"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater
Visualizzazione post con etichetta flavia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta flavia. Mostra tutti i post

lunedì 10 marzo 2014

Imprevisti tra il serio e il faceto

Quel giorno Riccardo arrivò a casa inaspettatamente prima di pranzo. Aprì la porta  e lo spettacolo che si presentò ai suoi occhi lo lasciò impietrito. Sua moglie Elena era avvinghiata a  uno sconosciuto  che aveva l’impudenza di continuare a stringerla a sé come se niente fosse, senza la minima intenzione di allontanarsi o di  giustificare la sua presenza.
E fin qui, di imprevisto c’è ben poco: ogni giorno centinaia di persone scoprono che la moglie (o il marito) ha un  amante e la cosa non fa notizia. Ma in questo caso la faccenda prese una piega ben diversa, alquanto imprevedibile : a un certo punto l’uomo, continuando a tenere Elena incollata al suo corpo, fece sbucare una mano sopra la spalla della donna e  in quella mano impugnava una calibro 38, con la quale fino a quel momento aveva tenuto sotto tiro la poveretta. "Non fare il furbo con me! – intimò a Riccardo  il malvivente  – Dammi tutti i soldi che hai nel portafoglio e apri la cassaforte  che sicuramente tieni nascosta sotto uno di quei quadri " aggiunse indicando la parete di fronte a lui.
Riccardo non si scompose. Con calma infilò la mano destra nella tasca dei pantaloni e… bang, bang: sparò due colpi di pistola dritto  davanti a sé. Il malvivente crollò a terra, fulminato con una precisione da cecchino. Anche Elena stramazzò sul pavimento.  Svenuta per la paura? Uccisa per sbaglio dal marito? No, centrata a tradimento dalla seconda pallottola sparata da Riccardo,  che dopo aver rimbalzato contro il muro  era andata a conficcarsi proprio nella sua coscia, all’altezza del femore, facendole sgorgare il sangue a fiotti.  
Passi per la tentata rapina, ma finire impallinata da un proiettile vagante che l’aveva presa di mira per sbaglio era proprio il massimo della sfiga!
Per fortuna l’ambulanza arrivò velocissima (un fatto  - anche questo -  davvero imprevedibile) e la donna venne soccorsa giusto in tempo per non  morire dissanguata. Tutt’ a un tratto, però, l’ambulanza cominciò a tossire come se fosse sul punto di decedere e si fermò. Un imprevisto davvero banale: era finita la benzina.  Ma i barellieri  non si scoraggiarono: caricarono Elena, con tanto di barella, sulle spalle, e volarono  a piedi al pronto soccorso dell’ospedale San Gennaro, che distava appena mezzo chilometro.
“Che giornata infernale” pensò fra sé Elena mentre la facevano entrare nella sala medica del pronto soccorso. Meno male che ora sono finalmente qua, al sicuro, e non corro più rischi. Elena non aveva fatto i conti con l’incuria del dottore di guardia,  più attento agli squilli del proprio  cellulare che alla sua paziente. E fu così che il deficiente versò sulla ferita  del disinfettante per i pavimenti al posto di quello  per le medicazioni, causando ad Elena una brutta ustione da prodotti chimici.
“Ci mancava anche questa!” urlò la donna esasperata. “Voglio andarmene subito da qua. Vi sollevo da ogni responsabilità, firmo tutto quello che c’è da firmare ma chiamatemi un taxi  e fatemi andare via.”
Qualche ora dopo, esausta ma assistita come si deve in un altro ospedale, Elena rifletteva sull’ accaduto. " Ma guarda te cosa mi è andato a capitare da quando, stamattina, ho aperto la porta pensando che fosse Alberto e invece mi sono trovata davanti quel ladro con la  pistola in pugno." Alberto, per inciso, era un tipo che Elena aveva conosciuto durante un happy hour e con cui  aveva intrecciato una relazione circa due settimane prima. Avrebbero dovuto incontrarsi da lei proprio quel giorno, ma sembrava sparito nel nulla.
Dall’ ospedale Elena aveva provato più volte a chiamarlo, però  il cellulare continuava a ripetere:  irraggiungibile. Lei non poteva saperlo, ma anche lui aveva avuto un imprevisto: era stato per ore, invano, ad aspettare l’amico Andrea,  ladro di professione. Con lui aveva architettato un piano perfetto: un furto a casa di Elena, alla quale era riuscito a strappare un tête-à-tête a cui si sarebbe presentato Andrea. L’amico, però,  non era più tornato ...vittima a sua volta di un imprevisto. 



