Sopra un foglio di carta lo vedi il sole e' giallo
ma scolorira'
e se piove due segni di biro ti danno un ombrello
che scolorira'
basta fare un bel cerchio ed ecco che hai tutto il mondo
che scolorira'. Che scolorira'.
Acquarello, Toquinho
LA FOTO
Era lunedì, me lo ricordo benissimo.
L’Inter aveva vinto 2 a 0 con la Juventus a Torino, nel posticipo della domenica; quelle giornate li non te le puoi dimenticare.
Il classico risultato che non concede appello, un goal per tempo: al 23° tiro dal limite di Cambiasso e al 67° raddoppio di Crespo, appena entrato: un’incursione sulla destra di Maicon, cross basso e tiro secco a pelo d’erba nell’angolino; i gobbi erano ormai piegati, il resto fu una passeggiata fatta di passaggi fitti e possesso di palla.
Era lunedì non mi posso sbagliare.
Era inverno (14° giornata del girone d’andata), io, infagottato nel mio giubbotto pesante, ero passato, come tutti i lunedì, in edicola a prendere la gazzetta.
Mi pregustavo il momento in cui sarei entrato in fabbrica, sventolandola in faccia a tutti i conigli bianconeri dell’officina.
La cosa insolita era che avevo tempo; al contrario di tutti gli altri giorni, nei quali dovevo spingere sui pedali come Cipollini in volata, per non timbrare in ritardo il cartellino, quella volta ero uscito di casa prima, avevo avuto persino il tempo di salutare mia moglie e quei perditempo dei miei figli.
Mi ricordo: - Ciao amore, vado. Voi due, mi raccomando, fate i bravi.- la mattina a casa mia, non è come quella del mulino bianco, dove tutti sono contenti, ridono e scherzano; a casa mia solo grugniti, monosillabi e baci stanchi, usati, solo parole vuote, perse nel nulla della nebbia mattutina.
Senza contare, poi, che in casa mia, quelle figone della pubblicità non ci sono mai state, Si, la Silvia da giovane poteva dire il fatto suo, ma adesso, dopo diciotto anni di matrimonio e due figli sfornati uno dietro l’altro, non era più quel gran bel vedere, soprattutto la mattina presto.
Oddio, neppure io sono un figurino, due o tre taglie in più e qualche milione di capelli in meno, ma si sa, gli uomini invecchiano meglio…
Comunque, avevo del tempo.
L’edicola era semivuota e si respirava quell’odore di giornale fresco di stampa.
Il vecchietto davanti a me trafficava con il suo portamonete, rovistando in cerca degli spiccioli, normalmente avrei sacramentato, scalpitando come Ribot sulla linea di partenza, ma quella volta avevo il tempo di guardarmi attorno.
Fu così che la vidi.
Mi colpì come un diretto di Tyson in pieno volto.
Era mollemente appoggiata tra le altre, ma spiccava, lucida, patinata, fu un vero e proprio shock.
Mi sentii attirato verso lei e così senza quasi rendermi conto, allungai la mano, la toccai, era liscia, leggera; non ci pensai due volte, la presi immediatamente dallo scafale su cui era riposta.
Quella rivista era li che aspettava solamente me; la posi sulla mensolina di ceramica insieme alla gazza, come era grossolana nei suoi confronti, con il suo rosa dozzinale e i suoi caratteri cubitali.
Pagai ed uscii dal negozio.
Come un bambino davanti all’albero di Natale colmo di regali, ero frastornato, sette euro e venti, cazzo, avevo speso sette euro e venti centesimi per quella rivista.
Però quella foto in copertina, mi aveva spiazzato, come una finta di Baggio, non pensavo che sarebbe potuto succedere, non dopo tutto questo tempo e dopo tutto questa caligine.
La foto era di quelle pesanti, di quelle che ti fanno drizzare i peli delle braccia, che ti fanno percorrere il corpo di brividi, di piacere s’intende.
Quei colori, quelle forme ti prendono l’anima e te la tirano su dal profondo dove tu l’avevi cacciata, fino quasi a farla sfuggire; per quello che tremi, perché, lo sai benissimo che non può succedere che l’anima voli via per una fotografia, però è quello che provi.
Come in quei film del terrore, che piacciono tanta alla Silvia, vedi avanzare il protagonista verso la cantina, buia e piena di mostri che vogliono mangiarselo, tu gridi: “ Non andare, pirla, la c’è il mostro, ti sta aspettando per divorarti” ma tanto è inutile, lui ci andrà, aprirà quella cazzo di porta e verrà sbranato.
Tu, sai già tutto quello che succederà, pero non puoi fare a meno, per un attimo, di avere paura, poi ti dispiacerà, ma alla fine, penserai “ beh, se sei un pirla allora, te lo meriti di essere massacrato dal mostro.”
La foto dicevo, tutte quelle curve morbide messe li dal caso, disposte in modo da accompagnare lo sguardo in tutte le direzioni, da perdersi, che meraviglia.
I colori, poi, ti fanno letteralmente impazzire, sono tanti e di tutte le tonalità: dall’oro della sabbia all’azzurro del mare, passando per il verde smeraldo della vegetazione.
Il caso? Io non è che sono molto di chiesa, però mi pare difficile che tanta bellezza sia solo frutto del caso, va bene l’erosione dell’acqua e del vento, ci sta pure qualche bel cataclisma naturale, ma più la guardo e più mi convinco che quella statua del Gesù Cristo, lì ci sta proprio bene.
Negli spogliatoi della fabbrica, dato che avevo tempo, mi soffermai su quella magia, socchiusi gli occhi per un secondo e varcai i bordi di quel fotogramma… diciotto anni fa.
Già dall’aereo Rio De Janeiro mi sembrava fantastica, anche la Silvia lo era, seduta acconto a me era ancora messa giù da corsa del giorno prima, tutte e due eravamo stanchissimi ma eccitatissimi, era il primo giorno di luna di miele, era un sogno che si realizzava, ci aspettava il Brasile.
Che spettacolo, Rio ci accoglieva al massimo del suo splendore, i colori, le luci. La gente… beh, si, di nascosto dalla Silvia buttavo gli occhi su qualche bel culo di quelle parti.
Nella mia vita il colore predominante era sempre stato il grigio, tranne il lunedì che diventava rosa Gazzetta dello sport, lì invece ogni giorno era di un colore diverso, mille colori diversi, come i fuochi d’artificio della festa della parrocchia.
L’allegria di quei giorni non l’avremmo più provata, neanche quando nacque il Giorgio, si eravamo contenti ma anche un po’ spaventati, lì invece non avevamo paura di nulla, tuda joia, tuda beleza.
Seppur lentamente i quindici giorni di licenza matrimoniale passarono e tornammo alla normalità, per quanto insopportabile possa essere, ci si abitua, i soliti gesti, le solite cose, insomma la nostra vita.
Quel giorno però, la rivista da sette euro e venti centesimi, quella foto in copertina, avevano compiuto il miracolo.
Dapprima ero in stato confusionale, completamente suonato, come Cassius Clay, poi il lampo.
Mi colse una sorta di lucidità, una consapevolezza, sapevo cosa fare e come farlo.
Chiamai quel pirla del mio caporeparto, gli dissi che stavo male(ed era vero) e che sarei andato a casa. Inforcai la bicicletta e corsi via.
Una doccia mi mise sulla strada giusta, non c’era nessuno, i due desperados erano a scuola e la Silvia era da sua madre, tanto faceva il secondo e aveva già preparato il minestrone per la sera.
Quell’odore di verdura cotta, misto alla puzza di stantio della mia vita, fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Mi sentivo come l’Italia dell’ottandue: dopo un girone di qualificazione scialbo e senza sostanza, la riscossa verso il titolo iridato, guarda caso passando proprio per il Brasile.
La seconda tappa fu la banca.
Il cassiere, un damerino in giacca e cravatta, rivestito di lucido per nascondere la sua polvere di quotidianità; fatta di invidia verso i colleghi e voglia, inconfessata, di farsi quella dei titoli, mi chiese il perché volessi ritirare tutti i soldi, se per caso non ero soddisfatto dei loro servizi, se desideravo parlare prima col direttore… risposi chiaramente ad ogni sua obbiezione.
Spiegai tutto con una lucidità che mi faceva paura, non mi riconoscevo, io davanti alle giacche e alle cravatte sono sempre stato intimorito, invece quel giorno filai via dritto che neanche Schumacher mi avrebbe ripreso.
Prosciugai il nostro conto corrente.
Li ritirai tutti, fino l’ultimo centesimo, dodicimila cinquecentoquarantotto euro virgola settantadue.
Diciotto anni di risparmi e privazioni.
Sarebbero bastati per cominciare, poi mi sarei fatto mandare la liquidazione e avrei messo su un bel gruzzoletto… povera Silvia come avrebbe fatto ad andare avanti, no, non senza di me, per quello sarebbe stato forse meglio, senza una lira però… per un momento vacillai nei miei propositi; poi alzai lo sguardo sul cassiere, sul suo colore grigio, sulla sua patina indelebile di fuliggine, fugai immediatamente quel rimorso misi i soldi nella valigetta e corsi a Linate, il primo aereo sarebbe stato mio.
Sono qui da un po’, tutto è come me lo aspettavo: i colori, i suoni , la gente, persino i culi delle ragazze sono gli stessi di diciotto anni fa.
Ho già girato quasi tutto Rio, ed è solo l’inizio, il Corcovado, le spiagge di Ipanema, il pao da asucar,
il Maracana…i vicoletti.
Tutto è come allora tuda joia, tuda beleza .
Questa zona però, non me la ricordo, li in quel angolo avrebbe dovuto esserci quella stupenda chiurrascheria , dove si mangiava una carne da favola, altro che quella piemontese della Coop.
Non c’è più? e quel campetto spelacchiato? Sono sicuro non c’era; Si cosa vuoi ragazzino” eu no falo brasilero” , ah una sigaretta, toh tieni tutto il pacchetto, menino, ma attento che alla tua età non ti fa mica tanto bene.
Cos’è questo rumore alle mie spalle? Un colpo secco, delle grida, sarà un anticipo del carnevale.
Brr, d’un tratto mi è venuto freddo, deve essere la brezza del mattino che sale dall’oceano.
Appena trovo una bancarella mi comprerò una bella felpa.
Non sento più le mani, cazzo neanche le braccia, sudo?
Mi gira la testa, mi cedono le gambe, devo fermarmi un momento.
Magari mi sdraio; tanto siamo a Rio, mica a Milano che la genti ti guarda male appena fai qualcosa che non devi.
Che strano, sento tutto il corpo formicolare come se mille mani mi toccassero, come se stessero cercando qualcosa su di me…
Che bello è proprio tutto come me lo aspettavo, come nella foto, come diciotto anni fa
Sono stanco, mi sento spossato, sudo?
Ora sento caldo, umido, appiccicoso, beh si sa siamo in Brasile, mica a Madonna di Campiglio.
Però, sono sdraiato a pancia in su ma non vedo il cielo azzurro, vedo tutto rosso… è normale siamo a Rio ogni giorno è un colore diverso, oggi sarà la volta del rosso.
A proposito che giorno è oggi? Ah si è lunedì.
"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater
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giovedì 29 novembre 2012
martedì 28 febbraio 2012
The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore
domenica 12 febbraio 2012
noi due
"Ci vai tu stamattina?" "perchè?" "Dai vacci tu Luca...io ho sonno, voglio dormire"
"Si ma è l'ultima volta hai capito?!"Sono stufo ok? hai capito cretino?"
"Ma si va bene, dai non rompermi le scatole che ho voglia di dormire".
Luca e Pietro sono due fratelli gemelli, la madre non se ne aspettava due di figli.
Era diventata enorme, la pancia negli ultimi mesi le impediva i gesti più semplici, dormiva con tre cuscini, perchè si sentiva soffocare da quella montagna sotto il seno.
Una sera finalmente perse le acque, il marito di corsa la portò alla Mangiagalli.
Ma si fa per dire di corsa, perchè la signora Elena faceva due passi e si fermava, aveva la sensazione di partorire da un momento all'altro ma voleva trattenere quella creatura fino al momento in cui avesse trovato le condizioni giuste per metterlo al mondo.
Quando arrivarono in ospedale i dottori dissero che era pronta per la sala parto, non c'era d'aspettare neppure un minuto.Una spinta poi un'altra, una gomitata sul pancione, un urlo e un pianto e Luca apparse sulla scena di questo mondo.
Era pelato e urlava, tutto rugoso sembrava un vecchietto incazzato nero.
Ad un tratto il dottore richiamò l'ostetrica, gli altri infermieri e disse " ce n'e' un altro, signora ricominci a spingere, oggi lei diventa una supermamma".
Da quel giorno Luca e Pietro furono due fratelli gemelli unitissimi, giocavano sempre insieme, non potevano stare uno senza l'altro.
Dall'asilo alla scuola sempre in classe insieme.
Persino Elena faceva fatica a distinguerli rischiando a volte, di dar da mangiare o di cambiare il patello sempre allo stesso.
Luca e Pietro giocavano molto e si divertivano tanto, sapendo di essere identici facevano scherzi agli amici, ma anche alla portinaia, e poi una volta grandi, se capitava l'occasione si scambiavano le ragazze andando all'appuntamento dell'altro.
L'ultima che avevano pensato e che credevano fosse un'idea geniale, era quella di avere un posto di lavoro condiviso.Potevano godersi una libertà impensabile, anche se lo stipendio era scarso ovviamente, era fratto due. Ma nei giorni liberi andavano in giro a cercarsi delle nuove opportunità, scrivevano, insomma investivano il loro magnifico inganno come meglio pensavano.
