"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater
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lunedì 10 marzo 2014

Imprevisti tra il serio e il faceto

Quel giorno Riccardo arrivò a casa inaspettatamente prima di pranzo. Aprì la porta  e lo spettacolo che si presentò ai suoi occhi lo lasciò impietrito. Sua moglie Elena era avvinghiata a  uno sconosciuto  che aveva l’impudenza di continuare a stringerla a sé come se niente fosse, senza la minima intenzione di allontanarsi o di  giustificare la sua presenza.
E fin qui, di imprevisto c’è ben poco: ogni giorno centinaia di persone scoprono che la moglie (o il marito) ha un  amante e la cosa non fa notizia. Ma in questo caso la faccenda prese una piega ben diversa, alquanto imprevedibile : a un certo punto l’uomo, continuando a tenere Elena incollata al suo corpo, fece sbucare una mano sopra la spalla della donna e  in quella mano impugnava una calibro 38, con la quale fino a quel momento aveva tenuto sotto tiro la poveretta. "Non fare il furbo con me! – intimò a Riccardo  il malvivente  – Dammi tutti i soldi che hai nel portafoglio e apri la cassaforte  che sicuramente tieni nascosta sotto uno di quei quadri " aggiunse indicando la parete di fronte a lui.
Riccardo non si scompose. Con calma infilò la mano destra nella tasca dei pantaloni e… bang, bang: sparò due colpi di pistola dritto  davanti a sé. Il malvivente crollò a terra, fulminato con una precisione da cecchino. Anche Elena stramazzò sul pavimento.  Svenuta per la paura? Uccisa per sbaglio dal marito? No, centrata a tradimento dalla seconda pallottola sparata da Riccardo,  che dopo aver rimbalzato contro il muro  era andata a conficcarsi proprio nella sua coscia, all’altezza del femore, facendole sgorgare il sangue a fiotti.  
Passi per la tentata rapina, ma finire impallinata da un proiettile vagante che l’aveva presa di mira per sbaglio era proprio il massimo della sfiga!
Per fortuna l’ambulanza arrivò velocissima (un fatto  - anche questo -  davvero imprevedibile) e la donna venne soccorsa giusto in tempo per non  morire dissanguata. Tutt’ a un tratto, però, l’ambulanza cominciò a tossire come se fosse sul punto di decedere e si fermò. Un imprevisto davvero banale: era finita la benzina.  Ma i barellieri  non si scoraggiarono: caricarono Elena, con tanto di barella, sulle spalle, e volarono  a piedi al pronto soccorso dell’ospedale San Gennaro, che distava appena mezzo chilometro.
“Che giornata infernale” pensò fra sé Elena mentre la facevano entrare nella sala medica del pronto soccorso. Meno male che ora sono finalmente qua, al sicuro, e non corro più rischi. Elena non aveva fatto i conti con l’incuria del dottore di guardia,  più attento agli squilli del proprio  cellulare che alla sua paziente. E fu così che il deficiente versò sulla ferita  del disinfettante per i pavimenti al posto di quello  per le medicazioni, causando ad Elena una brutta ustione da prodotti chimici.
“Ci mancava anche questa!” urlò la donna esasperata. “Voglio andarmene subito da qua. Vi sollevo da ogni responsabilità, firmo tutto quello che c’è da firmare ma chiamatemi un taxi  e fatemi andare via.”
Qualche ora dopo, esausta ma assistita come si deve in un altro ospedale, Elena rifletteva sull’ accaduto. " Ma guarda te cosa mi è andato a capitare da quando, stamattina, ho aperto la porta pensando che fosse Alberto e invece mi sono trovata davanti quel ladro con la  pistola in pugno." Alberto, per inciso, era un tipo che Elena aveva conosciuto durante un happy hour e con cui  aveva intrecciato una relazione circa due settimane prima. Avrebbero dovuto incontrarsi da lei proprio quel giorno, ma sembrava sparito nel nulla.
Dall’ ospedale Elena aveva provato più volte a chiamarlo, però  il cellulare continuava a ripetere:  irraggiungibile. Lei non poteva saperlo, ma anche lui aveva avuto un imprevisto: era stato per ore, invano, ad aspettare l’amico Andrea,  ladro di professione. Con lui aveva architettato un piano perfetto: un furto a casa di Elena, alla quale era riuscito a strappare un tête-à-tête a cui si sarebbe presentato Andrea. L’amico, però,  non era più tornato ...vittima a sua volta di un imprevisto. 



giovedì 24 gennaio 2013

Il portachiavi

  La signora, cinquant’anni o giù di lì,  camminava a passo veloce lungo Via Losanna, in un pomeriggio cupo e piovoso come i tanti che Milano sa infliggere quando è autunno.
Ogni tanto si soffermava davanti a qualche vetrina, ma il suo sguardo era assente: dava l’impressione  di inseguire il filo dei suoi pensieri più che essere interessata allo shopping.
Facevamo la stessa strada, talvolta era lei a rallentare, talvolta io, e così mi ritrovai ripetutamente a passarle a fianco e ad osservarla di sottecchi, perché c’era qualcosa in lei che mi inteneriva.
A un tratto, mentre camminavo avanti di qualche passo, udii un grido alle mie spalle. Mi voltai e vidi la signora a terra, che difendeva la sua borsa mentre un ragazzo con un casco in testa e un cappotto indefinibile la strattonava malamente per strappargliela. La donna opponeva resistenza come poteva, ma alla fine il ragazzo ebbe la meglio: riuscì a sfilarle la borsa dal braccio, facendole perdere nuovamente l’equilibrio, e si allontanò di corsa, fra l’ indifferenza dei passanti che schivavano la poveretta come se nulla fosse accaduto. Il tutto si era svolto in pochi istanti, ma davanti ai miei occhi la scena era sembrata dilatarsi come in un film al rallentatore. Percorsi i pochi passi che ci separavano e l’aiutai a rialzarsi, senza neppure pensare ad inseguire il ladro.
Lei però guardava nella direzione del giovane con uno sguardo smarrito, disperato.  “Il portachiavi, il portachiavi”, continuava a ripetere e con l’indice mi indicava un portachiavi che nella colluttazione doveva essere caduto dalle tasche del ragazzo. In un primo momento avevo pensato che appartenesse a lei, che fosse scivolato dalla sua borsetta e mi affrettai a raccoglierlo. Glielo porsi e lei disse con gli occhi pieni di lacrime: “E’ di Andrea, gliel’ ho regalato al suo diciottesimo compleanno. E’ il suo, guardi qui le sue iniziali,  l’ avevo fatto fare apposta per lui”.
Non capivo il motivo di tanto sgomento, del dolore che le si era dipinto sul viso.
Ma lei aggiunse “Andrea è mio figlio”.

Il giorno dopo, fra le pagine di cronaca milanese del Corriere della Sera, un trafiletto riferiva: “ Via Losanna. Madre scippata dal figlio tossicodipendente lo denuncia e lo fa arrestare”.

martedì 8 gennaio 2013

La favola

La donna e il bambino si dedicarono a quello che era divenuto il loro rito.
La favola della buonanotte.
Per lungo tempo i due erano andati avanti con le favole di “Biancaneve” e de “Il gatto con gli stivali”, ma da quando al bambino erano stati regalati quei pupazzi, il suo divertimento più grande era diventato quello di inventare nuove storie, che coinvolgessero i nuovi giochi, insieme alla mamma.
I tre pupazzi erano quelli del Cavaliere Azzurro, della Principessa Luce e del terribile Drago Nero. Ogni sera, prima del sonno , i tre pupazzi diventavano i protagonisti di nuove storie. O meglio, di tutte le varianti possibili della stessa storia: il Cavaliere Azzurro lottava contro il Drago Nero per liberare la Principessa Luce, e conquistarne l’amore. E ogni sera il cavaliere era il vincitore.
Così anche quella sera.
La madre mise a letto il bambino e si chinò per scoccargli un bacio sulla fronte. Mentre si preparava a risollevarsi, le mani del bambino le afferrarono le guance e gli occhi chiari del figlio gli si inchiodarono nei suoi.


“ Mamma, tu sei la mia principessa. E papà è il Drago!”.
Gli occhi della donna continuarono a fissare quelli del piccolo. Poi la mano della donna gli carezzò la guancia e le labbra si aprirono in un sorriso sottile.

Quando la donna raggiunse il salotto si abbandonò sulla poltrona e chiuse gli occhi. Quando gli riaprì gli volse verso la finestra. Fuori nevicava. La signora Freud guardava la neve cadere.

giovedì 3 gennaio 2013

Due Sanbittèr

    Ne abbiamo condivise di bevute Milena ed io, amiche fin dai tempi dell’università! Bevute gioiose,  per brindare a un esame superato con successo, a un compleanno, a un nuovo amore.  Bevute assaporate con gusto,  perché una caraffa di Retsina ghiacciato andava giù che era un piacere nel caldo torrido di Mykonos, e  una buona bottiglia di Sassella era come il cacio sui maccheroni con un piatto fumante di pizzoccheri, dopo le nostre sciate in  Valtellina.  Bevute “terapeutiche”, perché un goccio di vino in corpo ti scioglie la lingua quando ti ritrovi a una festa con gente sconosciuta, magari  un po’ antipatica, e non sai cosa dire.  Bevute, sì, non sbornie di quelle che perdi il controllo, che il mattino dopo  non ti ricordi più nulla o ti si spacca la testa in due. Bevute alla luce del sole o della luna – a seconda dei casi – ma  non ubriacature alla chetichella, quando ti attacchi alla bottiglia di nascosto da tutti, nella solitudine della tua casa, perché  ti senti colare a picco e il bicchiere ti sembra l’unica ancora di salvezza.
Ecco perché quella sera a Firenze, in una trattoria sul Lungarno,  rimasi di stucco quando Milena  fermò risoluta la mano del cameriere che stava per versarle un bicchiere di Chianti. Eravamo entrambe reduci dal naufragio dei nostri matrimoni, lei con Giorgio, io con Riccardo, e un bel “prosit” dopo tutto quello che avevamo passato era assolutamente d’obbligo. Fra l’altro in quegli ultimi mesi ci eravamo viste così poco che quel week-end a due, come ai vecchi tempi, doveva proprio essere festeggiato con  un brindisi memorabile. Ma Milena fu irremovibile: “Non posso”, mi disse, e non aggiunse altro. “Strano – pensai _  non mi sembra che stia male. Se avesse qualche problema di salute o di dieta non avrebbe di certo divorato un piattone di ribollita e una fiorentina alta tre dita. Mah, chi la capisce!”. Però l’essere lì,  in quella meravigliosa cornice fiorentina, con la prospettiva di un lungo week-end di relax e chiacchiere fra amiche,  mi fece subito passare oltre questa inspiegabile bizzarria di Milena.
Dopo cena, passeggiammo a lungo per il centro città e intanto parlavamo, parlavamo, parlavamo. Per la verità, quella che parlava ero io.  Inveivo contro Riccardo che aveva rovinato tutto, giorno per giorno, smorzando ogni mio entusiasmo fino al punto di non ritorno: la separazione. Milena mi ascoltava,  mi coccolava con quella sua aria un po’ materna, mi abbracciava con tenerezza.  A un certo punto però le chiesi a bruciapelo: “Ma tu, Milena, da quando Giorgio se ne è andato con quella zoccola di Stefania, come ti senti realmente dentro di te? Dimmi la verità, cosa provi, cosa fai quando chiudi la porta di casa  e te ne vai a dormire tutta sola, ogni notte? Milena mi puntò addosso uno sguardo stupito, spaventato. “Ma che domanda è? – rispose -  Cosa vuoi che faccia? Cosa vuoi insinuare? “ E mentre  parlava, mi fissava con uno sguardo allucinato, che non conoscevo.
“Insinuare? Ma insinuare che? Milena,  sei impazzita? Ohh, sono io, Anna, la tua migliore amica. Che cazzo vuoi che insinui? Non ci siamo sempre raccontate tutto? Mi chiedevo semplicemente chi delle due stia peggio…”.
“Io, Anna. Sono io quella che sta peggio – mi gridò con rabbia Milena -  Te lo devo dire, te lo devo raccontare. Tu credi che io  abbia saputo reagire al tradimento di  Giorgio, ma non è così. Mi vergognavo a parlarne persino con te, ma mi è crollato il mondo addosso. Ti ricordi tutte quelle sere in cui mi telefonavi e io non rispondevo? Il giorno dopo ti dicevo che ero uscita con Davide o con Elisa, o che ero andata a cena dai miei. Balle! Erano tutte balle! Io ero in casa, da sola,  a scolarmi una bottiglia di vino, quando una bastava. E il più delle volte non bastava.”
Ero allibita. Mai e poi mai avrei immaginato una cosa del genere. Certo, Milena in quei mesi mi era spesso sembrata strana, assente, ma il dubbio che bevesse,  anzi no – diciamolo senza giri di parole - che si ubriacasse sera dopo sera,  coscientemente, non mi aveva neppure  sfiorata.
Milena comunque non era una stupida e non era neppure così debole come poteva sembrare  in quel momento. Mi raccontò il calvario di quei mesi e di come ogni mattina, quando usciva dal torpore di quelle notti infernali, si riprometteva di non cascarci più. Ma ogni sera era la stessa storia. Così un giorno si era decisa: aveva cercato il numero di telefono dell’ Alcolisti Anonimi, aveva chiamato  e sì, era andata là.   “Astenersi dal bere un giorno alla volta”, era quello il segreto, mi aveva spiegato Milena, raccontandomi di come era riuscita a piantarla con l’alcol proprio grazie al gruppo che aveva conosciuto in questo centro di aiuto e che stava continuando a frequentare. “Un giorno alla volta “ avevo ripetuto fra me. “ Forse dovremmo ricordarcelo tutti, per tutto quanto”.
Sono passati anni, molti anni da quel week-end  a Firenze. E giorno dopo giorno, Milena continua a non bere neppure un goccio di vino, anche se ora sta bene e si è rifatta una vita con un nuovo compagno. Dice  che ne ha visti tanti, nel gruppo, ricascarci dopo anni,  quando sembravano per sempre fuori dalla dipendenza. Lei non vuole rischiare. E aggiunge spesso: “ Ti ricordi mia madre? Non voglio diventare come lei, che per tutta la vita ha avuto una bottiglia di whisky nascosta nell’armadio.”
A me sembra impossibile che Milena  possa ripiombare in quel baratro: ora  la vedo così felice, così serena! Ma  lei non si fida di se stessa.  E così, quando pranziamo insieme, bevo acqua anch’io, come lei, per non farla sentire diversa.  E se ci troviamo per un aperitivo, due Sanbitter, rigorosamente analcolici… c’est plus facile!



giovedì 29 novembre 2012

Il tempo dell'attesa


16.30, solito bar. Il caffè amaro è una riscoperta, i tavoli beige una costante. Punti fissi per gli occhi, da qualche anno persi nell’andirivieni di una città che non ha riposo, che è in continuo movimento. E’ molto che aspetti?Avevo dimenticato l’appuntamento. E’ che mi perdo dentro me stessa, e mi ritrovo, poco dopo, nell’incontrare uno sguardo che tacendo si racconta. In città, un caffè e le emozioni che cercano, confuse, il loro posto. In mezzo alla gente, in mezzo a tante parole che non dicono niente, un caffè. In un caffè sguardi rallentati e pensieri. Pensieri sospesi in equilibrio instabile, annebbiati e confusi, svelati e celati nella guerra, pur assopita, d'un gioco di ricordi.
Alle 16.30, a Novembre, il cielo ha ancora bei colori, tiepidi. C'’è un momento, quando la notte si veste e si fa bella prima di uscire, in cui i colori non sono distinguibili, la luna velocemente si impone e il vento cambia lentamente la sua direzione. L’accennarsi del freddo della sera, il vapore della tazzina ad offuscare corrispondenze di sguardi. Nulla di definito, niente che avesse un nome, o una definizione, così come spesso accade, eccetto il mio caffè amaro.
Un caffè alle 16.30 è una riscoperta; i tavoli beige una costante, quell'escamotage buono nell’imbarazzo di dire. Ci sediamo?Allora? E’ molto che mi aspetti?Si finge sempre, m’hai detto una volta. Non c’è confine tra la verità e la menzogna. No, sono appena arrivata. Ho visto solo l’imbrunire dentro uno sguardo ed un futuro da costruire, alle 16.30 di un qualunque venerdì pomeriggio.
E’ che è molto che mi aspetto. E’ che mi sto ancora, dannatamente, aspettando.

la foto

Sopra un foglio di carta lo vedi il sole e' giallo
ma scolorira'
e se piove due segni di biro ti danno un ombrello
che scolorira'
basta fare un bel cerchio ed ecco che hai tutto il mondo
che scolorira'. Che scolorira'.
Acquarello, Toquinho


LA FOTO


Era lunedì, me lo ricordo benissimo.
L’Inter aveva vinto 2 a 0 con la Juventus a Torino, nel posticipo della domenica; quelle giornate li non te le puoi dimenticare.
Il classico risultato che non concede appello, un goal per tempo: al 23° tiro dal limite di Cambiasso e al 67° raddoppio di Crespo, appena entrato: un’incursione sulla destra di Maicon, cross basso e tiro secco a pelo d’erba nell’angolino; i gobbi erano ormai piegati, il resto fu una passeggiata fatta di passaggi fitti e possesso di palla.
Era lunedì non mi posso sbagliare.
Era inverno (14° giornata del girone d’andata), io, infagottato nel mio giubbotto pesante, ero passato, come tutti i lunedì, in edicola a prendere la gazzetta.
Mi pregustavo il momento in cui sarei entrato in fabbrica, sventolandola in faccia a tutti i conigli bianconeri dell’officina.
La cosa insolita era che avevo tempo; al contrario di tutti gli altri giorni, nei quali dovevo spingere sui pedali come Cipollini in volata, per non timbrare in ritardo il cartellino, quella volta ero uscito di casa prima, avevo avuto persino il tempo di salutare mia moglie e quei perditempo dei miei figli.
Mi ricordo: - Ciao amore, vado. Voi due, mi raccomando, fate i bravi.- la mattina a casa mia, non è come quella del mulino bianco, dove tutti sono contenti, ridono e scherzano; a casa mia solo grugniti, monosillabi e baci stanchi, usati, solo parole vuote, perse nel nulla della nebbia mattutina.
Senza contare, poi, che in casa mia, quelle figone della pubblicità non ci sono mai state, Si, la Silvia da giovane poteva dire il fatto suo, ma adesso, dopo diciotto anni di matrimonio e due figli sfornati uno dietro l’altro, non era più quel gran bel vedere, soprattutto la mattina presto.
Oddio, neppure io sono un figurino, due o tre taglie in più e qualche milione di capelli in meno, ma si sa, gli uomini invecchiano meglio…
Comunque, avevo del tempo.
L’edicola era semivuota e si respirava quell’odore di giornale fresco di stampa.
Il vecchietto davanti a me trafficava con il suo portamonete, rovistando in cerca degli spiccioli, normalmente avrei sacramentato, scalpitando come Ribot sulla linea di partenza, ma quella volta avevo il tempo di guardarmi attorno.
Fu così che la vidi.
Mi colpì come un diretto di Tyson in pieno volto.
Era mollemente appoggiata tra le altre, ma spiccava, lucida, patinata, fu un vero e proprio shock.
Mi sentii attirato verso lei e così senza quasi rendermi conto, allungai la mano, la toccai, era liscia, leggera; non ci pensai due volte, la presi immediatamente dallo scafale su cui era riposta.
Quella rivista era li che aspettava solamente me; la posi sulla mensolina di ceramica insieme alla gazza, come era grossolana nei suoi confronti, con il suo rosa dozzinale e i suoi caratteri cubitali.
Pagai ed uscii dal negozio.
Come un bambino davanti all’albero di Natale colmo di regali, ero frastornato, sette euro e venti, cazzo, avevo speso sette euro e venti centesimi per quella rivista.
Però quella foto in copertina, mi aveva spiazzato, come una finta di Baggio, non pensavo che sarebbe potuto succedere, non dopo tutto questo tempo e dopo tutto questa caligine.
La foto era di quelle pesanti, di quelle che ti fanno drizzare i peli delle braccia, che ti fanno percorrere il corpo di brividi, di piacere s’intende.
Quei colori, quelle forme ti prendono l’anima e te la tirano su dal profondo dove tu l’avevi cacciata, fino quasi a farla sfuggire; per quello che tremi, perché, lo sai benissimo che non può succedere che l’anima voli via per una fotografia, però è quello che provi.
Come in quei film del terrore, che piacciono tanta alla Silvia, vedi avanzare il protagonista verso la cantina, buia e piena di mostri che vogliono mangiarselo, tu gridi: “ Non andare, pirla, la c’è il mostro, ti sta aspettando per divorarti” ma tanto è inutile, lui ci andrà, aprirà quella cazzo di porta e verrà sbranato.
Tu, sai già tutto quello che succederà, pero non puoi fare a meno, per un attimo, di avere paura, poi ti dispiacerà, ma alla fine, penserai “ beh, se sei un pirla allora, te lo meriti di essere massacrato dal mostro.”
La foto dicevo, tutte quelle curve morbide messe li dal caso, disposte in modo da accompagnare lo sguardo in tutte le direzioni, da perdersi, che meraviglia.
I colori, poi, ti fanno letteralmente impazzire, sono tanti e di tutte le tonalità: dall’oro della sabbia all’azzurro del mare, passando per il verde smeraldo della vegetazione.
Il caso? Io non è che sono molto di chiesa, però mi pare difficile che tanta bellezza sia solo frutto del caso, va bene l’erosione dell’acqua e del vento, ci sta pure qualche bel cataclisma naturale, ma più la guardo e più mi convinco che quella statua del Gesù Cristo, lì ci sta proprio bene.
Negli spogliatoi della fabbrica, dato che avevo tempo, mi soffermai su quella magia, socchiusi gli occhi per un secondo e varcai i bordi di quel fotogramma… diciotto anni fa.
Già dall’aereo Rio De Janeiro mi sembrava fantastica, anche la Silvia lo era, seduta acconto a me era ancora messa giù da corsa del giorno prima, tutte e due eravamo stanchissimi ma eccitatissimi, era il primo giorno di luna di miele, era un sogno che si realizzava, ci aspettava il Brasile.
Che spettacolo, Rio ci accoglieva al massimo del suo splendore, i colori, le luci. La gente… beh, si, di nascosto dalla Silvia buttavo gli occhi su qualche bel culo di quelle parti.
Nella mia vita il colore predominante era sempre stato il grigio, tranne il lunedì che diventava rosa Gazzetta dello sport, lì invece ogni giorno era di un colore diverso, mille colori diversi, come i fuochi d’artificio della festa della parrocchia.
L’allegria di quei giorni non l’avremmo più provata, neanche quando nacque il Giorgio, si eravamo contenti ma anche un po’ spaventati, lì invece non avevamo paura di nulla, tuda joia, tuda beleza.
Seppur lentamente i quindici giorni di licenza matrimoniale passarono e tornammo alla normalità, per quanto insopportabile possa essere, ci si abitua, i soliti gesti, le solite cose, insomma la nostra vita.
Quel giorno però, la rivista da sette euro e venti centesimi, quella foto in copertina, avevano compiuto il miracolo.
Dapprima ero in stato confusionale, completamente suonato, come Cassius Clay, poi il lampo.
Mi colse una sorta di lucidità, una consapevolezza, sapevo cosa fare e come farlo.
Chiamai quel pirla del mio caporeparto, gli dissi che stavo male(ed era vero) e che sarei andato a casa. Inforcai la bicicletta e corsi via.
Una doccia mi mise sulla strada giusta, non c’era nessuno, i due desperados erano a scuola e la Silvia era da sua madre, tanto faceva il secondo e aveva già preparato il minestrone per la sera.
Quell’odore di verdura cotta, misto alla puzza di stantio della mia vita, fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Mi sentivo come l’Italia dell’ottandue: dopo un girone di qualificazione scialbo e senza sostanza, la riscossa verso il titolo iridato, guarda caso passando proprio per il Brasile.
La seconda tappa fu la banca.
Il cassiere, un damerino in giacca e cravatta, rivestito di lucido per nascondere la sua polvere di quotidianità; fatta di invidia verso i colleghi e voglia, inconfessata, di farsi quella dei titoli, mi chiese il perché volessi ritirare tutti i soldi, se per caso non ero soddisfatto dei loro servizi, se desideravo parlare prima col direttore… risposi chiaramente ad ogni sua obbiezione.
Spiegai tutto con una lucidità che mi faceva paura, non mi riconoscevo, io davanti alle giacche e alle cravatte sono sempre stato intimorito, invece quel giorno filai via dritto che neanche Schumacher mi avrebbe ripreso.
Prosciugai il nostro conto corrente.
Li ritirai tutti, fino l’ultimo centesimo, dodicimila cinquecentoquarantotto euro virgola settantadue.
Diciotto anni di risparmi e privazioni.
Sarebbero bastati per cominciare, poi mi sarei fatto mandare la liquidazione e avrei messo su un bel gruzzoletto… povera Silvia come avrebbe fatto ad andare avanti, no, non senza di me, per quello sarebbe stato forse meglio, senza una lira però… per un momento vacillai nei miei propositi; poi alzai lo sguardo sul cassiere, sul suo colore grigio, sulla sua patina indelebile di fuliggine, fugai immediatamente quel rimorso misi i soldi nella valigetta e corsi a Linate, il primo aereo sarebbe stato mio.

Sono qui da un po’, tutto è come me lo aspettavo: i colori, i suoni , la gente, persino i culi delle ragazze sono gli stessi di diciotto anni fa.
Ho già girato quasi tutto Rio, ed è solo l’inizio, il Corcovado, le spiagge di Ipanema, il pao da asucar,
il Maracana…i vicoletti.
Tutto è come allora tuda joia, tuda beleza .
Questa zona però, non me la ricordo, li in quel angolo avrebbe dovuto esserci quella stupenda chiurrascheria , dove si mangiava una carne da favola, altro che quella piemontese della Coop.
Non c’è più? e quel campetto spelacchiato? Sono sicuro non c’era; Si cosa vuoi ragazzino” eu no falo brasilero” , ah una sigaretta, toh tieni tutto il pacchetto, menino, ma attento che alla tua età non ti fa mica tanto bene.
Cos’è questo rumore alle mie spalle? Un colpo secco, delle grida, sarà un anticipo del carnevale.
Brr, d’un tratto mi è venuto freddo, deve essere la brezza del mattino che sale dall’oceano.
Appena trovo una bancarella mi comprerò una bella felpa.
Non sento più le mani, cazzo neanche le braccia, sudo?
Mi gira la testa, mi cedono le gambe, devo fermarmi un momento.
Magari mi sdraio; tanto siamo a Rio, mica a Milano che la genti ti guarda male appena fai qualcosa che non devi.
Che strano, sento tutto il corpo formicolare come se mille mani mi toccassero, come se stessero cercando qualcosa su di me…
Che bello è proprio tutto come me lo aspettavo, come nella foto, come diciotto anni fa
Sono stanco, mi sento spossato, sudo?
Ora sento caldo, umido, appiccicoso, beh si sa siamo in Brasile, mica a Madonna di Campiglio.
Però, sono sdraiato a pancia in su ma non vedo il cielo azzurro, vedo tutto rosso… è normale siamo a Rio ogni giorno è un colore diverso, oggi sarà la volta del rosso.
A proposito che giorno è oggi? Ah si è lunedì.

mercoledì 31 ottobre 2012

Tagli profondi di Luigi Zamproni

Erano giorni che la osservava, attendeva paziente un segno, l’aveva chiusa in quella stanza dove il freddo e il buio toglievano il respiro, era quasi certo che il tempo di prendersi il suo godimento, dopo tanto attendere, era ormai arrivato. L’aveva spiata, giorno dopo giorno cercando di penetrare il suo mistero. Finalmente la toccò, quello che sentì sotto la pressione delle sue dita lo convinse che il momento era giunto. 
La prima coltellata produsse un taglio netto, la carne si divise in due lembi di un rosso vivo che destarono ancor più il suo desiderio, irresistibilmente portò il secondo fendente così profondo che la lama arrivò fino all’osso.
La sensazione del metallo sulla dura superficie gli provocò un fremito lungo la schiena, fece forza cercando di staccare la carne dalla costola ma quella maledetta opponeva resistenza, non ne voleva sapere, allora estrasse il coltello e lo infilò da dietro fendendo i muscoli della schiena, più duri, tanto che dovette spingere il ferro verso il basso cercando di ottenere un risultato decente.
Nulla da fare.
Le ossa scoperte e tenute insieme da pochi muscoli filamentosi non volevano separarsi e gli rendevano difficoltoso portare a termine quello che si era prefissato. Lo spettacolo sotto i suoi occhi cominciava a provocargli un ribrezzo che saliva dal profondo, si trovava così inetto che la rabbia gli stringeva la bocca dello stomaco in una morsa feroce e questo non era assolutamente quello che desiderava. Desiderava finire al più presto ripulirsi dal rosso del sangue e finalmente trovare riposo.
Si decise, prese dal cassetto la mannaia dalla lama scintillante e con un colpo secco e preciso terminò quell’opera d’arte.
Si! Un’opera d’arte!
Ottocento grammi di carne succulenta che ora avrebbe potuto finalmente mettere sulla griglia, cinque minuti per parte, non di più, altrimenti tutto quel lavoro sarebbe stato inutile.

Luigi Zamproni

giovedì 25 ottobre 2012

Fessure a chiudere

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
L’inverno è alle porte.

Passo le giornate tra queste mura. Esco, accompagnata dalla mamma, solo per andare e tornare da scuola o per fare piccole commissioni. Sempre e solo con lei.

Sono figlia unica. Mamma non potrà avere più figli. E’ giovane e bella. Io disgraziatamente le somiglio, con un vantaggio però: ho 16 anni e nessun figlio.

Sono in questo paese da 11 anni. La mia integrazione è ancora in corso si sa non è facile per gli immigrati a meno che non arrivino dal Nord Europa e siano biondi con gli occhi azzurri. Loro non vengono guardati con aria sospetta o pregna di compassione soprattutto se donne. Il fatto di uscire poi cosi poco di casa non aiuta certo a farci conoscere. Le regole però non si discutono.

Vorrei che le persone che incontro per strada o a scuola avessero voglia si sapere chi sono, da dove arrivo e quali sono i miei gusti, miei sogni, le mie idee. Vorrei che mi scoprissero.

Papà quando siamo arrivati in questo paese ha cercato solo ed esclusivamente case che avessero gelosie. Si perché da dove arriviamo non esistono tapparelle.
Dice che la luce passa attraverso di esse illuminando quel che basta e quanto basta per osservare aldilà senza essere vista. Rimanendo nascosta e, dice, protetta.

Io a volte vorrei essere vista, sono qui, esisto.

Sono brava a scuola. Studio con passione senza distrazioni. La mamma mi premia a volte portandomi a casa dei nuovi Hijab. Ne ho di varie fogge. A scuola invece questo capo non riscuote molto successo. Solo Chiara, la mia compagna di classe, mi ha chiesto di poterlo provare per vedere come ci si sente. Gliene ho regalato uno; dice che non lo indosserà perché simbolo di schiavitù.
Nasconde, come le gelosie di casa; nessuno, a parte la mia famiglia e Chiara sa dei miei lunghi e ricci capelli.

Chiara vorrebbe che parlassi con papà, addirittura dice che potrebbe farlo lei se solo glielo permettessi. Dice che è uno spreco non permettermi di uscire al pomeriggio. Potrei partecipare a molte delle iniziative culturali della scuola o semplicemente studiare al parco nelle belle giornate di sole, fare delle passeggiate in bicicletta, prendere un po’ di colore sul viso che vede spento. Potrei scoprire quanto bello e arricchente sia condividere la vita con gli altri. Dice che là fuori c’è un mondo da scoprire e che papà lo deve capire. C’è un mondo che vuole scoprire me.

Coprire, scoprire, coprire, scoprire, buio, luce, buio, luce.

Amo cosi immensamente immergermi, Chiara dice nascondermi, nello studio che non penso davvero mai a quanto mi pesi e se mi pesi davvero il fatto che papà non mi permetta se non con moltissime limitazioni contatti esterni. La sua cultura, la nostra, protegge la donna dagli sguardi estranei, da quelli maschili poi più degli altri. Una protezione è un gesto d’amore.

Più sei protetta più sei amata.

Mi amerà mai Antonio? E’ il ragazzo che tutte le mattine arriva sotto casa per caricare i bambini del quartiere sul bus che li accompagnerà all’asilo.
Lui non sa nemmeno che esisto.

Attraverso la fessura della gelosia della mia camera lo osservo.

Adoro i suoi capelli, lisci, con quel ciuffo che ogni volta che si china uscendo dall’abitacolo gli scivola delicatamente fino ad accarezzargli e nascondergli l’occhio. Ciuffo che riporta poi al suo posto con un colpo di capo come se dovesse allontanare un moscerino.
Se fossi quel moscerino sarei già ad un buon punto della felicità.

E’ dolce Antonio. Vorrei aprire questa gelosia e fargli ciao con la mano. Ma la gelosia rimane chiusa ai suoi occhi. Quella di papà invece mi porterebbe ad una sicura punizione e per non creare dissapori che ferirebbero per prima la mamma mi accontento della luce che entra e dell’immagine che ho di Antonio dandogli il benvenuto nella mia camera anche se a sua insaputa.
E’ il primo uomo a parte papà che entra nella mia camera. Cosi immagino.

Il mio nome pronunciato a gran voce da papà mi distoglie da Antonio.
Arrivo papà, un attimo, metto lo Hijab e sono pronta.

Un ultimo sguardo aldilà della gelosia e poi di corsa verso papà che mi aspetta per portarmi a scuola come ogni mattina. Appena scesi il bus di Antonio è già ripartito come sempre.

Alzo lo sguardo verso la gelosia della mia camera ed immagino come sarebbe se fosse spalancata.

E’ una bella sensazione.

Aldilà un soffitto immacolato ed io, aldiquà Chiara e Antonio che mi salutano con la mano e mi urlano : sbrigati che il cinema non ci aspetta!
 

mercoledì 24 ottobre 2012

Gelosia: variazioni sul tema


“Gelosa io? Figuriamoci!” Quante volte l’ho ripetuto!
Ma un  giorno, mentre sto parlando al cellulare con Giorgio, il mio fidanzato,  sento in sottofondo il suono di un altro telefono. Immediatamente lui mi dice “aspetta un secondo”. Risponde (a chi?) con una voce strana e sento che si scusa : “Mi spiace,  ho una persona in attesa sull’ altro cellulare, ti richiamo fra un attimo”. Poche parole, ma il suo tono  è caldo, carezzevole. Poi riprende a parlare con me e mi dice frettoloso: “Perdonami, amore, devo salutarti.  E’ una faccenda di lavoro, a dopo. Ci vediamo alle otto da te”.
Lavoro? Mah, sarà. Voglio crederci, non posso pensare che sia una donna, che ci sia sotto qualcosa. Mi fa star male anche il solo immaginarlo. Eppure…. Eppure qualcosa dentro di me mi dice che quella non era una telefonata di lavoro. Improvvisamente mi ritrovo a macchinare delle cose folli: “Come posso sapere chi è? Stasera, quando saremo insieme, devo indagare. Anzi no, appena posso, gli prendo di nascosto il cellulare e controllo le sue ultime chiamate. Ma no, ma no! Cosa dico? Cosa penso di fare? Non posso cadere così in basso! Ho un orgoglio, io, una  dignità!
Non farò nulla, se sta innamorandosi di un’altra donna, se magari sta già con lei, mi comporterò civilmente, senza drammi: mi leverò di torno, senza recriminare, senza scene patetiche.”
Sono le sette di sera. Mi sto preparando per uscire con Giorgio e sono quasi riuscita a scacciare il fantasma della gelosia dalla mente. Menomale!  Ma ecco, il cellulare squilla e sul display compare il suo nome. “Tesoro, perdonami, mi dispiace moltissimo. Quella persona che mi ha chiamato oggi quando ero al telefono con te è una copywriter, c’è  un problema per la pagina della rivista che deve andare in stampa domani, devo assolutamente fermarmi qui in ufficio a sistemare il testo”.
Di nuovo il sospetto si fa largo.  Penso: “E me lo dici adesso? Non lo sapevi già da ore, non potevi chiamarmi un po’ prima?”.
L’irrazionalità prende il sopravvento. Non c’è più dignità,  non c’è più orgoglio che tenga: prendo la mia Panda e inforco la strada verso il suo ufficio. Di solito la sua auto è  posteggiata nel parcheggio sotterraneo, devo accertarmi che sia realmente lì anche ora. Ah! Che sollievo, la sua Audi c’è ed io mi tranquillizzo: “Ok, deve proprio lavorare, non era una bugia”. Ma nel momento stesso in cui  sto per ripartire, lo vedo arrivare avvinghiato a una brunetta che sarà alta la metà di lui. Non ci posso credere! Non è neppure bella, una donna come tante. Salgono in macchina insieme, li vedo baciarsi. Il mio stomaco si attorciglia su se stesso, ho il respiro affannoso, mi gira la testa. Me ne sto nascosta dietro una colonna del posteggio  per non farmi vedere: mi vergognerei troppo se lui mi scoprisse qui a spiarlo. Ma poi ci penso: “Ah sì?... sono io a dovermi vergognare?E tu, brutto stronzo? Sei un verme. Oltre a tradirmi, mi racconti un sacco di palle, mi stai prendendo per il culo.”   Eppure continuo a starmene lì ferma, impalata. Vorrei avere il coraggio di affrontarlo,  di sputtanarlo davanti agli occhi di lei, della brunetta che sta per scoparsi.  Ma porca puttana, non ci riesco.  
Aspetto che loro se ne vadano e con gli occhi annebbiati dalle lacrime mi rimetto in macchina e guido come un automa verso casa. Penso ai mille modi in cui potrei vendicarmi: presentarmi alla sua porta e rovinargli la serata, per esempio. Ma poi? Che soddisfazione sarebbe? Umilierei me stessa, non lui.
“E chi se ne frega” - decido tutt’a un tratto - Chi se ne frega dell’umiliazione. Più umiliata di così!” E allora riprendo la mia Panda, volo sotto casa sua e guardo su,  al terzo piano. Naturalmente la sua finestra è illuminata. Allora mi attacco come una pazza al citofono e pigio, pigio quel tasto fino a farmi male.  “Chi è? Cosa succede?” risponde lui con voce seccata. “Stronzo, sei uno stronzo, uno stronzo, uno stronzo!!! E affanculo il sovoir faire, la dignità e tutte quelle cose lì. 

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“Gelosia ah ah, gelosia ah ah, è l’amore che non ti sorride più. La credevo un sentimento ed è una malattia…..”  Ecco sì, una malattia, come cantava Nada.  La gelosia è UNA MALATTIA!
Per esempio, il  cellulare  di lui bippa per segnalare l’arrivo di un sms.  Lui prende il telefono, legge  e si affretta a rispondere un po’ di soppiatto, o almeno così a te sembra. E tu hai già deciso: ecco, ha un’altra. Non è detto che lui davvero abbia un’altra donna e ti tradisca, ma nel momento stesso in cui si insinua il dubbio e tu non lo respingi immediatamente, sei fottuta. Anche se lui non ti ha tradita per niente,  anche se l’sms era un semplice avviso della Tim, tu tanto dirai e tanto farai che te lo tirerai addosso, il tradimento. Ti trasformerai in un Tom Ponzi in gonnella,  lo seguirai, lo spierai, gli prenderai il cellulare appena lui lo dimenticherà per casa e leggerai i suoi sms, verificherai ogni sua chiamata. 
Non scoprirai nulla? Non importa. Significa che lui è abilissimo a nascondere le tracce dei suoi tradimenti.  Sembra quasi che tu speri che lui ti tradisca, perché a questo punto devi dimostrare (sa dio a chi e perché) che non ti sei sbagliata. E poi lo tempesti di frecciatine che lui accoglie con aria perplessa… “Eh sì, chissà quante telefonate hai ricevuto oggi!” “Mah… sì – risponde lui – oggi in ufficio i clienti non ci davano pace.” La malattia – la gelosia – si aggrava di giorno in giorno. Tu gli piombi sotto l’ufficio inaspettatamente proprio mentre lui sta cercando di sganciarsi dal suo collega, di cui non ne può più, e inviti questo a cena. Tuo marito ti fa gli occhiacci, non ha proprio voglia di sorbirsi quel rompicoglioni  per altre tre ore almeno, ma tu imperterrita insisti perché il collega venga a casa vostra. Speri di carpirgli qualche segreto su quell’altra. L’altra donna, ovviamente.
Poi ti metti in mente di fare quella sexy, sempre per competere con l’altra. E allora alè: abbigliamento intimo da zoccola, preservativi extrastimolanti, anelli vibranti, tutte le cento posizioni del kamasutra.  Tuo marito comincia a pensare che il suo modo di fare sesso  non ti piaccia più. Che tu sia stanca di lui, annoiata.  Forse - sospetta -  tu hai un altro... sei così strana in questo periodo! 
La storia per il momento finisce qui.  Attendiamo gli sviluppi della malattia.  




mercoledì 16 maggio 2012

La voce di Dio



Antonio Salieri - Immagine dal web (fotogramma dal film Amadeus)
Nel crepuscolo della mia vita, ormai consapevole della fallacità delle cose umane, attendo che le mani misericordiose del Signore stringano le mie, perdonandomi per averle elevate a strumento miracoloso che più mi fece sentire uguale a Lui.
Ebbi in dono queste mani non certo per lavorare la terra ma per rendere gloria a Dio nella più alta arte che è la musica.
Per anni trasformai in musica la passione dell’amore e la rabbia inconfessabile, la gioia e la tristezza che compite nella mia mente gelosamente custodii, ritenendo che ancora nessuno strumento creato fino ad allora avesse una voce tanto celestiale che fosse degna di pronunciare la mia arte. Studiai per anni prima di posare le mani sul legno di uno strumento finché incontrai un altro uomo prescelto dal Signore, anch’egli con un dono divino, le sue mani traevano dal legno i suoni dell’universo, donava la voce di Dio alle sue creature, una voce che nessun umano aveva mai sentito prima.
Così tutto mi parve compiuto, volli liberare sullo strumento l’infinità di note che per lungo tempo, gelosamente tenni chiuse in me.
E finalmente la voce di Dio giunse sulla terra, dalle mie mani uscirono tante e tali melodie che ogni uomo al mio cospetto, nel sentire la musica che scaturiva sotto le mie dita si inginocchiava alla mia grandezza, la mia arte faceva scaturire lacrime anche a coloro i quali mai avrebbero creduto che la compassione dimorasse nel loro cuore, e a quelli ai quali la vita aveva negato ogni felicità, la luce dell’arte mia illuminò le loro anime donandogli la certezza di poter gioire un giorno nella gloria del Signore.
Dai potenti di tutto il mondo fui accolto e reclamato. Avermi al loro fianco li elevava al rango di grandi uomini ed io li elevai nella schiera degli immortali con l’arte che ero io stesso.
Mi allontanai dal mondo, navigai tutte le acque del conosciuto e pensai di poter navigare nello spirito stesso del cielo e della terra.
Gli uomini mi tributarono ogni onore e gloria. Li accettai, nella convinzione che fosse solo il giusto tributo alla mia grandezza, osai rivolgere lo sguardo al Signore nostro Dio e lo guardai dritto negli occhi.
Peccai, fortemente, a lungo. Peccai di presunzione, peccai credendomi al di sopra di tutti gli altri uomini, anche di colui che per me modellò lo strumento che chiamai “anima mundi”, peccai non riconoscendo a Dio il merito della mia grandezza.
Finalmente queste mani tremanti che non sanno più compiere i gesti perfezionati in tanti anni di rituale ormai collaudato; gli esercizi che ho ripetuto infinite volte per sciogliere le dita li ho anche questa volta eseguiti perché necessari, fondamentali per la buona riuscita della mia arte ma finalmente ormai nulla può fermare il tremore che le rende umane; fatte di carne ed ossa, rigide e doloranti come quelle di ogni altro miserrimo piccolo uomo, non sanno più elevarmi fino a Dio, ed allora finalmente posso inginocchiarmi al Suo cospetto per chiedergli umilmente perdono nella speranza di essere accolto tra le sue mani veramente artefici di ogni meraviglia dell’universo, sperando che Egli mi assolva per aver creduto di essere in terra fra tutti i miei simili mortali l’unico uomo le cui mani erano quelle di Dio.  

Luigi Zamproni

martedì 15 maggio 2012

Le mani (di Luigi Zamproni)

Ecco sì, siamo proprio le sue mani.
Siamo costrette ad assecondare ogni suo desiderio.
Appena apre gli occhi ci fa muovere: dobbiamo strapparci dal sonno e immergerci nell’acqua, insaponare il pennello, stendere la schiuma, poi passare il rasoio.
Ma, il bello è che si arrabbia.
Va beh che sarà mai, il rasoio è caduto, ci è sfuggito,  ma mettetevi nei nostri panni: appena sveglie, tuffarsi nell’acqua fredda non è che sia piacevole, c’e di meglio, volete mettere scivolare sotto il pigiama di sua moglie, nel tepore di quella pelle liscia.
Comincerebbe meglio anche lui e senza incazzarsi.
Ma così è la vita e lui s’arrabbia.
S’arrabbia quando ci cadono le chiavi, quando sulla tastiera del PC l’indice destro al posto finire sulla “O” cade sulla “I” - che sono così vicine - e allora son plurali che si moltiplicano son parole che cambiano completamente di significato.
Poi, il ragazzo, che ha anche la passione della musica, pretende da noi acrobazie sulla tastiera della chitarra, glissati, bending di due toni, arpeggi, scale velocissime, vibrati a non finire.
Bene, provate voi a fare un bel vibrato.
Tecnicamente il vibrato è un effetto musicale che consiste nella variazione periodica dell’altezza di una nota.  Più precisamente, una modulazione della sua frequenza.
Negli strumenti a corda si ottiene con l'oscillazione della mano mentre si tiene il dito fermo sulla corda.
L’oscillazione della mano.
È proprio qui che si arrabbia. Secondo lui non riusciamo più ad oscillare come si deve. I nostri vibrati non lo soddisfano più. Non ci sente più quella passione che un bel vibrato dovrebbe trasmettere e allora s’arrabbia, cita B.B. King, Santana e tutta una serie di chitarristi che del vibrato han fatto il loro modo migliore.
Lui s’arrabbia e noi lo tolleriamo.
Con le altre parti del corpo ne abbiamo parlato, anche loro non sono messe molto meglio di noi: i piedi e le ginocchia ne sentono di tutti i colori - prestazioni insufficienti, - questo si sentono dire, le spalle sono sempre gravate da un  fastidioso peso, il collo ha tutti i muscoli contratti e  a volta si blocca. Sciopero! Glielo da lui un bel segnale.  
Si, ne abbiamo parlato e siamo giunti alla conclusione che dopo una vita vissuta in così grande intimità, che dobbiamo fare, dobbiamo abbandonarlo al suo destino?
No… bisogna avere solo un po’ di pazienza, aspettare che lui e il suo cervello – che del resto, non è che sia poi più quello di una volta, - si rendano conto che il tempo passa e il tempo che passa, forse ti rende più saggio ma fisicamente… fare le cose come in gioventù non è più possibile, manca la freschezza, l’elasticità.
Allora, troviamo un punto di contatto, veniamoci incontro.
Dai, arrabbiati un po’ meno. Non ci puoi fare niente. Il tempo che dovrai vivere sarai costretto a passarlo con noi.
È  I N E V I T A B I L E.

Nel frattempo, mentre queste parole finivano sul foglio, si è arrabbiato perché la “nota” prima di esser “nota” è stata “mota” e poi “mora” e poi finalmente “nota”, ha sfoderato la chitarra, ha provato a farci fare qualche vibrato che naturalmente non gli è piaciuto, ha pensato di chiudere tutto e andare a farsi una corsettina ma poi il dolore al ginocchio destro l’ha fatto desistere.
Secondo voi di che umore è?


Luigi Zamproni

domenica 29 aprile 2012

Solchi



Percepì la sua presenza prima ancora di averla vista. Sentì nell’aria il profumo di sandalo, caldo, che emanava la sua pelle. Si guardò attorno, sicuro che lei fosse lì, in mezzo a tutta quella gente riunita a festeggiare il compleanno di un amico. E infatti eccola là, dall’altra parte della stanza, irresistibilmente bella come quando si erano lasciati dieci anni prima. Non furono necessari preamboli. Dalla terrazza, dove si erano appartati, alla casa di lui il passo fu breve.
Un bacio lungo, intenso, profondo. Le mani sfiorano, si soffermano, esplorano. Sopra e sotto i vestiti. Poi, via anche quelli. Lui la spoglia smanioso e comincia a percorrere avido ogni piega del suo corpo, impaziente di possederla, di perdersi nella sua carne, di fondersi l’uno nell’altra. Lei, ancora lei! La desidera da morire e il suo cuore pulsa impazzito come la prima volta che era stata sua.
Lei si abbandona incredula al piacere di quelle carezze, i sensi appesi al tocco di quelle mani che scivolano ingorde sulla sua pelle. Ma a un tratto, avverte il gesto incerto di lui sulla cicatrice che le taglia il ventre, all’altezza del pube. La carezza improvvisamente lunga, tenera, curiosa indugia su quel lembo di pelle. Una lingua di fuoco si insinua in lei, nello squarcio da cui le hanno strappato l’utero, rubandole anche la capacità di desiderare e sentirsi desiderata. Le dita di lui risalgono, tornano a lambirle le labbra ora serrate, gli occhi incupiti, la fronte corrugata, e sembrano affondare dentro rughe fitte, profonde. Solchi. I palmi delle mani di lui, che le si posano sul seno, sui fianchi, sulle cosce, è come se frugassero nel mare increspato della sua pelle. E quella vampata di calore, che la stava avvolgendo nel risvegliarsi della passione, pare confondersi con un indizio di vecchiaia. La femmina bella e sensuale di qualche attimo prima svanisce di colpo. Al suo posto, una donna smarrita, che non riesce a far quadrare i conti fra il passato e il presente.  Simula un piacere che invece è stato ingoiato dall’amara estraneità dalla sua immagine e si allontana bruscamente da lui.
Dopo essersi rivestita rapida, lei si diresse verso la porta. Lo specchio in anticamera rifletteva ancora una volta, come dieci anni prima, il passo dinamico di due solide gambe curate. Ma il suo sguardo  vide un corpo avvizzito, l’età moltiplicata per cento, mentre l’uomo alle sue spalle cercava ancora nell’aria quel profumo di sandalo, caldo, penetrante.


domenica 18 marzo 2012

Incontro alla cieca

Si era preparata a lungo a quell’incontro. Lo desiderava, ma al tempo stesso lo temeva. Temeva l’estraneità che avrebbero potuto provare l’una rispetto all’altro. Temeva che potesse essere tutto diverso da come si era immaginata fino a quel momento. Mentre preparava la valigia, in preda a un’agitazione che le faceva tremare le mani, Manuela cercava di interrompere il continuo accavallarsi di pensieri e di recuperare la calma. Impossibile! Ormai aveva perso il controllo delle emozioni e anche il suo corpo non le obbediva più: il cuore le martellava nel petto, vacillava sulle gambe, si sentiva attanagliare da una morsa di tensione che quasi la paralizzava. Se avesse potuto, avrebbe fatto un passo indietro. Ma che dico un passo: ne avrebbe fatti mille, un milione. Sarebbe immediatamente fuggita da questa situazione senza via d’uscita.

“Oddio, è assurdo!” pensava lui in quello stesso istante. Stava per incontrarla e non sapeva neppure come fosse la sua faccia. Sarebbe stata la donna dolce e affettuosa che gli era sembrata? Aveva tanta voglia di vederla, di toccarla, di stringersi a lei! Ma lei? Lo desiderava, l’avrebbe amato? Aveva un po’ paura. Avrebbe voluto cullarsi ancora un po’ in quell’ attesa di incontrarsi che era eccitante e al tempo stesso rassicurante, ma non si poteva aspettare oltre.

“Ma perché ti ho permesso di insinuarti fra noi?” meditava Manuela. “Io e Riccardo eravamo una coppia felice, senza problemi, ma da quando tu ci sei è tutto cambiato. Tu hai aperto un solco tra me e lui. Io ora non faccio altro che pensare a te, soltanto a te, giorno e notte. Ancora non ci siamo incontrati, eppure il mio desiderio di te è talmente forte da azzerare qualsiasi altra emozione. Mi fai quasi spavento”.

“Non sono stato io a volere tutto questo” rifletteva lui. “Mi ci sono ritrovato senza neppure sapere come. Eppure…. eppure mi sento così felice! Ho una voglia immensa di incontrarti!”

“Signora, venga qua! Presto, stanza 6, letto4.”Manuela non ha più tempo per pensare. Le contrazioni sono sempre più ravvicinate, mezz’ora soltanto ed è già in sala parto. Ora è concentrata unicamente sul suo respiro e su quel bisogno di spingere, spingere e accelerare quest’incontro che ha atteso per nove lunghi mesi. Per un attimo, pensa che le forze la stiano abbandonando. “Non ce la faccio” dice fra sé. “ Morirò senza averlo mai incontrato.”

Invece Manuela e Andrea si incontrano, come previsto, il cinque febbraio, esattamente la data presunta del parto. E’ mezzanotte passata da tre minuti, Andrea è arrivato puntuale all’appuntamento. Qualcuno ha avvolto il bambino in un lenzuolo e l’ha posato fra le braccia di Riccardo, che si avvicina a sua moglie: “Ecco, Manuela, ecco il nostro Andrea”.

Per Manuela è come vedersi dentro e dare finalmente un volto a quella creatura che è cresciuta in lei, insieme a lei, giorno dopo giorno. E’ scoprire che paura e incertezze sono spazzate via in un attimo. “Sposti tutti i miei confini” pensa. Poi si stupisce delle sue stesse parole: “ E questa frase? Dove l’ho sentita ? Ah, forse una canzone. Ma chi se la ricorda, ora!”

(immagine dal web: “Ritratto di donna” di Angelo G. Stenta)


mercoledì 15 febbraio 2012





L’abitante invisibile


La sveglia “ringhia” apro gli occhi e il primo pensiero va a lui.
Deglutisco, c’è! Anche questa mattina, accanto a me.
Forse sarebbe più corretto dire dentro di me. Si perché lui mi abita.
E’ invadente, strafottente, si è intrufolato non so come e nemmeno quando; ha attecchito come un seme per germogliare chissà cosa.
Mica in un angolo insulso. Ah no, si è piazzato là proprio dove ogni mio pensiero si trasforma e viene a galla, là dove ogni boccone d’aria e di nutrimento passano e mi tengono in vita. Come una sentinella là, all’ingresso.
All’inizio non lo sopportavo, lo sentivo ma non potevo scacciarlo. Pensavo : “chi ti ha fatto entrare? Vattene!”
Ogni mattina aprivo gli occhi e prima di deglutire mi chiedevo : “ci sarà? Mio Dio fa che nn ci sia più”. Poi la saliva scendeva e lo sconforto annegava.
Non mi bastava non riuscire a godere della luce primaverile che irradiava il mondo a me circostante, né bastava l’aver dimenticato la maniera in cui nasce un sorriso, non bastava nemmeno non sentire il bisogno di affetto, di carezze, di presenze che colorassero seppur solo di un grigio appena più chiaro il trascorrere delle ore domestiche.
No, dovevo sentirmi anche in una prigione. Imprigionata dal e nel mio stesso corpo.
Esami su esami. Nulla. Non si vede nulla.
“C’è dottore lo sento. Mi pare di toccarlo. Guardi bene è lì a destra.
Talvolta sento un sapore ferroso nel mandare giù la sua saliva”. Si perché è sua anche quella.
Nelle crisi di nervi più violente avrei voluto infilarmi in bocca le dita e strapparlo con forza io stessa dalla gola per poi mostrarlo come fosse un bottino di guerra, la mia guerra personale contro quell’abitante clandestino.
“Lo vede adesso questo stronzo eh lo vede? Lo vede dottore si o no!?”
Poi un giorno un internista gentile durante una delle svariate volte in cui il cuore pareva scoppiare ed io dalla paura di morire correvo all’ospedale, dopo avermi fatto tutti gli esami mi disse: “mi spiace per quello che hai tu non posso aiutarti io” ”. Il suo tono fu come una carezza, delicata e rivelatrice.
“Non ho nulla di grave allora, bene”
Dopo un immediato senso di rassicurazione seguì un’ondata di tristezza ad aumentare la portata del mio mal di vivere.
“La cosa mi rassicura? No affatto. Io non voglio condividere il mio malessere con te lo capisci? Te ne vai?! Lasciami da sola ti prego, ti prego!
Il tempo aiuta, è vero. In un giorno senza data ho cominciato a pensare a lui non più come un abitante indiscreto ed irritante ma come un guardiano attento e a suo modo affettuoso.
Era li per me dopotutto, lo capii poi.
Meraviglioso, il mio corpo mi stava parlando, dalla gola, proprio da dove le parole escono.
Trovai tutto questo assolutamente formidabile ed affascinante e non lo nascondo anche inquietante. Insomma la testa immagina la presenza di qualcosa che non c’è e che tu invece senti presente vivo e palpabile.
Le giornate tornarono a scorrere sempre con la lentezza di chi non ama la vita, con la mente offuscata da un velo che la ricopre e che non lascia passare ossigeno, luce.
Adesso ne avevo consapevolezza però; fino a quel momento avevo solo desiderato non esserci.
Quell’abitante mi aveva aiutato a prendere quel velo di piombo che aveva atrofizzato la mia mente, i miei desideri, le mie percezioni, e a lasciarlo scivolare via, sinuosamente cosi come si era adagiato avvelenandomi.
Un giorno forse bevendo del vino rosso o ingoiando una fetta di pane chissà ho avvertito una strana sensazione. Cominciai a deglutire due tre quattro volte.
L’abitante aveva fatto le valigie e se n’era andato.
Feci un sorriso di sicuro e con il pensiero lo salutai…a non risentirci amico mio.

domenica 12 febbraio 2012

noi due






"Ci vai tu stamattina?" "perchè?" "Dai vacci tu Luca...io ho sonno, voglio dormire"
"Si ma è l'ultima volta hai capito?!"Sono stufo ok? hai capito cretino?"
"Ma si va bene, dai non rompermi le scatole che ho voglia di dormire".
Luca e Pietro sono due fratelli gemelli, la madre non se ne aspettava due di figli.
Era diventata enorme, la pancia negli ultimi mesi le impediva i gesti più semplici, dormiva con tre cuscini, perchè si sentiva soffocare da quella montagna sotto il seno.
Una sera finalmente perse le acque, il marito di corsa la portò alla Mangiagalli.
Ma si fa per dire di corsa, perchè la signora Elena faceva due passi e si fermava, aveva la sensazione di partorire da un momento all'altro ma voleva trattenere quella creatura fino al momento in cui avesse trovato le condizioni giuste per metterlo al mondo.
Quando arrivarono in ospedale i dottori dissero che era pronta per la sala parto, non c'era d'aspettare neppure un minuto.Una spinta poi un'altra, una gomitata sul pancione, un urlo e un pianto e Luca apparse sulla scena di questo mondo.
Era pelato e urlava, tutto rugoso sembrava un vecchietto incazzato nero.
Ad un tratto il dottore richiamò l'ostetrica, gli altri infermieri e disse " ce n'e' un altro, signora ricominci a spingere, oggi lei diventa una supermamma".
Da quel giorno Luca e Pietro furono due fratelli gemelli unitissimi, giocavano  sempre insieme, non potevano stare uno senza l'altro.
Dall'asilo alla scuola sempre in classe insieme.
Persino Elena faceva fatica a distinguerli rischiando a volte, di dar da mangiare o di cambiare il patello sempre allo stesso.
Luca e Pietro giocavano molto e si divertivano tanto, sapendo di essere  identici  facevano scherzi agli amici, ma anche alla portinaia, e poi una volta grandi, se capitava l'occasione si scambiavano le ragazze andando all'appuntamento dell'altro.
L'ultima che avevano pensato e che credevano fosse un'idea geniale, era quella di  avere un posto di lavoro condiviso.Potevano godersi una libertà impensabile, anche se lo stipendio era scarso ovviamente, era  fratto due. Ma nei giorni liberi andavano in giro a cercarsi delle nuove opportunità, scrivevano, insomma investivano il loro magnifico inganno come meglio pensavano.
Non era sempre andata benissimo, ma ci avevano preso gusto, questo senso di vivere con un clone di se stessi gli regalava la facoltà di potersi eclissare dalle situazioni che volevano evitare, dalle persone che volevano dimenticare, da tutto ciò che per tutti è difficile dire o fare.
Luca quella mattina come al solito si mette le lenti a contatto ed esce di casa arrabbiato.
Mentre Pietro si era rimesso a dormire profondamente.
I dipendenti di quel negozio avevano Pietro e Luca come capo, anzi l'unico capo che pensavano di avere era Pietro, ma pensavano che fosse un uomo malato, o meglio con seri problemi psicologici.
Luca, quello vero era una persona simpatica, alla mano, uno a cui potevi raccontare che la sera prima ti eri ubriacato perchè avevi litigato con la ragazza.Per brevità, uno con cui parlavi di tutto.
Invece Pietro pensava che il capo non poteva essere troppo accogliente, con il sorriso in tasca.
Il capo era il capo e un pò di distacco doveva  tenerlo, stava sulle sue e scambiava parole solo per necessità di lavoro, non dava alcuna confidenza, teneva le distanze da tutti.
Nessuno però si era mai accorto dello scambio dei due fratelli, perchè all'apparenza erano identici, alti uguali, robusti ma con il sedere piatto, capelli castani e occhi castani, denti un pò storti e pizzetto per smagrire il faccione.
Ogni volta che tornavano a casa dalla giornata di lavoro raccontavano in breve al fratello quello che era successo, per essere sempre pronti ad eventuali  riferimenti di fatti o persone.
Luca era miope e Pietro no.
Questa era l'unica differenza fisica tra loro...oddio magari qualche neo poteva essere posizionato in altro modo o qualche pelo delle spalle o del torace o del naso.Ma questi particolari non li aveva notati nessuno, per ora e neppure loro si erano mai ispezionati, gli sembrava che potesse andare benissimo così.
Luca sente l'aria tiepida uscendo, e con il sole l'umore gli  sale e così entra nel box, spolvera la sua Honda nera 1000 di cilindrata e parte.Wroooooooooommmmmmmmmmmmmmmmmm.
Fa una curva e poi un bel rettilineo, ma ad un tratto gli attraversa la strada  un cane che spaventato dal rumore del motore della moto si ferma, di colpo.
Caaaa..zo pensa Luca! Non vuole assolutamente investirlo ma non vuole neppure cadere o schiantarsi contro la macchina che stava arrivando dall'altra parte..così istintivamente suona il clacson ma non cambia nulla, il cane è come paralizzato.In un attimo Luca è per terra, cadendo prende un bel colpo alla testa e sviene.
A casa nello stesso momento Pietro si sveglia di colpo!"ma cosa mi sta succedendo? mi sembra di aver sognato...ma no non mi ricordo...eppure....mi sembrava che...ma come starà Luca?" Pietro rimane qualche istante a guardare il soffitto e poi si dice che è stato solo un brutto sogno con un brutto risveglio, e si gira dall'altra parte.
Luca per terra aveva già un pò di persone addosso che volevano chiamare l'ambulanza, che volevano spostarlo, che lo chiamavano nel tentativo di svegliarlo, insomma quel povero ragazzo era inconsapevolmente in balia di persone sconosciute che volevano aiutarlo, ma stavano facendo come spesso in questi casi succede, solo un gran casino.
Ad un tratto arrivo' una signora e in un solo istante buttò dell'acqua in faccia a Luca, "proviamo a fare così, io l'ho sempre fatto con mio figlio quando non si voleva alzare alla mattina!"
Tutti rimasero senza parole e terrorizzati per un attimo, poi guardarono la signora e stavano per inondarla di insulti quando ecco che Luca riapre gli occhi dicendo "cazzo adesso chi ci vede più"!
Luca deve togliersi oltre al casko anche le lenti a contatto perchè con l'acqua negli occhi, le lenti a contatto
dovevano essere immediatamente rimosse.
"Senta signore" rivolgendosi alla prima persona che aveva davanti e del quale intravedeva la sagoma " Io ora metto la moto qui al sicuro e lei gentilmente mi dà un passaggio al lavoro? Sa sono già in ritardo"
"Ma lei ha battuto la testa deve fare un controllo" gli dicevano tutti quelli che l'avevano assistito fino a 5 minuti prima, "Ma no ma no non vi preoccupate..sto benissimo, sono lucido..e il casko senno' a che serve secondo voi?"
Finalmente la gente comincia ad andarsene, borbottando, e Luca riesce a strappare il passaggio.
Entra in negozio camminando con un passo lentissimo, cercando di non urtare oggetti piccoli che non avrebbe mai visto; e questa insicurezza lo fa sentire improvvisamente fragile come non gli era mai successo e anche il suo sguardo era diverso.Salutava le persone evitando di cercare i loro volti per identificarli.
Doveva assolutamente fingere, trasformarsi in un perfetto vedente...suo fratello Pietro. Non era per niente semplice anzi già sentiva che tutto si stava complicando.
"Non ce la farò mai, mi faranno delle domande, o mamma mia cosa dico, che scusa mi invento? cosa posso fargli credere? non posso mica dire "ragazzi oggi non ci vedo, ho un calo della vista, ma vedrete che domani sarò quello di sempre."
I dipendenti del negozio cominciarono a parlottare tra loro "ma cos'ha oggi il capo?non ti sembra strano ma strano forte! è impedito nei movimenti , guarda come sta lì sulla scrivania, fermo".
"Cavolo nooo!" Luca è agitatissimo.."devo andare in bagno, so che mi devo alzare e andare da quella parte, ma porca vacca zozza proprio oggi mi scappa la cacca".
Va in bagno cercando di camminare con scioltezza, entra non distingue il water dal bidè e si libera evaquando come mai nella sua vita.Sbaglia e riempie il bidè di quella roba, avverte di aver fatto un errore, si agita tantissimo e apre l'acqua cercando di rimediare il disastro, ma  tutto peggiora e tracima merda in tutto il bagno.
Disperato si riveste esce dal bagno con la fronte ghiacciata, chiama un ragazzo e gli dice "guarda che un cliente è entrato nel nostro bagno e ha fatto un disastro, non si può entrare dalla puzza".
Luca capisce che la situazione è insostenibile e con la scusa di avere uno strano e improvviso problema agli occhi si defila dal negozio.
Tutti i suoi collaboratori sono senza parole ma poi ne dicono tante, nel negozio Luca ha lasciato un clima di assoluta confusione, tutti che fanno ipotesi, illazioni; a tutti vengono in mente le cose più incredibili eppure nessuno pensa che Luca sia quello che è.
Entra in casa e si siede sulla sua poltrona e sbuffando dice a se stesso che "basta non si può più andare avanti così, io sono Luca e Pietro è Pietro".
 Si ricorda del cartone "La carica dei 101" e pensa che quei cagnolini sembravano tutti uguali ma erano tutti diversi tra loro, e felici di esserlo davanti al mondo.






sabato 4 febbraio 2012

Alla finestra. Riflessioni inopportune di un fottutissimo genio.

Era dagli anni cinquanta che non ne veniva giù così tanta. L'alito addensandosi sul vetro incrostato dal gelo spalma un velo di panna sul paesaggio lattato. Là fuori il mondo si è disfatto sotto una gigantesca colata di yogurt. I soliti tetti rossi, le dolci colline, di uno spoglio giallo verde in questa stagione ma fiorite come l'eden in primavera, languono ammutoliti nell'uniformità candida del nulla, sovrastati dal cielo nel medesimo grigio del fumo che fuoriesce dai camini.
La tosse mi scuote, questo mi ricorda che è il momento di accendermene una, mi cola una narice, tiro su col naso. Sono un grosso pupazzo di stracci, un orso ingobbito ricoperto dalla spessa pelliccia multicolore di lana e poliestere. E' successo che ieri notte il freddo ha fatto gelare i tubi e il riscaldamento è andato. Stamane svegliandomi ho trovato ghiaccio il succo di pera che tengo vicino al letto, questo significa che la temperatura è sotto lo zero e che la casa ora è un igloo, unica difesa dalla glaciazione eterna il vecchio termoventilatore recuperato nello stanzino degli orrori, e degli errori, che ronzando scatarra aria calda.
Degli uccelli neri volteggiano sopra l'abitato, sembrano a loro agio, scivolano nell'aria disegnando complicate indecifrabili figure, per un attimo si posano a gruppi densi, quando uno solo riparte l'intero stormo lo segue.
E' su uno di questi medesimi tetti che da bambino ho visto un uccello fare snowboard sopra il tappo di un barattolo. L'animale scivolava sulla neve lungo la pendenza, arrivato in fondo afferrava il tappo col becco, volava in cima, prendeva posizione e ricominciava da capo. Aveva l'aria di divertirsi parecchio. Uno spettacolo incredibile, magico, a cui nessuno ha mai creduto; rivederlo ora mi farebbe bene.
Mi sposto da una gamba all'altra, basta questo perché l'antico pavimento in cotto dipinto si lamenti. E' tutto graffiato, andrebbe sistemato; da quanto tempo non lo tingo? Vediamo, facciamo due conti: è stato tre mesi prima che Maria Pace se ne andasse portandosi via le piccole, questo fa oltre quattro anni. Il tempo lui sì che vola su ali di vento e non torna mai sui suoi passi.
Maledetta Maria Pace, sgualdrina disumana, mercoledì mi ha di nuovo minacciato, ridendo forte ha detto che se entro la settimana prossima non gli mando tutti gli arretrati lei alza la cornetta e parla con quel laido del suo avvocato, che va a fare quattro chiacchiere col giudice, sicché non potrò più vedere le bambine e qualcuno salirà le mie scale per sequestrarmi tutto ciò che possiedo. Quando ho risposto che non ho più niente, che mi sono già venduto tutto, che mi sono rimasti solo dei vecchi vestiti, lei ha replicato che allora si prenderanno quelli, e ha aggiunto “anche le mutande”. Che sono tutte sporche e bucate, sarà interessante guardare in faccia i partecipanti all'asta pubblica.
Vuole i soldi ma mica li ho, ho giusto quelli che servono per i biglietti per salire su a Milano a prendere le bambine e tornare, e me li sono fatti dare da mia madre che ha sbuffato e ha detto che a quarantanni dovrei sapermela cavare da solo. A parte che è un'emerita stronza, come darle torto? E dovrò prendere una stanza in affitto, a credito, che in casa fa troppo freddo per le mie tenere gioie.
E' stato un brutto anno, l'ultimo di una pessima sequenza. Ho perso il lavoro, c'è la crisi, in giro non c'è niente, solo da una settimana ho rimediato un mezzo part time. Vendere porta a porta bibbie illustrate è ancora più noioso che spacciare polizze assicurative, con il più bigotto e fissato fra gli spretati ex alcolisti poi è puro purgatorio. Tutto il giorno non fa che blaterare del Peccato e del Maligno, dice che così non sarò colto impreparato al sopraggiungere dell'Apocalisse imminente. Dice che manca davvero poco, che gli è proibito essere più preciso ma che il conto alla rovescia è già iniziato, che non so più quale angelo gli mormora giorno e notte il countdown all'orecchio. Lui è un eletto, io, per ora, un reietto.
Mi ha assunto per darmi una mano perché ora che ho smesso di bere e sono sulla via della redenzione, che ho mutato stile di vita e quasi tutte le domeniche vado a messa, lui si sente in dovere di sostenermi, che fra devoti ci si aiuta. Sarà per darmi una mano a non spendere, a morigerarmi e a non precipitare nella spirale dei consumi insulsi e peccatori che mi sgancia massimo 20 euro alla volta.
Tanti uccelli, tutti neri, ma dove sono finiti quelli di altro colore? Tutti emigrati? Comunque mai saputi i nomi dei volatili, intendo dire che certo conosco gazze, corvi, aquile e falchi, tordi e cinciallegre, e non scordiamoci del condor e del pellicano, ma per me sono sole parole, non so affatto a cosa corrispondano, non li distinguo uno dall'altro a parte i piccioni e i gabbiani, e forse, ammesso che il nome abbia un senso e non circolino altri pennuti con la medesima caratteristica, andandoci a sbattere la faccia potrei riconoscere un pettirosso. Mi intendo meglio di polli e tacchini, ma di quelli già denudati riposti in file ordinate nel banco frigo del supermercato, magari già tagliati in comode porzioni.
Il tarabuso, per esempio, che uccello sarebbe? Per me è solo una parola, ma sapere che ha le ali e le penne mi basta, a dire il vero è anche troppo. Eppure lo capisco, non sono mica stupido, ignorare a cosa corrisponda un determinato lemma equivale a non conoscerlo. E senza i termini appropriati come ritagliare le singole cose dal resto dell'universo? Come organizzare l'esperienza? E dopo come rammentarla e farci dei pensieri sopra? Come raccontarne agli altri? Ho letto una volta che l'esquimese usa centinaia di diverse parole solo per indicare le varie sfumature del bianco e i numerosi tipi di neve e di ghiaccio. Quando il cacciatore torna al suo amato igloo, alla fine di un'intensa giornata di lavoro, e la moglie gli chiede “caro dove sei stato oggi?” non può certo cavarsela rispondendo semplicemente “non lo so ma era tutto bianco”.
Un flebile bit mi scivola nell'orecchio, proviene dal mio portatile, segnala un nuovo messaggio. Trascinando il duplice strato di coperte caracollo fino alla scrivania improvvisata ottenuta sovrapponendo due pallets, accomodo i glutei recalcitranti su di una cassetta di plastica, sulla quale ho appoggiato un vecchio cuscino da seggiola altrimenti orfano di ogni funzione.
E' una mail di SenzaLogica, mi esprime la sua solidarietà, si dice scandalizzato da quello che sta accadendo, dice che se me ne vado io va via anche lui. Con poche battute sulla tastiera lo ringrazio e lo saluto. Hasta la vista companero.
Sono quasi tre anni oramai che pubblico poesie d'amore e brevi pezzi di prosa filosofica sul web ma non mi sono mai trovato in un casino del genere. Magari avete letto qualcosa di mio, mi firmo Il Versificatore Mascherato, ma pure Rutto Cortese, Angelo Ribelle, ilfigliodellemuse e, per la verità, anche in tantissimi altri modi. Mi piace intingere i pensieri nel fondo del cuore, estrarli e intesserli in purissimi versi d'amore. Preferisco il metro libero, in particolare il verso libero, chi se ne intende sa che non sono la stessa cosa, ma non disdegno neppure le forme popolari come la frottola e lo strambotto, o vetuste come la barbara saffica, ma quando ho voglia di fare sul serio lascio che le dita danzino sulla tastiera al lirico ritmo di sonetti e madrigali.
E' tanto assurdo che neppure so da dove cominciare. E' accaduto che alcuni giorni fa ho letto la prima parte del nuovo poema di CuorPoet@ ambientato nel secondo conflitto mondiale. Una vicenda commovente che mi ha fatto quasi piangere; una bambina ebrea salva la famiglia che la ospita e protegge offrendosi spontaneamente ai fascisti. Una storia incantevole ve lo giuro, scritta in modo divino in versi torniti e brillanti (ma non raffinati come i miei). Non è un caso se l'opera ha vinto il primo premio del concorso Poesia di Pace e Bontà a Marostica ed è stato pubblicata su carta, come con scarsa eleganza postilla l'autore. Ma non voglio in alcun modo diminuire CuorPoet@, per me è un vero mito.
Ieri ho letto la seconda parte, quella dove la bambina esce dal suo nascondiglio sotto la catasta di legna, e lo giuro mi sono commosso, in realtà per niente, ma sarebbe certo successo se le traversie della vita non mi avessero indurito il muscolo cardiaco. Ad una sfilza di commenti sbrodolanti entusiasmo e meraviglia seguiva quello de il Fosco, un ottuagenario invidioso a cui brucia perennemente il culo, che sosteneva che il poema intero si basa su di una menzogna, poiché è scientifico che i fascisti mai fecero retate di ebrei prima del 43, e che in seguito quando avvenne la colpa era comunque dei nazisti che li spingevano da dietro.
Dico la verità di queste cose non mi interesso, il Fosco certo era presente di persona, nella sua bella divisa da fascista cucita addosso di misura, immagino sappia di cosa parla, ma il punto è chi se ne frega dell'aderenza storica, forse che ci poniamo il problema di sapere cosa respirasse Astolfo sulla luna?
Subito sotto il commento di quella tripla merda de Il Cavaliere Inesistente, un pusillanime beghino che crede che la Madonna di Medjugorje lo accarezzi nel sonno tutte le notti, che sosteneva che se i fatti storici sono inesatti la poesia non vale nulla e non merita alcuna lode. Ma siamo pazzi? Da quando la poesia è succube della realtà? Non è forse sogno e meraviglia? Magico fagiolo scagliato in cielo come arcobaleno multicolore dalle ali di cera?
Quindi il Fosco e Il Cavaliere Inesistente si proponevano di scrivere un poema epico sulla seconda guerra che ristabilisse i fatti storici, poi hanno preso a litigare fra loro su chi dei due avesse avuto per primo l'idea, tanto che CuorPoet@, sebbene ospite sempre squisito, ha pure perso la tramontana e li ha mandati al diavolo.
Non l'avessi mai fatto. Ho lasciato un commento di pura ammirazione al vate CuorPoet@. Ispirato dalla diatriba dei due merdosi ho fatto un poco lo spiritoso, ho scritto che i versi sono di una bellezza irraggiungibile, tanto che roso dall'invidia non posso accettare che non siano miei, ho così deciso di averli composti io stesso, e mi sono pure convinto che lui, Cuorpoet@, altri non è che una parte di me, della mia anima che da me si è distaccata e invito a tornare presto a casa.
Si capisce che è uno scherzo? Si è scatenato l'inferno, CuorPoet@ mi ha ricoperto d'insulti, mi ha definito ridicolo verseggiatore da scuola materna, mediocre e insulso menestrello, patetico giullare. Ha scritto di non provarci nemmeno a sostenere che il poema è opera mia, tanto è registrato alla Siae, ha vinto il primo premio ed è già stato pubblicato, ho controllato, solo in estratto da una casa editrice a pagamento, e ha concluso dandomi del ladro e del plagiario infame.
Stamattina leggendo sono rimasto basito, e non bastasse Rimetta Allegra ha commentato sotto che tempo fa avendo letto alcuni miei sonetti, da lei molto apprezzati, gli erano parsi famigliari, non volendo pensare male aveva lasciato correre, ma ora, che una persona seria e degna di fede come CuorPoet@ dice quel che dice, non ha più dubbi, quei sonetti è certa di averli scritti lei anni fa. Che assurda commedia, Beckett che ubriaco balla nudo sul tavolo, Kafka che si fa tatuare in fronte Joe Condor per essere accettato e applaudito sul web. E che cazzo! Ci sono o ci fanno? Ho risposto di getto, quindici righe di purissimi insulti in rima baciata, uno dei miei pezzi migliori di sempre.

-Ciao Piero ti chiamo per ricordarti che domani devi essere alle dieci in punto sotto casa mia.
-Ricordarmi? No guarda ti sbagli, se tu che devi portarmi le piccole in stazione.
-Parlo in rumeno forse o all'improvviso non comprendi più l'italiano? Domani tra le dieci e le dieci e cinque mi suoni al citofono, che alle dieci e un quarto mi arriva il taxi.
-Di che taxi parli? Non c'è nessun taxi. Pax non eravamo mica d'accordo così.
-Il taxi non è per te ma per me e Alessio, andiamo in beauty farm al lago per il week end. E ricordati di quello che ora dico: non mi nominare neppure, ma se proprio è necessario per te sono solo e sempre Maria Pace.
-D'accordo Maria Pace, non posso venire sotto casa a prendere le piccole perché il treno del ritorno parte solo dopo un quarto d'ora il mio arrivo, ci vuol già tutta così, lo perderei di certo.
-Vuol dire che prendi quello dopo.
-Maria Pace non c'è quello dopo.
-Non alzare la voce con me.
-E tu non pretendere cose impossibili, dobbiamo attenerci agli accordi che hanno preso i nostri avvocati.
-No. Tu vieni sotto casa, suoni, ti apro, ti collochi davanti alla porta dell'ascensore, solo allora mando giù le ragazze. Non cercare di vedermi, neanche di parlarmi al citofono. Porco.

Perché sono così debole? Resisto giusto il tempo necessario a dire no con voce ferma ed espressione granitica prima di rovinare e acconsentire con un sorriso appena sbieco. Essere arrendevoli è come avere sempre torto. La mia è strisciante mancanza di fiducia in me stesso, auto sabotaggio, inconscio desiderio di non abbandonare il regno degli invertebrati, drizzarmi e uscire dalla mota amniotica. Così da non compiere il destino del fottutissimo genio che ho dentro. E Maria Pace che mi conosce così bene di me fa quello che vuole. Anche per questo ho ancora un debole per lei.
Va in vacanza con l'altro, mi pare si chiami Silvio, quello con l'hammer giallo limone che non puoi fare a meno di notare, con le scarpe a punta e i vestiti firmati che non gli si abbottonano neppure.
Quanti fidanzati ha già cambiato Maria Pace, tutti uguali, almeno per quanto riguarda il conto in banca e l'arroganza. Un paio di avvocati, un industriale del mobile, un farmacista, non so quanti dentisti, un chirurgo estetico, almeno un notaio. Alla timida Maria Pace gli uomini durano meno dei tampax.

Squilla il citofono, da dietro i vetri intravedo le teste di Leo e Renzo, e indovino quelle del Conte e del suo rottweiler gigante. Non è cosa, mi scosto dalla finestra per non essere visto. Leo insiste, deve essere rimasto incollato al campanello, e si diverte pure, dopo gli iniziali squilli prolungati ora si esibisce in una scoppiettante marcetta demente. Ed ecco la voce del Conte che grida mio nome accompagnato dall'ululare di Bruto. E' inutile, sanno che sono in casa, non la smetteranno mai, attireranno l'attenzione di tutta la strada. Schiudo appena la finestra, giusto uno spiraglio per farmi udire.
-Andatevene a cagare.
-Apri la porta che la facciamo nel tuo cesso.
-Scendi che andiamo a divertirci.
-Dai che paga il Conte.
-Andatevene. Ho da fare. Sono malato, non posso prendere freddo.
-Dai che ti scaldi, stasera si va a tutta birra e whisky.
Non rispondo neppure, prima di richiudere assaporo il frizzare dell'aria e l'odore della neve, come di mondo appena creato, leggero, solo luminoso futuro, niente alle spalle. Li lascio lì, in piedi nella neve alta ad abbaiare al cielo.

Non odio il genere umano, neppure sono un solitario, sono loro ad essere dei soggetti impossibili. Si ubriacano, alzano la voce, e finisce a pugni. Se ne fregano loro, sono degli impuniti, possono permettersi di fare tutto quello che vogliono. Non hanno più niente da perdere. Senza contare che per paura di ulteriori problemi le vittime non li denunciano nemmeno, e i padroni dei locali preferiscono lasciar correre, sempre per limitare i danni, e la polizia non sa che fare, conosce il copione e lo trova noioso, per quanto sia incoerente preferisce girarsi dall'altra parte e lasciare andare.
Ma io no, io non posso permettermelo, il giudice è stato chiarissimo, alla prossima che combino fa in modo di farmi togliere le bambine. “Cammina ben dritto” mi ha detto, “non voltarti mai, né a destra né a sinistra. E se senti dentro di te quella vocina che ti suggerisce che sarebbe divertente scartare di lato tu non darle ascolto, o io ti fotto”.
Poi bere non posso. Fare tardi non posso. Domani mi devo tirare su presto per andare a Milano, e se il capo scopre che ho bevuto anche solo un bicchierino perdo il lavoro, e se accade perdo pure i miei tesorini.
Non se ne parla. Poi sono tre pazzi. Quattro con il cane. La settimana scorsa hanno infastidito tutte le ragazze al bar del bowling, quando il vecchio che sta alla cassa gli ha chiesto di smetterla gli hanno aizzato contro Bruto che non se le fatto ripetere due volte. Quindi hanno rovesciato e rotto tutto quello che hanno potuto. Poi sono scappati con la macchina del Conte alla balera della Nico e il vecchio è andato in ospedale in ambulanza.
Non esiste, l'ultima volta mi sono svegliato nel cuore della notte nel letto di una puttana, la bocca che sapeva di merda, il Cobra in mutande seduto sul tappeto che sibilava di sé in terza persona con una battona centenaria, e il Conte chiuso nel cesso con altre due professioniste che cercavano di abbattere la porta per poterlo uccidere.
Io ho la mia vita a cui badare, migliaia di cose da sistemare. Per esempio devo buttare giù un post col nickname Angelo Ribelle, il mio frammento d'anima più rompi coglioni, e attaccare CuorPoet@, insinuare che il suo poema è un miserabile plagio, che lo ha realizzato col copia e incolla con i pezzi rubati in giro per il web. E che è insulso, niente più che una favoletta per bambini. E devo fare piangere amaro Rimetta Allegra, quando avrò finito con lei le sarà necessario un nuovo nick.
E devo chiamare mia madre per chiederle se domani sera io e le piccole possiamo mangiare da lei, e pure i giorni seguenti, così non faccio la spesa e non dilapido in pizzeria.
E devo organizzarmi per tirare su un po' di grana, giusto per ridurre l'ammontare degli arretrati con Maria Pace e tenerla buona.
E devo trovarmi un altro lavoro, una cosa qualsiasi, anche di poche ore, per integrare la miseria che guadagno con la vendita delle bibbie. Non sarà facile, la laurea la considero già buttata nel cesso, sono disposto a fare qualunque cosa, ma dovrò combattere contro eserciti silenziosi composti da milioni di minuscoli cinesi insonni, senza festività da celebrare o parenti a cui badare. Ma la spunterò, lo faccio per le mie bambine, la causa è giusta, sono in missione per conto di Dio, niente mi può fermare.

Tutto per colpa di Maria Pace, mentre stavamo insieme avevo ogni cosa, l'amore, le figlie, una vera casa, il lavoro. Zoccola infame. Pensare che quando l'ho conosciuta pareva un cucciolo spaurito, tenero, bisognoso di cure. Biondina, gli occhi chiari, il sorriso esangue; alta, smunta e senza tette che pareva una pertica. Ora ha i capelli neri, lisci e lucenti, una quinta maggiorata di reggiseno e labbra al silicone che paiono voler ghermire il mondo, gambe lunghe tornite dalla cyclette poste su vertiginosi tacchi. Dio come la desidero.
Com'è che è finita così? Ci amavamo. Ne sono certo, almeno all'inizio anche Maria Pace mi voleva bene. Poi l'amore si è sciolto in rancore ed è montato in vero e proprio odio. E' stato allora che ho cominciato a bere come nel più scontato dei romanzi, lei m'insultava, io ero pazzo di gelosia. La picchiavo? Lei dice di sì ma non mi pare, forse una sberla ogni tanto.
Una sera sono tornato ubriaco, ho trovato l'uscio chiuso col paletto, ho suonato, niente, ho urlato e tirato pugni e calci. Niente. Allora ho murato l'entrata con il nastro adesivo, ho ripreso a picchiare sul campanello, volevo vedere la faccia che Maria Pace avrebbe fatto scoprendo che non ero io ad essere chiuso fuori ma era lei ad essere in prigione. Niente, non ha aperto. Allora ho dato fuoco a tutto quanto ed è finita che sono arrivati i pompieri a braccetto con la polizia. E in quella occasione che è finita tra noi, che ho perso Maria Pace per sempre. Lei non mi ha concesso altre possibilità.

-Piero non farci bere da soli, abbiamo bisogno di te.
-Non fare il prezioso.
-Dai che al bancone dell'osteria stasera c'è la Gina che ci fa annusare un po' di fica.
“Andiamo a divertirci”, dicono “droghiamoci forte, 'tanto il mondo sta andando comunque a male. Non senti questo odore? E' quello della fine”.
Ascolto la mia voce dire “d'accordo, solo un attimo e scendo”.
Do un'ultima occhiata ai tetti, alle colline, agli uccelli che palpitano tra il grigio del cielo e il bianco del mondo. Li respiro, me ne riempio i polmoni. Chiudo la finestra consapevole che il candore si discioglierà presto in rivoli di liquido scuro.