"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater
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giovedì 29 novembre 2012

la foto

Sopra un foglio di carta lo vedi il sole e' giallo
ma scolorira'
e se piove due segni di biro ti danno un ombrello
che scolorira'
basta fare un bel cerchio ed ecco che hai tutto il mondo
che scolorira'. Che scolorira'.
Acquarello, Toquinho


LA FOTO


Era lunedì, me lo ricordo benissimo.
L’Inter aveva vinto 2 a 0 con la Juventus a Torino, nel posticipo della domenica; quelle giornate li non te le puoi dimenticare.
Il classico risultato che non concede appello, un goal per tempo: al 23° tiro dal limite di Cambiasso e al 67° raddoppio di Crespo, appena entrato: un’incursione sulla destra di Maicon, cross basso e tiro secco a pelo d’erba nell’angolino; i gobbi erano ormai piegati, il resto fu una passeggiata fatta di passaggi fitti e possesso di palla.
Era lunedì non mi posso sbagliare.
Era inverno (14° giornata del girone d’andata), io, infagottato nel mio giubbotto pesante, ero passato, come tutti i lunedì, in edicola a prendere la gazzetta.
Mi pregustavo il momento in cui sarei entrato in fabbrica, sventolandola in faccia a tutti i conigli bianconeri dell’officina.
La cosa insolita era che avevo tempo; al contrario di tutti gli altri giorni, nei quali dovevo spingere sui pedali come Cipollini in volata, per non timbrare in ritardo il cartellino, quella volta ero uscito di casa prima, avevo avuto persino il tempo di salutare mia moglie e quei perditempo dei miei figli.
Mi ricordo: - Ciao amore, vado. Voi due, mi raccomando, fate i bravi.- la mattina a casa mia, non è come quella del mulino bianco, dove tutti sono contenti, ridono e scherzano; a casa mia solo grugniti, monosillabi e baci stanchi, usati, solo parole vuote, perse nel nulla della nebbia mattutina.
Senza contare, poi, che in casa mia, quelle figone della pubblicità non ci sono mai state, Si, la Silvia da giovane poteva dire il fatto suo, ma adesso, dopo diciotto anni di matrimonio e due figli sfornati uno dietro l’altro, non era più quel gran bel vedere, soprattutto la mattina presto.
Oddio, neppure io sono un figurino, due o tre taglie in più e qualche milione di capelli in meno, ma si sa, gli uomini invecchiano meglio…
Comunque, avevo del tempo.
L’edicola era semivuota e si respirava quell’odore di giornale fresco di stampa.
Il vecchietto davanti a me trafficava con il suo portamonete, rovistando in cerca degli spiccioli, normalmente avrei sacramentato, scalpitando come Ribot sulla linea di partenza, ma quella volta avevo il tempo di guardarmi attorno.
Fu così che la vidi.
Mi colpì come un diretto di Tyson in pieno volto.
Era mollemente appoggiata tra le altre, ma spiccava, lucida, patinata, fu un vero e proprio shock.
Mi sentii attirato verso lei e così senza quasi rendermi conto, allungai la mano, la toccai, era liscia, leggera; non ci pensai due volte, la presi immediatamente dallo scafale su cui era riposta.
Quella rivista era li che aspettava solamente me; la posi sulla mensolina di ceramica insieme alla gazza, come era grossolana nei suoi confronti, con il suo rosa dozzinale e i suoi caratteri cubitali.
Pagai ed uscii dal negozio.
Come un bambino davanti all’albero di Natale colmo di regali, ero frastornato, sette euro e venti, cazzo, avevo speso sette euro e venti centesimi per quella rivista.
Però quella foto in copertina, mi aveva spiazzato, come una finta di Baggio, non pensavo che sarebbe potuto succedere, non dopo tutto questo tempo e dopo tutto questa caligine.
La foto era di quelle pesanti, di quelle che ti fanno drizzare i peli delle braccia, che ti fanno percorrere il corpo di brividi, di piacere s’intende.
Quei colori, quelle forme ti prendono l’anima e te la tirano su dal profondo dove tu l’avevi cacciata, fino quasi a farla sfuggire; per quello che tremi, perché, lo sai benissimo che non può succedere che l’anima voli via per una fotografia, però è quello che provi.
Come in quei film del terrore, che piacciono tanta alla Silvia, vedi avanzare il protagonista verso la cantina, buia e piena di mostri che vogliono mangiarselo, tu gridi: “ Non andare, pirla, la c’è il mostro, ti sta aspettando per divorarti” ma tanto è inutile, lui ci andrà, aprirà quella cazzo di porta e verrà sbranato.
Tu, sai già tutto quello che succederà, pero non puoi fare a meno, per un attimo, di avere paura, poi ti dispiacerà, ma alla fine, penserai “ beh, se sei un pirla allora, te lo meriti di essere massacrato dal mostro.”
La foto dicevo, tutte quelle curve morbide messe li dal caso, disposte in modo da accompagnare lo sguardo in tutte le direzioni, da perdersi, che meraviglia.
I colori, poi, ti fanno letteralmente impazzire, sono tanti e di tutte le tonalità: dall’oro della sabbia all’azzurro del mare, passando per il verde smeraldo della vegetazione.
Il caso? Io non è che sono molto di chiesa, però mi pare difficile che tanta bellezza sia solo frutto del caso, va bene l’erosione dell’acqua e del vento, ci sta pure qualche bel cataclisma naturale, ma più la guardo e più mi convinco che quella statua del Gesù Cristo, lì ci sta proprio bene.
Negli spogliatoi della fabbrica, dato che avevo tempo, mi soffermai su quella magia, socchiusi gli occhi per un secondo e varcai i bordi di quel fotogramma… diciotto anni fa.
Già dall’aereo Rio De Janeiro mi sembrava fantastica, anche la Silvia lo era, seduta acconto a me era ancora messa giù da corsa del giorno prima, tutte e due eravamo stanchissimi ma eccitatissimi, era il primo giorno di luna di miele, era un sogno che si realizzava, ci aspettava il Brasile.
Che spettacolo, Rio ci accoglieva al massimo del suo splendore, i colori, le luci. La gente… beh, si, di nascosto dalla Silvia buttavo gli occhi su qualche bel culo di quelle parti.
Nella mia vita il colore predominante era sempre stato il grigio, tranne il lunedì che diventava rosa Gazzetta dello sport, lì invece ogni giorno era di un colore diverso, mille colori diversi, come i fuochi d’artificio della festa della parrocchia.
L’allegria di quei giorni non l’avremmo più provata, neanche quando nacque il Giorgio, si eravamo contenti ma anche un po’ spaventati, lì invece non avevamo paura di nulla, tuda joia, tuda beleza.
Seppur lentamente i quindici giorni di licenza matrimoniale passarono e tornammo alla normalità, per quanto insopportabile possa essere, ci si abitua, i soliti gesti, le solite cose, insomma la nostra vita.
Quel giorno però, la rivista da sette euro e venti centesimi, quella foto in copertina, avevano compiuto il miracolo.
Dapprima ero in stato confusionale, completamente suonato, come Cassius Clay, poi il lampo.
Mi colse una sorta di lucidità, una consapevolezza, sapevo cosa fare e come farlo.
Chiamai quel pirla del mio caporeparto, gli dissi che stavo male(ed era vero) e che sarei andato a casa. Inforcai la bicicletta e corsi via.
Una doccia mi mise sulla strada giusta, non c’era nessuno, i due desperados erano a scuola e la Silvia era da sua madre, tanto faceva il secondo e aveva già preparato il minestrone per la sera.
Quell’odore di verdura cotta, misto alla puzza di stantio della mia vita, fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Mi sentivo come l’Italia dell’ottandue: dopo un girone di qualificazione scialbo e senza sostanza, la riscossa verso il titolo iridato, guarda caso passando proprio per il Brasile.
La seconda tappa fu la banca.
Il cassiere, un damerino in giacca e cravatta, rivestito di lucido per nascondere la sua polvere di quotidianità; fatta di invidia verso i colleghi e voglia, inconfessata, di farsi quella dei titoli, mi chiese il perché volessi ritirare tutti i soldi, se per caso non ero soddisfatto dei loro servizi, se desideravo parlare prima col direttore… risposi chiaramente ad ogni sua obbiezione.
Spiegai tutto con una lucidità che mi faceva paura, non mi riconoscevo, io davanti alle giacche e alle cravatte sono sempre stato intimorito, invece quel giorno filai via dritto che neanche Schumacher mi avrebbe ripreso.
Prosciugai il nostro conto corrente.
Li ritirai tutti, fino l’ultimo centesimo, dodicimila cinquecentoquarantotto euro virgola settantadue.
Diciotto anni di risparmi e privazioni.
Sarebbero bastati per cominciare, poi mi sarei fatto mandare la liquidazione e avrei messo su un bel gruzzoletto… povera Silvia come avrebbe fatto ad andare avanti, no, non senza di me, per quello sarebbe stato forse meglio, senza una lira però… per un momento vacillai nei miei propositi; poi alzai lo sguardo sul cassiere, sul suo colore grigio, sulla sua patina indelebile di fuliggine, fugai immediatamente quel rimorso misi i soldi nella valigetta e corsi a Linate, il primo aereo sarebbe stato mio.

