Quel giorno Riccardo arrivò a casa inaspettatamente prima di pranzo. Aprì la porta e lo spettacolo che si presentò ai suoi occhi lo lasciò impietrito. Sua moglie Elena era avvinghiata a uno sconosciuto che aveva l’impudenza di continuare a stringerla a sé come se niente fosse, senza la minima intenzione di allontanarsi o di giustificare la sua presenza."Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater
lunedì 10 marzo 2014
Imprevisti tra il serio e il faceto
Quel giorno Riccardo arrivò a casa inaspettatamente prima di pranzo. Aprì la porta e lo spettacolo che si presentò ai suoi occhi lo lasciò impietrito. Sua moglie Elena era avvinghiata a uno sconosciuto che aveva l’impudenza di continuare a stringerla a sé come se niente fosse, senza la minima intenzione di allontanarsi o di giustificare la sua presenza.mercoledì 1 maggio 2013
LA STORIA QUASI VERA DELLA BELLA ADDORMENTATA E IL PRINCIPE AZZURRO
C’era una volta una principessa.
Anzi, c’è ancora. Dirò di più, ce ne sono tante, e lo provano tutti quei muri imbrattati
con l’immancabile, inverosimile, incancellabile
scritta “Ti amo principessa”….giovedì 24 gennaio 2013
Il portachiavi
mercoledì 16 gennaio 2013
Haiku narrativi* a 4 mani
neve scolpita
in un raggio di sole
ti lasci andare
arte fugace
non teme il divenire
a primavera
cadrà altra neve
rifiorirà l’inverno
di fantasìa
mano d’artista
ridarai ancora vita
al bianco manto
****
Luigi e Flavia
Immagine scattata da Flavia al Dolomites Snow
Festival di S. Candido
http://www.snow-festival.com/
(scultura fuori concorso)
neve scolpita
in un raggio di sole
ti lasci andare
arte fugace
non teme il divenire
a primavera
cadrà altra neve
rifiorirà l’inverno
di fantasìa
mano d’artista
ridarai ancora vita
al bianco manto
****
Luigi e Flavia
Immagine scattata da Flavia al Dolomites Snow
Festival di S. Candido
http://www.snow-festival.com/
(scultura fuori concorso)
* Cos'è un Haiku
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La condizione alla base di questo tipo di poesia è la convinzione dell'inadeguatezza del linguaggio, rispetto al compito di testimoniare la verità. C'è molta cultura Zen alla base della poesia Haiku, il cui intento è quello di far tornare il linguaggio alla sua essenza pura, ovvero alla sua nudità
Nessuna manifestazione del reale, neppure la più semplice, è indegna di essere trattata dai Maestri di Haiku: in ogni cosa è l'energia vitale a svelarsi alla mente, se questa è scevra da schemi e pregiudizi, dalle proprie abitudini e dai limiti del razionale. E poiché l'energia vitale è movimento, anche l'Haiku, seppure nella sua semplicità, dovrà permettere a questo movimento di esprimersi, attraverso le sillabe, e di esprimere a sua volta la comunione, l'esigenza dell'uomo di essere tuttuno con la natura.
Anche se veicolo di questa comunione, l'Haiku, però, non diventa mai semplice descrizione realistica, ma và sempre interpretato come testimonianza di una visione che va appunto oltre gli schemi di cui sopra.
Esistono almeno due modi di scrivere Haiku che danno vita a due stili diversi.
Il primo stile è caratterizzato dal fatto che uno dei tre versi (normalmente il primo) introduce un argomento che viene ampliato e concluso negli altri due versi.
Il secondo stile produce Haiku che trattano due argomenti diversi messi fra loro in opposizione o in armonia. Questo secondo stile può attuarsi con due modalità: il primo verso introduce un argomento, il secondo verso lo amplia e lo approfondisce, il terzo verso produce un'opposizione di contenuto, un capovolgimento semantico che in qualche modo ha però relazione con il primo argomento. Questo sbalzo semantico può anche essere sottilissimo.
Ma potrebbe anche essere che il primo verso introduce un argomento, e sono i due versi successivi che introducendo un nuovo argomento lo mettono in relazione con l'argomento trattato nel primo verso (in opposizione o in armonia).