Non era sempre andata benissimo, ma ci avevano preso gusto, questo senso di vivere con un clone di se stessi gli regalava la facoltà di potersi eclissare dalle situazioni che volevano evitare, dalle persone che volevano dimenticare, da tutto ciò che per tutti è difficile dire o fare.
Luca quella mattina come al solito si mette le lenti a contatto ed esce di casa arrabbiato.
Mentre Pietro si era rimesso a dormire profondamente.
I dipendenti di quel negozio avevano Pietro e Luca come capo, anzi l'unico capo che pensavano di avere era Pietro, ma pensavano che fosse un uomo malato, o meglio con seri problemi psicologici.
Luca, quello vero era una persona simpatica, alla mano, uno a cui potevi raccontare che la sera prima ti eri ubriacato perchè avevi litigato con la ragazza.Per brevità, uno con cui parlavi di tutto.
Invece Pietro pensava che il capo non poteva essere troppo accogliente, con il sorriso in tasca.
Il capo era il capo e un pò di distacco doveva tenerlo, stava sulle sue e scambiava parole solo per necessità di lavoro, non dava alcuna confidenza, teneva le distanze da tutti.
Nessuno però si era mai accorto dello scambio dei due fratelli, perchè all'apparenza erano identici, alti uguali, robusti ma con il sedere piatto, capelli castani e occhi castani, denti un pò storti e pizzetto per smagrire il faccione.
Ogni volta che tornavano a casa dalla giornata di lavoro raccontavano in breve al fratello quello che era successo, per essere sempre pronti ad eventuali riferimenti di fatti o persone.
Luca era miope e Pietro no.
Questa era l'unica differenza fisica tra loro...oddio magari qualche neo poteva essere posizionato in altro modo o qualche pelo delle spalle o del torace o del naso.Ma questi particolari non li aveva notati nessuno, per ora e neppure loro si erano mai ispezionati, gli sembrava che potesse andare benissimo così.
Luca sente l'aria tiepida uscendo, e con il sole l'umore gli sale e così entra nel box, spolvera la sua Honda nera 1000 di cilindrata e parte.Wroooooooooommmmmmmmmmmmmmmmmm.
Fa una curva e poi un bel rettilineo, ma ad un tratto gli attraversa la strada un cane che spaventato dal rumore del motore della moto si ferma, di colpo.
Caaaa..zo pensa Luca! Non vuole assolutamente investirlo ma non vuole neppure cadere o schiantarsi contro la macchina che stava arrivando dall'altra parte..così istintivamente suona il clacson ma non cambia nulla, il cane è come paralizzato.In un attimo Luca è per terra, cadendo prende un bel colpo alla testa e sviene.
A casa nello stesso momento Pietro si sveglia di colpo!"ma cosa mi sta succedendo? mi sembra di aver sognato...ma no non mi ricordo...eppure....mi sembrava che...ma come starà Luca?" Pietro rimane qualche istante a guardare il soffitto e poi si dice che è stato solo un brutto sogno con un brutto risveglio, e si gira dall'altra parte.
Luca per terra aveva già un pò di persone addosso che volevano chiamare l'ambulanza, che volevano spostarlo, che lo chiamavano nel tentativo di svegliarlo, insomma quel povero ragazzo era inconsapevolmente in balia di persone sconosciute che volevano aiutarlo, ma stavano facendo come spesso in questi casi succede, solo un gran casino.
Ad un tratto arrivo' una signora e in un solo istante buttò dell'acqua in faccia a Luca, "proviamo a fare così, io l'ho sempre fatto con mio figlio quando non si voleva alzare alla mattina!"
Tutti rimasero senza parole e terrorizzati per un attimo, poi guardarono la signora e stavano per inondarla di insulti quando ecco che Luca riapre gli occhi dicendo "cazzo adesso chi ci vede più"!
Luca deve togliersi oltre al casko anche le lenti a contatto perchè con l'acqua negli occhi, le lenti a contatto
dovevano essere immediatamente rimosse.
"Senta signore" rivolgendosi alla prima persona che aveva davanti e del quale intravedeva la sagoma " Io ora metto la moto qui al sicuro e lei gentilmente mi dà un passaggio al lavoro? Sa sono già in ritardo"
"Ma lei ha battuto la testa deve fare un controllo" gli dicevano tutti quelli che l'avevano assistito fino a 5 minuti prima, "Ma no ma no non vi preoccupate..sto benissimo, sono lucido..e il casko senno' a che serve secondo voi?"
Finalmente la gente comincia ad andarsene, borbottando, e Luca riesce a strappare il passaggio.
Entra in negozio camminando con un passo lentissimo, cercando di non urtare oggetti piccoli che non avrebbe mai visto; e questa insicurezza lo fa sentire improvvisamente fragile come non gli era mai successo e anche il suo sguardo era diverso.Salutava le persone evitando di cercare i loro volti per identificarli.
Doveva assolutamente fingere, trasformarsi in un perfetto vedente...suo fratello Pietro. Non era per niente semplice anzi già sentiva che tutto si stava complicando.
"Non ce la farò mai, mi faranno delle domande, o mamma mia cosa dico, che scusa mi invento? cosa posso fargli credere? non posso mica dire "ragazzi oggi non ci vedo, ho un calo della vista, ma vedrete che domani sarò quello di sempre."
I dipendenti del negozio cominciarono a parlottare tra loro "ma cos'ha oggi il capo?non ti sembra strano ma strano forte! è impedito nei movimenti , guarda come sta lì sulla scrivania, fermo".
"Cavolo nooo!" Luca è agitatissimo.."devo andare in bagno, so che mi devo alzare e andare da quella parte, ma porca vacca zozza proprio oggi mi scappa la cacca".
Va in bagno cercando di camminare con scioltezza, entra non distingue il water dal bidè e si libera evaquando come mai nella sua vita.Sbaglia e riempie il bidè di quella roba, avverte di aver fatto un errore, si agita tantissimo e apre l'acqua cercando di rimediare il disastro, ma tutto peggiora e tracima merda in tutto il bagno.
Disperato si riveste esce dal bagno con la fronte ghiacciata, chiama un ragazzo e gli dice "guarda che un cliente è entrato nel nostro bagno e ha fatto un disastro, non si può entrare dalla puzza".
Luca capisce che la situazione è insostenibile e con la scusa di avere uno strano e improvviso problema agli occhi si defila dal negozio.
Tutti i suoi collaboratori sono senza parole ma poi ne dicono tante, nel negozio Luca ha lasciato un clima di assoluta confusione, tutti che fanno ipotesi, illazioni; a tutti vengono in mente le cose più incredibili eppure nessuno pensa che Luca sia quello che è.
Entra in casa e si siede sulla sua poltrona e sbuffando dice a se stesso che "basta non si può più andare avanti così, io sono Luca e Pietro è Pietro".
Si ricorda del cartone "La carica dei 101" e pensa che quei cagnolini sembravano tutti uguali ma erano tutti diversi tra loro, e felici di esserlo davanti al mondo.
giovedì 2 febbraio 2012
perle ai porci
La somma era di 87.472.033,61 dollari il 1° giugno 1964, tanto per dire un giorno. Quello fu il giorno in cui la somma cadde sotto gli occhi dolci di un giovane azzeccagarbugli che si chiamava Norman Mushari. Il reddito prodotto da quell'interessante capitale era di 3.500.000 dollari l'anno, quasi 10.000 dollari al giorno, domeniche incluse.
Questa somma era diventata il nocciolo di una fondazione filantropica e culturale nel 1947, quando Norman Mushari aveva appena sei anni. Prima di allora essa costituiva, in ordine di grandezza, il quattordicesimo patrimonio familiare d'America, il patrimonio della famiglia Rosewater. Lo avevano trasformato in fondazione per impedire agli esattori delle imposte e ad altri predatori che non si chiamavano Rosewater di mettervi le mani sopra. E quel barocco capolavoro di cavilli che era lo statuto della Fondazione Rosewater dichiarava, in effetti, che la presidenza della Fondazione era ereditaria come la Corona britannica. Doveva essere tramandata, in saecula saeculorum, agli eredi più diretti e più anziani del creatore della Fondazione, il senatore Lister Ames Rosewater dell'Indiana.
I fratelli del presidente sarebbero diventati funzionari della Fondazione al compimento del ventunesimo anno. Tutti i funzionari erano funzionari a vita, purché non venissero legalmente riconosciuti incapaci di intendere e di volere. Erano liberi di compensarsi per i servigi resi con tutta la munificenza che volevano, ma solo attingendo al reddito della Fondazione.
*R*
mercoledì 1 febbraio 2012
Buona Novella?
Io volevo solo una vita tranquilla.
Della mia primissima infanzia ricordo solo il profumo del senodi mia madre e il gusto dolciastro del suo latte.
Poi verso i tre anni i miei ricordi si spostano ad un letto, in una camera spoglia e con una sola, piccola, finestra.
Non sapevo veramente parlare, le uniche cose che mi erano state insegnate erano le lodi.
Vedevo sempre e solo la stessa unica persona, tutti i giorni, e quella persona mi insegnava le preghiere e mi nutriva con la stessa unica pietanza, tutti i giorni.
Se volevo scendere dal letto distendevo le braccia e quest'essere mi prendeva in braccio. Era molto forte, lui, e mi portava verso la finestra.
Una volta mi disse che sarei stata la regina di tutto quello che potevo vedere se avessi voluto.
Poi improvvisamente, un giorno, senza motivo, mi rifiutai di pregare e mangiare.
Scesi dal letto e per la prima volta in dodici anni di vita toccai il suolo. Era freddo.
Era una sensazione bellissima poter camminare con le proprie gambe su una superfce lievemente sporca e fresca. Mi sentii libera.
L'uomo fece per sollevarmi da terra ma io lo respinsi, mi dissi che il primo passo per sentirsi tranquilli era la libertà e lui doveva andarsene. Quando glielo dissi pensavo di ferirlo, e quella era la mia intenzione, ma lui con stoicismo se ne andò.
Quella notte ebbi un caldo insopportabile, sembrava stessi bruciando. Mi svegliai sudata, il letto era sporco di sangue, che stessi morendo?
Corsi alla porta con gli occhi offuscati dalle lacrime, picchiai forte i pugni chiedendo aiuto e tremando, provai a chiamare l'uomo che mi aveva sempre fatto compagnia ma solo allora mi accorsi di non sapere il suo nome.
La porta fu aperta da un vecchio che, quando gli raccontai tutto, mi diede una sberla e mi strattonò in una sala immensa.
Lì fui pettinata e truccata.
Rimasi lì sola, a chiedermi perché fossi stata disprezzata, forse stavo morendo e al posto di aiutarmi mi avevano truccata, che mi stessero preparando per la bara?
Invece, la mattina seguente sempre in quella sala, mi ritrovai davanti a decine di uomini.
Era la prima volta che vedevo così tante persone e, i loro occhi erano puntati su di me, sentii gli zigomi arrossire.
Avevano tutti la carnagione molto più scura di me, il viso invecchiato prematuramente da una vita di sacrifici e le mani callose per il troppo lavoro.
Mi riempivano di complimenti, più o meno dolci, a volte volgari. Solo un uomo tremendamente vecchio stava in disparte e silenzioso. Sentii mugugnare qualcosa a proposito di un bastone e dei fiori ma non capii molto. D'altronde per dodici, lunghi, anni ero stata tagliata fuori dal mondo. Neanche sapevo come fossero fatti veramente gli uomini e a cosa servissero i bastoni.
Poi l'uomo in disparte, mostro il suo bastone, era coperto di fiori.
Tutti lo guardarono con invidia mentre lui si avvicinò a me prendendomi per la mano e scortandomi fuori.
Mi chiese se fossi la figlia di Anna e aggiunse che le assomigliavo tanto.
Io non sapevo se credergli, non ricordavo mia madre, era da quando avevo tre anni che non la vedevo.
Mi portò a casa sua e mi presentò quelli che sarebbero stati i miei fratelli.
Quattro uomini, che ormai stavano uscendo di casa perché sposati e due sorelle, più giovani di loro ma comunque molto più grandi di me.
Le sorelle mi iniziarono ai lavori di casa mentre il vecchio fu costretto ad allontanarsi per lavoro.
Passaì da una prigione all'altra senza assaporare la libertà. Mi sarebbe bastato corre per i prati come facevano i bambini dietro casa nostra ma mi era stato proibito dalle mie sorelle perché: poco dignitoso per una donna.
Quando il vecchio tornò a casa, io mi sentivo estremamente irascibile. Qualsiasi cosa mangiassi mi faceva vomitare e m'infastidiva la puzza di legno che permeava la casa.
Lui mi fece domande su neonati e uomini ma io non capii e non seppi rispondere.
Mi disse di prepararmi per un viaggio e mentre partivamo vidi ancora gli occhi di tutti gli uomini guardarmi come se fossi una criminale.
Dopo pochi mesi iniziai a capire cosa intendeva chiedermi l'uomo.
Dopo una grande fatica e un dolore immenso partorii un piccolo neonato. La mia prima preoccupazione fu “ Mi somiglia?” la seconda, dopo spiegazioni del mio papà adottivo su rapporti sessuali e procreazione, fu “ come è possibile?”.
Lui fece finta di non capire e mi disse che era ora di tornare a casa.