Sono qui da un po’, tutto è come me lo aspettavo: i colori, i suoni , la gente, persino i culi delle ragazze sono gli stessi di diciotto anni fa.
Ho già girato quasi tutto Rio, ed è solo l’inizio, il Corcovado, le spiagge di Ipanema, il pao da asucar,
il Maracana…i vicoletti.
Tutto è come allora tuda joia, tuda beleza .
Questa zona però, non me la ricordo, li in quel angolo avrebbe dovuto esserci quella stupenda chiurrascheria , dove si mangiava una carne da favola, altro che quella piemontese della Coop.
Non c’è più? e quel campetto spelacchiato? Sono sicuro non c’era; Si cosa vuoi ragazzino” eu no falo brasilero” , ah una sigaretta, toh tieni tutto il pacchetto, menino, ma attento che alla tua età non ti fa mica tanto bene.
Cos’è questo rumore alle mie spalle? Un colpo secco, delle grida, sarà un anticipo del carnevale.
Brr, d’un tratto mi è venuto freddo, deve essere la brezza del mattino che sale dall’oceano.
Appena trovo una bancarella mi comprerò una bella felpa.
Non sento più le mani, cazzo neanche le braccia, sudo?
Mi gira la testa, mi cedono le gambe, devo fermarmi un momento.
Magari mi sdraio; tanto siamo a Rio, mica a Milano che la genti ti guarda male appena fai qualcosa che non devi.
Che strano, sento tutto il corpo formicolare come se mille mani mi toccassero, come se stessero cercando qualcosa su di me…
Che bello è proprio tutto come me lo aspettavo, come nella foto, come diciotto anni fa
Sono stanco, mi sento spossato, sudo?
Ora sento caldo, umido, appiccicoso, beh si sa siamo in Brasile, mica a Madonna di Campiglio.
Però, sono sdraiato a pancia in su ma non vedo il cielo azzurro, vedo tutto rosso… è normale siamo a Rio ogni giorno è un colore diverso, oggi sarà la volta del rosso.
A proposito che giorno è oggi? Ah si è lunedì.

martedì 20 marzo 2012

per come la vedo io

La prima volta è successo proprio qui, in questa stanza. Fino a pochi anni fa si potevano vedere ancora le tracce di sangue sul quella parete. Poi hanno riverniciato, una bella passata di bianco e sono sparite. Non ci sono più. Eppure io continuo a vederle, sono lì, proprio dietro a voi.
Io c'ero quella sera.
Eravamo una quindicina di partecipanti al corso di scrittura creativa. Ci si metteva in cerchio,e con una penna in mano mettevamo su foglio pensieri, racconti, avventure,drammi, commedie. A volte uscivano cose belle, altre meno, ma c'erano volte che le parole messe in fila come per magia si trasformavano in piccoli gioiellini, e quando accadeva, ci sentivamo scrittori.
Io, a dire il vero, me la cavavo abbastanza bene. Niente di eccezionale intendiamoci, però ero soddisfatto. Magari non ero una penna raffinata, ma avevo le storie. Quelle, mi giravano in testa, con i loro protagonisti,i comprimari, i colpi di scena, le frasi ad effetto. Storie incredibili. E quante ne ho buttate via di quelle storie, pensando fossero troppo irreali per essere raccontate.
Ma sbagliavo, l'incredibile non esiste, ora lo sappiamo tutti.
Stavamo lì, dove siete seduti voi, con la testa piegata sul foglio quando si è alzato il vento, di colpo, un vento caldo, vischioso. Ci siamo guardati intorno, cercando una finestra, una porta aperta, ma era tutto chiuso. Eppure quest'aria calda divenne un tifone, ci strappò i fogli dalle mani, i libri vorticavano in aria, si scontravano in volo, si aprivano, sventrandosi perdevano pagine che si confondevano con i nostri appunti, giravano intorno a noi, sempre più velocemente. Vidi Melville e Capitani Coraggiosi e Benni esplodere contro la poesie di Neruda e una raccolta di storie di Pazienza inseguire vecchie copie di Linus, e poi Pinocchio e Lansdale e pagine su pagine e appunti e scritti e storie e versi e ...
Poi arrivò quell'odore schifoso, denso. Sembrava ci stessero spalmando del letame sulla faccia. Era nauseante, si infiltrava nel naso, nella bocca e poi giù in gola a bloccare il respiro. In pochi secondi ci ritrovammo carponi con lo stomaco ribaltato. Le luci sparirono.
 Non era buio, era come se ci avessero ficcato nel buco del culo del diavolo.
poi arrivò il botto.
Fu come se Dio accendesse la sua Harley Davidson e partisse sgommando lasciandoci ai nostri peccati.
E per come la vedo io, fu proprio così.
Il dolore fù lancinante, sentì la mia testa aprirsi come un'arancio, a spicchi. Ebbi l'impressione che il cervello trasformatosi in lava incandescente stesse defluendo sul pavimento.
Quando stai per morire dicono che rivedi tutta la tua vita scorrerti davanti come un film. Forse era l'intervallo e io stavo morendo tra il primo e il secondo tempo, perchè non mi apparve nemmeno un fotogramma di quel film, sentivo solo dolore, dolore e altro dolore.
 Mi piacerebbe potervi dire di essere svenuto, ma non fu così. Non svenni, per tutto quel tempo, rantolai sul pavimento, le mani premute sulle orecchie. cercai di urlare, e forse lo feci, ma non ricordo di avere sentito la mia voce, sentivo solo un martello che mi batteva dritto in fronte
dum..dum..dum..dum..dum...
E poi finì. Niente più dolore, nè puzza, nè vento. Stop. La luce tornò. Aprì gli occhi.
Il pavimento era un tappeto di fogli e chiazze di vomito. Stranamente mi ritrovai tra le dita proprio una pagina del mio racconto, lo osservai giusto il tempo di notare un errore di grammatica, poi lo lanciai via.
Mi alzai in piedi, barcollando. Gli altri fecero altrettanto. Un rivolo di sangue ci usciva dal naso, avevamo tutti la faccia congestionata, come se ci avessero presa a colpi di bistecchiera rovente. Ebbi un conato, ma anziché vomitare, sputai in un grumo di sangue il mio molare. Avevo freddo, il mio respiro si condensava in  nuvole di vapore,  la temperatura era scesa di almeno dieci gradi. Mi sentivo come un passeggero di un aereo che si è andato a schiantare sul monte Everest, e che non è sopravvissuto.
Alle mie spalle sentì un leggero ronzio, mi voltai e rimasi a bocca aperta. Quella parte di biblioteca era sparita, non esisteva più, vaporizzata. Al suo posto capeggiava quella specie di astronave..

Adesso lo sapete come sono. Adesso si, ma all'epoca nessuno ne aveva mai vista una. Non era come quella dei film. Non era enorme, nè ovale, non aveva luci. Niente roba da film di fantascienza di serie z.
Era lì, proprio dietro di voi, due metri di diametro per tre metri d'altezza, rossa con striature bianche ai lati.
Io non sono mai stato un tipo coraggioso, le avventure mi piaceva immaginarle, farle vivere ai miei protagonisti, gente con la lingua tagliente e la pistola sempre pronta, capaci di gestire situazioni del genere senza cadere nel panico! Ma io no, io  sarei volentieri scappato a gambe levate, fiondandomi come un razzo fuori da questa stanza per infilare la testa sotto le coperte del mio letto, cercando di scordarmi tutto.
Vi dico, avevo le chiappe così strette che se ci avreste infilato un pezzo di carbone in mezzo ne avreste tirato fuori un diamante, e gli altri aspiranti scrittori non è che stessero meglio, tremavano e battevano i denti come affetti dalla malaria,eppure non scapparono. Nessuno di noi lo fece.
.
Un ragazzo, Luca, raccolse da terra una penna e brandendola come una spada fece un timido passo verso quell'oggetto. Era una cosa ridicola da fare, non aveva senso, eppure lo imitammo tutti, e armati di penna e foglio, ci avvicinammo all'astronave. Da vicino non è che fosse granchè, pareva un modello di vespasiano progettato da un architetto giapponese sbronzo, oppure il tubo di scappamento di un qualche prototipo militare caduto giù dal cielo;
eppure non ebbi neppure per un' attimo il dubbio di cosa fosse quella cosa:.
Dissi al gruppo di scrittori: “ Ragazzi, questa è una cazzo di lattina spaziale, venuta da un' altro mondo”.