Basho, uno dei massimi poeti di Haiku, dopo aver letto una composizione del discepolo Kikaku, gli disse:"Hai la debolezza di voler stupire. Cerchi versi splendidi per cose lontane; dovresti trovarli per cose che ti sono vicine".
Nelle poesie di Basho l'intera natura è chiamata ad esprimersi: l'acqua, le rocce, i fiori, il sole, le nuvole e le stelle, gli animali, le piante, il mare e il vento e insieme a tutto ciò, il dolore e la gioia dell'uomo. Tutto è Kami, divinità, e al cospetto del divino il poeta si colloca, anima e corpo in un'unità inscindibile, nella condizione estatica della contemplazione.
L'Haiku è nato in Giappone nel XVII secolo.
Deriva dal Tanka, componimento poetico di trentun sillabe.
Si scrivevano poesie Tanka già nel IV secolo. Il Tanka è formato da cinque versi con una quantità precisa di sillabe per ogni verso: il primo verso contiene cinque sillabe, il secondo sette sillabe, il terzo cinque sillabe, il quarto sette sillabe, il quinto sette sillabe. Eliminando gli ultimi due versi si è formato l'Haiku.
giovedì 3 gennaio 2013
Due Sanbittèr
Ne
abbiamo condivise di bevute Milena ed io, amiche fin dai tempi dell’università!
Bevute gioiose, per brindare a un esame
superato con successo, a un compleanno, a un nuovo amore. Bevute assaporate con gusto, perché una caraffa di Retsina ghiacciato andava
giù che era un piacere nel caldo torrido di Mykonos, e una buona bottiglia di Sassella era come il
cacio sui maccheroni con un piatto fumante di pizzoccheri, dopo le nostre
sciate in Valtellina. Bevute “terapeutiche”, perché un goccio di
vino in corpo ti scioglie la lingua quando ti ritrovi a una festa con gente
sconosciuta, magari un po’ antipatica, e
non sai cosa dire. Bevute, sì, non
sbornie di quelle che perdi il controllo, che il mattino dopo non ti ricordi più nulla o ti si spacca la
testa in due. Bevute alla luce del sole o della luna – a seconda dei casi – ma non ubriacature alla chetichella, quando ti
attacchi alla bottiglia di nascosto da tutti, nella solitudine della tua casa,
perché ti senti colare a picco e il
bicchiere ti sembra l’unica ancora di salvezza.mercoledì 24 ottobre 2012
Gelosia: variazioni sul tema
domenica 29 aprile 2012
Solchi
Percepì la sua presenza prima ancora di averla vista. Sentì nell’aria il profumo di sandalo, caldo, che emanava la sua pelle. Si guardò attorno, sicuro che lei fosse lì, in mezzo a tutta quella gente riunita a festeggiare il compleanno di un amico. E infatti eccola là, dall’altra parte della stanza, irresistibilmente bella come quando si erano lasciati dieci anni prima. Non furono necessari preamboli. Dalla terrazza, dove si erano appartati, alla casa di lui il passo fu breve.
Un bacio lungo, intenso, profondo. Le mani sfiorano, si soffermano, esplorano. Sopra e sotto i vestiti. Poi, via anche quelli. Lui la spoglia smanioso e comincia a percorrere avido ogni piega del suo corpo, impaziente di possederla, di perdersi nella sua carne, di fondersi l’uno nell’altra. Lei, ancora lei! La desidera da morire e il suo cuore pulsa impazzito come la prima volta che era stata sua.