mercoledì 1 maggio 2013

LA STORIA QUASI VERA DELLA BELLA ADDORMENTATA E IL PRINCIPE AZZURRO

C’era una volta una principessa. Anzi, c’è ancora. Dirò di più, ce ne sono tante, e lo provano tutti quei muri imbrattati con l’immancabile, inverosimile, incancellabile  scritta “Ti amo principessa”….
A perpetrare questo scempio è sempre lui,  da secoli: quell’idiota graffittaro  del Principe Azzurro, che prima di essersi specializzato nell’arte di imbratta-muri andava in giro sul suo Guzzi California  73 cavalli, tutti rigorosamente bianchi,  a salvare Principesse Addormentate.
Addormentate come e da chi, vi chiederete voi. Mah, diciamo subito che queste benedette ragazze non sapevano fare nulla di meglio che ricamare o filare la lana (il femminismo non era ancora stato inventato) e regolarmente si pungevano.... La cosa non sarebbe stata grave se l'ago non fosse stato stregato da una donna malvagia e se puntualmente le sprovvedute principesse non fossero cadute in un sonno profondissimo, simile alla morte. Soltanto il nostro Principe d'azzurro vestito, con uno dei suoi baci più energizzanti di un Pocket Coffee, poteva risvegliarle e riportarle a una vita degna di essere vissuta. 
Il povero Principe non ne poteva più di scorrazzare su e giù per il regno a sbaciucchiare incaute ragazze che si pungevano con un ago stregato  e piombavano a terra  - anzi no, su un letto a baldacchino - morte di sonno. 
Fu così che decise di cambiare mestiere, si iscrisse all'Accademia di Brera e si specializzò in “arti visive e nuovi linguaggi espressivi”. Per fare pratica, dipingeva le mura del Castello Sforzesco, dove risiedeva, e va detto che più di una volta fu arrestato   e dovette pagare fior di fiorini d’oro di cauzione per tornare a piede libero, in attesa di giudizio.  Ma un Principe, si sa,  riesce sempre  a trovare la scappatoia (a ben pensarci, anche un Cavaliere, uno in particolare…) e, nonostante le molte condanne a suo carico,  il nostro Principe Azzurro ottenne l’assoluzione  per insufficienza di prove e continuò indisturbato la sua attività di graffittaro . Ti amo Principessa, andava scrivendo da un capo all’altro del Regno e poi, quando il Regno cessò di essere tale nel 1946, su e giù per la Repubblica Italiana.
Lo so che sembra impossibile, ma il nostro Principe, oltre ad essere azzurro  come “l’azzurro mare d’agosto” della Wertmuller, era anche immortale come Christopher Lambert  nel mitico “Highlander” (Christopher Lambert però è molto più sexy...). Quindi , proprio come un principe delle favole, poteva spaziare da un secolo all’altro senza mostrare segni di stanchezza o di vecchiaia.  E fu così che il 7 maggio del  2012,  proprio mentre stava perlustrando i dintorni dell’ Idroscalo, a Milano, in cerca di muri da imbrattare, vide passare una bellissima ragazza bionda, con gli occhi manco a dirlo azzurri e le misure di una pin-up: 90-60-90. “Ti amo Principessa”  esclamò lui senza pensarci neppure un secondo. Lei lo guardò incredula, chiedendosi da quale film – forse un cartone animato di Walt Disney? -  fosse finito lì quell’assurdo personaggio.  Voltandogli le spalle, si avviò a passo svelto verso la discoteca poco lontana: The Beach.
Quando la vide entrare, lui non ebbe esitazioni: la seguì. All’ingresso fu subito bloccato da due nerboruti bodyguard di colore, che lo respinsero per due motivi ben precisi  in questo ben preciso ordine:  primo, per il  suo abbigliamento assolutamente inadeguato per quel luogo;  secondo, perché  le armi erano per lo più bandite in discoteca. In special modo le armi antiche.  Lui non si lasciò scoraggiare:  consegnò prontamente il suo  mantello azzurro e la spada, quindi spintonò senza esitazione  i due bodyguard e si fece largo verso le sale interne.
In men che non si dica la vide: eccola là, seduta su un divanetto bianco che la faceva sembrare la reginetta della festa. Accanto a lei c’era un tipo tutt’altro che raccomandabile, ma lei sembrava non avere occhi altro che per questo tamarro da quattro soldi. Il Principe era un tipo paziente. “Diamo tempo al tempo” pensò. E di tempo gliene lasciò molto a quei due, anche quello per appartarsi in un angolo buio del giardino a fare immaginate che.
Quando i due rientrarono, la ragazza  ritornò sul suo trono, anzi che dico:  sul suo divanetto. Il tipo invece andò verso il bancone a prendere qualcosa da bere.  Il Principe allora decise di rompere ogni indugio e in poche falcate si avvicinò alla ragazza. Proprio in quel momento, però, lei fece per alzarsi, ma   le girava la testa – forse aveva bevuto qualche mojito di troppo - e si accasciò sul divanetto, dove si addormentò in modo tutt’altro che regale.  Il Principe si sentì immediatamente chiamato in causa nel suo antico ruolo di   “risveglia-principesse” . Si chinò su di lei, le scostò una ciocca di capelli dalla fronte ed eccolo: il miracoloso, mirabolante, taumaturgico bacio sulle labbra.  La ragazza emise un flebile lamento e lui, incoraggiato da questo inoppugnabile segnale di successo, si prodigò in un secondo miracoloso, mirabolante, taumaturgico bacio.  A questo punto la ragazza aprì entrambi gli occhi. Lui le sorrise, ma lei  lo squadrò truce e gli urlò in faccia: “Ma che fai, stronzo, credi di poter approfittare di me solo perché sono qui ad occhi chiusi, mezza addormentata?”  “Ma no, ma cosa hai capito? Non mi riconosci? Sono il Principe Azzurro, quello della Bella Addormentata nel Bosco” balbettò lui “Volevo semplicemente svegliarti con un bacio”.  “Ma fammi il piacere, Principe Azzurro dei miei stivali!”  - lo aggredì lei – “Ma mi prendi per scema? Trova una scusa migliore e attento a te: se non la smetti con queste baggianate, chiamo i bodyguard all’ingresso e ti faccio sbattere fuori a calci. Dai, piantala, e vammi a prendere un caffè! “
Morale della favola: "Non a tutte le principesse serve il Principe Azzurro per svegliarsi. Ad alcune basta un buon caffè.”