Non resistetti, passai un dito su quella vernice rossa. Sfrigolò come un hot dog sulla griglia.
Imprecai saltando all'indietro, soffiando sul dito come un bambino scemo. Stavo ancora imprecando quando, con uno scatto sordo, si aprì lo sportellino della lattina. Era piccola, diciamo una cinquantina di centimetri per cinquanta. Balzammo all'indietro.
Ora, tutti noi abbiamo visto quelle porcate di film dove da un'astronave esce un tipo strano con la pistola, o un raggio laser o una scureggia cosmica che polverizza tutto quello che si ritrova davanti. Eppure rimanemmo lì immobili, a guardare cosa sarebbe successo. E' come quando nei film horror il pazzo che vuole ammazzare la tipa di turno si intrufola nella sua casa, e quella invece di scappare per strada lo va a cercare stanza per stanza con un coltellino da cucina, e tu pensi che sia proprio scema. Eppure noi facemmo così. Eravamo curiosi.
Dallo sportellino uscì un cagnolino, ho almeno così ci sembrò in un primo momento. Assomigliava ad un chihuahua, solo un po' più grosso, con sei zampe e due orecchie lunghe come delle corna di alci. Quella creatura si guardò un po' in torno scodinzolando, poi ci vide e trotterellando ci si fece vicino. Tirò fuori la lingua, iniziò a saltellarci intorno abbaiando. Bè, non era proprio come abbaia un cane, sembrava piuttosto il rumore che fa un canotto quando lo sgonfi, ma insomma ci faceva le feste ed ad un certo punto si avvicinò alle gambe di una ragazza e gli si strusciò contro. E lei gli diede una carezza sul muso.
Quella specie di chihuahua le staccò un braccio con un morso. Fece un salto, la azzannò sopra il gomito e con uno strattone secco glielo staccò. IL fiotto di sangue mi prese in pieno, poi colpì quel muro dietro di voi. Quella ragazza non ebbe neanche il tempo di urlare che quella bestia aveva sputato il braccio e con un balzo gli era sulla testa, e non so come fece, ma se l'infilò in bocca sino all'attaccatura dei capelli. E non era più tanto piccolo ora, era il doppio di un secondo prima, emise una specie di latrato e poi chiuse le zanne, scoperchiandole la calotta cranica. Nel tempo che il corpo ci mise a toccare terra io e tutti gli altri stavamo correndo fuori da quì, urlando come indemoniati.
Mi voltai una sola volta indietro, giusto per vedere quella bestia mollare il corpo della donna e puntarci, veloce come un proiettile. Ora si era trasformato in un bestione urlante, e non era per niente carino. Samuele mi correva di fianco, ebbe giusto il tempo di bestemmiare un paio di volte e quella cosa gli fù addosso. Lui cercò di difendersi colpendolo con la penna, ma quella belva lo bloccò con una zampa a terra e con l'altra gli squarciò petto , affondandoci il muso dentro. E' successo lì in fondo, proprio fuori dalla biblioteca, è lì che è morto quel ragazzo. Correvo e lo sentivo urlare e poi non lo sentì più,solo un risucchio. Quella bestia se lo stava succhiando come una bibita. Dio, non ci dormo ancora la notte, si è succhiato quel tipo come una lattina di coca cola io correvo e correvo e correvo e poi Riccardo cadde giù e mi chiese aiuto ma io ero già in strada e lì mi ritrovai a fianco di altra gente che correva e intorno a noi animali strani, degli incubi fatti carne, masse informi e ragni e altre lattine spaziali piantate al suolo e da lì uscivano bestie e robe schifose e la gente scappava e cadeva e veniva smembrata e poi lattine spaziali dappertutto e io correvo e correvo e uscivano da ogni buco e ti mangiavano e cagavano, niente altro facevano, solo quello, ingozzarsi e cagare e mangiarti e farti a pezzi e poi davanti a casa la macchina dei miei vicini di casa che urlavano mentre un lucertolone con la testa ficcata nel finestrino li sbranava e il sangue era tanto, veramente troppo. Troppo.
Sbarrai la porta di casa e poi scesi in cantina, mi nascosi nell'angolo più buio e tutto rannicchiato mi pisciai addosso dalla paura.

Fuori,in strada, le urla continuarono per un bel pezzo. Mi tappai le orecchie per non sentire, ma fù tutto inutile. Ricordo ogni grido, ogni lamento. Ho riconosciuto le voci del vigile, del postino, della signora dell'edicola che pregava. Qualche sparo, ma pochi, isolati, lontani. Ero chiuso in cantina terrorizzato quando mi guardai le mani: tenevo ancora stretta la penna e un foglio bianco. E lo so che non ci crederete eppure lo feci, iniziai a scrivere. Raccontai cosa stava succedendo. E le parole filavano lisce sul foglio, scorrevano fluide come non mi era mai successo.
Poi, un fischio acutissimo. Come se Dio al ritorno dal suo viaggetto in moto, avesse preso il fischietto e decretato la fine dei giochi.
E fu proprio così. Quelle bestie schifose mollarono quello che stavano facendo, si rimpicciolirono, si rinfilarono in quelle lattine spaziali e come erano arrivate, se ne andarono.

Bè, il resto lo sapete, da quella volta è successo spesso, tante di quelle volte che non vale nemmeno la pena di contarle. Arrivano, mangiano, cagano, un fischio e se ne vanno. E noi non ci possiamo fare un bel niente, un momento sei a mangiarti un gelato in centro a Milano e un'attimo dopo ti trovi ad essere il pranzetto di qualche alieno vorace. Viviamo così da anni, in tutto il mondo, e non so proprio come uscire da questa situazione. Chi sono? perchè lo fanno? qual'è lo scopo di questa mattanza?
Ognuno di noi ha un proprio punto di vista su questa storia. Ne ho sentite di tutti i colori: Alieni, divinità nordiche, spiriti malvagi, zombie,Dio, mondi alternativi, esperimenti militari finiti male, allucinazioni collettive, radiazioni nucleari e altro ancora. Ci sono fior di scienziati che stanno studiandoci sopra, e non voglio insegnare niente a nessuno,ma ho una mia teoria.
Quelli che scendono dalle lattine aliene non sono gli alieni. No, per niente. Sono troppo stupidi, quello che fanno è mangiare e cagare e buttare giù tutto quello che trovano. Ma non sanno neanche aprire una porta. La sanno sfondare, prendere a zampate, ma non sanno girare una chiave.

Quelli non sono gli alieni, sono i loro animaletti domestici. Sono i loro gattini, il criceto, il cane, il pappagallino, sono quelli che gli fanno le feste quando tornano da lavoro e che gli portano le ciabattine. Ecco chi sono loro.
I loro padroni li prendono e li portano qui sul nostro pianeta a fare i loro bisognini, a sgranchirsi le zampe, a saltellare felici. E mentre i loro padroni sono seduti su una panchina galattica a leggere il giornale, loro ci uccidono.
Noi siamo la ciotolina dell'acqua e dei croccantini.
Siamo la loro lettiera.
Ecco come la vedo io.
Ma forse è un'altra storia.

domenica 18 marzo 2012

come in un brutto film

L'incontro è fissato per le 21. Orlando guarda fuori dalla finestra e non ha per niente voglia di uscire. Piove .Una pioggia cattiva, sporca. Le gocce scendono giù come colpi di mitraglia, una scarica, poi si fermano, e giù un'altra scarica. La strada è già allagata, tutte le volte la stessa storia, una macchina lenta passa sotto casa, percorrendo quel fiume urbano controcorrente. Un salmone di metallo, gli viene da pensare a Orlando e gli scappa da ridere.

Avesse in casa alcolici si ubriacherebbe, una pistola si sparerebbe ad un piede, un cane si farebbe azzannare, così da potersi fare compatire. Presentarsi fasciato, lo sguardo di chi è scampato per un soffio alla morte, ma nonostante questo è puntuale all'appuntamento con la corte marziale, pronto per farsi fucilare.

“ cosa mi volevi dire?” le chiederebbe con rassegnazione.

Orlando cerca di immaginarsi gli occhi di lei riempirsi di lacrime, mentre con la testa fa cenno di no, mormorare che no, non ho niente da dirti, va tutto bene, è tutto a posto. Ci scappa anche un bacio, un abbraccio, una carezza. Chissà, anche del sesso. Quello da cinema, appoggiati al muro.I

Però, a ragionarci su, quella posizione è di uno scomodo, di un difficile...

Orlando ci ha anche provato, ma a parte che è un tipo gracile, e a tenere sollevata da terra una donna con le braccia si fa fatica, ma il pantalone slacciato scivola giù e allora allarghi le ginocchia per non farli cadere a terra, che poi è pure bagnato e si sporcano tutti e in più devi spingere, muoverti cercando di essere sensuale, ma ti senti i crampi ai polpacci, e arrivi al punto che la vorresti mollare e mandare tutto affanculo ma non puoi, perchè che figura ci faresti?

L'unica tua speranza è che anche lei stia soffrendo, e che pur di finirla con questo strazio finga un orgasmo.

E subito dopo lo fingi pure tu.

Gesù come piove. Nei momenti drammatici nei film piove sempre. I protagonisti inzuppati sino alle ossa si lasciano, si ritrovano, a volte cantano e non usano mai l'ombrello. Chissà come mai tutta questa ritrosia verso l'ombrello da parte dell'industria cinematografica, pensa Orlando, guardando fuori. La strada è un mare mosso, nessuno ci naviga ora. Nessuno ha appuntamenti irrinunciabili. Solo lui.

Tra 10 minuti.