Lei si abbandona incredula al piacere di quelle carezze, i sensi appesi al tocco di quelle mani che scivolano ingorde sulla sua pelle. Ma a un tratto, avverte il gesto incerto di lui sulla cicatrice che le taglia il ventre, all’altezza del pube. La carezza improvvisamente lunga, tenera, curiosa indugia su quel lembo di pelle. Una lingua di fuoco si insinua in lei, nello squarcio da cui le hanno strappato l’utero, rubandole anche la capacità di desiderare e sentirsi desiderata. Le dita di lui risalgono, tornano a lambirle le labbra ora serrate, gli occhi incupiti, la fronte corrugata, e sembrano affondare dentro rughe fitte, profonde. Solchi. I palmi delle mani di lui, che le si posano sul seno, sui fianchi, sulle cosce, è come se frugassero nel mare increspato della sua pelle. E quella vampata di calore, che la stava avvolgendo nel risvegliarsi della passione, pare confondersi con un indizio di vecchiaia. La femmina bella e sensuale di qualche attimo prima svanisce di colpo. Al suo posto, una donna smarrita, che non riesce a far quadrare i conti fra il passato e il presente. Simula un piacere che invece è stato ingoiato dall’amara estraneità dalla sua immagine e si allontana bruscamente da lui.
Dopo essersi rivestita rapida, lei si diresse verso la porta. Lo specchio in anticamera rifletteva ancora una volta, come dieci anni prima, il passo dinamico di due solide gambe curate. Ma il suo sguardo vide un corpo avvizzito, l’età moltiplicata per cento, mentre l’uomo alle sue spalle cercava ancora nell’aria quel profumo di sandalo, caldo, penetrante.
domenica 18 marzo 2012
Incontro alla cieca
Si era preparata a lungo a quell’incontro. Lo desiderava, ma al tempo stesso lo temeva. Temeva l’estraneità che avrebbero potuto provare l’una rispetto all’altro. Temeva che potesse essere tutto diverso da come si era immaginata fino a quel momento. Mentre preparava la valigia, in preda a un’agitazione che le faceva tremare le mani, Manuela cercava di interrompere il continuo accavallarsi di pensieri e di recuperare la calma. Impossibile! Ormai aveva perso il controllo delle emozioni e anche il suo corpo non le obbediva più: il cuore le martellava nel petto, vacillava sulle gambe, si sentiva attanagliare da una morsa di tensione che quasi la paralizzava. Se avesse potuto, avrebbe fatto un passo indietro. Ma che dico un passo: ne avrebbe fatti mille, un milione. Sarebbe immediatamente fuggita da questa situazione senza via d’uscita.
“Oddio, è assurdo!” pensava lui in quello stesso istante. Stava per incontrarla e non sapeva neppure come fosse la sua faccia. Sarebbe stata la donna dolce e affettuosa che gli era sembrata? Aveva tanta voglia di vederla, di toccarla, di stringersi a lei! Ma lei? Lo desiderava, l’avrebbe amato? Aveva un po’ paura. Avrebbe voluto cullarsi ancora un po’ in quell’ attesa di incontrarsi che era eccitante e al tempo stesso rassicurante, ma non si poteva aspettare oltre.
“Ma perché ti ho permesso di insinuarti fra noi?” meditava Manuela. “Io e Riccardo eravamo una coppia felice, senza problemi, ma da quando tu ci sei è tutto cambiato. Tu hai aperto un solco tra me e lui. Io ora non faccio altro che pensare a te, soltanto a te, giorno e notte. Ancora non ci siamo incontrati, eppure il mio desiderio di te è talmente forte da azzerare qualsiasi altra emozione. Mi fai quasi spavento”.
“Non sono stato io a volere tutto questo” rifletteva lui. “Mi ci sono ritrovato senza neppure sapere come. Eppure…. eppure mi sento così felice! Ho una voglia immensa di incontrarti!”
“Signora, venga qua! Presto, stanza 6, letto4.”Manuela non ha più tempo per pensare. Le contrazioni sono sempre più ravvicinate, mezz’ora soltanto ed è già in sala parto. Ora è concentrata unicamente sul suo respiro e su quel bisogno di spingere, spingere e accelerare quest’incontro che ha atteso per nove lunghi mesi. Per un attimo, pensa che le forze la stiano abbandonando. “Non ce la faccio” dice fra sé. “ Morirò senza averlo mai incontrato.”
Invece Manuela e Andrea si incontrano, come previsto, il cinque febbraio, esattamente la data presunta del parto. E’ mezzanotte passata da tre minuti, Andrea è arrivato puntuale all’appuntamento. Qualcuno ha avvolto il bambino in un lenzuolo e l’ha posato fra le braccia di Riccardo, che si avvicina a sua moglie: “Ecco, Manuela, ecco il nostro Andrea”.