giovedì 24 gennaio 2013

Il portachiavi

  La signora, cinquant’anni o giù di lì,  camminava a passo veloce lungo Via Losanna, in un pomeriggio cupo e piovoso come i tanti che Milano sa infliggere quando è autunno.
Ogni tanto si soffermava davanti a qualche vetrina, ma il suo sguardo era assente: dava l’impressione  di inseguire il filo dei suoi pensieri più che essere interessata allo shopping.
Facevamo la stessa strada, talvolta era lei a rallentare, talvolta io, e così mi ritrovai ripetutamente a passarle a fianco e ad osservarla di sottecchi, perché c’era qualcosa in lei che mi inteneriva.
A un tratto, mentre camminavo avanti di qualche passo, udii un grido alle mie spalle. Mi voltai e vidi la signora a terra, che difendeva la sua borsa mentre un ragazzo con un casco in testa e un cappotto indefinibile la strattonava malamente per strappargliela. La donna opponeva resistenza come poteva, ma alla fine il ragazzo ebbe la meglio: riuscì a sfilarle la borsa dal braccio, facendole perdere nuovamente l’equilibrio, e si allontanò di corsa, fra l’ indifferenza dei passanti che schivavano la poveretta come se nulla fosse accaduto. Il tutto si era svolto in pochi istanti, ma davanti ai miei occhi la scena era sembrata dilatarsi come in un film al rallentatore. Percorsi i pochi passi che ci separavano e l’aiutai a rialzarsi, senza neppure pensare ad inseguire il ladro.
Lei però guardava nella direzione del giovane con uno sguardo smarrito, disperato.  “Il portachiavi, il portachiavi”, continuava a ripetere e con l’indice mi indicava un portachiavi che nella colluttazione doveva essere caduto dalle tasche del ragazzo. In un primo momento avevo pensato che appartenesse a lei, che fosse scivolato dalla sua borsetta e mi affrettai a raccoglierlo. Glielo porsi e lei disse con gli occhi pieni di lacrime: “E’ di Andrea, gliel’ ho regalato al suo diciottesimo compleanno. E’ il suo, guardi qui le sue iniziali,  l’ avevo fatto fare apposta per lui”.
Non capivo il motivo di tanto sgomento, del dolore che le si era dipinto sul viso.
Ma lei aggiunse “Andrea è mio figlio”.

Il giorno dopo, fra le pagine di cronaca milanese del Corriere della Sera, un trafiletto riferiva: “ Via Losanna. Madre scippata dal figlio tossicodipendente lo denuncia e lo fa arrestare”.

mercoledì 16 gennaio 2013

Haiku narrativi* a 4 mani


neve scolpita

in un raggio di sole

ti lasci andare

 

arte fugace

non teme il divenire

a primavera 

 

cadrà altra neve

rifiorirà l’inverno

di fantasìa

 

mano d’artista

ridarai ancora vita

al bianco manto


****

 Luigi e Flavia





Immagine  scattata da Flavia  al Dolomites Snow Festival di S. Candido

http://www.snow-festival.com/

(scultura fuori concorso)

 

* Cos'è un Haiku


Nella letteratura giapponese, gli Haiku rappresentano una parte molto importante e caratteristica dell'essenza più profonda della cultura nipponica.
La condizione alla base di questo tipo di poesia è la convinzione dell'inadeguatezza del linguaggio, rispetto al compito di testimoniare la verità. C'è molta cultura Zen alla base della poesia Haiku, il cui intento è quello di far tornare il linguaggio alla sua essenza pura, ovvero alla sua nudità
Nessuna manifestazione del reale, neppure la più semplice, è indegna di essere trattata dai Maestri di Haiku: in ogni cosa è l'energia vitale a svelarsi alla mente, se questa è scevra da schemi e pregiudizi, dalle proprie abitudini e dai limiti del razionale. E poiché l'energia vitale è movimento, anche l'Haiku, seppure nella sua semplicità, dovrà permettere a questo movimento di esprimersi, attraverso le sillabe, e di esprimere a sua volta la comunione, l'esigenza dell'uomo di essere tuttuno con la natura. 
Anche se veicolo di questa comunione, l'Haiku, però, non diventa mai semplice descrizione realistica, ma và sempre interpretato come testimonianza di una visione che va appunto oltre gli schemi di cui sopra.

Esistono almeno due modi di scrivere Haiku che danno vita a due stili diversi.
Il primo stile è caratterizzato dal fatto che uno dei tre versi (normalmente il primo) introduce un argomento che viene ampliato e concluso negli altri due versi.
Il secondo stile produce Haiku che trattano due argomenti diversi messi fra loro in opposizione o in armonia. Questo secondo stile può attuarsi con due modalità: il primo verso introduce un argomento, il secondo verso lo amplia e lo approfondisce, il terzo verso produce un'opposizione di contenuto, un capovolgimento semantico che in qualche modo ha però relazione con il primo argomento. Questo sbalzo semantico può anche essere sottilissimo.
Ma potrebbe anche essere che il primo verso introduce un argomento, e sono i due versi successivi che introducendo un nuovo argomento lo mettono in relazione con l'argomento trattato nel primo verso (in opposizione o in armonia).

Basho, uno dei massimi poeti di Haiku, dopo aver letto una composizione del discepolo Kikaku, gli disse:"Hai la debolezza di voler stupire. Cerchi versi splendidi per cose lontane; dovresti trovarli per cose che ti sono vicine".
Nelle poesie di Basho l'intera natura è chiamata ad esprimersi: l'acqua, le rocce, i fiori, il sole, le nuvole e le stelle, gli animali, le piante, il mare e il vento e insieme a tutto ciò, il dolore e la gioia dell'uomo. Tutto è Kami, divinità, e al cospetto del divino il poeta si colloca, anima e corpo in un'unità inscindibile, nella condizione estatica della contemplazione.