Quanta tensione in questa attesa, neanche lei dovesse svelargli chissà quale segreto. Che disastro di sceneggiatura, è tutto un già visto, una fiction di canale 5. Perchè incontrarsi? Non è che mi deve consegnare un atto notarile. Bastava un email, meglio ancora un sms. Perchè trovarsi? Non c'è nulla da discutere, è tutto già successo milioni di volte, ci si lascia, ci si riprende, a volte no, si soffre, si piange e poi si va avanti. E così che funziona da sempre. Questo volersi vedere di persona, il coraggio di guardarsi negli occhi, è un atto sopravvalutato. Chi se ne importa del coraggio, rivalutiamo la vigliaccheria, pensa Orlando, mandami un sms e finiamola qui.

Che, se vogliamo dirla tutta, non è che si chiude LA GRANDE STORIA, in maiuscolo.

Finisce una storia. Un ciclo. Un equivoco.

Un botto. Ci si mettono anche i fulmini adesso, pensa Orlando, guardando fuori. Il cielo è un incubo, un effetto speciale, nuvole nere dense come polmoni malati scaricano acqua a secchiate. E' da pazzi uscire con questo tempo, non si può fare. Ora la chiamo. Orlando prende il telefonino, pigia tre numeri e quello gli squilla tra le mani.

E' lei. Dice che è meglio non vedersi, col tempo che fa.

Orlando risponde che non è un problema, tanto abitano vicino, cinque minuti e è li da lei.

Lei risponde che no, non importa, tanto lui lo sa cosa voleva dirle.

Orlando dice che non lo sa.

Lo sai. Dice lei.

No, vengo li e ne parliamo, che ci vuole?

Ma lei mette giù.

Orlando rimane lì con il telefono in mano per un paio di minuti, quindi lo appoggia delicatamente al tavolino. Che brutto film, che scena madre strappalacrime, pensa, e quasi gli verrebbe da ridere. Ma a ridere non c'è la fa, quindi si veste, si infila il cappotto, prende l'ombrello e esce fuori, sotto quel cielo infame, alla ricerca di un bar aperto per prendersi un caffè.

domenica 12 febbraio 2012

noi due






"Ci vai tu stamattina?" "perchè?" "Dai vacci tu Luca...io ho sonno, voglio dormire"
"Si ma è l'ultima volta hai capito?!"Sono stufo ok? hai capito cretino?"
"Ma si va bene, dai non rompermi le scatole che ho voglia di dormire".
Luca e Pietro sono due fratelli gemelli, la madre non se ne aspettava due di figli.
Era diventata enorme, la pancia negli ultimi mesi le impediva i gesti più semplici, dormiva con tre cuscini, perchè si sentiva soffocare da quella montagna sotto il seno.
Una sera finalmente perse le acque, il marito di corsa la portò alla Mangiagalli.
Ma si fa per dire di corsa, perchè la signora Elena faceva due passi e si fermava, aveva la sensazione di partorire da un momento all'altro ma voleva trattenere quella creatura fino al momento in cui avesse trovato le condizioni giuste per metterlo al mondo.
Quando arrivarono in ospedale i dottori dissero che era pronta per la sala parto, non c'era d'aspettare neppure un minuto.Una spinta poi un'altra, una gomitata sul pancione, un urlo e un pianto e Luca apparse sulla scena di questo mondo.
Era pelato e urlava, tutto rugoso sembrava un vecchietto incazzato nero.
Ad un tratto il dottore richiamò l'ostetrica, gli altri infermieri e disse " ce n'e' un altro, signora ricominci a spingere, oggi lei diventa una supermamma".
Da quel giorno Luca e Pietro furono due fratelli gemelli unitissimi, giocavano  sempre insieme, non potevano stare uno senza l'altro.
Dall'asilo alla scuola sempre in classe insieme.
Persino Elena faceva fatica a distinguerli rischiando a volte, di dar da mangiare o di cambiare il patello sempre allo stesso.
Luca e Pietro giocavano molto e si divertivano tanto, sapendo di essere  identici  facevano scherzi agli amici, ma anche alla portinaia, e poi una volta grandi, se capitava l'occasione si scambiavano le ragazze andando all'appuntamento dell'altro.
L'ultima che avevano pensato e che credevano fosse un'idea geniale, era quella di  avere un posto di lavoro condiviso.Potevano godersi una libertà impensabile, anche se lo stipendio era scarso ovviamente, era  fratto due. Ma nei giorni liberi andavano in giro a cercarsi delle nuove opportunità, scrivevano, insomma investivano il loro magnifico inganno come meglio pensavano.
Non era sempre andata benissimo, ma ci avevano preso gusto, questo senso di vivere con un clone di se stessi gli regalava la facoltà di potersi eclissare dalle situazioni che volevano evitare, dalle persone che volevano dimenticare, da tutto ciò che per tutti è difficile dire o fare.
Luca quella mattina come al solito si mette le lenti a contatto ed esce di casa arrabbiato.
Mentre Pietro si era rimesso a dormire profondamente.
I dipendenti di quel negozio avevano Pietro e Luca come capo, anzi l'unico capo che pensavano di avere era Pietro, ma pensavano che fosse un uomo malato, o meglio con seri problemi psicologici.
Luca, quello vero era una persona simpatica, alla mano, uno a cui potevi raccontare che la sera prima ti eri ubriacato perchè avevi litigato con la ragazza.Per brevità, uno con cui parlavi di tutto.
Invece Pietro pensava che il capo non poteva essere troppo accogliente, con il sorriso in tasca.
Il capo era il capo e un pò di distacco doveva  tenerlo, stava sulle sue e scambiava parole solo per necessità di lavoro, non dava alcuna confidenza, teneva le distanze da tutti.
Nessuno però si era mai accorto dello scambio dei due fratelli, perchè all'apparenza erano identici, alti uguali, robusti ma con il sedere piatto, capelli castani e occhi castani, denti un pò storti e pizzetto per smagrire il faccione.
Ogni volta che tornavano a casa dalla giornata di lavoro raccontavano in breve al fratello quello che era successo, per essere sempre pronti ad eventuali  riferimenti di fatti o persone.
Luca era miope e Pietro no.
Questa era l'unica differenza fisica tra loro...oddio magari qualche neo poteva essere posizionato in altro modo o qualche pelo delle spalle o del torace o del naso.Ma questi particolari non li aveva notati nessuno, per ora e neppure loro si erano mai ispezionati, gli sembrava che potesse andare benissimo così.
Luca sente l'aria tiepida uscendo, e con il sole l'umore gli  sale e così entra nel box, spolvera la sua Honda nera 1000 di cilindrata e parte.Wroooooooooommmmmmmmmmmmmmmmmm.
Fa una curva e poi un bel rettilineo, ma ad un tratto gli attraversa la strada  un cane che spaventato dal rumore del motore della moto si ferma, di colpo.
Caaaa..zo pensa Luca! Non vuole assolutamente investirlo ma non vuole neppure cadere o schiantarsi contro la macchina che stava arrivando dall'altra parte..così istintivamente suona il clacson ma non cambia nulla, il cane è come paralizzato.In un attimo Luca è per terra, cadendo prende un bel colpo alla testa e sviene.
A casa nello stesso momento Pietro si sveglia di colpo!"ma cosa mi sta succedendo? mi sembra di aver sognato...ma no non mi ricordo...eppure....mi sembrava che...ma come starà Luca?" Pietro rimane qualche istante a guardare il soffitto e poi si dice che è stato solo un brutto sogno con un brutto risveglio, e si gira dall'altra parte.
Luca per terra aveva già un pò di persone addosso che volevano chiamare l'ambulanza, che volevano spostarlo, che lo chiamavano nel tentativo di svegliarlo, insomma quel povero ragazzo era inconsapevolmente in balia di persone sconosciute che volevano aiutarlo, ma stavano facendo come spesso in questi casi succede, solo un gran casino.
Ad un tratto arrivo' una signora e in un solo istante buttò dell'acqua in faccia a Luca, "proviamo a fare così, io l'ho sempre fatto con mio figlio quando non si voleva alzare alla mattina!"
Tutti rimasero senza parole e terrorizzati per un attimo, poi guardarono la signora e stavano per inondarla di insulti quando ecco che Luca riapre gli occhi dicendo "cazzo adesso chi ci vede più"!
Luca deve togliersi oltre al casko anche le lenti a contatto perchè con l'acqua negli occhi, le lenti a contatto
dovevano essere immediatamente rimosse.
"Senta signore" rivolgendosi alla prima persona che aveva davanti e del quale intravedeva la sagoma " Io ora metto la moto qui al sicuro e lei gentilmente mi dà un passaggio al lavoro? Sa sono già in ritardo"
"Ma lei ha battuto la testa deve fare un controllo" gli dicevano tutti quelli che l'avevano assistito fino a 5 minuti prima, "Ma no ma no non vi preoccupate..sto benissimo, sono lucido..e il casko senno' a che serve secondo voi?"
Finalmente la gente comincia ad andarsene, borbottando, e Luca riesce a strappare il passaggio.
Entra in negozio camminando con un passo lentissimo, cercando di non urtare oggetti piccoli che non avrebbe mai visto; e questa insicurezza lo fa sentire improvvisamente fragile come non gli era mai successo e anche il suo sguardo era diverso.Salutava le persone evitando di cercare i loro volti per identificarli.
Doveva assolutamente fingere, trasformarsi in un perfetto vedente...suo fratello Pietro. Non era per niente semplice anzi già sentiva che tutto si stava complicando.
"Non ce la farò mai, mi faranno delle domande, o mamma mia cosa dico, che scusa mi invento? cosa posso fargli credere? non posso mica dire "ragazzi oggi non ci vedo, ho un calo della vista, ma vedrete che domani sarò quello di sempre."
I dipendenti del negozio cominciarono a parlottare tra loro "ma cos'ha oggi il capo?non ti sembra strano ma strano forte! è impedito nei movimenti , guarda come sta lì sulla scrivania, fermo".
"Cavolo nooo!" Luca è agitatissimo.."devo andare in bagno, so che mi devo alzare e andare da quella parte, ma porca vacca zozza proprio oggi mi scappa la cacca".
Va in bagno cercando di camminare con scioltezza, entra non distingue il water dal bidè e si libera evaquando come mai nella sua vita.Sbaglia e riempie il bidè di quella roba, avverte di aver fatto un errore, si agita tantissimo e apre l'acqua cercando di rimediare il disastro, ma  tutto peggiora e tracima merda in tutto il bagno.
Disperato si riveste esce dal bagno con la fronte ghiacciata, chiama un ragazzo e gli dice "guarda che un cliente è entrato nel nostro bagno e ha fatto un disastro, non si può entrare dalla puzza".
Luca capisce che la situazione è insostenibile e con la scusa di avere uno strano e improvviso problema agli occhi si defila dal negozio.
Tutti i suoi collaboratori sono senza parole ma poi ne dicono tante, nel negozio Luca ha lasciato un clima di assoluta confusione, tutti che fanno ipotesi, illazioni; a tutti vengono in mente le cose più incredibili eppure nessuno pensa che Luca sia quello che è.
Entra in casa e si siede sulla sua poltrona e sbuffando dice a se stesso che "basta non si può più andare avanti così, io sono Luca e Pietro è Pietro".
 Si ricorda del cartone "La carica dei 101" e pensa che quei cagnolini sembravano tutti uguali ma erano tutti diversi tra loro, e felici di esserlo davanti al mondo.