Per Manuela è come vedersi dentro e dare finalmente un volto a quella creatura che è cresciuta in lei, insieme a lei, giorno dopo giorno. E’ scoprire che paura e incertezze sono spazzate via in un attimo. “Sposti tutti i miei confini” pensa. Poi si stupisce delle sue stesse parole: “ E questa frase? Dove l’ho sentita ? Ah, forse una canzone. Ma chi se la ricorda, ora!”
(immagine dal web: “Ritratto di donna” di Angelo G. Stenta)
martedì 28 febbraio 2012
The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore
lunedì 7 novembre 2011
La donna sul sedile di fronte
La ragazza non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Notò che stringeva fra le mani una grossa borsa nera da cui spuntavano dei sacchetti della spesa e qualche foglia di verdura. “Stasera preparerà un minestrone” , immaginò fra sé ricordandosi che anche sua nonna cenava quasi sempre con una zuppa.
Sull’anulare sinistro della vecchia brillavano due fedi nuziali, una sopra l’altra. “Poverina - pensò la ragazza – deve essere vedova. Sicuramente l’anello più largo è quello del marito. Magari è morto da poco. Magari è andata a trovarlo proprio oggi al cimitero. Qui vicino c’è il Monumentale.”
La ragazza si rattristò pensando a come dovevano essere vuote le giornate di questa vecchietta dopo una vita passata in coppia. Le pareva quasi di vederla aggirarsi smarrita per casa. Sola. Sola dalla mattina alla sera: a colazione, a pranzo, davanti alla tv, e soprattutto di notte, nel silenzio di un appartamento deserto, in un letto a due piazze ormai troppo grande.
“Ma che diamine - si disse tutt’a un tratto, scuotendosi di dosso questi pensieri - cosa mi viene in mente? Magari questa donna non è per niente sola.” Alla ricerca di un indizio, sbirciò nella borsa nera che nel frattempo era scivolata di mano alla vecchia e si era aperta . Tra i sacchetti della spesa vide spuntare il muso di un cagnolino di peluche. “Ecco, vedi… la nonnina ha un nipote, ha una famiglia!“
A questa considerazione, il quadro che la ragazza si era fatta cambiò di colpo. Si era immaginata una vecchietta abbandonata a se stessa, infelice, stanca di vivere. Invece la donna aveva delle persone intorno a sé. Degli affetti. E poi chissà, forse la fede che indossava insieme a quella nuziale non significava neppure che il marito fosse morto. Forse era l’anello di suo padre o di sua madre…
Proprio in quel momento, un’auto tagliò la strada al tram, che frenò di colpo. L’anziana signora si svegliò di soprassalto. Per un istante restò imbambolata, senza capire dove fosse. Poi si riprese, si raddrizzò sul sedile e tutto le fu chiaro. Si era addormentata per qualche minuto e aveva sognato di essere su quel tram perché il suo Giuseppe era morto ed era andata al cimitero a trovarlo. Nel sogno si era vista attraverso gli occhi di una ragazza, simile a quella che le stava di fronte, e aveva provato un senso di angoscia terribile. Era vedova e sola al mondo. Che incubo! Dalla sua esistenza sembravano essere scomparsi tutti, perfino suo nipote, il suo adorato Michelino. Ma in realtà lei era su quel tram proprio perché stava andando a prenderlo all’asilo. Sua figlia, Manuela, era lontana da Milano per lavoro e le aveva chiesto di occuparsi del bambino. “Chissà se gli piacerà il cagnolino che gli ho comprato al mercato “ si domandò. Frugò nella borsa per prenderlo, ma non lo trovò. Nella brusca frenata, era caduto per terra. La ragazza davanti a lei vide che era finito sotto il sedile, si chinò a raccoglierlo e glielo porse. I loro occhi si incrociarono, i loro sguardi si scambiarono una tacita domanda. Per un attimo le due donne ebbero la curiosa sensazione di aver vissuto entrambe lo stesso brutto sogno.
domenica 16 ottobre 2011
Nudità
Stipati tutti in piedi su quella bagnarola, che faceva la spola tra la nave attraccata al largo e il piccolo porto davanti ai nostri occhi, eravamo come clandestini imbarcati in un viaggio alla rovescia, dal continente al mare, dal presente al passato.