L'Haiku è nato in Giappone nel XVII secolo. 
Deriva dal Tanka, componimento poetico di trentun sillabe. 
Si scrivevano poesie Tanka già nel IV secolo. Il Tanka è formato da cinque versi con una quantità precisa di sillabe per ogni verso: il primo verso contiene cinque sillabe, il secondo sette sillabe, il terzo cinque sillabe, il quarto sette sillabe, il quinto sette sillabe. Eliminando gli ultimi due versi si è formato l'Haiku.
Una catena di Haiku descrive qualcosa che accade. In qualche modo, gli Haiku diventano correlati, come facenti parte di un tutto. Non appaiono più assolutamente finiti, ma relativamente finiti. Sono singoli poemi che in sequenza "raccontano". Diventano narrativi.

giovedì 3 gennaio 2013

Due Sanbittèr

    Ne abbiamo condivise di bevute Milena ed io, amiche fin dai tempi dell’università! Bevute gioiose,  per brindare a un esame superato con successo, a un compleanno, a un nuovo amore.  Bevute assaporate con gusto,  perché una caraffa di Retsina ghiacciato andava giù che era un piacere nel caldo torrido di Mykonos, e  una buona bottiglia di Sassella era come il cacio sui maccheroni con un piatto fumante di pizzoccheri, dopo le nostre sciate in  Valtellina.  Bevute “terapeutiche”, perché un goccio di vino in corpo ti scioglie la lingua quando ti ritrovi a una festa con gente sconosciuta, magari  un po’ antipatica, e non sai cosa dire.  Bevute, sì, non sbornie di quelle che perdi il controllo, che il mattino dopo  non ti ricordi più nulla o ti si spacca la testa in due. Bevute alla luce del sole o della luna – a seconda dei casi – ma  non ubriacature alla chetichella, quando ti attacchi alla bottiglia di nascosto da tutti, nella solitudine della tua casa, perché  ti senti colare a picco e il bicchiere ti sembra l’unica ancora di salvezza.
Ecco perché quella sera a Firenze, in una trattoria sul Lungarno,  rimasi di stucco quando Milena  fermò risoluta la mano del cameriere che stava per versarle un bicchiere di Chianti. Eravamo entrambe reduci dal naufragio dei nostri matrimoni, lei con Giorgio, io con Riccardo, e un bel “prosit” dopo tutto quello che avevamo passato era assolutamente d’obbligo. Fra l’altro in quegli ultimi mesi ci eravamo viste così poco che quel week-end a due, come ai vecchi tempi, doveva proprio essere festeggiato con  un brindisi memorabile. Ma Milena fu irremovibile: “Non posso”, mi disse, e non aggiunse altro. “Strano – pensai _  non mi sembra che stia male. Se avesse qualche problema di salute o di dieta non avrebbe di certo divorato un piattone di ribollita e una fiorentina alta tre dita. Mah, chi la capisce!”. Però l’essere lì,  in quella meravigliosa cornice fiorentina, con la prospettiva di un lungo week-end di relax e chiacchiere fra amiche,  mi fece subito passare oltre questa inspiegabile bizzarria di Milena.
Dopo cena, passeggiammo a lungo per il centro città e intanto parlavamo, parlavamo, parlavamo. Per la verità, quella che parlava ero io.  Inveivo contro Riccardo che aveva rovinato tutto, giorno per giorno, smorzando ogni mio entusiasmo fino al punto di non ritorno: la separazione. Milena mi ascoltava,  mi coccolava con quella sua aria un po’ materna, mi abbracciava con tenerezza.  A un certo punto però le chiesi a bruciapelo: “Ma tu, Milena, da quando Giorgio se ne è andato con quella zoccola di Stefania, come ti senti realmente dentro di te? Dimmi la verità, cosa provi, cosa fai quando chiudi la porta di casa  e te ne vai a dormire tutta sola, ogni notte? Milena mi puntò addosso uno sguardo stupito, spaventato. “Ma che domanda è? – rispose -  Cosa vuoi che faccia? Cosa vuoi insinuare? “ E mentre  parlava, mi fissava con uno sguardo allucinato, che non conoscevo.
“Insinuare? Ma insinuare che? Milena,  sei impazzita? Ohh, sono io, Anna, la tua migliore amica. Che cazzo vuoi che insinui? Non ci siamo sempre raccontate tutto? Mi chiedevo semplicemente chi delle due stia peggio…”.
“Io, Anna. Sono io quella che sta peggio – mi gridò con rabbia Milena -  Te lo devo dire, te lo devo raccontare. Tu credi che io  abbia saputo reagire al tradimento di  Giorgio, ma non è così. Mi vergognavo a parlarne persino con te, ma mi è crollato il mondo addosso. Ti ricordi tutte quelle sere in cui mi telefonavi e io non rispondevo? Il giorno dopo ti dicevo che ero uscita con Davide o con Elisa, o che ero andata a cena dai miei. Balle! Erano tutte balle! Io ero in casa, da sola,  a scolarmi una bottiglia di vino, quando una bastava. E il più delle volte non bastava.”
Ero allibita. Mai e poi mai avrei immaginato una cosa del genere. Certo, Milena in quei mesi mi era spesso sembrata strana, assente, ma il dubbio che bevesse,  anzi no – diciamolo senza giri di parole - che si ubriacasse sera dopo sera,  coscientemente, non mi aveva neppure  sfiorata.
Milena comunque non era una stupida e non era neppure così debole come poteva sembrare  in quel momento. Mi raccontò il calvario di quei mesi e di come ogni mattina, quando usciva dal torpore di quelle notti infernali, si riprometteva di non cascarci più. Ma ogni sera era la stessa storia. Così un giorno si era decisa: aveva cercato il numero di telefono dell’ Alcolisti Anonimi, aveva chiamato  e sì, era andata là.   “Astenersi dal bere un giorno alla volta”, era quello il segreto, mi aveva spiegato Milena, raccontandomi di come era riuscita a piantarla con l’alcol proprio grazie al gruppo che aveva conosciuto in questo centro di aiuto e che stava continuando a frequentare. “Un giorno alla volta “ avevo ripetuto fra me. “ Forse dovremmo ricordarcelo tutti, per tutto quanto”.
Sono passati anni, molti anni da quel week-end  a Firenze. E giorno dopo giorno, Milena continua a non bere neppure un goccio di vino, anche se ora sta bene e si è rifatta una vita con un nuovo compagno. Dice  che ne ha visti tanti, nel gruppo, ricascarci dopo anni,  quando sembravano per sempre fuori dalla dipendenza. Lei non vuole rischiare. E aggiunge spesso: “ Ti ricordi mia madre? Non voglio diventare come lei, che per tutta la vita ha avuto una bottiglia di whisky nascosta nell’armadio.”
A me sembra impossibile che Milena  possa ripiombare in quel baratro: ora  la vedo così felice, così serena! Ma  lei non si fida di se stessa.  E così, quando pranziamo insieme, bevo acqua anch’io, come lei, per non farla sentire diversa.  E se ci troviamo per un aperitivo, due Sanbitter, rigorosamente analcolici… c’est plus facile!