mercoledì 8 febbraio 2012

E così vorresti fare lo scrittore?



Se non ti esplode dentro

a dispetto di tutto,

non farlo.

a meno che non ti venga dritto dal cuore e dalla mente e dalla bocca

e dalle viscere,

non farlo.

se devi startene seduto per ore

a fissare lo schermo del computer

o curvo sulla

macchina da scrivere

alla ricerca delle parole,

non farlo.

se lo fai solo per soldi o per

fama,

non farlo.

se lo fai perché vuoi

delle donne nel letto,

non farlo.

se devi startene lì a

scrivere e riscrivere,

non farlo.

se è già una fatica il solo pensiero di farlo,

non farlo.

se stai cercando di scrivere come qualcun altro,

lascia perdere.

se devi aspettare che ti esca come un

ruggito,

allora aspetta pazientemente.

se non ti esce mai come un ruggito,

fai qualcos'altro.

se prima devi leggerlo a tua moglie

o alla tua ragazza o al tuo ragazzo

o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,

non sei pronto.

non essere come tanti scrittori,

non essere come tutte quelle migliaia di

persone che si definiscono scrittori,

non essere monotono o noioso e pretenzioso, non farti consumare dall'autocompiacimento.

le biblioteche del mondo hanno

sbadigliato

fino ad addormentarsi

per tipi come te.

non aggiungerti a loro.

non farlo.

a meno che non ti esca

dall'anima come un razzo,

a meno che lo star fermo

non ti porti alla follia o

al suicidio o all'omicidio,

non farlo.

a meno che il sole dentro di te stia

bruciandoti le viscere,

non farlo.

quando sarà veramente il momento,

e se sei predestinato,

si farà da sé e continuerà

finché tu morirai o morirà in te.

non c'è altro modo.

e non c'è mai stato.



Charles Bukowski, E così vorresti fare lo scrittore? (Guanda 2007)



sabato 4 febbraio 2012

Alla finestra. Riflessioni inopportune di un fottutissimo genio.

