuale di qualche attimo prima svanisce di colpo. Al suo posto, una donna smarrita, che non riesce a far quadrare i conti fra il passato e il presente. Simula un piacere che invece è stato ingoiato dall’amara estraneità dalla sua immagine e si allontana bruscamente da lui.
Dopo essersi rivestita rapida, lei si diresse verso la porta. Lo specchio in anticamera rifletteva ancora una volta, come dieci anni prima, il passo dinamico di due solide gambe curate. Ma il suo sguardo vide un corpo avvizzito, l’età moltiplicata per cento, mentre l’uomo alle sue spalle cercava ancora nell’aria quel profumo di sandalo, caldo, penetrante.
domenica 18 marzo 2012
Incontro alla cieca
Si era preparata a lungo a quell’incontro. Lo desiderava, ma al tempo stesso lo temeva. Temeva l’estraneità che avrebbero potuto provare l’una rispetto all’altro. Temeva che potesse essere tutto diverso da come si era immaginata fino a quel momento. Mentre preparava la valigia, in preda a un’agitazione che le faceva tremare le mani, Manuela cercava di interrompere il continuo accavallarsi di pensieri e di recuperare la calma. Impossibile! Ormai aveva perso il controllo delle emozioni e anche il suo corpo non le obbediva più: il cuore le martellava nel petto, vacillava sulle gambe, si sentiva attanagliare da una morsa di tensione che quasi la paralizzava. Se avesse potuto, avrebbe fatto un passo indietro. Ma che dico un passo: ne avrebbe fatti mille, un milione. Sarebbe immediatamente fuggita da questa situazione senza via d’uscita.
“Oddio, è assurdo!” pensava lui in quello stesso istante. Stava per incontrarla e non sapeva neppure come fosse la sua faccia. Sarebbe stata la donna dolce e affettuosa che gli era sembrata? Aveva tanta voglia di vederla, di toccarla, di stringersi a lei! Ma lei? Lo desiderava, l’avrebbe amato? Aveva un po’ paura. Avrebbe voluto cullarsi ancora un po’ in quell’ attesa di incontrarsi che era eccitante e al tempo stesso rassicurante, ma non si poteva aspettare oltre.
“Ma perché ti ho permesso di insinuarti fra noi?” meditava Manuela. “Io e Riccardo eravamo una coppia felice, senza problemi, ma da quando tu ci sei è tutto cambiato. Tu hai aperto un solco tra me e lui. Io ora non faccio altro che pensare a te, soltanto a te, giorno e notte. Ancora non ci siamo incontrati, eppure il mio desiderio di te è talmente forte da azzerare qualsiasi altra emozione. Mi fai quasi spavento”.
“Non sono stato io a volere tutto questo” rifletteva lui. “Mi ci sono ritrovato senza neppure sapere come. Eppure…. eppure mi sento così felice! Ho una voglia immensa di incontrarti!”
“Signora, venga qua! Presto, stanza 6, letto4.”Manuela non ha più tempo per pensare. Le contrazioni sono sempre più ravvicinate, mezz’ora soltanto ed è già in sala parto. Ora è concentrata unicamente sul suo respiro e su quel bisogno di spingere, spingere e accelerare quest’incontro che ha atteso per nove lunghi mesi. Per un attimo, pensa che le forze la stiano abbandonando. “Non ce la faccio” dice fra sé. “ Morirò senza averlo mai incontrato.”
Invece Manuela e Andrea si incontrano, come previsto, il cinque febbraio, esattamente la data presunta del parto. E’ mezzanotte passata da tre minuti, Andrea è arrivato puntuale all’appuntamento. Qualcuno ha avvolto il bambino in un lenzuolo e l’ha posato fra le braccia di Riccardo, che si avvicina a sua moglie: “Ecco, Manuela, ecco il nostro Andrea”.
Per Manuela è come vedersi dentro e dare finalmente un volto a quella creatura che è cresciuta in lei, insieme a lei, giorno dopo giorno. E’ scoprire che paura e incertezze sono spazzate via in un attimo. “Sposti tutti i miei confini” pensa. Poi si stupisce delle sue stesse parole: “ E questa frase? Dove l’ho sentita ? Ah, forse una canzone. Ma chi se la ricorda, ora!”
(immagine dal web: “Ritratto di donna” di Angelo G. Stenta)
martedì 28 febbraio 2012
The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore
mercoledì 15 febbraio 2012

L’abitante invisibile
La sveglia “ringhia” apro gli occhi e il primo pensiero va a lui.
Deglutisco, c’è! Anche questa mattina, accanto a me.
Forse sarebbe più corretto dire dentro di me. Si perché lui mi abita.
E’ invadente, strafottente, si è intrufolato non so come e nemmeno quando; ha attecchito come un seme per germogliare chissà cosa.
Mica in un angolo insulso. Ah no, si è piazzato là proprio dove ogni mio pensiero si trasforma e viene a galla, là dove ogni boccone d’aria e di nutrimento passano e mi tengono in vita. Come una sentinella là, all’ingresso.
All’inizio non lo sopportavo, lo sentivo ma non potevo scacciarlo. Pensavo : “chi ti ha fatto entrare? Vattene!”
Ogni mattina aprivo gli occhi e prima di deglutire mi chiedevo : “ci sarà? Mio Dio fa che nn ci sia più”. Poi la saliva scendeva e lo sconforto annegava.
Non mi bastava non riuscire a godere della luce primaverile che irradiava il mondo a me circostante, né bastava l’aver dimenticato la maniera in cui nasce un sorriso, non bastava nemmeno non sentire il bisogno di affetto, di carezze, di presenze che colorassero seppur solo di un grigio appena più chiaro il trascorrere delle ore domestiche.
No, dovevo sentirmi anche in una prigione. Imprigionata dal e nel mio stesso corpo.
Esami su esami. Nulla. Non si vede nulla.
“C’è dottore lo sento. Mi pare di toccarlo. Guardi bene è lì a destra.
Talvolta sento un sapore ferroso nel mandare giù la sua saliva”. Si perché è sua anche quella.
Nelle crisi di nervi più violente avrei voluto infilarmi in bocca le dita e strapparlo con forza io stessa dalla gola per poi mostrarlo come fosse un bottino di guerra, la mia guerra personale contro quell’abitante clandestino.
“Lo vede adesso questo stronzo eh lo vede? Lo vede dottore si o no!?”
Poi un giorno un internista gentile durante una delle svariate volte in cui il cuore pareva scoppiare ed io dalla paura di morire correvo all’ospedale, dopo avermi fatto tutti gli esami mi disse: “mi spiace per quello che hai tu non posso aiutarti io” ”. Il suo tono fu come una carezza, delicata e rivelatrice.
“Non ho nulla di grave allora, bene”
Dopo un immediato senso di rassicurazione seguì un’ondata di tristezza ad aumentare la portata del mio mal di vivere.
“La cosa mi rassicura? No affatto. Io non voglio condividere il mio malessere con te lo capisci? Te ne vai?! Lasciami da sola ti prego, ti prego!
Il tempo aiuta, è vero. In un giorno senza data ho cominciato a pensare a lui non più come un abitante indiscreto ed irritante ma come un guardiano attento e a suo modo affettuoso.
Era li per me dopotutto, lo capii poi.
Meraviglioso, il mio corpo mi stava parlando, dalla gola, proprio da dove le parole escono.
Trovai tutto questo assolutamente formidabile ed affascinante e non lo nascondo anche inquietante. Insomma la testa immagina la presenza di qualcosa che non c’è e che tu invece senti presente vivo e palpabile.
Le giornate tornarono a scorrere sempre con la lentezza di chi non ama la vita, con la mente offuscata da un velo che la ricopre e che non lascia passare ossigeno, luce.
Adesso ne avevo consapevolezza però; fino a quel momento avevo solo desiderato non esserci.
Quell’abitante mi aveva aiutato a prendere quel velo di piombo che aveva atrofizzato la mia mente, i miei desideri, le mie percezioni, e a lasciarlo scivolare via, sinuosamente cosi come si era adagiato avvelenandomi.
Un giorno forse bevendo del vino rosso o ingoiando una fetta di pane chissà ho avvertito una strana sensazione. Cominciai a deglutire due tre quattro volte.
L’abitante aveva fatto le valigie e se n’era andato.
Feci un sorriso di sicuro e con il pensiero lo salutai…a non risentirci amico mio.
domenica 12 febbraio 2012
noi due
"Ci vai tu stamattina?" "perchè?" "Dai vacci tu Luca...io ho sonno, voglio dormire"
"Si ma è l'ultima volta hai capito?!"Sono stufo ok? hai capito cretino?"
"Ma si va bene, dai non rompermi le scatole che ho voglia di dormire".
Luca e Pietro sono due fratelli gemelli, la madre non se ne aspettava due di figli.
Era diventata enorme, la pancia negli ultimi mesi le impediva i gesti più semplici, dormiva con tre cuscini, perchè si sentiva soffocare da quella montagna sotto il seno.
Una sera finalmente perse le acque, il marito di corsa la portò alla Mangiagalli.
Ma si fa per dire di corsa, perchè la signora Elena faceva due passi e si fermava, aveva la sensazione di partorire da un momento all'altro ma voleva trattenere quella creatura fino al momento in cui avesse trovato le condizioni giuste per metterlo al mondo.
Quando arrivarono in ospedale i dottori dissero che era pronta per la sala parto, non c'era d'aspettare neppure un minuto.Una spinta poi un'altra, una gomitata sul pancione, un urlo e un pianto e Luca apparse sulla scena di questo mondo.
Era pelato e urlava, tutto rugoso sembrava un vecchietto incazzato nero.
Ad un tratto il dottore richiamò l'ostetrica, gli altri infermieri e disse " ce n'e' un altro, signora ricominci a spingere, oggi lei diventa una supermamma".
Da quel giorno Luca e Pietro furono due fratelli gemelli unitissimi, giocavano sempre insieme, non potevano stare uno senza l'altro.
Dall'asilo alla scuola sempre in classe insieme.
Persino Elena faceva fatica a distinguerli rischiando a volte, di dar da mangiare o di cambiare il patello sempre allo stesso.
Luca e Pietro giocavano molto e si divertivano tanto, sapendo di essere identici facevano scherzi agli amici, ma anche alla portinaia, e poi una volta grandi, se capitava l'occasione si scambiavano le ragazze andando all'appuntamento dell'altro.
L'ultima che avevano pensato e che credevano fosse un'idea geniale, era quella di avere un posto di lavoro condiviso.Potevano godersi una libertà impensabile, anche se lo stipendio era scarso ovviamente, era fratto due. Ma nei giorni liberi andavano in giro a cercarsi delle nuove opportunità, scrivevano, insomma investivano il loro magnifico inganno come meglio pensavano.
Non era sempre andata benissimo, ma ci avevano preso gusto, questo senso di vivere con un clone di se stessi gli regalava la facoltà di potersi eclissare dalle situazioni che volevano evitare, dalle persone che volevano dimenticare, da tutto ciò che per tutti è difficile dire o fare.
Luca quella mattina come al solito si mette le lenti a contatto ed esce di casa arrabbiato.
Mentre Pietro si era rimesso a dormire profondamente.
I dipendenti di quel negozio avevano Pietro e Luca come capo, anzi l'unico capo che pensavano di avere era Pietro, ma pensavano che fosse un uomo malato, o meglio con seri problemi psicologici.
Luca, quello vero era una persona simpatica, alla mano, uno a cui potevi raccontare che la sera prima ti eri ubriacato perchè avevi litigato con la ragazza.Per brevità, uno con cui parlavi di tutto.
Invece Pietro pensava che il capo non poteva essere troppo accogliente, con il sorriso in tasca.
Il capo era il capo e un pò di distacco doveva tenerlo, stava sulle sue e scambiava parole solo per necessità di lavoro, non dava alcuna confidenza, teneva le distanze da tutti.
Nessuno però si era mai accorto dello scambio dei due fratelli, perchè all'apparenza erano identici, alti uguali, robusti ma con il sedere piatto, capelli castani e occhi castani, denti un pò storti e pizzetto per smagrire il faccione.
Ogni volta che tornavano a casa dalla giornata di lavoro raccontavano in breve al fratello quello che era successo, per essere sempre pronti ad eventuali riferimenti di fatti o persone.
Luca era miope e Pietro no.
Questa era l'unica differenza fisica tra loro...oddio magari qualche neo poteva essere posizionato in altro modo o qualche pelo delle spalle o del torace o del naso.Ma questi particolari non li aveva notati nessuno, per ora e neppure loro si erano mai ispezionati, gli sembrava che potesse andare benissimo così.
Luca sente l'aria tiepida uscendo, e con il sole l'umore gli sale e così entra nel box, spolvera la sua Honda nera 1000 di cilindrata e parte.Wroooooooooommmmmmmmmmmmmmmmmm.
Fa una curva e poi un bel rettilineo, ma ad un tratto gli attraversa la strada un cane che spaventato dal rumore del motore della moto si ferma, di colpo.
Caaaa..zo pensa Luca! Non vuole assolutamente investirlo ma non vuole neppure cadere o schiantarsi contro la macchina che stava arrivando dall'altra parte..così istintivamente suona il clacson ma non cambia nulla, il cane è come paralizzato.In un attimo Luca è per terra, cadendo prende un bel colpo alla testa e sviene.
A casa nello stesso momento Pietro si sveglia di colpo!"ma cosa mi sta succedendo? mi sembra di aver sognato...ma no non mi ricordo...eppure....mi sembrava che...ma come starà Luca?" Pietro rimane qualche istante a guardare il soffitto e poi si dice che è stato solo un brutto sogno con un brutto risveglio, e si gira dall'altra parte.
Luca per terra aveva già un pò di persone addosso che volevano chiamare l'ambulanza, che volevano spostarlo, che lo chiamavano nel tentativo di svegliarlo, insomma quel povero ragazzo era inconsapevolmente in balia di persone sconosciute che volevano aiutarlo, ma stavano facendo come spesso in questi casi succede, solo un gran casino.
Ad un tratto arrivo' una signora e in un solo istante buttò dell'acqua in faccia a Luca, "proviamo a fare così, io l'ho sempre fatto con mio figlio quando non si voleva alzare alla mattina!"
Tutti rimasero senza parole e terrorizzati per un attimo, poi guardarono la signora e stavano per inondarla di insulti quando ecco che Luca riapre gli occhi dicendo "cazzo adesso chi ci vede più"!
Luca deve togliersi oltre al casko anche le lenti a contatto perchè con l'acqua negli occhi, le lenti a contatto
dovevano essere immediatamente rimosse.
"Senta signore" rivolgendosi alla prima persona che aveva davanti e del quale intravedeva la sagoma " Io ora metto la moto qui al sicuro e lei gentilmente mi dà un passaggio al lavoro? Sa sono già in ritardo"
"Ma lei ha battuto la testa deve fare un controllo" gli dicevano tutti quelli che l'avevano assistito fino a 5 minuti prima, "Ma no ma no non vi preoccupate..sto benissimo, sono lucido..e il casko senno' a che serve secondo voi?"
Finalmente la gente comincia ad andarsene, borbottando, e Luca riesce a strappare il passaggio.
Entra in negozio camminando con un passo lentissimo, cercando di non urtare oggetti piccoli che non avrebbe mai visto; e questa insicurezza lo fa sentire improvvisamente fragile come non gli era mai successo e anche il suo sguardo era diverso.Salutava le persone evitando di cercare i loro volti per identificarli.
Doveva assolutamente fingere, trasformarsi in un perfetto vedente...suo fratello Pietro. Non era per niente semplice anzi già sentiva che tutto si stava complicando.
"Non ce la farò mai, mi faranno delle domande, o mamma mia cosa dico, che scusa mi invento? cosa posso fargli credere? non posso mica dire "ragazzi oggi non ci vedo, ho un calo della vista, ma vedrete che domani sarò quello di sempre."
I dipendenti del negozio cominciarono a parlottare tra loro "ma cos'ha oggi il capo?non ti sembra strano ma strano forte! è impedito nei movimenti , guarda come sta lì sulla scrivania, fermo".
"Cavolo nooo!" Luca è agitatissimo.."devo andare in bagno, so che mi devo alzare e andare da quella parte, ma porca vacca zozza proprio oggi mi scappa la cacca".
Va in bagno cercando di camminare con scioltezza, entra non distingue il water dal bidè e si libera evaquando come mai nella sua vita.Sbaglia e riempie il bidè di quella roba, avverte di aver fatto un errore, si agita tantissimo e apre l'acqua cercando di rimediare il disastro, ma tutto peggiora e tracima merda in tutto il bagno.
Disperato si riveste esce dal bagno con la fronte ghiacciata, chiama un ragazzo e gli dice "guarda che un cliente è entrato nel nostro bagno e ha fatto un disastro, non si può entrare dalla puzza".
Luca capisce che la situazione è insostenibile e con la scusa di avere uno strano e improvviso problema agli occhi si defila dal negozio.
Tutti i suoi collaboratori sono senza parole ma poi ne dicono tante, nel negozio Luca ha lasciato un clima di assoluta confusione, tutti che fanno ipotesi, illazioni; a tutti vengono in mente le cose più incredibili eppure nessuno pensa che Luca sia quello che è.
Entra in casa e si siede sulla sua poltrona e sbuffando dice a se stesso che "basta non si può più andare avanti così, io sono Luca e Pietro è Pietro".
Si ricorda del cartone "La carica dei 101" e pensa che quei cagnolini sembravano tutti uguali ma erano tutti diversi tra loro, e felici di esserlo davanti al mondo.
sabato 4 febbraio 2012
Alla finestra. Riflessioni inopportune di un fottutissimo genio.
Era dagli anni cinquanta che non ne veniva giù così tanta. L'alito addensandosi sul vetro incrostato dal gelo spalma un velo di panna sul paesaggio lattato. Là fuori il mondo si è disfatto sotto una gigantesca colata di yogurt. I soliti tetti rossi, le dolci colline, di uno spoglio giallo verde in questa stagione ma fiorite come l'eden in primavera, languono ammutoliti nell'uniformità candida del nulla, sovrastati dal cielo nel medesimo grigio del fumo che fuoriesce dai camini.