La miriade di cicale che frinivano all’unisono, in un crescendo quasi assordante man mano ci avvicinavamo alla spiaggia, era l’unica voce dell’isola. L’unico segno di vita. Neppure un’anima in giro, sotto il sole cocente delle due del pomeriggio.
Appena approdati in quella solitudine irreale, ci parve di essere non ospiti ma padroni di quel luogo. E non più costretti alla vicinanza coatta del viaggio, ci sparpagliammo per la spiaggia di sassi scuri, pronti a prenderne possesso. Con le nostre cose, la nostra presenza, la nostra invadenza.
Verso il fondo della baia c’erano due donne, due turiste che prendevano il sole completamente nude. “Bello – pensai – qua si può fare nudismo indisturbati”. Mi piaceva spogliarmi anche di quei minuscoli triangoli di stoffa che costituivano il mio esile costume da bagno perché era come togliersi l’abito per indossare una bandiera: quella dell’emancipazione, della libertà, della provocazione.
Per giorni colonizzammo l’isola piantando le nostre tende dove ci pareva, facendo casino alla sera in riva al mare e spogliandoci di ogni inutile necessità, abiti compresi. Gli isolani ci ignoravano. Giravano alla larga da noi. I pochi che incontravamo erano uomini, pescatori che partivano alla mattina presto per andare al largo e non tornavano mai prima del tramonto. Le donne dov’erano? Forse arroccate nel piccolo villaggio a cui si arrivava soltanto percorrendo a dorso d’asino il tortuoso sentiero che dal porto portava in cima al promontorio.
Noi non salimmo mai lassù. Per la spesa, ci accontentavamo di quel poco che trovavamo in un modesto baracchino alla spiaggia: uno sgangherato bar-ristorante-supermercato affacciato sul mare, l’unica concessione del luogo per i pochi turisti come noi che arrivavano di quando in quando all’isola.
Un giorno, proprio mentre ce ne stavamo là, con qualche arancino di riso nel piatto e qualche bicchiere di vino sul tavolo, udimmo uno strano lamento corale che si faceva via via più vicino, più intenso, più angosciante. Erano voci di donne. Dalla terrazza non vedevamo arrivare nessuno, e quella nenia ossessiva mi sembrava quasi un’allucinazione.
Ma a un certo punto, volgendo gli occhi verso il mare, notai una piccola imbarcazione che si avvicinava lentamente a riva. Avanzava a forza di remi, piano, piano, piano. Un unico uomo a bordo, e un unico particolare visibile: un immenso cuscino di fiori.
Mentre mi domandavo cosa mai stesse accadendo, dalla strada che conduceva al porto apparvero loro: le donne dell’isola. Tutte vestite di nero, dalla testa ai piedi. Le mani giunte sotto il petto, un rosario in mano. Venivano ad accogliere il loro defunto che arrivava dal mare, piangendolo con lugubri nenie interrotte soltanto da strazianti grida di dolore.
Camminavano a testa bassa. Penso che neppure ci avessero notati.
I loro lunghi abiti neri facevano a pugni con i nostri succinti costumi da bagno di tutti i colori. Il pallore dei loro visi, incorniciati dal velo che copriva i capelli, contrastava con l’abbronzatura della nostra pelle cotta dal sole.
Io, sopra il costume, indossavo un pareo. Me l’ero legato addosso semplicemente perché mi dava fastidio la pelle nuda che si incollava a quelle orribili sedie di plastica del bar.
Fra tutti gli amici, ero quella più vestita. Eppure mi sentivo nuda. Nuda e intrusa. Nuda e arrogante. Nuda e cieca. Nuda e sorda alla voce di quel luogo, di quelle donne, di quel mondo ancora antico ma non per questo meno degno di rispetto.