Era dagli anni cinquanta che non ne veniva giù così tanta. L'alito addensandosi sul vetro incrostato dal gelo spalma un velo di panna sul paesaggio lattato. Là fuori il mondo si è disfatto sotto una gigantesca colata di yogurt. I soliti tetti rossi, le dolci colline, di uno spoglio giallo verde in questa stagione ma fiorite come l'eden in primavera, languono ammutoliti nell'uniformità candida del nulla, sovrastati dal cielo nel medesimo grigio del fumo che fuoriesce dai camini.
La tosse mi scuote, questo mi ricorda che è il momento di accendermene una, mi cola una narice, tiro su col naso. Sono un grosso pupazzo di stracci, un orso ingobbito ricoperto dalla spessa pelliccia multicolore di lana e poliestere. E' successo che ieri notte il freddo ha fatto gelare i tubi e il riscaldamento è andato. Stamane svegliandomi ho trovato ghiaccio il succo di pera che tengo vicino al letto, questo significa che la temperatura è sotto lo zero e che la casa ora è un igloo, unica difesa dalla glaciazione eterna il vecchio termoventilatore recuperato nello stanzino degli orrori, e degli errori, che ronzando scatarra aria calda.
Degli uccelli neri volteggiano sopra l'abitato, sembrano a loro agio, scivolano nell'aria disegnando complicate indecifrabili figure, per un attimo si posano a gruppi densi, quando uno solo riparte l'intero stormo lo segue.
E' su uno di questi medesimi tetti che da bambino ho visto un uccello fare snowboard sopra il tappo di un barattolo. L'animale scivolava sulla neve lungo la pendenza, arrivato in fondo afferrava il tappo col becco, volava in cima, prendeva posizione e ricominciava da capo. Aveva l'aria di divertirsi parecchio. Uno spettacolo incredibile, magico, a cui nessuno ha mai creduto; rivederlo ora mi farebbe bene.
Mi sposto da una gamba all'altra, basta questo perché l'antico pavimento in cotto dipinto si lamenti. E' tutto graffiato, andrebbe sistemato; da quanto tempo non lo tingo? Vediamo, facciamo due conti: è stato tre mesi prima che Maria Pace se ne andasse portandosi via le piccole, questo fa oltre quattro anni. Il tempo lui sì che vola su ali di vento e non torna mai sui suoi passi.
Maledetta Maria Pace, sgualdrina disumana, mercoledì mi ha di nuovo minacciato, ridendo forte ha detto che se entro la settimana prossima non gli mando tutti gli arretrati lei alza la cornetta e parla con quel laido del suo avvocato, che va a fare quattro chiacchiere col giudice, sicché non potrò più vedere le bambine e qualcuno salirà le mie scale per sequestrarmi tutto ciò che possiedo. Quando ho risposto che non ho più niente, che mi sono già venduto tutto, che mi sono rimasti solo dei vecchi vestiti, lei ha replicato che allora si prenderanno quelli, e ha aggiunto “anche le mutande”. Che sono tutte sporche e bucate, sarà interessante guardare in faccia i partecipanti all'asta pubblica.
Vuole i soldi ma mica li ho, ho giusto quelli che servono per i biglietti per salire su a Milano a prendere le bambine e tornare, e me li sono fatti dare da mia madre che ha sbuffato e ha detto che a quarantanni dovrei sapermela cavare da solo. A parte che è un'emerita stronza, come darle torto? E dovrò prendere una stanza in affitto, a credito, che in casa fa troppo freddo per le mie tenere gioie.
E' stato un brutto anno, l'ultimo di una pessima sequenza. Ho perso il lavoro, c'è la crisi, in giro non c'è niente, solo da una settimana ho rimediato un mezzo part time. Vendere porta a porta bibbie illustrate è ancora più noioso che spacciare polizze assicurative, con il più bigotto e fissato fra gli spretati ex alcolisti poi è puro purgatorio. Tutto il giorno non fa che blaterare del Peccato e del Maligno, dice che così non sarò colto impreparato al sopraggiungere dell'Apocalisse imminente. Dice che manca davvero poco, che gli è proibito essere più preciso ma che il conto alla rovescia è già iniziato, che non so più quale angelo gli mormora giorno e notte il countdown all'orecchio. Lui è un eletto, io, per ora, un reietto.
Mi ha assunto per darmi una mano perché ora che ho smesso di bere e sono sulla via della redenzione, che ho mutato stile di vita e quasi tutte le domeniche vado a messa, lui si sente in dovere di sostenermi, che fra devoti ci si aiuta. Sarà per darmi una mano a non spendere, a morigerarmi e a non precipitare nella spirale dei consumi insulsi e peccatori che mi sgancia massimo 20 euro alla volta.
Tanti uccelli, tutti neri, ma dove sono finiti quelli di altro colore? Tutti emigrati? Comunque mai saputi i nomi dei volatili, intendo dire che certo conosco gazze, corvi, aquile e falchi, tordi e cinciallegre, e non scordiamoci del condor e del pellicano, ma per me sono sole parole, non so affatto a cosa corrispondano, non li distinguo uno dall'altro a parte i piccioni e i gabbiani, e forse, ammesso che il nome abbia un senso e non circolino altri pennuti con la medesima caratteristica, andandoci a sbattere la faccia potrei riconoscere un pettirosso. Mi intendo meglio di polli e tacchini, ma di quelli già denudati riposti in file ordinate nel banco frigo del supermercato, magari già tagliati in comode porzioni.
Il tarabuso, per esempio, che uccello sarebbe? Per me è solo una parola, ma sapere che ha le ali e le penne mi basta, a dire il vero è anche troppo. Eppure lo capisco, non sono mica stupido, ignorare a cosa corrisponda un determinato lemma equivale a non conoscerlo. E senza i termini appropriati come ritagliare le singole cose dal resto dell'universo? Come organizzare l'esperienza? E dopo come rammentarla e farci dei pensieri sopra? Come raccontarne agli altri? Ho letto una volta che l'esquimese usa centinaia di diverse parole solo per indicare le varie sfumature del bianco e i numerosi tipi di neve e di ghiaccio. Quando il cacciatore torna al suo amato igloo, alla fine di un'intensa giornata di lavoro, e la moglie gli chiede “caro dove sei stato oggi?” non può certo cavarsela rispondendo semplicemente “non lo so ma era tutto bianco”.
Un flebile bit mi scivola nell'orecchio, proviene dal mio portatile, segnala un nuovo messaggio. Trascinando il duplice strato di coperte caracollo fino alla scrivania improvvisata ottenuta sovrapponendo due pallets, accomodo i glutei recalcitranti su di una cassetta di plastica, sulla quale ho appoggiato un vecchio cuscino da seggiola altrimenti orfano di ogni funzione.
E' una mail di SenzaLogica, mi esprime la sua solidarietà, si dice scandalizzato da quello che sta accadendo, dice che se me ne vado io va via anche lui. Con poche battute sulla tastiera lo ringrazio e lo saluto. Hasta la vista companero.
Sono quasi tre anni oramai che pubblico poesie d'amore e brevi pezzi di prosa filosofica sul web ma non mi sono mai trovato in un casino del genere. Magari avete letto qualcosa di mio, mi firmo Il Versificatore Mascherato, ma pure Rutto Cortese, Angelo Ribelle, ilfigliodellemuse e, per la verità, anche in tantissimi altri modi. Mi piace intingere i pensieri nel fondo del cuore, estrarli e intesserli in purissimi versi d'amore. Preferisco il metro libero, in particolare il verso libero, chi se ne intende sa che non sono la stessa cosa, ma non disdegno neppure le forme popolari come la frottola e lo strambotto, o vetuste come la barbara saffica, ma quando ho voglia di fare sul serio lascio che le dita danzino sulla tastiera al lirico ritmo di sonetti e madrigali.
E' tanto assurdo che neppure so da dove cominciare. E' accaduto che alcuni giorni fa ho letto la prima parte del nuovo poema di CuorPoet@ ambientato nel secondo conflitto mondiale. Una vicenda commovente che mi ha fatto quasi piangere; una bambina ebrea salva la famiglia che la ospita e protegge offrendosi spontaneamente ai fascisti. Una storia incantevole ve lo giuro, scritta in modo divino in versi torniti e brillanti (ma non raffinati come i miei). Non è un caso se l'opera ha vinto il primo premio del concorso Poesia di Pace e Bontà a Marostica ed è stato pubblicata su carta, come con scarsa eleganza postilla l'autore. Ma non voglio in alcun modo diminuire CuorPoet@, per me è un vero mito.
Ieri ho letto la seconda parte, quella dove la bambina esce dal suo nascondiglio sotto la catasta di legna, e lo giuro mi sono commosso, in realtà per niente, ma sarebbe certo successo se le traversie della vita non mi avessero indurito il muscolo cardiaco. Ad una sfilza di commenti sbrodolanti entusiasmo e meraviglia seguiva quello de il Fosco, un ottuagenario invidioso a cui brucia perennemente il culo, che sosteneva che il poema intero si basa su di una menzogna, poiché è scientifico che i fascisti mai fecero retate di ebrei prima del 43, e che in seguito quando avvenne la colpa era comunque dei nazisti che li spingevano da dietro.
Dico la verità di queste cose non mi interesso, il Fosco certo era presente di persona, nella sua bella divisa da fascista cucita addosso di misura, immagino sappia di cosa parla, ma il punto è chi se ne frega dell'aderenza storica, forse che ci poniamo il problema di sapere cosa respirasse Astolfo sulla luna?
Subito sotto il commento di quella tripla merda de Il Cavaliere Inesistente, un pusillanime beghino che crede che la Madonna di Medjugorje lo accarezzi nel sonno tutte le notti, che sosteneva che se i fatti storici sono inesatti la poesia non vale nulla e non merita alcuna lode. Ma siamo pazzi? Da quando la poesia è succube della realtà? Non è forse sogno e meraviglia? Magico fagiolo scagliato in cielo come arcobaleno multicolore dalle ali di cera?
Quindi il Fosco e Il Cavaliere Inesistente si proponevano di scrivere un poema epico sulla seconda guerra che ristabilisse i fatti storici, poi hanno preso a litigare fra loro su chi dei due avesse avuto per primo l'idea, tanto che CuorPoet@, sebbene ospite sempre squisito, ha pure perso la tramontana e li ha mandati al diavolo.
Non l'avessi mai fatto. Ho lasciato un commento di pura ammirazione al vate CuorPoet@. Ispirato dalla diatriba dei due merdosi ho fatto un poco lo spiritoso, ho scritto che i versi sono di una bellezza irraggiungibile, tanto che roso dall'invidia non posso accettare che non siano miei, ho così deciso di averli composti io stesso, e mi sono pure convinto che lui, Cuorpoet@, altri non è che una parte di me, della mia anima che da me si è distaccata e invito a tornare presto a casa.
Si capisce che è uno scherzo? Si è scatenato l'inferno, CuorPoet@ mi ha ricoperto d'insulti, mi ha definito ridicolo verseggiatore da scuola materna, mediocre e insulso menestrello, patetico giullare. Ha scritto di non provarci nemmeno a sostenere che il poema è opera mia, tanto è registrato alla Siae, ha vinto il primo premio ed è già stato pubblicato, ho controllato, solo in estratto da una casa editrice a pagamento, e ha concluso dandomi del ladro e del plagiario infame.
Stamattina leggendo sono rimasto basito, e non bastasse Rimetta Allegra ha commentato sotto che tempo fa avendo letto alcuni miei sonetti, da lei molto apprezzati, gli erano parsi famigliari, non volendo pensare male aveva lasciato correre, ma ora, che una persona seria e degna di fede come CuorPoet@ dice quel che dice, non ha più dubbi, quei sonetti è certa di averli scritti lei anni fa. Che assurda commedia, Beckett che ubriaco balla nudo sul tavolo, Kafka che si fa tatuare in fronte Joe Condor per essere accettato e applaudito sul web. E che cazzo! Ci sono o ci fanno? Ho risposto di getto, quindici righe di purissimi insulti in rima baciata, uno dei miei pezzi migliori di sempre.

-Ciao Piero ti chiamo per ricordarti che domani devi essere alle dieci in punto sotto casa mia.
-Ricordarmi? No guarda ti sbagli, se tu che devi portarmi le piccole in stazione.
-Parlo in rumeno forse o all'improvviso non comprendi più l'italiano? Domani tra le dieci e le dieci e cinque mi suoni al citofono, che alle dieci e un quarto mi arriva il taxi.
-Di che taxi parli? Non c'è nessun taxi. Pax non eravamo mica d'accordo così.
-Il taxi non è per te ma per me e Alessio, andiamo in beauty farm al lago per il week end. E ricordati di quello che ora dico: non mi nominare neppure, ma se proprio è necessario per te sono solo e sempre Maria Pace.
-D'accordo Maria Pace, non posso venire sotto casa a prendere le piccole perché il treno del ritorno parte solo dopo un quarto d'ora il mio arrivo, ci vuol già tutta così, lo perderei di certo.
-Vuol dire che prendi quello dopo.
-Maria Pace non c'è quello dopo.
-Non alzare la voce con me.
-E tu non pretendere cose impossibili, dobbiamo attenerci agli accordi che hanno preso i nostri avvocati.
-No. Tu vieni sotto casa, suoni, ti apro, ti collochi davanti alla porta dell'ascensore, solo allora mando giù le ragazze. Non cercare di vedermi, neanche di parlarmi al citofono. Porco.