mercoledì 24 ottobre 2012

Gelosia: variazioni sul tema


“Gelosa io? Figuriamoci!” Quante volte l’ho ripetuto!
Ma un  giorno, mentre sto parlando al cellulare con Giorgio, il mio fidanzato,  sento in sottofondo il suono di un altro telefono. Immediatamente lui mi dice “aspetta un secondo”. Risponde (a chi?) con una voce strana e sento che si scusa : “Mi spiace,  ho una persona in attesa sull’ altro cellulare, ti richiamo fra un attimo”. Poche parole, ma il suo tono  è caldo, carezzevole. Poi riprende a parlare con me e mi dice frettoloso: “Perdonami, amore, devo salutarti.  E’ una faccenda di lavoro, a dopo. Ci vediamo alle otto da te”.
Lavoro? Mah, sarà. Voglio crederci, non posso pensare che sia una donna, che ci sia sotto qualcosa. Mi fa star male anche il solo immaginarlo. Eppure…. Eppure qualcosa dentro di me mi dice che quella non era una telefonata di lavoro. Improvvisamente mi ritrovo a macchinare delle cose folli: “Come posso sapere chi è? Stasera, quando saremo insieme, devo indagare. Anzi no, appena posso, gli prendo di nascosto il cellulare e controllo le sue ultime chiamate. Ma no, ma no! Cosa dico? Cosa penso di fare? Non posso cadere così in basso! Ho un orgoglio, io, una  dignità!
Non farò nulla, se sta innamorandosi di un’altra donna, se magari sta già con lei, mi comporterò civilmente, senza drammi: mi leverò di torno, senza recriminare, senza scene patetiche.”
Sono le sette di sera. Mi sto preparando per uscire con Giorgio e sono quasi riuscita a scacciare il fantasma della gelosia dalla mente. Menomale!  Ma ecco, il cellulare squilla e sul display compare il suo nome. “Tesoro, perdonami, mi dispiace moltissimo. Quella persona che mi ha chiamato oggi quando ero al telefono con te è una copywriter, c’è  un problema per la pagina della rivista che deve andare in stampa domani, devo assolutamente fermarmi qui in ufficio a sistemare il testo”.
Di nuovo il sospetto si fa largo.  Penso: “E me lo dici adesso? Non lo sapevi già da ore, non potevi chiamarmi un po’ prima?”.
L’irrazionalità prende il sopravvento. Non c’è più dignità,  non c’è più orgoglio che tenga: prendo la mia Panda e inforco la strada verso il suo ufficio. Di solito la sua auto è  posteggiata nel parcheggio sotterraneo, devo accertarmi che sia realmente lì anche ora. Ah! Che sollievo, la sua Audi c’è ed io mi tranquillizzo: “Ok, deve proprio lavorare, non era una bugia”. Ma nel momento stesso in cui  sto per ripartire, lo vedo arrivare avvinghiato a una brunetta che sarà alta la metà di lui. Non ci posso credere! Non è neppure bella, una donna come tante. Salgono in macchina insieme, li vedo baciarsi. Il mio stomaco si attorciglia su se stesso, ho il respiro affannoso, mi gira la testa. Me ne sto nascosta dietro una colonna del posteggio  per non farmi vedere: mi vergognerei troppo se lui mi scoprisse qui a spiarlo. Ma poi ci penso: “Ah sì?... sono io a dovermi vergognare?E tu, brutto stronzo? Sei un verme. Oltre a tradirmi, mi racconti un sacco di palle, mi stai prendendo per il culo.”   Eppure continuo a starmene lì ferma, impalata. Vorrei avere il coraggio di affrontarlo,  di sputtanarlo davanti agli occhi di lei, della brunetta che sta per scoparsi.  Ma porca puttana, non ci riesco.  
Aspetto che loro se ne vadano e con gli occhi annebbiati dalle lacrime mi rimetto in macchina e guido come un automa verso casa. Penso ai mille modi in cui potrei vendicarmi: presentarmi alla sua porta e rovinargli la serata, per esempio. Ma poi? Che soddisfazione sarebbe? Umilierei me stessa, non lui.
“E chi se ne frega” - decido tutt’a un tratto - Chi se ne frega dell’umiliazione. Più umiliata di così!” E allora riprendo la mia Panda, volo sotto casa sua e guardo su,  al terzo piano. Naturalmente la sua finestra è illuminata. Allora mi attacco come una pazza al citofono e pigio, pigio quel tasto fino a farmi male.  “Chi è? Cosa succede?” risponde lui con voce seccata. “Stronzo, sei uno stronzo, uno stronzo, uno stronzo!!! E affanculo il sovoir faire, la dignità e tutte quelle cose lì. 