Il fatto di avere un figlio, e quindi stare ancora più tempo segregata a casa iniziava a non pesarmi più. Quando ero nervosa stringevo forte al petto il mio bambino e stavo meglio. Lo chiamavo il mio Principino, il mio Dono o semplicemente Gioia.
Non ero libera ma di sicuro iniziavo a sentirmi tranquilla.
Poi un giorno venni avvisata che mio figlio sarebbe stato giustiziato perchè si dichiaro Re. Il vecchio ormai era morto da tempo e le mie sorelle si erano sposate e uscite di casa
Il primo pensiero che ebbi fu “ finalmente libera, finalmente tranquilla”.
Ma quando vidi quello che gli stavano facendo tutto crollò.
Non posso e non voglio essere libera, lui non è il figlio di Dio è mio, io l'ho tenuto in pancia senza capire perché e io l'ho cresciuto, che nessuno me lo tolga.
Ma ormai era tardi.
Ero sì libera ma per quanto riguarda la tranquillità ne ero ben lontanta...
Della mia primissima infanzia ricordo solo il profumo del senodi mia madre e il gusto dolciastro del suo latte.
Poi verso i tre anni i miei ricordi si spostano ad un letto, in una camera spoglia e con una sola, piccola, finestra.
Non sapevo veramente parlare, le uniche cose che mi erano state insegnate erano le lodi.
Vedevo sempre e solo la stessa unica persona, tutti i giorni, e quella persona mi insegnava le preghiere e mi nutriva con la stessa unica pietanza, tutti i giorni.
Se volevo scendere dal letto distendevo le braccia e quest'essere mi prendeva in braccio. Era molto forte, lui, e mi portava verso la finestra.
Una volta mi disse che sarei stata la regina di tutto quello che potevo vedere se avessi voluto.
Poi improvvisamente, un giorno, senza motivo, mi rifiutai di pregare e mangiare.
Scesi dal letto e per la prima volta in dodici anni di vita toccai il suolo. Era freddo.
Era una sensazione bellissima poter camminare con le proprie gambe su una superfce lievemente sporca e fresca. Mi sentii libera.
L'uomo fece per sollevarmi da terra ma io lo respinsi, mi dissi che il primo passo per sentirsi tranquilli era la libertà e lui doveva andarsene. Quando glielo dissi pensavo di ferirlo, e quella era la mia intenzione, ma lui con stoicismo se ne andò.
Quella notte ebbi un caldo insopportabile, sembrava stessi bruciando. Mi svegliai sudata, il letto era sporco di sangue, che stessi morendo?
Corsi alla porta con gli occhi offuscati dalle lacrime, picchiai forte i pugni chiedendo aiuto e tremando, provai a chiamare l'uomo che mi aveva sempre fatto compagnia ma solo allora mi accorsi di non sapere il suo nome.
La porta fu aperta da un vecchio che, quando gli raccontai tutto, mi diede una sberla e mi strattonò in una sala immensa.
Lì fui pettinata e truccata.
Rimasi lì sola, a chiedermi perché fossi stata disprezzata, forse stavo morendo e al posto di aiutarmi mi avevano truccata, che mi stessero preparando per la bara?
Invece, la mattina seguente sempre in quella sala, mi ritrovai davanti a decine di uomini.
Era la prima volta che vedevo così tante persone e, i loro occhi erano puntati su di me, sentii gli zigomi arrossire.
Avevano tutti la carnagione molto più scura di me, il viso invecchiato prematuramente da una vita di sacrifici e le mani callose per il troppo lavoro.
Mi riempivano di complimenti, più o meno dolci, a volte volgari. Solo un uomo tremendamente vecchio stava in disparte e silenzioso. Sentii mugugnare qualcosa a proposito di un bastone e dei fiori ma non capii molto. D'altronde per dodici, lunghi, anni ero stata tagliata fuori dal mondo. Neanche sapevo come fossero fatti veramente gli uomini e a cosa servissero i bastoni.
Poi l'uomo in disparte, mostro il suo bastone, era coperto di fiori.
Tutti lo guardarono con invidia mentre lui si avvicinò a me prendendomi per la mano e scortandomi fuori.
Mi chiese se fossi la figlia di Anna e aggiunse che le assomigliavo tanto.
Io non sapevo se credergli, non ricordavo mia madre, era da quando avevo tre anni che non la vedevo.
Mi portò a casa sua e mi presentò quelli che sarebbero stati i miei fratelli.
Quattro uomini, che ormai stavano uscendo di casa perché sposati e due sorelle, più giovani di loro ma comunque molto più grandi di me.
Le sorelle mi iniziarono ai lavori di casa mentre il vecchio fu costretto ad allontanarsi per lavoro.
Passaì da una prigione all'altra senza assaporare la libertà. Mi sarebbe bastato corre per i prati come facevano i bambini dietro casa nostra ma mi era stato proibito dalle mie sorelle perché: poco dignitoso per una donna.
Quando il vecchio tornò a casa, io mi sentivo estremamente irascibile. Qualsiasi cosa mangiassi mi faceva vomitare e m'infastidiva la puzza di legno che permeava la casa.
Lui mi fece domande su neonati e uomini ma io non capii e non seppi rispondere.
Mi disse di prepararmi per un viaggio e mentre partivamo vidi ancora gli occhi di tutti gli uomini guardarmi come se fossi una criminale.
Dopo pochi mesi iniziai a capire cosa intendeva chiedermi l'uomo.
Dopo una grande fatica e un dolore immenso partorii un piccolo neonato. La mia prima preoccupazione fu “ Mi somiglia?” la seconda, dopo spiegazioni del mio papà adottivo su rapporti sessuali e procreazione, fu “ come è possibile?”.
Lui fece finta di non capire e mi disse che era ora di tornare a casa.
Il fatto di avere un figlio, e quindi stare ancora più tempo segregata a casa iniziava a non pesarmi più. Quando ero nervosa stringevo forte al petto il mio bambino e stavo meglio. Lo chiamavo il mio Principino, il mio Dono o semplicemente Gioia.
Non ero libera ma di sicuro iniziavo a sentirmi tranquilla.
Poi un giorno venni avvisata che mio figlio sarebbe stato giustiziato perchè si dichiaro Re. Il vecchio ormai era morto da tempo e le mie sorelle si erano sposate e uscite di casa
Il primo pensiero che ebbi fu “ finalmente libera, finalmente tranquilla”.
Ma quando vidi quello che gli stavano facendo tutto crollò.
Non posso e non voglio essere libera, lui non è il figlio di Dio è mio, io l'ho tenuto in pancia senza capire perché e io l'ho cresciuto, che nessuno me lo tolga.
Ma ormai era tardi.
Ero sì libera ma per quanto riguarda la tranquillità ne ero ben lontanta...
mercoledì 25 gennaio 2012
nessuna come te
tu sei la persona che avevo amato
con la quale ho riso scherzato, diviso un panino.
non eri un ricordo, eri una voce al telefono, una mail.
con la quale ho riso scherzato, diviso un panino.
tu sei bionda e io castana, tu sei calma, io agitata.
tu sei dolce e io di meno.
tu eri lo studio e la merenda,
i parchi e i ragazzi non tutti per bene,
sei stata la prima sigaretta.
il primo viaggio all'estero.
tu eri punk con le spille dappertutto e i capelli neri,
io ero sempre la stessa o almeno mi sembrava.
ho amato tua madre e tuo padre, forse più di quanto amassero me.
ho trovato nella tua casa la calma e il sorriso che cercavo.
tutto quello che facevi mi sembrava strano, ma ti ho sempre tenuta stretta come una principessa dentro di me.
poi ci siamo perse, siamo diventate donne abbiamo avuto i nostri figli, la vita ci ha travolto d'amore e preoccupazioni, di gioie e dispiaceri.
tu eri però sempre la mia amica e lo sei ancora oggi.
quella sulla 74, quella che faceva la cacca con me, leggendo il topolino.non eri un ricordo, eri una voce al telefono, una mail.
adesso sei tornata nei miei giorni, è tornata la tua risata improvvisa, la dolcezza della tua comprensione,
la timidezza mista alla potenza della confidenza sincera, pura.
quando ti guardo nelle foto e guardo Futura la tua bambina,
vedo la bellezza regalata dalla vita, il succedersi continuo dell'amore, che noi sottovalutiamo e pensiamo di non avere mai abbastanza.
l'amore che non ci abbandona che ci sta incollato e che non è solo una faccia.
anche se tu hai una bella faccia con quei denti bianchi, quel sorriso che è lo stesso di quando ridevi delle mie cavolate alla scuola elementare.
e i tuoi capelli biondi liscissimi, e la pazienza che in te non cambia mai, neppure con tutta la vita che ci è passata in mezzo.
tu sei testimone della mia vita passata e quando mi dici che ero seria e avevo lo sguardo spesso corrucciato mi vengono i brividi perchè sembra ieri e sono passati 20 anni.
parlami ancora di me e di te e di noi , perchè mi riempe di gioia pensare a quanto mi stai regalando a quanto la tua vita è importante per me.giovedì 19 gennaio 2012
Sedoka*
Niveo candore
celato fra le pieghe
d’un kimono scarlatto.
Sogno sospeso
fra cristalli di neve
su un tappeto di perle.
***
Flavia
Immagine dal web
Sedoka è un tipo di metrica giapponese composta da due strofe, ciascuna delle quali è formata da 3 versi ritmati in sillabe nel modo seguente: 5-7-7, 5-7-7. Chi volesse saperne di più sulla Poesia Orientale può consultare questo sito:
giovedì 12 gennaio 2012
Aveva in tasca un biglietto! Riconobbe quella busta al tatto, sorrise e tornò in classe.
Riceveva quei biglietti ormai da qualche mese ed erano diventati un appuntamento prezioso col sogno ad occhi aperti e col mistero. Se li trovava senza preavviso ma con frequenza cadenzata nelle tasche del cappotto che rimaneva appeso nell’aula professori.
La prima volta che lo ricevette era sera, fuori scuola, al termine di quell’estenuante consiglio di classe. Le cadde insieme al pacchetto dei fazzoletti di carta mentre frugava affannosamente per trovare le chiavi della macchina e andare via in fretta.
Si chinò per raccogliere e rimase spiazzata per una frazione di secondo: cos’era quella busta color seppia? Una multa non poteva essere, quelle hanno un antipatico color verde menta, bastardi…. come se ti dovessero addolcire la pillola con la cromoterapia. Non era stata invitata a nessun matrimonio.. aveva tutti amici separati, figuriamoci, nessuno di loro si sarebbe imbarcato nuovamente in un’altra esperienza di vita coniugale; le spese condominali arrivavano in una busta bianca con finestra 190x260, quindi non potevano essere neanche quelle. Prese la busta, la guardò rigirandola un paio di volte, niente timbro postale, niente francobollo, c’era solo il suo nome scritto a penna nera con una bella calligrafia: Annamaria Gandini.
La aprii. Sul foglio piegato in due stavano queste parole:
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umilta’ vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender non la puo’ chi no la prova;
e par che de la sua labbia si mova
uno spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umilta’ vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender non la puo’ chi no la prova;
e par che de la sua labbia si mova
uno spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.
Rimase un po’ lì col foglio in mano, sorpresa ... chi le aveva scritto aveva addirittura scomodato Dante e la sua Beatrice per dichiararsi. Era frastornata, salì in macchina e mentre guidava verso casa fece una carrellata degli uomini che incontrava a scuola e che avrebbero potuto compiere quel gesto così antico e così teneramente coraggioso.
C’era Santagostino, il professore di lettere, il primo che le venne in mente vista la scelta delle parole ma era troppo avanti con gli anni per abbandonarsi a certe romanticherie. C’era Finotti, il prof. di Filosofia, intellettuale, uomo colto, raffinato ma lui era troppo innamorato della moglie che quando ne parlava tutti si sgomitavano come dire “ è ancora perso come il primo giorno”...managgia a lei, che invidia!!! Poi c’era Sondini, il prof. di Ginnastica, che sì...l’aveva invitata ad uscire qualche volta ma faceva il cascamorto un po’ con tutte. Più che alle donne era interessato all’effetto che faceva sulle donne, troppo narciso, troppo vanesio per scegliere Dante. No, non poteva essere lui. Ah, ecco, c’era Marchesi, il prof. di Musica, profondo conoscitore del blues e del jazz, lui aveva uno animo nobile e con le parole ci sapeva fare ma...era gay, lo sapevano tutti e quindi, niente, scartato pure lui.
Arrivò a casa, rilesse un’altra volta il biglietto, mangiò qualcosa, sfogliò distrattamente una rivista e poi si addormentò.
Altre buste arrivarono nei mesi successivi, una volta Prevert, un’altra Shakespeare, poi Alda Merini, Pessoa, Neruda, Catullo. Lei, da quella prima volta, guardava tutti con aria diversa, li scrutava, li studiava, si soffermava sugli sguardi per carpire un’espressione che potesse metterla sulla buona strada nella scoperta del suo ammiratore segreto. Qualcuno avrà anche frainteso e pensato “la Gandini, è andata fuori di testa ” e invece no, la Gandini stava solo cercando l’uomo del mistero.
Quel giorno, ritornando in classe, mentre i ragazzi svolgevano la verifica di matematica che aveva assegnato, si era persa nei sui pensieri. Quel modo gentile e discreto di rivelare l' amore ad una donna l’avevano stregata. Quei biglietti con le loro poesie d’amore avevano cambiato la prospettiva dei suoi giorni. Non da stravolgerle l’esistenza, intendiamoci; era sufficientemente disillusa dalla vita e dalle sue esperienze per non lasciarsi trasportare troppo da quella nuova condizione ma si sentiva coccolata, amata in modo diverso e inusuale e si chiedeva quale fosse il significato di questo regalo della vita . Mentre elaborava questi pensieri, passava involontariamente il dito sulle pagine del libro che aveva sulla cattedra. Sentì bruciare, si guardò e si accorse che si era superficialmente tagliata un polpastrello con la carta. Non aveva fazzoletti per tamponare il sangue e nemmeno un cerotto per chiudere la ferita. Allora si alzò ed uscì diretta verso la guardiola del bidello.
Salvatore non c’era, quasi sicuramente era a consegnare qualche circolare in una classe. Stava per andarsene quando, con la coda dell’occhio intravvide qualcosa color seppia, nascosto sotto al giornale. Incredula, lo spostò. Accanto alla busta c’era un foglio, riconobbe subito la calligrafia, aveva il cuore in gola, girò il foglio dalla sua parte e lesse:
Il più bello dei mari è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti
e quello che vorrei dirti di più bello, non te l’ho ancora detto.
Non si rese conto di quanto tempo fosse passato da quando aveva finito di leggere quelle parole, secondi, forse ore, giorni. Come in trance tornò in classe, indugiò sulla maniglia, Nazin Himet...il suo poeta preferito...che estasi...entrò e chiuse la porta.
mercoledì 11 gennaio 2012
Regole di buona scrittura
1. I verbi avrebbero di essere corretti.
2. Le preposizioni non sono solo una cosa da concludereuna frase con.
3. E non iniziate mai una frase con una congiunzione.
4. Evitate le metafore,sono come i cavoli a merenda.
5. Inoltre ,troppe precisazioni,a volte,possono anche,eventualmente,appesantire il discorso.
6. Le indicazioni tra parentesi (per quanto rilevanti) sono (quasi sempre) inutili.
7. Siate pressappoco precisi.
8. Attenti alle ripetizioni,le ripetizioni vanno sempre evitate.
9. Non lasciate mai le frasi in sospeso perchè non...
10. Evitate sempre l'uso di termini stranieri, soprattutto sul Web.
11. Siate sintetici : cercate di evitare di cadere nell'errore di abbondare nello utilizzo di vocaboli tronfi ed
espressioni ridondanti,ovvero in tautologismi generalmente destinati a rivelarsi inutili.
12. Evitate le abbr. incomprens.
13. Mai frasi senza verbi.
14. I confronti vanno evitati come i cliché.
15. Evitate le virgole,che,non,sono necessarie.
16. Non usate paroloni a sproposito,fare ciò è come commettere un genocidio.
17. Imparate qual'è il posto giusto dove mettere l'apostrofo.
18. "Non usate citazioni" come diceva il mio professore.
19. C'è veramente bisogno delle domande retoriche?
20. Come vi avranno già detto centinaia di migliaia di volte,non esagerate.
21. Solitamente non bisogna mai generalizzare.
22. Non usate elenchi numerati.
23. Evitate il turpiloquio,soprattutto se non serve ad un cazzo.
2. Le preposizioni non sono solo una cosa da concludereuna frase con.
3. E non iniziate mai una frase con una congiunzione.
4. Evitate le metafore,sono come i cavoli a merenda.
5. Inoltre ,troppe precisazioni,a volte,possono anche,eventualmente,appesantire il discorso.
6. Le indicazioni tra parentesi (per quanto rilevanti) sono (quasi sempre) inutili.
7. Siate pressappoco precisi.
8. Attenti alle ripetizioni,le ripetizioni vanno sempre evitate.
9. Non lasciate mai le frasi in sospeso perchè non...
10. Evitate sempre l'uso di termini stranieri, soprattutto sul Web.
11. Siate sintetici : cercate di evitare di cadere nell'errore di abbondare nello utilizzo di vocaboli tronfi ed
espressioni ridondanti,ovvero in tautologismi generalmente destinati a rivelarsi inutili.
12. Evitate le abbr. incomprens.
13. Mai frasi senza verbi.
14. I confronti vanno evitati come i cliché.
15. Evitate le virgole,che,non,sono necessarie.
16. Non usate paroloni a sproposito,fare ciò è come commettere un genocidio.
17. Imparate qual'è il posto giusto dove mettere l'apostrofo.
18. "Non usate citazioni" come diceva il mio professore.
19. C'è veramente bisogno delle domande retoriche?
20. Come vi avranno già detto centinaia di migliaia di volte,non esagerate.
21. Solitamente non bisogna mai generalizzare.
22. Non usate elenchi numerati.
23. Evitate il turpiloquio,soprattutto se non serve ad un cazzo.
martedì 10 gennaio 2012
Una sera..
Una sera
Aveva in tasca un biglietto,se ne era accorto infilandosi la giacca per uscire.
Paolo non ne poteva più di quel divano e della televisione sempre accesa.
Aveva la testa e il cuore impastati come una pallina di pongo che aveva palpeggiato e schiacciato tutto il giorno.
Quel biglietto era del circo Togni, era ancora valido scadeva proprio quella sera.
"Ma chi me l'ha dato?" si chiedeva Paolo chiudendo la porta velocemente, con una fretta distratta, di chi vuole fuggire via ma non sa dove andare.
Ah già è vero me l'ha dato Umberto perchè l'ho vinto con la lotteria di Natale.
Noo, il circo è triste con tutti quegli animali sfruttati e anche i clown mi mettono tristezza ..no lo butto questo biglietto.
Scese le scale si ritrovò in strada senza neppure rendersene conto.
Aveva nevicato, Paolo scivolava sulla neve, ma l'aria era fresca e la luna illuminava le persone e le cose come se ci fossero tanti lampioni accesi.
Si sentiva solo, ma meno triste di pochi minuti fa.
Un gattino le attreversò la strada e con un balzo e un miao si infilò sotto una macchina.
Paolo non ne poteva più di quel divano e della televisione sempre accesa.
Aveva la testa e il cuore impastati come una pallina di pongo che aveva palpeggiato e schiacciato tutto il giorno.
Quel biglietto era del circo Togni, era ancora valido scadeva proprio quella sera.
"Ma chi me l'ha dato?" si chiedeva Paolo chiudendo la porta velocemente, con una fretta distratta, di chi vuole fuggire via ma non sa dove andare.
Ah già è vero me l'ha dato Umberto perchè l'ho vinto con la lotteria di Natale.
Noo, il circo è triste con tutti quegli animali sfruttati e anche i clown mi mettono tristezza ..no lo butto questo biglietto.
Scese le scale si ritrovò in strada senza neppure rendersene conto.
Aveva nevicato, Paolo scivolava sulla neve, ma l'aria era fresca e la luna illuminava le persone e le cose come se ci fossero tanti lampioni accesi.
Si sentiva solo, ma meno triste di pochi minuti fa.
Un gattino le attreversò la strada e con un balzo e un miao si infilò sotto una macchina.
A proposito di macchine.. ne passavano davvero poche e tutte andavano lentissime, anche i pensieri e i dolori si slegavano gli uni dagli altri, era più semplice comprenderli.
Accettarli ancora no..
Comunque Paolo pensava che stava meglio e che avrebbe fatto una lunga passeggiata.
Comunque Paolo pensava che stava meglio e che avrebbe fatto una lunga passeggiata.
Passa un autobus, Paolo vede che la fermata è vicina e istintivamente inizia a correre a correre e salta sù.
C’e’ poca gente, in fondo all’autobus vicino all’autista un gruppo di ragazzi ride e sghignazza, le ragazze fanno le spavalde, come al solito sanno di averli tutti in pugno.
Seguirli dopo un po’ diventa noioso e così Paolo guarda davanti a se, si proprio davanti, quello che di solito non si fa mai.
Vede che c’e’ una ragazza con la testa china che dondola mollemente, come un sacco vuoto,chiude gli occhi e li riapre.
Sembra che abbia voglia di dormire, ma non ce la fa, vuole essere attenta a scendere, per vedere quando è il suo momento.”
Ad un tratto l’autobus si ferma, la ragazza si gira, fa uno scatto poi due passi per scendere, ma poi vacilla e si aggrappa per non cadere..Paolo si alza preoccupato le prende la mano e le dice di farsi aiutare e le chiede se vuole scendere o restare sull’autobus.
“Signorina mi dica qualcosa la prego..”
“Mi scusi non mi sento molto bene, ho avuto una giornata durissima, la ringrazio, ora mi risiedo e poi scendo alla prossima”
“Ma come farà a tornare a casa se si sente cosi’ debole? Io non voglio cioè io non vorrei essere invadente, non vorrei che lei pensasse che io ma…..la posso accompagnare? Cioè intendo sottocasa.”
“Ma si va bene, sono veramente debole” dice la ragazza e si prepara per scendere.
Paolo le chiede “mi potrebbe dire il suo nome? Sa che lei mi sembra una che si chiama Chiara, non so dirle il perché..forse le sembro stupido o forse stasera da quando sono uscito vedo tutto illuminato, chiaro, sarà questa neve improvvisa..inaspettata o la voglia di dimenticare lo stress di una giornata pessima.
“Anche lei come me!Comunque mi chiamo Laura mi spiace ma mi chiamo così, mia madre ha potuto darmi il nome che amava, ha realizzato un sogno. Il mio muore sempre e cade sempre sempre più in fondo e ho paura che non mancherà molto e non lo rivedrò più.”
“Scusi se mi libero con lei di questo peso che oggi e anche ieri e da tempo ormai ho sul cuore” ..Paolo non sa se chiedere o tacere e ascoltare, non è curioso, ma vuole capire quello che sembra ora un mistero, le donne sono sempre un mistero o entità rivelatrici di vite lontane di dolori e gioie sconosciuti, a lui, almeno.
“Ho perso ancora il mio bambino, proprio oggi, ed il settimo tentativo che faccio,
Io non riesco ad avere figli naturalmente, insomma si, facendo l’amore, come succede a tanti.
Sto facendo tutti i tentativi che questo mondo mi ha suggerito di fare, ma perdo ogni volta.
Sono stanca molto stanca fisicamente, ma non vorrei che fosse così perché io lo voglio questo bambino, per me e per Simone, il nostro amore ha bisogno di dare amore, è una cascata d’acqua che vuole entrare nel fiume e poi nel mare, perché vuole riempire ed espandersi senza limiti.
Simone finge come me, dice che un figlio non è determinante nella nostra vita, e che in fondo possiamo amare tutti i bambini del mondo.
Ogni volta che ci affezioniamo ad un bimbo il suo nome si imprime nella nostra carne, entra nel sangue anche se in lui non vi è alcuna traccia del nostro Dna.
E’ facile dire che dobbiamo accettare il proprio destino, che ogni stato della propria vita ha un senso.
Ma qual’ è questo senso? Io non mi sento una donna vera, sono come una regina senza il suo regno.
Paolo vede scorrere le lacrime di Laura copiose sulle sue guance tese, ma non le dice niente.
Nulla che possa farla smettere di stare così male.
Sente che è viva e lucida e che nessun ragionamento neppure quello che con immenso sforzo lui possa esprimere a Laura, potrebbe mai, neppure per un minuto, rasserenarla.
Laura si ferma davanti ad un portone, dà a Paolo un lieve bacio sulla guancia.
Poi dice “Sei un uomo gentile, che sa ascoltare”.
La tua compagna ti amerà per sempre o almeno ci sono delle buone probabilità”.
Poi sorride “Grazie di tutto e buona fortuna”.
Paolo sente che sta per commuoversi, non aveva mai parlato in quel modo con una donna, o meglio nessuna donna sconosciuta o meglio nessuna persona si era rivelata a lui così profondamente.
Riesce solo a dirle “Grazie a te” e poi saluta con la mano.
Torna a casa in pochissimo tempo o gli sembra così poco il tempo, per tutto quello che era successo da quando era uscito di casa.
Entra nel suo appartamento, fa due passi lentamente al buio, accende la luce della sala.
Si guarda intorno, vede sulla mensola quel dvd tutto impolverato, torna indietro e chiude la porta.
lunedì 9 gennaio 2012
La cliente

Aveva un biglietto in tasca o pochi altri. Quella di destra , quella che infastidisci di continuo se non sei mancino; quella che nove volte su dieci ti si scuce ed accoglie, come un nido d’uccelli, le briciole di resto di quei piccoli piaceri quotidiani di cui non sai fare a meno.
La sua però era integra. Non infastidita. Il suo cappotto aveva due anni, rosso scarlatto. Lo aveva comperato a Monaco di rientro da un lungo stancante fine settimana di lavoro. Per acquistarlo ci mise poco, un’occhiata alla vetrina e poi entrò nel negozio indicandolo con sicurezza: “vorrei provare quello”. Le commesse con aria stupita come se non avessero mai visto un essere umano entrare in negozio in poche manciate di millesimi di secondi si giocarono con uno sguardo chi fra loro avrebbe servito la cliente.
“Vorrei quello in vetrina, sperando che ci sia la mia taglia” disse gentilmente.
“Beh si le taglie le abbiamo tutte; è un modello nuovo” disse la commessa prescelta accennando una lieve ed improvvisa balbuzie. “Non lo prova immagino, vero?”
“Certo che lo provo, se la taglia non dovesse andare bene cosa potrei farmene?”
La commessa arrossi di colpo per la domanda inopportuna appena pronunciata e si avvicinò quasi impaurita per farle provare il capo. Per poco non svenne nell’osservare con quanta maestria e disinvoltura il cappotto venne indossato, ammirato davanti allo specchio ed infine acquistato sfoderando una carta di credito come mai nessuno aveva fatto da che lavorava come “commessa di lusso” da Miu Miu.
“E’ il cappotto che ho sempre sognato fin da quando ero bambina , un sogno trovarlo” disse con un sorriso soddisfatto. Poi prese alla sua maniera la borsa con il cappotto e l’appoggio delicatamente alla spalla. Immediatamente dopo sempre con il piede destro frugo’ nella tasca del suo vecchio cappotto e ne estrasse un biglietto, lo porse alla commessa dicendole: “se non ha impegni sarei felice venisse a trovarmi, sarò a Monaco in tournè ancora per due giorni. Grazie per la cortesia e buona giornata”.
La commessa con un sorriso di plastica dopo aver letto il biglietto rispose senza nemmeno accorgersene : “oh, lei è una ballerina? Non so che dire m…m… mi scus..” ma non fece in tempo a terminare la frase che la cliente con il suo cappotto rosso scarlatto appena acquistato chiuse la porta.
domenica 8 gennaio 2012
L’amica geniale
Da pochi giorni in libreria è arrivatoL’amica geniale, nuovo romanzo di Elena Ferrante che inaugura così una saga tutta al femminile, che si svilupperà nei prossimi mesi: al centro delle vicende ci saranno due donne, la loro infanzia e adolescenza, e la loro amicizia che attraversa indenne una vita intera.
Elena e Lila sono inseparabili da sempre, bambine prima e adolescenti poi, cresciute assieme e diventate donne potendo contare reciprocamente una sull’altra. Le loro vite si intrecciano e mutano assieme ai cambiamenti della loro città, Napoli, qui descritta senza retorica con tutti gli annessi e connessi del caso, compresa la difficoltà di crescere in rioni popolari e malfamati di periferia negli anni ‘50.
Elena ha la possibilità di studiare, mentre Lila deve lavorare nella bottega del padre a riparare scarpe, ma colma la sua sete di sapere leggendo L’Eneide e studiando il latino di nascosto a tutti, quasi per pudore. Due donne diverse che si confrontano per crescere diventando specchio l’una dell’altra.
Un giorno però, una telefonata annuncia che Lila è scomparsa, ed è qui che inizia la storia dell’Amica Geniale, che però, non finirà all’ultima pagina di questo volume…

Una voce potente che spezza il silenzio della Storia
Un romanzo importante e potente che strappa il respiro e rivela la natura miracolosa dello spirito umano, capace di sopravvivere e continuare a lottare anche quando tutto è perso
RECENSIONE DI
Avevano spento anche la luna
UN LIBRO DI
Ruta Sepetys
PUBBLICATO DA
GARZANTI, Narratori moderni
Lina ha appena compiuto quindici anni quando scopre che basta una notte, una sola, per cambiare il corso di tutta una vita. Quando arrivano quegli uomini e la costringono ad abbandonare tutto. E a ricordarle chi è, chi era, le rimangono soltanto una camicia da notte, qualche disegno e la sua innocenza. È il 14 giugno del 1941 quando la polizia sovietica irrompe con violenza in casa sua, in Lituania. Lina, figlia del rettore dell’università, è sulla lista nera, insieme a molti altri scrittori, professori, dottori e alle loro famiglie. Sono colpevoli di un solo reato, quello di esistere. Verrà deportata. Insieme alla madre e al fratellino viene ammassata con centinaia di persone su un treno e inizia un viaggio senza ritorno tra le steppe russe. Settimane di fame e di sete. Fino all’arrivo in Siberia, in un campo di lavoro dove tutto è grigio, dove regna il buio, dove il freddo uccide, sussurrando. E dove non resta niente, se non la polvere della terra che i deportati sono costretti a scavare, giorno dopo giorno.
Ma c’è qualcosa che non possono togliere a Lina. La sua dignità. La sua forza. La luce nei suoi occhi. E il suo coraggio. Quando non è costretta a lavorare, Lina disegna. Documenta tutto. Deve riuscire a far giungere i disegni al campo di prigionia del padre. È l’unico modo, se c’è, per salvarsi. Per gridare che sono ancora vivi. Lina si batte per la propria vita, decisa a non consegnare la sua paura alle guardie, giurando che, se riuscirà a sopravvivere, onererà per mezzo dell’arte e della scrittura la sua famiglia e le migliaia di famiglie sepolte in Siberia.
Ispirato a una storia vera, Avevano spento anche la luna spezza il silenzio su uno dei più terribili genocidi della storia, le deportazioni dai paesi baltici nei gulag staliniani. Venduto in ventotto paesi, appena uscito in America è balzato in testa alle classifiche del «New York Times». Definito all’unanimità da librai, lettori, giornalisti e insegnanti un romanzo importante e potente, racconta una storia unica e sconvolgente, che strappa il respiro e rivela la natura miracolosa dello spirito umano, capace di sopravvivere e continuare a lottare anche quando tutto è perso
domenica 1 gennaio 2012
Mezzanotte e uno
E così è iniziato il conto alla rovescia bene il conto alla rovescia dieci nove otto sette sei cinque quattro tre quella roba lì insomma che mancano pochi secondi manciate di secondi e poi questo anno infernale e bellissimo se ne andrà a fare in culo come tutti gli anni precedenti che se ci pensi bene alla fin fine mandi sempre questi messaggini del cazzo di auguri ma sotto sotto ce l’hai su con l’anno che se ne va sai già che ti mancherà ce l’hai su un po’ con lui perché in fondo in fondo in fondissimo gli hai voluto bene pure a lui che ti ha portato un carico di sfiga ma anche non c’è dubbio giornate di sole già giornate di sole e quelle magari non te le ricordi ma da qualche parte si mettono magari sotto le ciglia e dietro le pupille insomma quest’anno che se ne va lo cantava anche chi non mi ricordo chi la cantava l’anno che se ne va ma no era dalla lucio dalla e cantava l’anno che verrà e alla fine della canzone diceva che l’anno dopo era come l’anno prima che se vai a rileggere le operette morali di leopardi lo trovi già quel discorso lì è il dialogo tra il venditore di almanacchi e il passante e se non è il passante è una cosa del genere beh allora dove eravamo rimasti eravamo al conto alla rovescia già che in quei pochi secondi lì e soprattutto nel minuto dopo il minuto subito dopo che hai gridato buon anno ti guardi intorno non c’è un cazzo da fare ti guardi intorno e mentre ti guardi intorno ti guardi dentro altro che se ti guardi dentro non puoi farne a meno porca di quella troia magari sei andato in brasile in capo al mondo a fare il trenino pur di non guardarti dentro e invece poi eccolo lì quel minuto di merda quel conto alla rovescia dell’anima in cui scorrono scorrono scorrono scorrono scorrono le immagini i volti chi c’è chi non c’è con chi sei con chi non sei chi vorresti accanto e non c’è chi c’è e non lo vorresti accanto chi vorresti accanto e non c’è poi ti volti e vedi le coppie che si baciano ah ah che gioia che allegria buon anno anche a te siamo già nei primi dieci secondi dell’anno nuovo e mi sono già girati i coglioni signore mi scusi signor inverno mi scusi mi potrebbe ridare l’anno passato come non si può guardi che ne farò buon uso glielo posso garantire lo terrò qui in un angolo in un angolino in una cuccia da cocker se non le dispiace cosa vuol dire che non si può ma si guardi intorno anche lei signor inverno guardi che il mondo cammina anzi corre anzi vola anzi precipita qui son tutti già rivolti con lo sguardo in avanti è così che si fa bisogna guardare avanti esercitarsi a sperare trovare l’amore cambiare lavoro guadagnare tanto fare buoni propositi per l’avvenire non stia tanto a farla lunga lei signor inverno mi lascia questo anno appena passato e io me lo tengo stretto tutto per me con tutto il suo dolore e la sua bellezza come dice le fa un certo effetto sentire ‘ste due paroline vicine vicine eppure è così signor inverno ascolti un cretino dolore e bellezza dolore e bellezza vanno a braccetto anzi si tengon per mano un po’ come paura e coraggio ma non stavo dicendo questo stavo dicendo la prego la scongiuro mi lasci quest’anno passato che tanto a sentire quel che si sente in giro non se lo fila nessuno non lo vuole nessuno tutti a dire che anno di merda andrà senza dubbio meglio certo ma figurati ma chi lo mette in dubbio però se voi non avete niente in contrario io mi terrei questo qui me lo terrei tra la mani per qualche ora per qualche giorno insomma per un po’ e me lo riguarderei come un album di fotografie già ingiallite guardalo qui quest’anno dolorante e appena morto guardalo come è stato anche lui come noi gonfio d’amore e carico di speranza e poi ferito di promesse svanite e di desideri sfumati come nuvole un po’ come noi caro anno passato somigli un po’ a tutti noi indolenziti addolorati affranti incantati bambini stanchi ancora affamati e ancora assetati di carezze sì carezze sì alla fin fine quelle vogliamo ci han dato ‘sta cazzo di moneta debole e poi forte e poi ancora debole prima era la lira e adesso è l’euro ma sono le carezze la vera moneta del mondo non stiamo a farla tanto lunga a che punto eravamo arrivati già son passati pochi secondi dopo la mezzanotte e già mi sono girati i coglioni poi m’è venuto da chiedere al signor inverno di regalarmi l’anno passato anziché l’anno venturo e lui ha fatto spallucce ma guardi signor inverno coi baffoni io non sto mica scherzando io lo terrei qui con me lo tratterei con cura perché gli ho voluto bene che mi ha portato tante di quelle lacrime che avercene di lacrime così a un certo punto pensavo che finissero e invece le lacrime sono come le carezze non finiscono mai è difficile da accettare ma è così solo che noi siamo abituati male sa com’è abituati come siamo a comprare e a vendere non facciamo che dire tu cosa mi dai tu cosa mi dai se ti faccio una carezza tu cosa mi dai tu cosa mi dai tu cosa mi dai è difficile è dura la vita di noialtri nessuno lo mette in dubbio eppure a me piace sa cosa le dico mi piace la vita di noi poverini uomini malandati la trovo terribile e bellissima e poi non dimentichi signor inverno i baci posso dirlo i baci sì quelli forse non sono stati tantissimi ma quelli che sono arrivati son bastati per un anno intero non lo posso negare i baci signor inverno sono l’invenzione più dolce che l’uomo si è sognato di inventare almeno io la penso così sì lo so che dovrei sperare nei baci anche per l’anno a venire e infatti ci spero e nemmeno poco ma sa cosa le dico non vorrei che con questa cosa del guardare avanti magari mi capitasse di dimenticare qualche bacio di dimenticarne qualcuno di farlo cadere dal cuore e questo mi dispiacerebbe a dirla tutto vorrei vorrei vorrei che i baci dati e le carezze ricevute e le lacrime piovute stiano tutti qui con me come fratellini di cristallo come figurine di vetro posate sulla pelle ecco ecco ecco questo vorrei e invece lei signor inverno è spietato e ha preso l’anno passato e l’ha spazzato via con un colpo di scopa e spumante tre due uno bum via è arrivato questo qui nuovo nuovo anche se a ben guardarlo mi sembra molto simile a quello vecchio cosa stavamo dicendo già sono passati pochi secondi alla mezzanotte e mi guardo intorno e mi guardo dentro e mi guardo intorno ma non solo a me mi guardo intorno al mondo al mondo al mondo tutto mi viene da pensare chissà perché a un soldato che fa una ronda inutile e cammina avanti e indietro su una frontiera deserta e poi mi viene in mente la luce della casa di riposo vicino a casa mia che dalla finestra si vede la macchinetta delle bibite e magari c’è qualche figlio di o nipote di o amico di che sta prendendo un caffè dopo aver detto buon anno a qualcuno che non gli risponde nemmeno e poi mi viene in mente il casellante ma certo il casellante che ne saranno rimasti due in tutta italia che vede passare le persone un po’ come il signor inverno e poi mi viene in mente senza andar tanto lontano mi basta guardare in questa stanza e vedo tutto quello che c’è da vedere ci sono io che sono solo solo solo e poi là in fondo c’è una donna sola sola sola anche lei noi soli siamo quelli che ci rifugiamo al telefono tra un attimo magari per chiamare la mamma o i figli o un numero a caso pur di non dover mostrare a qualcuno i nostro occhi deboli e spaventati e poi c’è la signora anziana che si commuove e poi ci sono i bambini che giocano anche se è capodanno e non gliene frega niente dei buoni propositi e dei due baci sulla guancia e poi ci sono le coppie certo ci sono le coppie niente di personale nessuno se la prenda questo è un esercizio di immaginazione ma quando guardi le coppie che si baciano non è proprio come al cinema insomma ti viene da chiederti saranno felici saranno felici chissà come si baciano il primo dell’anno se lei cinge le braccia dietro al collo di lui e lo bacia come il primo giorno oppure se quel bacio è usato e quotidiano un po’ come tutto il resto e poi ci sono quelle coppie e chissà quante sono e dove sono che sono come le stelle morte le stelle che continuano a emettere luce per noi terrestri che le ammiriamo e in realtà loro se ne sono andate da un pezzo solo che nessuno lo sa nessuno se ne accorge nemmeno loro se ne accorgono e continuano a buttare nel cielo quel puntino luminoso e loro si illudono e noi ci illudiamo che quella sia una luce e invece non lo è più e poi ci sono le coppie felici mannaggia a loro quante ce n’è in giro mica felici come al cinema no felici normali che poi è la cosa migliore meglio lasciare il cinema a casa sua ma io quello che volevo dire dopo il conto alla rovescia e ‘sto cazzo di primo minuto che sta per finire e il soldato di frontiera e l’anno passato e tutta questa roba che mi è passata per la testa in questo minuto infinito quello che volevo dire o meglio volevo domandare ma tu ma tu ma tu mia adorata dove sei perché non sei qui con me che le devo dire signor inverno se lei si porta via l’anno passato lei rischia di portarsi via anche anche anche ecco ci siamo capiti e poi son dolori il primo dell’anno e non è un gran regalo non è un bel modo per cominciare piangere dopo nemmeno un minuto che siamo al mondo di nuovo siamo al mondo daccapo allora cosa dice se io le lascio cosa le lascio quattro monete un pupazzo di neve sciolto le lascio un naso da pagliaccio tricolore e le lascio una barchetta di carta cosa ne dice lei me lo lascia l’anno passato come dice è ancora troppo poco allora guardi mi voglio rovinare le lascio anche una canzone una canzoncina piccola così che non la sa quasi nessuno gliela canto nell’orecchio e poi le lascio le chiavi di una casa quasi vuota che un amico mi ha prestato per un po’ e poi le lascio cartoline di mare sì cartoline di spiagge diverse e tutte uguali adesso basta non ancora allora guardi le lascio questa pagina le lascio questa fantasia mescolata alla memoria come dice questa pagina appartiene già all’anno nuovo allora guardi non so più cosa fare le lascio un quaderno di appunti un’agenda tenuta benissimo che è la mia e poi un palloncino di mia figlia che non lo usa più è rosso e bellissimo somiglia all’anno passato può sostituirli se vuole si somigliano un casino sa anche il palloncino era gonfio una volta era gonfio rosso di stupore e meraviglia e volava volava volava anche lui si può fare si può fare e così mentre intorno a me si susseguono i baci e i sorrisi di capodanno e auguri e auguri anche a te io mi ritrovo tra le mani in tasca l’anno passato il duemilaeundici l’anno che non vuole nessuno è qui in tasca solo per me e se qualcuno vuole ogni tanto può chiedermelo ce lo riguardiamo insieme quest’anno doloroso e incantevole evviva l’anno vecchio evviva l’anno nuovo adesso può anche arrivare e fare quello che deve fare il primo minuto è andato sfumato volato spazzato siamo già in quelli dopo nelle ore dopo nei pensieri dopo dopo dopo dopo dopo dopo ci pensiamo intanto buon anno buon anno a tutti al mio papà e alla mia mamma a tutti a tutti a tutti a chi so io e a chi sa lei a tutti tutti buon anno buone cose buone lacrime buone carezze tanti baci.
Luca Chieregato
venerdì 30 dicembre 2011
Ho pestato una merda
Ho pestato una merda.
Una bella giornata, non c’è che dire.
Pestare la merda porta bene.
Una giornata fortunata.
Peccato che l’ho pestata con il piede destro e quello che porta fortuna è il sinistro.
Fantastico!
Sono riuscito a trovare il peggio anche nella sfiga.
Scendo le scale della metropolitana, sperando almeno di trovare uno di quei giornali gratuiti, che fanno talmente cagare che uno se li tiene per impilarli nel bagno dell’ufficio.
Erano mesi che non entravo in una stazione della metropolitana. Anzi, erano mesi che non prendevo i mezzi pubblici.
Considerando che la giornata è iniziata male mi ritengo fortunato: c’è ancora una copia nel distributore. Mi avvicino a grandi passi, lasciando grandi impronte. Di merda.
Mentre osservo le tracce lasciate sul linoleum della stazione della metropolitana, come un moderno Pollicino merdoso, mi viene rubata sotto il naso l’ultima copia disponibile.
E adesso?
Adesso dovrei riuscire a trovare qualcosa per pulirmi la suola delle scarpe.
Sto pensando…
Forse potrei comprare un giornale e pulirmi con quello.
A parte il fatto che costa quasi un euro e pulirmi le scarpe con quasi un euro mi fa quasi girare le palle; non saprei quale testata si meriti un tale gesto.
Me ne vengono in mente due o tre ma poi mi dà fastidio spendere quasi un euro per comprare uno di quei giornali, anche se poi lo uso soltanto per pulire la merda da sotto le scarpe.
Cosa faccio? Mi metto a sovvenzionare quelle teste vuote solo perché ho le scarpe sporche di merda?
Lasciamo stare l’idea del giornale.
Per una volta potrei fare colazione al bar. Cappuccino e brioche, con tanti tovagliolini di carta per pulirmi le scarpe. I tovagliolini però sono piccoli, potrei sporcarmi le dita. E poi i tovagliolini che ci sono nei bar non sono mica assorbenti; sembra che abbiano un patina che li rende impermeabili. Finché hai un pezzo di brioche che è rimasto appiccicato alle labbra, tutto bene, ma se appena una goccia ti cade sul mento, grazie a quel tovagliolino te la trovi anche sulle scarpe.
Pensa che bello: tolgo la merda dalla suola della scarpa destra e me la ritrovo sulla tomaia di quella sinistra.
Anche l’idea del bar è scartata.
Allora me ne devo andare in giro con le scarpe sporche di merda?
Pare di sì.
Timbro il mio biglietto, come da regolamento, ma il controllore che sta nel gabbiotto mi guarda storto.
E che naso ha, questo?
Vuoi dire che gli è arrivata la puzza fin dentro al gabbiotto?
Si alza ed esce.
Cosa diavolo vuole adesso?
Cos’è? Non si può prendere la metropolitana se si puzza di merda? E quelli con l’alitosi? Giuro, ho un amico che ha l’alito che sembra proprio la mia scarpa destra.
“Scusi mi fa vedere il biglietto?” mi fa l’incaricato dell’azienda tranviaria.
“Prego.” Faccio deciso, con scioltezza, spostando istintivamente il piede destro dietro di me.
Il controllore osserva il biglietto e scuote lievemente il capo.
“Tsk, tsk” fa lui.
“Scusi?” gli faccio io.
“Questo biglietto non è valido.”
“Perché? L’ho timbrato adesso. Cos’è, già scaduto?”
“No, è semplicemente obsoleto.”
E questo da dove arriva? Da lettere antiche?
“L’ho obliterato adesso.”
“Non obliterato, ho detto obsoleto.”
“Ho capito, non sono mica analfabeta. L’ho obliterato adesso e quindi non può essere obsoleto.”
“Senta, ho detto obsoleto perché è stato sostituito, ce ne sono di nuovi.”
“E quindi?”
“E quindi questo non è più valido.”
“O merda!”
Il controllore mi guarda le scarpe. Lo sapevo, come ho detto merda quello si è immediatamente accorto della puzza.
Tra l’altro un paio di ragazzini si sono fermati per godersi la scena.
C’è il controllore che ha beccato un trasgressore, tra l’altro di mezza età.
Piano, un momento: che mezza età, cazzo, ho solo quarant’anni e… bè, effettivamente quarant’anni sono la metà di ottanta che, più o meno, è diventata l’eta media, anzi un po’ meno.
Quindi io avrei addirittura superato la mezza età.
Proprio una bella giornata. Ho scoperto da qualche secondo di essere già nella fase avanzata della mezza età, ho un biglietto obsoleto, obliterato di recente ma comunque obsoleto, e ho le scarpe piene di merda; solo la destra ma comunque…
Il controllore mi guarda divertito. Un paio di signore mi osservano mentre superano i tornelli, col loro bel biglietto fresco di stampa, tutto colorato, e storcono il naso.
Forse la puzza arriva fino a loro? Spero di sì, altrimenti perché avrebbero dovuto storcere il naso? Sono già così conciato? Bè un uomo di mezza età può anche essere sgradevole alla vista.
Fermi tutti, adesso mi girano le palle!
Vada per l’uomo di mezza età ma c’è un limite a tutto.
“Allora, cosa devo fare? C’è da pagare una multa?” l’uomo di mezza età prende sempre l’iniziativa.
“Senta, faccia una cosa:” mi sembra comprensivo. In fondo non è poi così cattivo come i controllori della nostra immaginazione “torni indietro e compri un biglietto valido all’edicola”.
L’edicola…
Potrei anche comprare il giornale, per le scarpe.
Ah, no, quella l’avevo già scartata.
“La ringrazio. Non sapevo proprio.”
“Non c’è problema. Questo lo tengo io.” E fa sparire il biglietto obsoleto, obliterato.
Torno sui miei passi, che hanno lasciato ancora l’impronta e sento la puzza di merda che ora cha cominciato ad invadere anche gli ampi spazi della stazione.
Mi guardo la suola, evitando di farmi notare, appoggiato alla parete dell’edicola. Ecco un altro segno della fortuna: che scarpe ho messo stamattina? Scarpe con il carrarmato. Metti che piova… metti che pesto una merda di cane almeno quella s’incastra alla perfezione sotto la suola.
Infatti questa si è perfettamente adattata alla suola e i miei passi la stanno comprimendo per bene, creando un impasto degno di un pluridecorato levamerda.
Solo che io non sono pluridecorato.
Non ho nessuna intenzione di comprare un biglietto nuovo. Faccio il giro, dall’altra parte dell’edicola, lontano dallo sguardo del controllore e do un’occhiata al cestino.
Figuriamoci!
Oggi è una giornata di merda e non posso sperare di trovare un biglietto non obsoleto, anche se obliterato.
Bingo!
Mai abbandonare la speranza.
Ora vado in edicola, facendomi notare dal controllore.
“Buongiorno!” dico all’edicolante.
“Buongiorno.” Risponde questo senza nemmeno alzare la testa.
Me ne torno verso i tornelli.
Sarà un’impressione ma sento ormai addosso gli occhi di tutti.
Cosa succederà una volta sul treno della metropolitana? L’olezzo si diffonderà per tutto il vagone e non ci vorrà molto a percepire la fonte di tale diffusione. Mi additeranno, mi insulteranno, mi costringeranno ad uscire dal vagone per evitare che qualcuno dia di stomaco.
Passo il biglietto nell’obliteratrice. Il controllore mi sorride. Non sarà mica gay?
Per carità, niente contro i gay, sono persone che sanno quello che vogliono; solo non coincide con quello che voglio io. Poi, per il resto, viviamo perfettamente l’uno a fianco dell’altro.
Solo che non tutti la pensano come me: l’intolleranza. Ecco, mi sento come un omosessuale circondato da etero intolleranti. Un nero tra membri del KKK, uno con le scarpe piene di merda (solo la destra) in mezzo a gente col naso delicato.
E’ fatta!
Sono passato. Il controllore ha dato solo un’occhiata distratta.
Scendo le scale, non troppo di corsa, perché la merda fa scivolare. Ci mancherebbe solo di cascare a terra, facendo partire schegge di merda giù per le scale.
Forse però qualcosa potrei fare. Adesso scendo, mi appoggio ad un muro e batto il piede contro la parete, facendo finta di sentire un motivo nella testa che non mi fa stare fermi i piedi. E se poi mi casca tutta quella roba per terra? Dovrei spostarmi in continuazione. E se mi schizza sui pantaloni?
Altra idea da scartare?
Direi di sì.
Dovrei far finta di niente e prendere il primo treno in direzione dell’ospedale.
Cazzo, l’ospedale. Vuoi vedere che non mi conviene ritirare l’esito degli esami?
E se fosse davvero una giornata storta?
Quasi quasi torno a casa.
E già… oggi mi sono tenuto libero, per andare a ritirare gli esami e portare Nadia a fare un giro sul lago. Non posso permettermelo.
Nadia aspettava da tempo questo momento.
Potrei andare da Nadia senza ritirare gli esami.
Ma dai… non posso fare lo struzzo. Cosa vuoi che sia? E poi proprio non ce la faccio: devo andare.
Salgo sul treno e non c’è posto a sedere.
Mi appoggio alla porta che sta sul lato opposto a quella della salita. Incrocio le gambe e vedo un pezzo marrone staccarsi dalla suola della mia scarpa.
La puzza comincia a diventare più fastidiosa.
Mi concentro per mantenere i piedi ben piantati a terra, tenendo la schiena poggiata alla porta che rimarrà chiusa.
E se si aprisse all’improvviso? Oggi potrebbe anche accadere.
C’è quel signore di fronte a me, a un paio di passi, non di più. Perché mi fissa in quel modo. Un altro gay? No, mi sa che ho qualcosa che non va. Come può pensare che questo terribile puzzo di merda sia colpa mia?
Ci dev’essere qualcos’altro. Guardo nuovamente le mie scarpe e, in effetti, noto dei pezzi di merda che spuntano dalla suola, proprio nella direzione dell’uomo di fronte a me.
Che la merda abbia una vita propria?
L’uomo sorride.
Gli sorrido anch’io.
Distoglie lo sguardo ma non perde quell’aria divertita. Adesso gli vado di fronte e gli chiedo che cosa vuole. Se ha qualcosa da dirmi che me la dica in faccia.
Ma lasciamo stare, è almeno il doppio di me e potrebbe anche incazzarsi. Lasciamolo contento. Mi sposto di qualche centimetro, approfittando di una culona che mi copre la visuale e protegge le mie scarpe dalla vista dell’energumeno con la ridarella.
Il riso abbonda sulla bocca degli stolti! L’ho sentita da qualche parte e non l’ho mai condivisa… sino ad oggi.
Quello è sicuramente uno stolto, anzi, meglio, un cretino.
Fra due fermate devo scendere.
Il puzzo è diventato davvero insopportabile. Mi guardo un po’ in giro e – come temevo – noto che parecchie persone mi stanno osservando. Lo sapevo, non potevo evitarlo. Se ne sono accorti tutti. Chiedo permesso e, come d’incanto, si spostano tutti. Quando prendevo la metropolitana dovevo sempre spingere per riuscire a raggiungere l’uscita mentre oggi – potere della merda – in un lampo mi trovo davanti alla porta, a fianco dell’uomo dalla risata facile.
Quasi quasi prima di scendere gliene spalmo un po’ sui pantaloni.
Quasi m’avesse sentito,lo stronzo (lui) si sposta e lo manco di un soffio.
Scendo e vengo travolto dall’onda umana che si dirige verso le scale mobili.
Gli scalini sono zigrinati.
Che idea!
Potrei far scorrere le scarpe avanti e indietro ed utilizzare le scale come uno zerbino. Così poi tutto si fermerebbe in cima alle scale.
Potopom potopom potopom… un sobbalzare fetido che accompagna la salita di uomini, donne, bambini. Una meraviglia.
E se poi qualche vecchietto ci posa il bastone e scivola?
Non potrei perdonarmelo.
E poi lo spessore della zigrinatura antiscivolo non è così alto da penetrare nel carrarmato delle mie scarpe.
Niente da fare. Altra idea scartata.
Sento ridere alle mie spalle.
Ancora?
Insomma e che sarà mai?
Per un po’ di puzza di merda!
Vi capita mai di entrare in bagno dopo che ci siete stati proprio voi che ridete?
E allora?
Un ragazzino mi supera e mi guarda, ride e sale le scale mobili di corsa.
Maleducato!
Questi ragazzini sono odiosi, non sanno cosa sia il rispetto delle persone di mezza età.
E quand’ero ragazzo le persone di mezza età erano decisamente insopportabili.
Sono sempre circondato da esseri umani insopportabili.
Certo se i ragazzini avessero la testa di noi di mezza età, come l’avevamo noi da ragazzini… insomma sarebbe decisamente un mondo migliore.
Salgo le scale fingendo di non notare le risatine di quattro vecchie cornacchie che mi stanno dietro. Un signore, di molto più che mezza età, un paio di persone avanti a me, si volta e mi guarda.
Che c’hai da guardare, dico io?
Girati che se no ti viene un’emiparesi facciale, idiota!
Comincio a perdere la pazienza. Fortuna che siamo in cima e fra un po’ esco all’aperto. Tutta questa puzza che mi porto dietro è parecchio fastidiosa, effettivamente. Magari all’aperto trovo un po’ d’erba per pulirci le scarpe.
E se nell’erba c’è dell’altra merda?
Sarebbe fantastico: merda scaccia merda. Praticamente prenderei le scarpe e le butterei nel cestino.
E poi dove trovo dell’erba in giro per Milano? A parte quella da fumare, dubito che se ne trovi ancora in giro, di quella da calpestare.
Altra idea fallita.
Ecco le scale per l’uscita. Un mendicante mi osserva e ride, un piattino colmo di monete ai suoi piedi..
E no, questa proprio no.
“Cazzo vuoi?” questa volta mi è scappata, tra l’altro a voce alta, così adesso mi guardano proprio tutti.
Quello ride.
Lo supero di corsa e salgo le scale, due gradini alla volta. Chissà che qualche pezzo di merda abbia trovato rifugio proprio nel piattino di quello stronzo (il mendicante).
Respiro a pieni polmoni l’aria milanese. Forse era meglio la puzza che mi circondava al chiuso. Tossisco, sento i polmoni bruciare.
Stanno asfaltando un tratto di strada e tutto il fumo del catrame mi arriva dritto in gola.
Dimenticavo che questa giornata non poteva migliorare all’improvviso. Mi allontano dalla zona piena di fumo e mi trovo ad un incrocio.
Erba?
Figuriamoci.
Un bar. Ancora un’idea legata ad un bar.
Potrei entrare e andare in bagno. Con l’aiuto dello scopino del water potrei togliere tutto quel disastro che si annida sotto la suola della scarpa destra.
Potrei anche farlo.
Idea approvata. Finalmente un’idea decente.
Entro nel bar e ordino un caffè. Niente brioche, mi è passata la voglia.
Figuriamoci se il barista non si mette a sogghignare.
“La toilette?” faccio finta di non aver nemmeno visto.
“In fondo a destra.” Avrei anche potuto evitare di chiedere…
Entro nel bagno e chiudo la porta.
Già che ci sono faccio una pisciatina, che non guasta.
Mentre il getto cerca di centrare la piccola (sempre piccolissima) riserva d’acqua che si trova al centro della tazza di ceramica, gli occhi colgono la desolante immagine del locale sprovvisto dello scopino.
E adesso?
La carta igienica è di quello a mezzo velo (per risparmiare… barboni!) e quindi è impensabile che mi imbratti le mani.
Tiro lo sciacquone ed esco, incazzato come un muflone. Non pago nemmeno il caffè. Servizio di merda, appunto.
Raggiungo in meno di due minuti l’entrata dell’ospedale. Che poi non è proprio un ospedale, è un centro che fa analisi di laboratorio.
E’ che mi piace chiamarlo ospedale.
Quello vero lo chiamo clinica.
E la clinica?
Semplice non ci sono mai andato, né ci andrò mai. Non posso mica permettermela.
C’è qualcuno che chiacchiera proprio davanti alla porta d’ingresso.
“Permesso.”
Questi mi guardano e a uno proprio non riesce di trattenere una risata.
Li odio quelli che non sanno trattenersi.
Guarda che belle queste pareti, piene di quadri.
Ce n’è uno che mi ricorda un sacco la casa in montagna dei miei nonni. Non è un quadro che raffigura una casa di montagna, anzi, è una foto della Luna, solo che la mia nonna ne aveva uno identico, nella casa in montagna e allora mi piace.
Eccolo.
E’ proprio in fondo alla rampa di scale. Me lo ricordo benissimo.
Apro la porta a vetri e vedo la signorina della reception.
Quella quando mi vede sgrana gli occhi.
Devo solo ritirare delle analisi e poi andare da Nadia, finalmente, per portarla al lago. Sono anni che me lo chiede e io non l’ho mai portata.
La signorina sta parlando al telefono. Sembra piuttosto agitata.
Mi avvicino al bancone e quella indietreggia con la sedia.
La puzza di merda dev’essere arrivata fino a lei.
Mi guarda un po’ impaurita.
“Buongiorno signorina Claudia.”
“Buongiorno Orazio.”
E’ bello conoscere un sacco di gente. Qui poi sarebbe meglio conoscere meno gente possibile ma un po’ di amicizie non guastano, in certi ambienti.
Sento un trambusto alle mie spalle.
Jacob e Pierluigi.
Uno dei due è ebreo. Niente da dire, per carità, non sono mica razzista, anzi. Solo che lui l’abbiamo sempre chiamato l’ebreo. Lui mica lo sa. E’ alto quasi due metri e fa palestra per gonfiare i muscoli. Spesso la sua divisa si gonfia talmente tanto che sembra sul punto di esplodere.
“Ciao!” gli faccio appena lo vedo.
“Orazio, stavolta l’hai fatta grossa.”
“Io? Veramente è stato quel cane merdoso che l’ha fatta grossa. Guarda qui, Jacob.”
“Lascia perdere. Scappare e mancare per due giorni potrebbe metterti davvero nei guai.”
“Uh,” sogghigno “scappare da qui è il sogno di tutti. Però non fatemi male questa volta.”
“Chiamo il dottore?” fa Claudia.
“Lo portiamo noi in reparto, non preoccuparti.” Dice Pierluigi.
Jacob mi prende per un braccio. Non mi conviene reagire, è troppo forte.
“Cosa diavolo ci fai in giro in pigiama?” Jakob non è cattivo.
Mi tiene stretto ma non mi fa male.
“L’abbiamo trovato.” Jacob parla alla sua radiolina. “E’ qui con noi, tutto a posto.”
“Tutto a posto…” gli faccio il verso, tanto adesso è contento di avermi ritrovato. Finalmente adesso troverò qualcuno che mi pulirà le scarpe.
Sono tranquillo.
MASSIMO CANETTA
Settembre 2004
Una bella giornata, non c’è che dire.
Pestare la merda porta bene.
Una giornata fortunata.
Peccato che l’ho pestata con il piede destro e quello che porta fortuna è il sinistro.
Fantastico!
Sono riuscito a trovare il peggio anche nella sfiga.
Scendo le scale della metropolitana, sperando almeno di trovare uno di quei giornali gratuiti, che fanno talmente cagare che uno se li tiene per impilarli nel bagno dell’ufficio.
Erano mesi che non entravo in una stazione della metropolitana. Anzi, erano mesi che non prendevo i mezzi pubblici.
Considerando che la giornata è iniziata male mi ritengo fortunato: c’è ancora una copia nel distributore. Mi avvicino a grandi passi, lasciando grandi impronte. Di merda.
Mentre osservo le tracce lasciate sul linoleum della stazione della metropolitana, come un moderno Pollicino merdoso, mi viene rubata sotto il naso l’ultima copia disponibile.
E adesso?
Adesso dovrei riuscire a trovare qualcosa per pulirmi la suola delle scarpe.
Sto pensando…
Forse potrei comprare un giornale e pulirmi con quello.
A parte il fatto che costa quasi un euro e pulirmi le scarpe con quasi un euro mi fa quasi girare le palle; non saprei quale testata si meriti un tale gesto.
Me ne vengono in mente due o tre ma poi mi dà fastidio spendere quasi un euro per comprare uno di quei giornali, anche se poi lo uso soltanto per pulire la merda da sotto le scarpe.
Cosa faccio? Mi metto a sovvenzionare quelle teste vuote solo perché ho le scarpe sporche di merda?
Lasciamo stare l’idea del giornale.
Per una volta potrei fare colazione al bar. Cappuccino e brioche, con tanti tovagliolini di carta per pulirmi le scarpe. I tovagliolini però sono piccoli, potrei sporcarmi le dita. E poi i tovagliolini che ci sono nei bar non sono mica assorbenti; sembra che abbiano un patina che li rende impermeabili. Finché hai un pezzo di brioche che è rimasto appiccicato alle labbra, tutto bene, ma se appena una goccia ti cade sul mento, grazie a quel tovagliolino te la trovi anche sulle scarpe.
Pensa che bello: tolgo la merda dalla suola della scarpa destra e me la ritrovo sulla tomaia di quella sinistra.
Anche l’idea del bar è scartata.
Allora me ne devo andare in giro con le scarpe sporche di merda?
Pare di sì.
Timbro il mio biglietto, come da regolamento, ma il controllore che sta nel gabbiotto mi guarda storto.
E che naso ha, questo?
Vuoi dire che gli è arrivata la puzza fin dentro al gabbiotto?
Si alza ed esce.
Cosa diavolo vuole adesso?
Cos’è? Non si può prendere la metropolitana se si puzza di merda? E quelli con l’alitosi? Giuro, ho un amico che ha l’alito che sembra proprio la mia scarpa destra.
“Scusi mi fa vedere il biglietto?” mi fa l’incaricato dell’azienda tranviaria.
“Prego.” Faccio deciso, con scioltezza, spostando istintivamente il piede destro dietro di me.
Il controllore osserva il biglietto e scuote lievemente il capo.
“Tsk, tsk” fa lui.
“Scusi?” gli faccio io.
“Questo biglietto non è valido.”
“Perché? L’ho timbrato adesso. Cos’è, già scaduto?”
“No, è semplicemente obsoleto.”
E questo da dove arriva? Da lettere antiche?
“L’ho obliterato adesso.”
“Non obliterato, ho detto obsoleto.”
“Ho capito, non sono mica analfabeta. L’ho obliterato adesso e quindi non può essere obsoleto.”
“Senta, ho detto obsoleto perché è stato sostituito, ce ne sono di nuovi.”
“E quindi?”
“E quindi questo non è più valido.”
“O merda!”
Il controllore mi guarda le scarpe. Lo sapevo, come ho detto merda quello si è immediatamente accorto della puzza.
Tra l’altro un paio di ragazzini si sono fermati per godersi la scena.
C’è il controllore che ha beccato un trasgressore, tra l’altro di mezza età.
Piano, un momento: che mezza età, cazzo, ho solo quarant’anni e… bè, effettivamente quarant’anni sono la metà di ottanta che, più o meno, è diventata l’eta media, anzi un po’ meno.
Quindi io avrei addirittura superato la mezza età.
Proprio una bella giornata. Ho scoperto da qualche secondo di essere già nella fase avanzata della mezza età, ho un biglietto obsoleto, obliterato di recente ma comunque obsoleto, e ho le scarpe piene di merda; solo la destra ma comunque…
Il controllore mi guarda divertito. Un paio di signore mi osservano mentre superano i tornelli, col loro bel biglietto fresco di stampa, tutto colorato, e storcono il naso.
Forse la puzza arriva fino a loro? Spero di sì, altrimenti perché avrebbero dovuto storcere il naso? Sono già così conciato? Bè un uomo di mezza età può anche essere sgradevole alla vista.
Fermi tutti, adesso mi girano le palle!
Vada per l’uomo di mezza età ma c’è un limite a tutto.
“Allora, cosa devo fare? C’è da pagare una multa?” l’uomo di mezza età prende sempre l’iniziativa.
“Senta, faccia una cosa:” mi sembra comprensivo. In fondo non è poi così cattivo come i controllori della nostra immaginazione “torni indietro e compri un biglietto valido all’edicola”.
L’edicola…
Potrei anche comprare il giornale, per le scarpe.
Ah, no, quella l’avevo già scartata.
“La ringrazio. Non sapevo proprio.”
“Non c’è problema. Questo lo tengo io.” E fa sparire il biglietto obsoleto, obliterato.
Torno sui miei passi, che hanno lasciato ancora l’impronta e sento la puzza di merda che ora cha cominciato ad invadere anche gli ampi spazi della stazione.
Mi guardo la suola, evitando di farmi notare, appoggiato alla parete dell’edicola. Ecco un altro segno della fortuna: che scarpe ho messo stamattina? Scarpe con il carrarmato. Metti che piova… metti che pesto una merda di cane almeno quella s’incastra alla perfezione sotto la suola.
Infatti questa si è perfettamente adattata alla suola e i miei passi la stanno comprimendo per bene, creando un impasto degno di un pluridecorato levamerda.
Solo che io non sono pluridecorato.
Non ho nessuna intenzione di comprare un biglietto nuovo. Faccio il giro, dall’altra parte dell’edicola, lontano dallo sguardo del controllore e do un’occhiata al cestino.
Figuriamoci!
Oggi è una giornata di merda e non posso sperare di trovare un biglietto non obsoleto, anche se obliterato.
Bingo!
Mai abbandonare la speranza.
Ora vado in edicola, facendomi notare dal controllore.
“Buongiorno!” dico all’edicolante.
“Buongiorno.” Risponde questo senza nemmeno alzare la testa.
Me ne torno verso i tornelli.
Sarà un’impressione ma sento ormai addosso gli occhi di tutti.
Cosa succederà una volta sul treno della metropolitana? L’olezzo si diffonderà per tutto il vagone e non ci vorrà molto a percepire la fonte di tale diffusione. Mi additeranno, mi insulteranno, mi costringeranno ad uscire dal vagone per evitare che qualcuno dia di stomaco.
Passo il biglietto nell’obliteratrice. Il controllore mi sorride. Non sarà mica gay?
Per carità, niente contro i gay, sono persone che sanno quello che vogliono; solo non coincide con quello che voglio io. Poi, per il resto, viviamo perfettamente l’uno a fianco dell’altro.
Solo che non tutti la pensano come me: l’intolleranza. Ecco, mi sento come un omosessuale circondato da etero intolleranti. Un nero tra membri del KKK, uno con le scarpe piene di merda (solo la destra) in mezzo a gente col naso delicato.
E’ fatta!
Sono passato. Il controllore ha dato solo un’occhiata distratta.
Scendo le scale, non troppo di corsa, perché la merda fa scivolare. Ci mancherebbe solo di cascare a terra, facendo partire schegge di merda giù per le scale.
Forse però qualcosa potrei fare. Adesso scendo, mi appoggio ad un muro e batto il piede contro la parete, facendo finta di sentire un motivo nella testa che non mi fa stare fermi i piedi. E se poi mi casca tutta quella roba per terra? Dovrei spostarmi in continuazione. E se mi schizza sui pantaloni?
Altra idea da scartare?
Direi di sì.
Dovrei far finta di niente e prendere il primo treno in direzione dell’ospedale.
Cazzo, l’ospedale. Vuoi vedere che non mi conviene ritirare l’esito degli esami?
E se fosse davvero una giornata storta?
Quasi quasi torno a casa.
E già… oggi mi sono tenuto libero, per andare a ritirare gli esami e portare Nadia a fare un giro sul lago. Non posso permettermelo.
Nadia aspettava da tempo questo momento.
Potrei andare da Nadia senza ritirare gli esami.
Ma dai… non posso fare lo struzzo. Cosa vuoi che sia? E poi proprio non ce la faccio: devo andare.
Salgo sul treno e non c’è posto a sedere.
Mi appoggio alla porta che sta sul lato opposto a quella della salita. Incrocio le gambe e vedo un pezzo marrone staccarsi dalla suola della mia scarpa.
La puzza comincia a diventare più fastidiosa.
Mi concentro per mantenere i piedi ben piantati a terra, tenendo la schiena poggiata alla porta che rimarrà chiusa.
E se si aprisse all’improvviso? Oggi potrebbe anche accadere.
C’è quel signore di fronte a me, a un paio di passi, non di più. Perché mi fissa in quel modo. Un altro gay? No, mi sa che ho qualcosa che non va. Come può pensare che questo terribile puzzo di merda sia colpa mia?
Ci dev’essere qualcos’altro. Guardo nuovamente le mie scarpe e, in effetti, noto dei pezzi di merda che spuntano dalla suola, proprio nella direzione dell’uomo di fronte a me.
Che la merda abbia una vita propria?
L’uomo sorride.
Gli sorrido anch’io.
Distoglie lo sguardo ma non perde quell’aria divertita. Adesso gli vado di fronte e gli chiedo che cosa vuole. Se ha qualcosa da dirmi che me la dica in faccia.
Ma lasciamo stare, è almeno il doppio di me e potrebbe anche incazzarsi. Lasciamolo contento. Mi sposto di qualche centimetro, approfittando di una culona che mi copre la visuale e protegge le mie scarpe dalla vista dell’energumeno con la ridarella.
Il riso abbonda sulla bocca degli stolti! L’ho sentita da qualche parte e non l’ho mai condivisa… sino ad oggi.
Quello è sicuramente uno stolto, anzi, meglio, un cretino.
Fra due fermate devo scendere.
Il puzzo è diventato davvero insopportabile. Mi guardo un po’ in giro e – come temevo – noto che parecchie persone mi stanno osservando. Lo sapevo, non potevo evitarlo. Se ne sono accorti tutti. Chiedo permesso e, come d’incanto, si spostano tutti. Quando prendevo la metropolitana dovevo sempre spingere per riuscire a raggiungere l’uscita mentre oggi – potere della merda – in un lampo mi trovo davanti alla porta, a fianco dell’uomo dalla risata facile.
Quasi quasi prima di scendere gliene spalmo un po’ sui pantaloni.
Quasi m’avesse sentito,lo stronzo (lui) si sposta e lo manco di un soffio.
Scendo e vengo travolto dall’onda umana che si dirige verso le scale mobili.
Gli scalini sono zigrinati.
Che idea!
Potrei far scorrere le scarpe avanti e indietro ed utilizzare le scale come uno zerbino. Così poi tutto si fermerebbe in cima alle scale.
Potopom potopom potopom… un sobbalzare fetido che accompagna la salita di uomini, donne, bambini. Una meraviglia.
E se poi qualche vecchietto ci posa il bastone e scivola?
Non potrei perdonarmelo.
E poi lo spessore della zigrinatura antiscivolo non è così alto da penetrare nel carrarmato delle mie scarpe.
Niente da fare. Altra idea scartata.
Sento ridere alle mie spalle.
Ancora?
Insomma e che sarà mai?
Per un po’ di puzza di merda!
Vi capita mai di entrare in bagno dopo che ci siete stati proprio voi che ridete?
E allora?
Un ragazzino mi supera e mi guarda, ride e sale le scale mobili di corsa.
Maleducato!
Questi ragazzini sono odiosi, non sanno cosa sia il rispetto delle persone di mezza età.
E quand’ero ragazzo le persone di mezza età erano decisamente insopportabili.
Sono sempre circondato da esseri umani insopportabili.
Certo se i ragazzini avessero la testa di noi di mezza età, come l’avevamo noi da ragazzini… insomma sarebbe decisamente un mondo migliore.
Salgo le scale fingendo di non notare le risatine di quattro vecchie cornacchie che mi stanno dietro. Un signore, di molto più che mezza età, un paio di persone avanti a me, si volta e mi guarda.
Che c’hai da guardare, dico io?
Girati che se no ti viene un’emiparesi facciale, idiota!
Comincio a perdere la pazienza. Fortuna che siamo in cima e fra un po’ esco all’aperto. Tutta questa puzza che mi porto dietro è parecchio fastidiosa, effettivamente. Magari all’aperto trovo un po’ d’erba per pulirci le scarpe.
E se nell’erba c’è dell’altra merda?
Sarebbe fantastico: merda scaccia merda. Praticamente prenderei le scarpe e le butterei nel cestino.
E poi dove trovo dell’erba in giro per Milano? A parte quella da fumare, dubito che se ne trovi ancora in giro, di quella da calpestare.
Altra idea fallita.
Ecco le scale per l’uscita. Un mendicante mi osserva e ride, un piattino colmo di monete ai suoi piedi..
E no, questa proprio no.
“Cazzo vuoi?” questa volta mi è scappata, tra l’altro a voce alta, così adesso mi guardano proprio tutti.
Quello ride.
Lo supero di corsa e salgo le scale, due gradini alla volta. Chissà che qualche pezzo di merda abbia trovato rifugio proprio nel piattino di quello stronzo (il mendicante).
Respiro a pieni polmoni l’aria milanese. Forse era meglio la puzza che mi circondava al chiuso. Tossisco, sento i polmoni bruciare.
Stanno asfaltando un tratto di strada e tutto il fumo del catrame mi arriva dritto in gola.
Dimenticavo che questa giornata non poteva migliorare all’improvviso. Mi allontano dalla zona piena di fumo e mi trovo ad un incrocio.
Erba?
Figuriamoci.
Un bar. Ancora un’idea legata ad un bar.
Potrei entrare e andare in bagno. Con l’aiuto dello scopino del water potrei togliere tutto quel disastro che si annida sotto la suola della scarpa destra.
Potrei anche farlo.
Idea approvata. Finalmente un’idea decente.
Entro nel bar e ordino un caffè. Niente brioche, mi è passata la voglia.
Figuriamoci se il barista non si mette a sogghignare.
“La toilette?” faccio finta di non aver nemmeno visto.
“In fondo a destra.” Avrei anche potuto evitare di chiedere…
Entro nel bagno e chiudo la porta.
Già che ci sono faccio una pisciatina, che non guasta.
Mentre il getto cerca di centrare la piccola (sempre piccolissima) riserva d’acqua che si trova al centro della tazza di ceramica, gli occhi colgono la desolante immagine del locale sprovvisto dello scopino.
E adesso?
La carta igienica è di quello a mezzo velo (per risparmiare… barboni!) e quindi è impensabile che mi imbratti le mani.
Tiro lo sciacquone ed esco, incazzato come un muflone. Non pago nemmeno il caffè. Servizio di merda, appunto.
Raggiungo in meno di due minuti l’entrata dell’ospedale. Che poi non è proprio un ospedale, è un centro che fa analisi di laboratorio.
E’ che mi piace chiamarlo ospedale.
Quello vero lo chiamo clinica.
E la clinica?
Semplice non ci sono mai andato, né ci andrò mai. Non posso mica permettermela.
C’è qualcuno che chiacchiera proprio davanti alla porta d’ingresso.
“Permesso.”
Questi mi guardano e a uno proprio non riesce di trattenere una risata.
Li odio quelli che non sanno trattenersi.
Guarda che belle queste pareti, piene di quadri.
Ce n’è uno che mi ricorda un sacco la casa in montagna dei miei nonni. Non è un quadro che raffigura una casa di montagna, anzi, è una foto della Luna, solo che la mia nonna ne aveva uno identico, nella casa in montagna e allora mi piace.
Eccolo.
E’ proprio in fondo alla rampa di scale. Me lo ricordo benissimo.
Apro la porta a vetri e vedo la signorina della reception.
Quella quando mi vede sgrana gli occhi.
Devo solo ritirare delle analisi e poi andare da Nadia, finalmente, per portarla al lago. Sono anni che me lo chiede e io non l’ho mai portata.
La signorina sta parlando al telefono. Sembra piuttosto agitata.
Mi avvicino al bancone e quella indietreggia con la sedia.
La puzza di merda dev’essere arrivata fino a lei.
Mi guarda un po’ impaurita.
“Buongiorno signorina Claudia.”
“Buongiorno Orazio.”
E’ bello conoscere un sacco di gente. Qui poi sarebbe meglio conoscere meno gente possibile ma un po’ di amicizie non guastano, in certi ambienti.
Sento un trambusto alle mie spalle.
Jacob e Pierluigi.
Uno dei due è ebreo. Niente da dire, per carità, non sono mica razzista, anzi. Solo che lui l’abbiamo sempre chiamato l’ebreo. Lui mica lo sa. E’ alto quasi due metri e fa palestra per gonfiare i muscoli. Spesso la sua divisa si gonfia talmente tanto che sembra sul punto di esplodere.
“Ciao!” gli faccio appena lo vedo.
“Orazio, stavolta l’hai fatta grossa.”
“Io? Veramente è stato quel cane merdoso che l’ha fatta grossa. Guarda qui, Jacob.”
“Lascia perdere. Scappare e mancare per due giorni potrebbe metterti davvero nei guai.”
“Uh,” sogghigno “scappare da qui è il sogno di tutti. Però non fatemi male questa volta.”
“Chiamo il dottore?” fa Claudia.
“Lo portiamo noi in reparto, non preoccuparti.” Dice Pierluigi.
Jacob mi prende per un braccio. Non mi conviene reagire, è troppo forte.
“Cosa diavolo ci fai in giro in pigiama?” Jakob non è cattivo.
Mi tiene stretto ma non mi fa male.
“L’abbiamo trovato.” Jacob parla alla sua radiolina. “E’ qui con noi, tutto a posto.”
“Tutto a posto…” gli faccio il verso, tanto adesso è contento di avermi ritrovato. Finalmente adesso troverò qualcuno che mi pulirà le scarpe.
Sono tranquillo.
MASSIMO CANETTA
Settembre 2004
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