Perché sono così debole? Resisto giusto il tempo necessario a dire no con voce ferma ed espressione granitica prima di rovinare e acconsentire con un sorriso appena sbieco. Essere arrendevoli è come avere sempre torto. La mia è strisciante mancanza di fiducia in me stesso, auto sabotaggio, inconscio desiderio di non abbandonare il regno degli invertebrati, drizzarmi e uscire dalla mota amniotica. Così da non compiere il destino del fottutissimo genio che ho dentro. E Maria Pace che mi conosce così bene di me fa quello che vuole. Anche per questo ho ancora un debole per lei.
Va in vacanza con l'altro, mi pare si chiami Silvio, quello con l'hammer giallo limone che non puoi fare a meno di notare, con le scarpe a punta e i vestiti firmati che non gli si abbottonano neppure.
Quanti fidanzati ha già cambiato Maria Pace, tutti uguali, almeno per quanto riguarda il conto in banca e l'arroganza. Un paio di avvocati, un industriale del mobile, un farmacista, non so quanti dentisti, un chirurgo estetico, almeno un notaio. Alla timida Maria Pace gli uomini durano meno dei tampax.

Squilla il citofono, da dietro i vetri intravedo le teste di Leo e Renzo, e indovino quelle del Conte e del suo rottweiler gigante. Non è cosa, mi scosto dalla finestra per non essere visto. Leo insiste, deve essere rimasto incollato al campanello, e si diverte pure, dopo gli iniziali squilli prolungati ora si esibisce in una scoppiettante marcetta demente. Ed ecco la voce del Conte che grida mio nome accompagnato dall'ululare di Bruto. E' inutile, sanno che sono in casa, non la smetteranno mai, attireranno l'attenzione di tutta la strada. Schiudo appena la finestra, giusto uno spiraglio per farmi udire.
-Andatevene a cagare.
-Apri la porta che la facciamo nel tuo cesso.
-Scendi che andiamo a divertirci.
-Dai che paga il Conte.
-Andatevene. Ho da fare. Sono malato, non posso prendere freddo.
-Dai che ti scaldi, stasera si va a tutta birra e whisky.
Non rispondo neppure, prima di richiudere assaporo il frizzare dell'aria e l'odore della neve, come di mondo appena creato, leggero, solo luminoso futuro, niente alle spalle. Li lascio lì, in piedi nella neve alta ad abbaiare al cielo.

Non odio il genere umano, neppure sono un solitario, sono loro ad essere dei soggetti impossibili. Si ubriacano, alzano la voce, e finisce a pugni. Se ne fregano loro, sono degli impuniti, possono permettersi di fare tutto quello che vogliono. Non hanno più niente da perdere. Senza contare che per paura di ulteriori problemi le vittime non li denunciano nemmeno, e i padroni dei locali preferiscono lasciar correre, sempre per limitare i danni, e la polizia non sa che fare, conosce il copione e lo trova noioso, per quanto sia incoerente preferisce girarsi dall'altra parte e lasciare andare.
Ma io no, io non posso permettermelo, il giudice è stato chiarissimo, alla prossima che combino fa in modo di farmi togliere le bambine. “Cammina ben dritto” mi ha detto, “non voltarti mai, né a destra né a sinistra. E se senti dentro di te quella vocina che ti suggerisce che sarebbe divertente scartare di lato tu non darle ascolto, o io ti fotto”.
Poi bere non posso. Fare tardi non posso. Domani mi devo tirare su presto per andare a Milano, e se il capo scopre che ho bevuto anche solo un bicchierino perdo il lavoro, e se accade perdo pure i miei tesorini.
Non se ne parla. Poi sono tre pazzi. Quattro con il cane. La settimana scorsa hanno infastidito tutte le ragazze al bar del bowling, quando il vecchio che sta alla cassa gli ha chiesto di smetterla gli hanno aizzato contro Bruto che non se le fatto ripetere due volte. Quindi hanno rovesciato e rotto tutto quello che hanno potuto. Poi sono scappati con la macchina del Conte alla balera della Nico e il vecchio è andato in ospedale in ambulanza.
Non esiste, l'ultima volta mi sono svegliato nel cuore della notte nel letto di una puttana, la bocca che sapeva di merda, il Cobra in mutande seduto sul tappeto che sibilava di sé in terza persona con una battona centenaria, e il Conte chiuso nel cesso con altre due professioniste che cercavano di abbattere la porta per poterlo uccidere.
Io ho la mia vita a cui badare, migliaia di cose da sistemare. Per esempio devo buttare giù un post col nickname Angelo Ribelle, il mio frammento d'anima più rompi coglioni, e attaccare CuorPoet@, insinuare che il suo poema è un miserabile plagio, che lo ha realizzato col copia e incolla con i pezzi rubati in giro per il web. E che è insulso, niente più che una favoletta per bambini. E devo fare piangere amaro Rimetta Allegra, quando avrò finito con lei le sarà necessario un nuovo nick.
E devo chiamare mia madre per chiederle se domani sera io e le piccole possiamo mangiare da lei, e pure i giorni seguenti, così non faccio la spesa e non dilapido in pizzeria.
E devo organizzarmi per tirare su un po' di grana, giusto per ridurre l'ammontare degli arretrati con Maria Pace e tenerla buona.
E devo trovarmi un altro lavoro, una cosa qualsiasi, anche di poche ore, per integrare la miseria che guadagno con la vendita delle bibbie. Non sarà facile, la laurea la considero già buttata nel cesso, sono disposto a fare qualunque cosa, ma dovrò combattere contro eserciti silenziosi composti da milioni di minuscoli cinesi insonni, senza festività da celebrare o parenti a cui badare. Ma la spunterò, lo faccio per le mie bambine, la causa è giusta, sono in missione per conto di Dio, niente mi può fermare.

Tutto per colpa di Maria Pace, mentre stavamo insieme avevo ogni cosa, l'amore, le figlie, una vera casa, il lavoro. Zoccola infame. Pensare che quando l'ho conosciuta pareva un cucciolo spaurito, tenero, bisognoso di cure. Biondina, gli occhi chiari, il sorriso esangue; alta, smunta e senza tette che pareva una pertica. Ora ha i capelli neri, lisci e lucenti, una quinta maggiorata di reggiseno e labbra al silicone che paiono voler ghermire il mondo, gambe lunghe tornite dalla cyclette poste su vertiginosi tacchi. Dio come la desidero.
Com'è che è finita così? Ci amavamo. Ne sono certo, almeno all'inizio anche Maria Pace mi voleva bene. Poi l'amore si è sciolto in rancore ed è montato in vero e proprio odio. E' stato allora che ho cominciato a bere come nel più scontato dei romanzi, lei m'insultava, io ero pazzo di gelosia. La picchiavo? Lei dice di sì ma non mi pare, forse una sberla ogni tanto.
Una sera sono tornato ubriaco, ho trovato l'uscio chiuso col paletto, ho suonato, niente, ho urlato e tirato pugni e calci. Niente. Allora ho murato l'entrata con il nastro adesivo, ho ripreso a picchiare sul campanello, volevo vedere la faccia che Maria Pace avrebbe fatto scoprendo che non ero io ad essere chiuso fuori ma era lei ad essere in prigione. Niente, non ha aperto. Allora ho dato fuoco a tutto quanto ed è finita che sono arrivati i pompieri a braccetto con la polizia. E in quella occasione che è finita tra noi, che ho perso Maria Pace per sempre. Lei non mi ha concesso altre possibilità.

-Piero non farci bere da soli, abbiamo bisogno di te.
-Non fare il prezioso.
-Dai che al bancone dell'osteria stasera c'è la Gina che ci fa annusare un po' di fica.
“Andiamo a divertirci”, dicono “droghiamoci forte, 'tanto il mondo sta andando comunque a male. Non senti questo odore? E' quello della fine”.
Ascolto la mia voce dire “d'accordo, solo un attimo e scendo”.
Do un'ultima occhiata ai tetti, alle colline, agli uccelli che palpitano tra il grigio del cielo e il bianco del mondo. Li respiro, me ne riempio i polmoni. Chiudo la finestra consapevole che il candore si discioglierà presto in rivoli di liquido scuro.


giovedì 2 febbraio 2012

perle ai porci

Uno dei protagonisti di questa storia, storia di uomini e di donne, è una grossa somma di denaro, proprio come una grossa quantità di miele potrebbe essere, correttamente, uno dei protagonisti di una storia di api.
La somma era di 87.472.033,61 dollari il 1° giugno 1964, tanto per dire un giorno. Quello fu il giorno in cui la somma cadde sotto gli occhi dolci di un giovane azzeccagarbugli che si chiamava Norman Mushari. Il reddito prodotto da quell'interessante capitale era di 3.500.000 dollari l'anno, quasi 10.000 dollari al giorno, domeniche incluse.
Questa somma era diventata il nocciolo di una fondazione filantropica e culturale nel 1947, quando Norman Mushari aveva appena sei anni. Prima di allora essa costituiva, in ordine di grandezza, il quattordicesimo patrimonio familiare d'America, il patrimonio della famiglia Rosewater. Lo avevano trasformato in fondazione per impedire agli esattori delle imposte e ad altri predatori che non si chiamavano Rosewater di mettervi le mani sopra. E quel barocco capolavoro di cavilli che era lo statuto della Fondazione Rosewater dichiarava, in effetti, che la presidenza della Fondazione era ereditaria come la Corona britannica. Doveva essere tramandata, in saecula saeculorum, agli eredi più diretti e più anziani del creatore della Fondazione, il senatore Lister Ames Rosewater dell'Indiana.
I fratelli del presidente sarebbero diventati funzionari della Fondazione al compimento del ventunesimo anno. Tutti i funzionari erano funzionari a vita, purché non venissero legalmente riconosciuti incapaci di intendere e di volere. Erano liberi di compensarsi per i servigi resi con tutta la munificenza che volevano, ma solo attingendo al reddito della Fondazione.