 *********

“Gelosia ah ah, gelosia ah ah, è l’amore che non ti sorride più. La credevo un sentimento ed è una malattia…..”  Ecco sì, una malattia, come cantava Nada.  La gelosia è UNA MALATTIA!
Per esempio, il  cellulare  di lui bippa per segnalare l’arrivo di un sms.  Lui prende il telefono, legge  e si affretta a rispondere un po’ di soppiatto, o almeno così a te sembra. E tu hai già deciso: ecco, ha un’altra. Non è detto che lui davvero abbia un’altra donna e ti tradisca, ma nel momento stesso in cui si insinua il dubbio e tu non lo respingi immediatamente, sei fottuta. Anche se lui non ti ha tradita per niente,  anche se l’sms era un semplice avviso della Tim, tu tanto dirai e tanto farai che te lo tirerai addosso, il tradimento. Ti trasformerai in un Tom Ponzi in gonnella,  lo seguirai, lo spierai, gli prenderai il cellulare appena lui lo dimenticherà per casa e leggerai i suoi sms, verificherai ogni sua chiamata. 
Non scoprirai nulla? Non importa. Significa che lui è abilissimo a nascondere le tracce dei suoi tradimenti.  Sembra quasi che tu speri che lui ti tradisca, perché a questo punto devi dimostrare (sa dio a chi e perché) che non ti sei sbagliata. E poi lo tempesti di frecciatine che lui accoglie con aria perplessa… “Eh sì, chissà quante telefonate hai ricevuto oggi!” “Mah… sì – risponde lui – oggi in ufficio i clienti non ci davano pace.” La malattia – la gelosia – si aggrava di giorno in giorno. Tu gli piombi sotto l’ufficio inaspettatamente proprio mentre lui sta cercando di sganciarsi dal suo collega, di cui non ne può più, e inviti questo a cena. Tuo marito ti fa gli occhiacci, non ha proprio voglia di sorbirsi quel rompicoglioni  per altre tre ore almeno, ma tu imperterrita insisti perché il collega venga a casa vostra. Speri di carpirgli qualche segreto su quell’altra. L’altra donna, ovviamente.
Poi ti metti in mente di fare quella sexy, sempre per competere con l’altra. E allora alè: abbigliamento intimo da zoccola, preservativi extrastimolanti, anelli vibranti, tutte le cento posizioni del kamasutra.  Tuo marito comincia a pensare che il suo modo di fare sesso  non ti piaccia più. Che tu sia stanca di lui, annoiata.  Forse - sospetta -  tu hai un altro... sei così strana in questo periodo! 
La storia per il momento finisce qui.  Attendiamo gli sviluppi della malattia.  




domenica 29 aprile 2012

Solchi



Percepì la sua presenza prima ancora di averla vista. Sentì nell’aria il profumo di sandalo, caldo, che emanava la sua pelle. Si guardò attorno, sicuro che lei fosse lì, in mezzo a tutta quella gente riunita a festeggiare il compleanno di un amico. E infatti eccola là, dall’altra parte della stanza, irresistibilmente bella come quando si erano lasciati dieci anni prima. Non furono necessari preamboli. Dalla terrazza, dove si erano appartati, alla casa di lui il passo fu breve.
Un bacio lungo, intenso, profondo. Le mani sfiorano, si soffermano, esplorano. Sopra e sotto i vestiti. Poi, via anche quelli. Lui la spoglia smanioso e comincia a percorrere avido ogni piega del suo corpo, impaziente di possederla, di perdersi nella sua carne, di fondersi l’uno nell’altra. Lei, ancora lei! La desidera da morire e il suo cuore pulsa impazzito come la prima volta che era stata sua.
Lei si abbandona incredula al piacere di quelle carezze, i sensi appesi al tocco di quelle mani che scivolano ingorde sulla sua pelle. Ma a un tratto, avverte il gesto incerto di lui sulla cicatrice che le taglia il ventre, all’altezza del pube. La carezza improvvisamente lunga, tenera, curiosa indugia su quel lembo di pelle. Una lingua di fuoco si insinua in lei, nello squarcio da cui le hanno strappato l’utero, rubandole anche la capacità di desiderare e sentirsi desiderata. Le dita di lui risalgono, tornano a lambirle le labbra ora serrate, gli occhi incupiti, la fronte corrugata, e sembrano affondare dentro rughe fitte, profonde. Solchi. I palmi delle mani di lui, che le si posano sul seno, sui fianchi, sulle cosce, è come se frugassero nel mare increspato della sua pelle. E quella vampata di calore, che la stava avvolgendo nel risvegliarsi della passione, pare confondersi con un indizio di vecchiaia. La femmina bella e sensuale di qualche attimo prima svanisce di colpo. Al suo posto, una donna smarrita, che non riesce a far quadrare i conti fra il passato e il presente.  Simula un piacere che invece è stato ingoiato dall’amara estraneità dalla sua immagine e si allontana bruscamente da lui.
Dopo essersi rivestita rapida, lei si diresse verso la porta. Lo specchio in anticamera rifletteva ancora una volta, come dieci anni prima, il passo dinamico di due solide gambe curate. Ma il suo sguardo  vide un corpo avvizzito, l’età moltiplicata per cento, mentre l’uomo alle sue spalle cercava ancora nell’aria quel profumo di sandalo, caldo, penetrante.


domenica 18 marzo 2012

Incontro alla cieca

Si era preparata a lungo a quell’incontro. Lo desiderava, ma al tempo stesso lo temeva. Temeva l’estraneità che avrebbero potuto provare l’una rispetto all’altro. Temeva che potesse essere tutto diverso da come si era immaginata fino a quel momento. Mentre preparava la valigia, in preda a un’agitazione che le faceva tremare le mani, Manuela cercava di interrompere il continuo accavallarsi di pensieri e di recuperare la calma. Impossibile! Ormai aveva perso il controllo delle emozioni e anche il suo corpo non le obbediva più: il cuore le martellava nel petto, vacillava sulle gambe, si sentiva attanagliare da una morsa di tensione che quasi la paralizzava. Se avesse potuto, avrebbe fatto un passo indietro. Ma che dico un passo: ne avrebbe fatti mille, un milione. Sarebbe immediatamente fuggita da questa situazione senza via d’uscita.

“Oddio, è assurdo!” pensava lui in quello stesso istante. Stava per incontrarla e non sapeva neppure come fosse la sua faccia. Sarebbe stata la donna dolce e affettuosa che gli era sembrata? Aveva tanta voglia di vederla, di toccarla, di stringersi a lei! Ma lei? Lo desiderava, l’avrebbe amato? Aveva un po’ paura. Avrebbe voluto cullarsi ancora un po’ in quell’ attesa di incontrarsi che era eccitante e al tempo stesso rassicurante, ma non si poteva aspettare oltre.

“Ma perché ti ho permesso di insinuarti fra noi?” meditava Manuela. “Io e Riccardo eravamo una coppia felice, senza problemi, ma da quando tu ci sei è tutto cambiato. Tu hai aperto un solco tra me e lui. Io ora non faccio altro che pensare a te, soltanto a te, giorno e notte. Ancora non ci siamo incontrati, eppure il mio desiderio di te è talmente forte da azzerare qualsiasi altra emozione. Mi fai quasi spavento”.

“Non sono stato io a volere tutto questo” rifletteva lui. “Mi ci sono ritrovato senza neppure sapere come. Eppure…. eppure mi sento così felice! Ho una voglia immensa di incontrarti!”

“Signora, venga qua! Presto, stanza 6, letto4.”Manuela non ha più tempo per pensare. Le contrazioni sono sempre più ravvicinate, mezz’ora soltanto ed è già in sala parto. Ora è concentrata unicamente sul suo respiro e su quel bisogno di spingere, spingere e accelerare quest’incontro che ha atteso per nove lunghi mesi. Per un attimo, pensa che le forze la stiano abbandonando. “Non ce la faccio” dice fra sé. “ Morirò senza averlo mai incontrato.”

Invece Manuela e Andrea si incontrano, come previsto, il cinque febbraio, esattamente la data presunta del parto. E’ mezzanotte passata da tre minuti, Andrea è arrivato puntuale all’appuntamento. Qualcuno ha avvolto il bambino in un lenzuolo e l’ha posato fra le braccia di Riccardo, che si avvicina a sua moglie: “Ecco, Manuela, ecco il nostro Andrea”.

Per Manuela è come vedersi dentro e dare finalmente un volto a quella creatura che è cresciuta in lei, insieme a lei, giorno dopo giorno. E’ scoprire che paura e incertezze sono spazzate via in un attimo. “Sposti tutti i miei confini” pensa. Poi si stupisce delle sue stesse parole: “ E questa frase? Dove l’ho sentita ? Ah, forse una canzone. Ma chi se la ricorda, ora!”

(immagine dal web: “Ritratto di donna” di Angelo G. Stenta)


lunedì 7 novembre 2011

La donna sul sedile di fronte

Ad ogni scossone del tram, la testa della vecchia ciondolava a destra e a sinistra Abbandonata sul sedile, con gli occhi chiusi e il corpo accartocciato su se stesso, la poveretta sembrava un fantoccio. La ragazza in piedi davanti a lei la osservava attentamente: per un attimo aveva temuto che fosse morta. Le sembrava impossibile che riuscisse a riposare in quella posizione così scomoda, pigiata fra gli altri passeggeri, circondata dagli schiamazzi dei tanti studenti chiassosi che affollavano il 12 a quell’ora. Ma il petto della donna si sollevava e si abbassava ritmicamente sotto il pesante cappotto in cui era infagottata. Senza dubbio era viva.
La ragazza non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Notò che stringeva fra le mani una grossa borsa nera da cui spuntavano dei sacchetti della spesa e qualche foglia di verdura. “Stasera preparerà un minestrone” , immaginò fra sé ricordandosi che anche sua nonna cenava quasi sempre con una zuppa.
Sull’anulare sinistro della vecchia brillavano due fedi nuziali, una sopra l’altra. “Poverina - pensò la ragazza – deve essere vedova. Sicuramente l’anello più largo è quello del marito. Magari è morto da poco. Magari è andata a trovarlo proprio oggi al cimitero. Qui vicino c’è il Monumentale.”
La ragazza si rattristò pensando a come dovevano essere vuote le giornate di questa vecchietta dopo una vita passata in coppia. Le pareva quasi di vederla aggirarsi smarrita per casa. Sola. Sola dalla mattina alla sera: a colazione, a pranzo, davanti alla tv, e soprattutto di notte, nel silenzio di un appartamento deserto, in un letto a due piazze ormai troppo grande.

“Ma che diamine - si disse tutt’a un tratto, scuotendosi di dosso questi pensieri - cosa mi viene in mente? Magari questa donna non è per niente sola.” Alla ricerca di un indizio, sbirciò nella borsa nera che nel frattempo era scivolata di mano alla vecchia e si era aperta . Tra i sacchetti della spesa vide spuntare il muso di un cagnolino di peluche. “Ecco, vedi… la nonnina ha un nipote, ha una famiglia!“
A questa considerazione, il quadro che la ragazza si era fatta cambiò di colpo. Si era immaginata una vecchietta abbandonata a se stessa, infelice, stanca di vivere. Invece la donna aveva delle persone intorno a sé. Degli affetti. E poi chissà, forse la fede che indossava insieme a quella nuziale non significava neppure che il marito fosse morto. Forse era l’anello di suo padre o di sua madre…

Proprio in quel momento, un’auto tagliò la strada al tram, che frenò di colpo. L’anziana signora si svegliò di soprassalto. Per un istante restò imbambolata, senza capire dove fosse. Poi si riprese, si raddrizzò sul sedile e tutto le fu chiaro. Si era addormentata per qualche minuto e aveva sognato di essere su quel tram perché il suo Giuseppe era morto ed era andata al cimitero a trovarlo. Nel sogno si era vista attraverso gli occhi di una ragazza, simile a quella che le stava di fronte, e aveva provato un senso di angoscia terribile. Era vedova e sola al mondo. Che incubo! Dalla sua esistenza sembravano essere scomparsi tutti, perfino suo nipote, il suo adorato Michelino. Ma in realtà lei era su quel tram proprio perché stava andando a prenderlo all’asilo. Sua figlia, Manuela, era lontana da Milano per lavoro e le aveva chiesto di occuparsi del bambino. “Chissà se gli piacerà il cagnolino che gli ho comprato al mercato “ si domandò. Frugò nella borsa per prenderlo, ma non lo trovò. Nella brusca frenata, era caduto per terra. La ragazza davanti a lei vide che era finito sotto il sedile, si chinò a raccoglierlo e glielo porse. I loro occhi si incrociarono, i loro sguardi si scambiarono una tacita domanda. Per un attimo le due donne ebbero la curiosa sensazione di aver vissuto entrambe lo stesso brutto sogno.

domenica 16 ottobre 2011

Nudità

Un’isola. Un angolo remoto, sprofondato nel blu del Mediterraneo. Uno sputo di terra bruciata, dimenticata da dio e dagli uomini.
Stipati tutti in piedi su quella bagnarola, che faceva la spola tra la nave attraccata al largo e il piccolo porto davanti ai nostri occhi, eravamo come clandestini imbarcati in un viaggio alla rovescia, dal continente al mare, dal presente al passato.
La miriade di cicale che frinivano all’unisono, in un crescendo quasi assordante man mano ci avvicinavamo alla spiaggia, era l’unica voce dell’isola. L’unico segno di vita. Neppure un’anima in giro, sotto il sole cocente delle due del pomeriggio.
Appena approdati in quella solitudine irreale, ci parve di essere non ospiti ma padroni di quel luogo. E non più costretti alla vicinanza coatta del viaggio, ci sparpagliammo per la spiaggia di sassi scuri, pronti a prenderne possesso. Con le nostre cose, la nostra presenza, la nostra invadenza.
Verso il fondo della baia c’erano due donne, due turiste che prendevano il sole completamente nude. “Bello – pensai – qua si può fare nudismo indisturbati”. Mi piaceva spogliarmi anche di quei minuscoli triangoli di stoffa che costituivano il mio esile costume da bagno perché era come togliersi l’abito per indossare una bandiera: quella dell’emancipazione, della libertà, della provocazione.
Per giorni colonizzammo l’isola piantando le nostre tende dove ci pareva, facendo casino alla sera in riva al mare e spogliandoci di ogni inutile necessità, abiti compresi. Gli isolani ci ignoravano. Giravano alla larga da noi. I pochi che incontravamo erano uomini, pescatori che partivano alla mattina presto per andare al largo e non tornavano mai prima del tramonto. Le donne dov’erano? Forse arroccate nel piccolo villaggio a cui si arrivava soltanto percorrendo a dorso d’asino il tortuoso sentiero che dal porto portava in cima al promontorio.
Noi non salimmo mai lassù. Per la spesa, ci accontentavamo di quel poco che trovavamo in un modesto baracchino alla spiaggia: uno sgangherato bar-ristorante-supermercato affacciato sul mare, l’unica concessione del luogo per i pochi turisti come noi che arrivavano di quando in quando all’isola.
Un giorno, proprio mentre ce ne stavamo là, con qualche arancino di riso nel piatto e qualche bicchiere di vino sul tavolo, udimmo uno strano lamento corale che si faceva via via più vicino, più intenso, più angosciante. Erano voci di donne. Dalla terrazza non vedevamo arrivare nessuno, e quella nenia ossessiva mi sembrava quasi un’allucinazione.
Ma a un certo punto, volgendo gli occhi verso il mare, notai una piccola imbarcazione che si avvicinava lentamente a riva. Avanzava a forza di remi, piano, piano, piano. Un unico uomo a bordo, e un unico particolare visibile: un immenso cuscino di fiori.
Mentre mi domandavo cosa mai stesse accadendo, dalla strada che conduceva al porto apparvero loro: le donne dell’isola. Tutte vestite di nero, dalla testa ai piedi. Le mani giunte sotto il petto, un rosario in mano. Venivano ad accogliere il loro defunto che arrivava dal mare, piangendolo con lugubri nenie interrotte soltanto da strazianti grida di dolore.
Camminavano a testa bassa. Penso che neppure ci avessero notati.
I loro lunghi abiti neri facevano a pugni con i nostri succinti costumi da bagno di tutti i colori. Il pallore dei loro visi, incorniciati dal velo che copriva i capelli, contrastava con l’abbronzatura della nostra pelle cotta dal sole.
Io, sopra il costume, indossavo un pareo. Me l’ero legato addosso semplicemente perché mi dava fastidio la pelle nuda che si incollava a quelle orribili sedie di plastica del bar.
Fra tutti gli amici, ero quella più vestita. Eppure mi sentivo nuda. Nuda e intrusa. Nuda e arrogante. Nuda e cieca. Nuda e sorda alla voce di quel luogo, di quelle donne, di quel mondo ancora antico ma non per questo meno degno di rispetto.