*R*

mercoledì 1 febbraio 2012

Buona Novella?

Io volevo solo una vita tranquilla.
Della mia primissima infanzia ricordo solo il profumo del senodi mia madre e il gusto dolciastro del suo latte.
Poi verso i tre anni i miei ricordi si spostano ad un letto, in una camera spoglia e con una sola, piccola, finestra.
Non sapevo veramente parlare, le uniche cose che mi erano state insegnate erano le lodi.
Vedevo sempre e solo la stessa unica persona, tutti i giorni, e quella persona mi insegnava le preghiere e mi nutriva con la stessa unica pietanza, tutti i giorni.
Se volevo scendere dal letto distendevo le braccia e quest'essere mi prendeva in braccio. Era molto forte, lui, e mi portava verso la finestra.
Una volta mi disse che sarei stata la regina di tutto quello che potevo vedere se avessi voluto.

Poi improvvisamente, un giorno, senza motivo, mi rifiutai di pregare e mangiare.
Scesi dal letto e per la prima volta in dodici anni di vita toccai il suolo. Era freddo.
Era una sensazione bellissima poter camminare con le proprie gambe su una superfce lievemente sporca e fresca. Mi sentii libera.
L'uomo fece per sollevarmi da terra ma io lo respinsi, mi dissi che il primo passo per sentirsi tranquilli era la libertà e lui doveva andarsene. Quando glielo dissi pensavo di ferirlo, e quella era la mia intenzione, ma lui con stoicismo se ne andò.

Quella notte ebbi un caldo insopportabile, sembrava stessi bruciando. Mi svegliai sudata, il letto era sporco di sangue, che stessi morendo?
Corsi alla porta con gli occhi offuscati dalle lacrime, picchiai forte i pugni chiedendo aiuto e tremando, provai a chiamare l'uomo che mi aveva sempre fatto compagnia ma solo allora mi accorsi di non sapere il suo nome.
La porta fu aperta da un vecchio che, quando gli raccontai tutto, mi diede una sberla e mi strattonò in una sala immensa.
Lì fui pettinata e truccata.

Rimasi lì sola, a chiedermi perché fossi stata disprezzata, forse stavo morendo e al posto di aiutarmi mi avevano truccata, che mi stessero preparando per la bara?
Invece, la mattina seguente sempre in quella sala, mi ritrovai davanti a decine di uomini.
Era la prima volta che vedevo così tante persone e, i loro occhi erano puntati su di me, sentii gli zigomi arrossire.
Avevano tutti la carnagione molto più scura di me, il viso invecchiato prematuramente da una vita di sacrifici e le mani callose per il troppo lavoro.
Mi riempivano di complimenti, più o meno dolci, a volte volgari. Solo un uomo tremendamente vecchio stava in disparte e silenzioso. Sentii mugugnare qualcosa a proposito di un bastone e dei fiori ma non capii molto. D'altronde per dodici, lunghi, anni ero stata tagliata fuori dal mondo. Neanche sapevo come fossero fatti veramente gli uomini e a cosa servissero i bastoni.
Poi l'uomo in disparte, mostro il suo bastone, era coperto di fiori.
Tutti lo guardarono con invidia mentre lui si avvicinò a me prendendomi per la mano e scortandomi fuori.
Mi chiese se fossi la figlia di Anna e aggiunse che le assomigliavo tanto.
Io non sapevo se credergli, non ricordavo mia madre, era da quando avevo tre anni che non la vedevo.
Mi portò a casa sua e mi presentò quelli che sarebbero stati i miei fratelli.
Quattro uomini, che ormai stavano uscendo di casa perché sposati e due sorelle, più giovani di loro ma comunque molto più grandi di me.
Le sorelle mi iniziarono ai lavori di casa mentre il vecchio fu costretto ad allontanarsi per lavoro.
Passaì da una prigione all'altra senza assaporare la libertà. Mi sarebbe bastato corre per i prati come facevano i bambini dietro casa nostra ma mi era stato proibito dalle mie sorelle perché: poco dignitoso per una donna.

Quando il vecchio tornò a casa, io mi sentivo estremamente irascibile. Qualsiasi cosa mangiassi mi faceva vomitare e m'infastidiva la puzza di legno che permeava la casa.
Lui mi fece domande su neonati e uomini ma io non capii e non seppi rispondere.
Mi disse di prepararmi per un viaggio e mentre partivamo vidi ancora gli occhi di tutti gli uomini guardarmi come se fossi una criminale.
Dopo pochi mesi iniziai a capire cosa intendeva chiedermi l'uomo.
Dopo una grande fatica e un dolore immenso partorii un piccolo neonato. La mia prima preoccupazione fu “ Mi somiglia?” la seconda, dopo spiegazioni del mio papà adottivo su rapporti sessuali e procreazione, fu “ come è possibile?”.
Lui fece finta di non capire e mi disse che era ora di tornare a casa.

Il fatto di avere un figlio, e quindi stare ancora più tempo segregata a casa iniziava a non pesarmi più. Quando ero nervosa stringevo forte al petto il mio bambino e stavo meglio. Lo chiamavo il mio Principino, il mio Dono o semplicemente Gioia.
Non ero libera ma di sicuro iniziavo a sentirmi tranquilla.

Poi un giorno venni avvisata che mio figlio sarebbe stato giustiziato perchè si dichiaro Re. Il vecchio ormai era morto da tempo e le mie sorelle si erano sposate e uscite di casa
Il primo pensiero che ebbi fu “ finalmente libera, finalmente tranquilla”.
Ma quando vidi quello che gli stavano facendo tutto crollò.
Non posso e non voglio essere libera, lui non è il figlio di Dio è mio, io l'ho tenuto in pancia senza capire perché e io l'ho cresciuto, che nessuno me lo tolga.
Ma ormai era tardi.
Ero sì libera ma per quanto riguarda la tranquillità ne ero ben lontanta...

mercoledì 25 gennaio 2012

nessuna come te

tu sei la persona che avevo amato
con la quale ho riso scherzato, diviso un panino.
tu sei bionda e io castana, tu sei calma, io agitata.
tu sei dolce e io di meno.
tu eri  lo studio e la merenda,
i parchi e i ragazzi non tutti per bene,
sei stata la prima sigaretta.
il primo viaggio all'estero.
tu eri punk con le spille dappertutto e i capelli neri,
io ero sempre la stessa o almeno mi sembrava.
ho amato tua madre e tuo padre, forse più di quanto amassero me.
ho trovato nella tua casa la calma e il sorriso che cercavo.
tutto quello che facevi mi sembrava strano, ma ti ho sempre tenuta stretta come una principessa dentro di me.
poi ci siamo perse, siamo diventate donne abbiamo avuto i nostri figli, la vita ci ha travolto d'amore e preoccupazioni, di gioie e dispiaceri.
tu eri però sempre la mia amica e lo sei ancora oggi.
quella sulla 74, quella che faceva la cacca con me, leggendo il topolino.
non eri un ricordo, eri una voce al telefono, una mail.
adesso sei tornata nei miei giorni, è tornata la tua risata improvvisa, la dolcezza della tua comprensione,
la timidezza mista alla potenza della confidenza sincera, pura.
quando ti guardo nelle foto e guardo Futura la tua bambina,
 vedo la bellezza regalata dalla vita, il succedersi continuo dell'amore, che noi sottovalutiamo e pensiamo di non avere mai abbastanza.
l'amore che non ci abbandona che ci sta incollato e che non è solo una faccia.
anche se tu hai una bella faccia con quei denti bianchi, quel sorriso che è lo stesso di quando ridevi delle mie cavolate alla scuola elementare.
e i tuoi capelli biondi liscissimi, e la pazienza che in te non cambia mai, neppure con tutta la vita che ci è passata in mezzo.
tu sei testimone della mia vita passata e quando mi dici che ero seria e avevo lo sguardo spesso corrucciato mi vengono i brividi perchè sembra ieri e sono passati 20 anni.
parlami ancora di me e di te e di noi , perchè mi riempe di gioia pensare a quanto mi stai regalando a quanto la tua vita è importante per me.



giovedì 19 gennaio 2012

Sedoka*




Niveo candore

celato fra le pieghe

d’un kimono scarlatto.


Sogno sospeso

fra cristalli di neve

su un tappeto di perle.

***

Flavia

Immagine dal web


Sedoka è un tipo di metrica giapponese composta da due strofe, ciascuna delle quali è formata da 3 versi ritmati in sillabe nel modo seguente: 5-7-7, 5-7-7. Chi volesse saperne di più sulla Poesia Orientale può consultare questo sito: