"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater
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martedì 20 marzo 2012

per come la vedo io

La prima volta è successo proprio qui, in questa stanza. Fino a pochi anni fa si potevano vedere ancora le tracce di sangue sul quella parete. Poi hanno riverniciato, una bella passata di bianco e sono sparite. Non ci sono più. Eppure io continuo a vederle, sono lì, proprio dietro a voi.
Io c'ero quella sera.
Eravamo una quindicina di partecipanti al corso di scrittura creativa. Ci si metteva in cerchio,e con una penna in mano mettevamo su foglio pensieri, racconti, avventure,drammi, commedie. A volte uscivano cose belle, altre meno, ma c'erano volte che le parole messe in fila come per magia si trasformavano in piccoli gioiellini, e quando accadeva, ci sentivamo scrittori.
Io, a dire il vero, me la cavavo abbastanza bene. Niente di eccezionale intendiamoci, però ero soddisfatto. Magari non ero una penna raffinata, ma avevo le storie. Quelle, mi giravano in testa, con i loro protagonisti,i comprimari, i colpi di scena, le frasi ad effetto. Storie incredibili. E quante ne ho buttate via di quelle storie, pensando fossero troppo irreali per essere raccontate.
Ma sbagliavo, l'incredibile non esiste, ora lo sappiamo tutti.
Stavamo lì, dove siete seduti voi, con la testa piegata sul foglio quando si è alzato il vento, di colpo, un vento caldo, vischioso. Ci siamo guardati intorno, cercando una finestra, una porta aperta, ma era tutto chiuso. Eppure quest'aria calda divenne un tifone, ci strappò i fogli dalle mani, i libri vorticavano in aria, si scontravano in volo, si aprivano, sventrandosi perdevano pagine che si confondevano con i nostri appunti, giravano intorno a noi, sempre più velocemente. Vidi Melville e Capitani Coraggiosi e Benni esplodere contro la poesie di Neruda e una raccolta di storie di Pazienza inseguire vecchie copie di Linus, e poi Pinocchio e Lansdale e pagine su pagine e appunti e scritti e storie e versi e ...
Poi arrivò quell'odore schifoso, denso. Sembrava ci stessero spalmando del letame sulla faccia. Era nauseante, si infiltrava nel naso, nella bocca e poi giù in gola a bloccare il respiro. In pochi secondi ci ritrovammo carponi con lo stomaco ribaltato. Le luci sparirono.
 Non era buio, era come se ci avessero ficcato nel buco del culo del diavolo.
poi arrivò il botto.
Fu come se Dio accendesse la sua Harley Davidson e partisse sgommando lasciandoci ai nostri peccati.
E per come la vedo io, fu proprio così.
Il dolore fù lancinante, sentì la mia testa aprirsi come un'arancio, a spicchi. Ebbi l'impressione che il cervello trasformatosi in lava incandescente stesse defluendo sul pavimento.
Quando stai per morire dicono che rivedi tutta la tua vita scorrerti davanti come un film. Forse era l'intervallo e io stavo morendo tra il primo e il secondo tempo, perchè non mi apparve nemmeno un fotogramma di quel film, sentivo solo dolore, dolore e altro dolore.
 Mi piacerebbe potervi dire di essere svenuto, ma non fu così. Non svenni, per tutto quel tempo, rantolai sul pavimento, le mani premute sulle orecchie. cercai di urlare, e forse lo feci, ma non ricordo di avere sentito la mia voce, sentivo solo un martello che mi batteva dritto in fronte
dum..dum..dum..dum..dum...
E poi finì. Niente più dolore, nè puzza, nè vento. Stop. La luce tornò. Aprì gli occhi.
Il pavimento era un tappeto di fogli e chiazze di vomito. Stranamente mi ritrovai tra le dita proprio una pagina del mio racconto, lo osservai giusto il tempo di notare un errore di grammatica, poi lo lanciai via.
Mi alzai in piedi, barcollando. Gli altri fecero altrettanto. Un rivolo di sangue ci usciva dal naso, avevamo tutti la faccia congestionata, come se ci avessero presa a colpi di bistecchiera rovente. Ebbi un conato, ma anziché vomitare, sputai in un grumo di sangue il mio molare. Avevo freddo, il mio respiro si condensava in  nuvole di vapore,  la temperatura era scesa di almeno dieci gradi. Mi sentivo come un passeggero di un aereo che si è andato a schiantare sul monte Everest, e che non è sopravvissuto.
Alle mie spalle sentì un leggero ronzio, mi voltai e rimasi a bocca aperta. Quella parte di biblioteca era sparita, non esisteva più, vaporizzata. Al suo posto capeggiava quella specie di astronave..

Adesso lo sapete come sono. Adesso si, ma all'epoca nessuno ne aveva mai vista una. Non era come quella dei film. Non era enorme, nè ovale, non aveva luci. Niente roba da film di fantascienza di serie z.
Era lì, proprio dietro di voi, due metri di diametro per tre metri d'altezza, rossa con striature bianche ai lati.
Io non sono mai stato un tipo coraggioso, le avventure mi piaceva immaginarle, farle vivere ai miei protagonisti, gente con la lingua tagliente e la pistola sempre pronta, capaci di gestire situazioni del genere senza cadere nel panico! Ma io no, io  sarei volentieri scappato a gambe levate, fiondandomi come un razzo fuori da questa stanza per infilare la testa sotto le coperte del mio letto, cercando di scordarmi tutto.
Vi dico, avevo le chiappe così strette che se ci avreste infilato un pezzo di carbone in mezzo ne avreste tirato fuori un diamante, e gli altri aspiranti scrittori non è che stessero meglio, tremavano e battevano i denti come affetti dalla malaria,eppure non scapparono. Nessuno di noi lo fece.
.
Un ragazzo, Luca, raccolse da terra una penna e brandendola come una spada fece un timido passo verso quell'oggetto. Era una cosa ridicola da fare, non aveva senso, eppure lo imitammo tutti, e armati di penna e foglio, ci avvicinammo all'astronave. Da vicino non è che fosse granchè, pareva un modello di vespasiano progettato da un architetto giapponese sbronzo, oppure il tubo di scappamento di un qualche prototipo militare caduto giù dal cielo;
eppure non ebbi neppure per un' attimo il dubbio di cosa fosse quella cosa:.
Dissi al gruppo di scrittori: “ Ragazzi, questa è una cazzo di lattina spaziale, venuta da un' altro mondo”.

Non resistetti, passai un dito su quella vernice rossa. Sfrigolò come un hot dog sulla griglia.
Imprecai saltando all'indietro, soffiando sul dito come un bambino scemo. Stavo ancora imprecando quando, con uno scatto sordo, si aprì lo sportellino della lattina. Era piccola, diciamo una cinquantina di centimetri per cinquanta. Balzammo all'indietro.
Ora, tutti noi abbiamo visto quelle porcate di film dove da un'astronave esce un tipo strano con la pistola, o un raggio laser o una scureggia cosmica che polverizza tutto quello che si ritrova davanti. Eppure rimanemmo lì immobili, a guardare cosa sarebbe successo. E' come quando nei film horror il pazzo che vuole ammazzare la tipa di turno si intrufola nella sua casa, e quella invece di scappare per strada lo va a cercare stanza per stanza con un coltellino da cucina, e tu pensi che sia proprio scema. Eppure noi facemmo così. Eravamo curiosi.
Dallo sportellino uscì un cagnolino, ho almeno così ci sembrò in un primo momento. Assomigliava ad un chihuahua, solo un po' più grosso, con sei zampe e due orecchie lunghe come delle corna di alci. Quella creatura si guardò un po' in torno scodinzolando, poi ci vide e trotterellando ci si fece vicino. Tirò fuori la lingua, iniziò a saltellarci intorno abbaiando. Bè, non era proprio come abbaia un cane, sembrava piuttosto il rumore che fa un canotto quando lo sgonfi, ma insomma ci faceva le feste ed ad un certo punto si avvicinò alle gambe di una ragazza e gli si strusciò contro. E lei gli diede una carezza sul muso.
Quella specie di chihuahua le staccò un braccio con un morso. Fece un salto, la azzannò sopra il gomito e con uno strattone secco glielo staccò. IL fiotto di sangue mi prese in pieno, poi colpì quel muro dietro di voi. Quella ragazza non ebbe neanche il tempo di urlare che quella bestia aveva sputato il braccio e con un balzo gli era sulla testa, e non so come fece, ma se l'infilò in bocca sino all'attaccatura dei capelli. E non era più tanto piccolo ora, era il doppio di un secondo prima, emise una specie di latrato e poi chiuse le zanne, scoperchiandole la calotta cranica. Nel tempo che il corpo ci mise a toccare terra io e tutti gli altri stavamo correndo fuori da quì, urlando come indemoniati.
Mi voltai una sola volta indietro, giusto per vedere quella bestia mollare il corpo della donna e puntarci, veloce come un proiettile. Ora si era trasformato in un bestione urlante, e non era per niente carino. Samuele mi correva di fianco, ebbe giusto il tempo di bestemmiare un paio di volte e quella cosa gli fù addosso. Lui cercò di difendersi colpendolo con la penna, ma quella belva lo bloccò con una zampa a terra e con l'altra gli squarciò petto , affondandoci il muso dentro. E' successo lì in fondo, proprio fuori dalla biblioteca, è lì che è morto quel ragazzo. Correvo e lo sentivo urlare e poi non lo sentì più,solo un risucchio. Quella bestia se lo stava succhiando come una bibita. Dio, non ci dormo ancora la notte, si è succhiato quel tipo come una lattina di coca cola io correvo e correvo e correvo e poi Riccardo cadde giù e mi chiese aiuto ma io ero già in strada e lì mi ritrovai a fianco di altra gente che correva e intorno a noi animali strani, degli incubi fatti carne, masse informi e ragni e altre lattine spaziali piantate al suolo e da lì uscivano bestie e robe schifose e la gente scappava e cadeva e veniva smembrata e poi lattine spaziali dappertutto e io correvo e correvo e uscivano da ogni buco e ti mangiavano e cagavano, niente altro facevano, solo quello, ingozzarsi e cagare e mangiarti e farti a pezzi e poi davanti a casa la macchina dei miei vicini di casa che urlavano mentre un lucertolone con la testa ficcata nel finestrino li sbranava e il sangue era tanto, veramente troppo. Troppo.
Sbarrai la porta di casa e poi scesi in cantina, mi nascosi nell'angolo più buio e tutto rannicchiato mi pisciai addosso dalla paura.

Fuori,in strada, le urla continuarono per un bel pezzo. Mi tappai le orecchie per non sentire, ma fù tutto inutile. Ricordo ogni grido, ogni lamento. Ho riconosciuto le voci del vigile, del postino, della signora dell'edicola che pregava. Qualche sparo, ma pochi, isolati, lontani. Ero chiuso in cantina terrorizzato quando mi guardai le mani: tenevo ancora stretta la penna e un foglio bianco. E lo so che non ci crederete eppure lo feci, iniziai a scrivere. Raccontai cosa stava succedendo. E le parole filavano lisce sul foglio, scorrevano fluide come non mi era mai successo.
Poi, un fischio acutissimo. Come se Dio al ritorno dal suo viaggetto in moto, avesse preso il fischietto e decretato la fine dei giochi.
E fu proprio così. Quelle bestie schifose mollarono quello che stavano facendo, si rimpicciolirono, si rinfilarono in quelle lattine spaziali e come erano arrivate, se ne andarono.

Bè, il resto lo sapete, da quella volta è successo spesso, tante di quelle volte che non vale nemmeno la pena di contarle. Arrivano, mangiano, cagano, un fischio e se ne vanno. E noi non ci possiamo fare un bel niente, un momento sei a mangiarti un gelato in centro a Milano e un'attimo dopo ti trovi ad essere il pranzetto di qualche alieno vorace. Viviamo così da anni, in tutto il mondo, e non so proprio come uscire da questa situazione. Chi sono? perchè lo fanno? qual'è lo scopo di questa mattanza?
Ognuno di noi ha un proprio punto di vista su questa storia. Ne ho sentite di tutti i colori: Alieni, divinità nordiche, spiriti malvagi, zombie,Dio, mondi alternativi, esperimenti militari finiti male, allucinazioni collettive, radiazioni nucleari e altro ancora. Ci sono fior di scienziati che stanno studiandoci sopra, e non voglio insegnare niente a nessuno,ma ho una mia teoria.
Quelli che scendono dalle lattine aliene non sono gli alieni. No, per niente. Sono troppo stupidi, quello che fanno è mangiare e cagare e buttare giù tutto quello che trovano. Ma non sanno neanche aprire una porta. La sanno sfondare, prendere a zampate, ma non sanno girare una chiave.

Quelli non sono gli alieni, sono i loro animaletti domestici. Sono i loro gattini, il criceto, il cane, il pappagallino, sono quelli che gli fanno le feste quando tornano da lavoro e che gli portano le ciabattine. Ecco chi sono loro.
I loro padroni li prendono e li portano qui sul nostro pianeta a fare i loro bisognini, a sgranchirsi le zampe, a saltellare felici. E mentre i loro padroni sono seduti su una panchina galattica a leggere il giornale, loro ci uccidono.
Noi siamo la ciotolina dell'acqua e dei croccantini.
Siamo la loro lettiera.
Ecco come la vedo io.
Ma forse è un'altra storia.

domenica 18 marzo 2012

come in un brutto film

L'incontro è fissato per le 21. Orlando guarda fuori dalla finestra e non ha per niente voglia di uscire. Piove .Una pioggia cattiva, sporca. Le gocce scendono giù come colpi di mitraglia, una scarica, poi si fermano, e giù un'altra scarica. La strada è già allagata, tutte le volte la stessa storia, una macchina lenta passa sotto casa, percorrendo quel fiume urbano controcorrente. Un salmone di metallo, gli viene da pensare a Orlando e gli scappa da ridere.

Avesse in casa alcolici si ubriacherebbe, una pistola si sparerebbe ad un piede, un cane si farebbe azzannare, così da potersi fare compatire. Presentarsi fasciato, lo sguardo di chi è scampato per un soffio alla morte, ma nonostante questo è puntuale all'appuntamento con la corte marziale, pronto per farsi fucilare.

“ cosa mi volevi dire?” le chiederebbe con rassegnazione.

Orlando cerca di immaginarsi gli occhi di lei riempirsi di lacrime, mentre con la testa fa cenno di no, mormorare che no, non ho niente da dirti, va tutto bene, è tutto a posto. Ci scappa anche un bacio, un abbraccio, una carezza. Chissà, anche del sesso. Quello da cinema, appoggiati al muro.I

Però, a ragionarci su, quella posizione è di uno scomodo, di un difficile...

Orlando ci ha anche provato, ma a parte che è un tipo gracile, e a tenere sollevata da terra una donna con le braccia si fa fatica, ma il pantalone slacciato scivola giù e allora allarghi le ginocchia per non farli cadere a terra, che poi è pure bagnato e si sporcano tutti e in più devi spingere, muoverti cercando di essere sensuale, ma ti senti i crampi ai polpacci, e arrivi al punto che la vorresti mollare e mandare tutto affanculo ma non puoi, perchè che figura ci faresti?

L'unica tua speranza è che anche lei stia soffrendo, e che pur di finirla con questo strazio finga un orgasmo.

E subito dopo lo fingi pure tu.

Gesù come piove. Nei momenti drammatici nei film piove sempre. I protagonisti inzuppati sino alle ossa si lasciano, si ritrovano, a volte cantano e non usano mai l'ombrello. Chissà come mai tutta questa ritrosia verso l'ombrello da parte dell'industria cinematografica, pensa Orlando, guardando fuori. La strada è un mare mosso, nessuno ci naviga ora. Nessuno ha appuntamenti irrinunciabili. Solo lui.

Tra 10 minuti.

Quanta tensione in questa attesa, neanche lei dovesse svelargli chissà quale segreto. Che disastro di sceneggiatura, è tutto un già visto, una fiction di canale 5. Perchè incontrarsi? Non è che mi deve consegnare un atto notarile. Bastava un email, meglio ancora un sms. Perchè trovarsi? Non c'è nulla da discutere, è tutto già successo milioni di volte, ci si lascia, ci si riprende, a volte no, si soffre, si piange e poi si va avanti. E così che funziona da sempre. Questo volersi vedere di persona, il coraggio di guardarsi negli occhi, è un atto sopravvalutato. Chi se ne importa del coraggio, rivalutiamo la vigliaccheria, pensa Orlando, mandami un sms e finiamola qui.

Che, se vogliamo dirla tutta, non è che si chiude LA GRANDE STORIA, in maiuscolo.

Finisce una storia. Un ciclo. Un equivoco.

Un botto. Ci si mettono anche i fulmini adesso, pensa Orlando, guardando fuori. Il cielo è un incubo, un effetto speciale, nuvole nere dense come polmoni malati scaricano acqua a secchiate. E' da pazzi uscire con questo tempo, non si può fare. Ora la chiamo. Orlando prende il telefonino, pigia tre numeri e quello gli squilla tra le mani.

E' lei. Dice che è meglio non vedersi, col tempo che fa.

Orlando risponde che non è un problema, tanto abitano vicino, cinque minuti e è li da lei.

Lei risponde che no, non importa, tanto lui lo sa cosa voleva dirle.

Orlando dice che non lo sa.

Lo sai. Dice lei.

No, vengo li e ne parliamo, che ci vuole?

Ma lei mette giù.

Orlando rimane lì con il telefono in mano per un paio di minuti, quindi lo appoggia delicatamente al tavolino. Che brutto film, che scena madre strappalacrime, pensa, e quasi gli verrebbe da ridere. Ma a ridere non c'è la fa, quindi si veste, si infila il cappotto, prende l'ombrello e esce fuori, sotto quel cielo infame, alla ricerca di un bar aperto per prendersi un caffè.

mercoledì 8 febbraio 2012

E così vorresti fare lo scrittore?



Se non ti esplode dentro

a dispetto di tutto,

non farlo.

a meno che non ti venga dritto dal cuore e dalla mente e dalla bocca

e dalle viscere,

non farlo.

se devi startene seduto per ore

a fissare lo schermo del computer

o curvo sulla

macchina da scrivere

alla ricerca delle parole,

non farlo.

se lo fai solo per soldi o per

fama,

non farlo.

se lo fai perché vuoi

delle donne nel letto,

non farlo.

se devi startene lì a

scrivere e riscrivere,

non farlo.

se è già una fatica il solo pensiero di farlo,

non farlo.

se stai cercando di scrivere come qualcun altro,

lascia perdere.

se devi aspettare che ti esca come un

ruggito,

allora aspetta pazientemente.

se non ti esce mai come un ruggito,

fai qualcos'altro.

se prima devi leggerlo a tua moglie

o alla tua ragazza o al tuo ragazzo

o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,

non sei pronto.

non essere come tanti scrittori,

non essere come tutte quelle migliaia di

persone che si definiscono scrittori,

non essere monotono o noioso e pretenzioso, non farti consumare dall'autocompiacimento.

le biblioteche del mondo hanno

sbadigliato

fino ad addormentarsi

per tipi come te.

non aggiungerti a loro.

non farlo.

a meno che non ti esca

dall'anima come un razzo,

a meno che lo star fermo

non ti porti alla follia o

al suicidio o all'omicidio,

non farlo.

a meno che il sole dentro di te stia

bruciandoti le viscere,

non farlo.

quando sarà veramente il momento,

e se sei predestinato,

si farà da sé e continuerà

finché tu morirai o morirà in te.

non c'è altro modo.

e non c'è mai stato.



Charles Bukowski, E così vorresti fare lo scrittore? (Guanda 2007)



sabato 4 febbraio 2012

Alla finestra. Riflessioni inopportune di un fottutissimo genio.

Era dagli anni cinquanta che non ne veniva giù così tanta. L'alito addensandosi sul vetro incrostato dal gelo spalma un velo di panna sul paesaggio lattato. Là fuori il mondo si è disfatto sotto una gigantesca colata di yogurt. I soliti tetti rossi, le dolci colline, di uno spoglio giallo verde in questa stagione ma fiorite come l'eden in primavera, languono ammutoliti nell'uniformità candida del nulla, sovrastati dal cielo nel medesimo grigio del fumo che fuoriesce dai camini.
La tosse mi scuote, questo mi ricorda che è il momento di accendermene una, mi cola una narice, tiro su col naso. Sono un grosso pupazzo di stracci, un orso ingobbito ricoperto dalla spessa pelliccia multicolore di lana e poliestere. E' successo che ieri notte il freddo ha fatto gelare i tubi e il riscaldamento è andato. Stamane svegliandomi ho trovato ghiaccio il succo di pera che tengo vicino al letto, questo significa che la temperatura è sotto lo zero e che la casa ora è un igloo, unica difesa dalla glaciazione eterna il vecchio termoventilatore recuperato nello stanzino degli orrori, e degli errori, che ronzando scatarra aria calda.
Degli uccelli neri volteggiano sopra l'abitato, sembrano a loro agio, scivolano nell'aria disegnando complicate indecifrabili figure, per un attimo si posano a gruppi densi, quando uno solo riparte l'intero stormo lo segue.
E' su uno di questi medesimi tetti che da bambino ho visto un uccello fare snowboard sopra il tappo di un barattolo. L'animale scivolava sulla neve lungo la pendenza, arrivato in fondo afferrava il tappo col becco, volava in cima, prendeva posizione e ricominciava da capo. Aveva l'aria di divertirsi parecchio. Uno spettacolo incredibile, magico, a cui nessuno ha mai creduto; rivederlo ora mi farebbe bene.
Mi sposto da una gamba all'altra, basta questo perché l'antico pavimento in cotto dipinto si lamenti. E' tutto graffiato, andrebbe sistemato; da quanto tempo non lo tingo? Vediamo, facciamo due conti: è stato tre mesi prima che Maria Pace se ne andasse portandosi via le piccole, questo fa oltre quattro anni. Il tempo lui sì che vola su ali di vento e non torna mai sui suoi passi.
Maledetta Maria Pace, sgualdrina disumana, mercoledì mi ha di nuovo minacciato, ridendo forte ha detto che se entro la settimana prossima non gli mando tutti gli arretrati lei alza la cornetta e parla con quel laido del suo avvocato, che va a fare quattro chiacchiere col giudice, sicché non potrò più vedere le bambine e qualcuno salirà le mie scale per sequestrarmi tutto ciò che possiedo. Quando ho risposto che non ho più niente, che mi sono già venduto tutto, che mi sono rimasti solo dei vecchi vestiti, lei ha replicato che allora si prenderanno quelli, e ha aggiunto “anche le mutande”. Che sono tutte sporche e bucate, sarà interessante guardare in faccia i partecipanti all'asta pubblica.
Vuole i soldi ma mica li ho, ho giusto quelli che servono per i biglietti per salire su a Milano a prendere le bambine e tornare, e me li sono fatti dare da mia madre che ha sbuffato e ha detto che a quarantanni dovrei sapermela cavare da solo. A parte che è un'emerita stronza, come darle torto? E dovrò prendere una stanza in affitto, a credito, che in casa fa troppo freddo per le mie tenere gioie.
E' stato un brutto anno, l'ultimo di una pessima sequenza. Ho perso il lavoro, c'è la crisi, in giro non c'è niente, solo da una settimana ho rimediato un mezzo part time. Vendere porta a porta bibbie illustrate è ancora più noioso che spacciare polizze assicurative, con il più bigotto e fissato fra gli spretati ex alcolisti poi è puro purgatorio. Tutto il giorno non fa che blaterare del Peccato e del Maligno, dice che così non sarò colto impreparato al sopraggiungere dell'Apocalisse imminente. Dice che manca davvero poco, che gli è proibito essere più preciso ma che il conto alla rovescia è già iniziato, che non so più quale angelo gli mormora giorno e notte il countdown all'orecchio. Lui è un eletto, io, per ora, un reietto.
Mi ha assunto per darmi una mano perché ora che ho smesso di bere e sono sulla via della redenzione, che ho mutato stile di vita e quasi tutte le domeniche vado a messa, lui si sente in dovere di sostenermi, che fra devoti ci si aiuta. Sarà per darmi una mano a non spendere, a morigerarmi e a non precipitare nella spirale dei consumi insulsi e peccatori che mi sgancia massimo 20 euro alla volta.
Tanti uccelli, tutti neri, ma dove sono finiti quelli di altro colore? Tutti emigrati? Comunque mai saputi i nomi dei volatili, intendo dire che certo conosco gazze, corvi, aquile e falchi, tordi e cinciallegre, e non scordiamoci del condor e del pellicano, ma per me sono sole parole, non so affatto a cosa corrispondano, non li distinguo uno dall'altro a parte i piccioni e i gabbiani, e forse, ammesso che il nome abbia un senso e non circolino altri pennuti con la medesima caratteristica, andandoci a sbattere la faccia potrei riconoscere un pettirosso. Mi intendo meglio di polli e tacchini, ma di quelli già denudati riposti in file ordinate nel banco frigo del supermercato, magari già tagliati in comode porzioni.
Il tarabuso, per esempio, che uccello sarebbe? Per me è solo una parola, ma sapere che ha le ali e le penne mi basta, a dire il vero è anche troppo. Eppure lo capisco, non sono mica stupido, ignorare a cosa corrisponda un determinato lemma equivale a non conoscerlo. E senza i termini appropriati come ritagliare le singole cose dal resto dell'universo? Come organizzare l'esperienza? E dopo come rammentarla e farci dei pensieri sopra? Come raccontarne agli altri? Ho letto una volta che l'esquimese usa centinaia di diverse parole solo per indicare le varie sfumature del bianco e i numerosi tipi di neve e di ghiaccio. Quando il cacciatore torna al suo amato igloo, alla fine di un'intensa giornata di lavoro, e la moglie gli chiede “caro dove sei stato oggi?” non può certo cavarsela rispondendo semplicemente “non lo so ma era tutto bianco”.
Un flebile bit mi scivola nell'orecchio, proviene dal mio portatile, segnala un nuovo messaggio. Trascinando il duplice strato di coperte caracollo fino alla scrivania improvvisata ottenuta sovrapponendo due pallets, accomodo i glutei recalcitranti su di una cassetta di plastica, sulla quale ho appoggiato un vecchio cuscino da seggiola altrimenti orfano di ogni funzione.
E' una mail di SenzaLogica, mi esprime la sua solidarietà, si dice scandalizzato da quello che sta accadendo, dice che se me ne vado io va via anche lui. Con poche battute sulla tastiera lo ringrazio e lo saluto. Hasta la vista companero.
Sono quasi tre anni oramai che pubblico poesie d'amore e brevi pezzi di prosa filosofica sul web ma non mi sono mai trovato in un casino del genere. Magari avete letto qualcosa di mio, mi firmo Il Versificatore Mascherato, ma pure Rutto Cortese, Angelo Ribelle, ilfigliodellemuse e, per la verità, anche in tantissimi altri modi. Mi piace intingere i pensieri nel fondo del cuore, estrarli e intesserli in purissimi versi d'amore. Preferisco il metro libero, in particolare il verso libero, chi se ne intende sa che non sono la stessa cosa, ma non disdegno neppure le forme popolari come la frottola e lo strambotto, o vetuste come la barbara saffica, ma quando ho voglia di fare sul serio lascio che le dita danzino sulla tastiera al lirico ritmo di sonetti e madrigali.
E' tanto assurdo che neppure so da dove cominciare. E' accaduto che alcuni giorni fa ho letto la prima parte del nuovo poema di CuorPoet@ ambientato nel secondo conflitto mondiale. Una vicenda commovente che mi ha fatto quasi piangere; una bambina ebrea salva la famiglia che la ospita e protegge offrendosi spontaneamente ai fascisti. Una storia incantevole ve lo giuro, scritta in modo divino in versi torniti e brillanti (ma non raffinati come i miei). Non è un caso se l'opera ha vinto il primo premio del concorso Poesia di Pace e Bontà a Marostica ed è stato pubblicata su carta, come con scarsa eleganza postilla l'autore. Ma non voglio in alcun modo diminuire CuorPoet@, per me è un vero mito.
Ieri ho letto la seconda parte, quella dove la bambina esce dal suo nascondiglio sotto la catasta di legna, e lo giuro mi sono commosso, in realtà per niente, ma sarebbe certo successo se le traversie della vita non mi avessero indurito il muscolo cardiaco. Ad una sfilza di commenti sbrodolanti entusiasmo e meraviglia seguiva quello de il Fosco, un ottuagenario invidioso a cui brucia perennemente il culo, che sosteneva che il poema intero si basa su di una menzogna, poiché è scientifico che i fascisti mai fecero retate di ebrei prima del 43, e che in seguito quando avvenne la colpa era comunque dei nazisti che li spingevano da dietro.
Dico la verità di queste cose non mi interesso, il Fosco certo era presente di persona, nella sua bella divisa da fascista cucita addosso di misura, immagino sappia di cosa parla, ma il punto è chi se ne frega dell'aderenza storica, forse che ci poniamo il problema di sapere cosa respirasse Astolfo sulla luna?
Subito sotto il commento di quella tripla merda de Il Cavaliere Inesistente, un pusillanime beghino che crede che la Madonna di Medjugorje lo accarezzi nel sonno tutte le notti, che sosteneva che se i fatti storici sono inesatti la poesia non vale nulla e non merita alcuna lode. Ma siamo pazzi? Da quando la poesia è succube della realtà? Non è forse sogno e meraviglia? Magico fagiolo scagliato in cielo come arcobaleno multicolore dalle ali di cera?
Quindi il Fosco e Il Cavaliere Inesistente si proponevano di scrivere un poema epico sulla seconda guerra che ristabilisse i fatti storici, poi hanno preso a litigare fra loro su chi dei due avesse avuto per primo l'idea, tanto che CuorPoet@, sebbene ospite sempre squisito, ha pure perso la tramontana e li ha mandati al diavolo.
Non l'avessi mai fatto. Ho lasciato un commento di pura ammirazione al vate CuorPoet@. Ispirato dalla diatriba dei due merdosi ho fatto un poco lo spiritoso, ho scritto che i versi sono di una bellezza irraggiungibile, tanto che roso dall'invidia non posso accettare che non siano miei, ho così deciso di averli composti io stesso, e mi sono pure convinto che lui, Cuorpoet@, altri non è che una parte di me, della mia anima che da me si è distaccata e invito a tornare presto a casa.
Si capisce che è uno scherzo? Si è scatenato l'inferno, CuorPoet@ mi ha ricoperto d'insulti, mi ha definito ridicolo verseggiatore da scuola materna, mediocre e insulso menestrello, patetico giullare. Ha scritto di non provarci nemmeno a sostenere che il poema è opera mia, tanto è registrato alla Siae, ha vinto il primo premio ed è già stato pubblicato, ho controllato, solo in estratto da una casa editrice a pagamento, e ha concluso dandomi del ladro e del plagiario infame.
Stamattina leggendo sono rimasto basito, e non bastasse Rimetta Allegra ha commentato sotto che tempo fa avendo letto alcuni miei sonetti, da lei molto apprezzati, gli erano parsi famigliari, non volendo pensare male aveva lasciato correre, ma ora, che una persona seria e degna di fede come CuorPoet@ dice quel che dice, non ha più dubbi, quei sonetti è certa di averli scritti lei anni fa. Che assurda commedia, Beckett che ubriaco balla nudo sul tavolo, Kafka che si fa tatuare in fronte Joe Condor per essere accettato e applaudito sul web. E che cazzo! Ci sono o ci fanno? Ho risposto di getto, quindici righe di purissimi insulti in rima baciata, uno dei miei pezzi migliori di sempre.

-Ciao Piero ti chiamo per ricordarti che domani devi essere alle dieci in punto sotto casa mia.
-Ricordarmi? No guarda ti sbagli, se tu che devi portarmi le piccole in stazione.
-Parlo in rumeno forse o all'improvviso non comprendi più l'italiano? Domani tra le dieci e le dieci e cinque mi suoni al citofono, che alle dieci e un quarto mi arriva il taxi.
-Di che taxi parli? Non c'è nessun taxi. Pax non eravamo mica d'accordo così.
-Il taxi non è per te ma per me e Alessio, andiamo in beauty farm al lago per il week end. E ricordati di quello che ora dico: non mi nominare neppure, ma se proprio è necessario per te sono solo e sempre Maria Pace.
-D'accordo Maria Pace, non posso venire sotto casa a prendere le piccole perché il treno del ritorno parte solo dopo un quarto d'ora il mio arrivo, ci vuol già tutta così, lo perderei di certo.
-Vuol dire che prendi quello dopo.
-Maria Pace non c'è quello dopo.
-Non alzare la voce con me.
-E tu non pretendere cose impossibili, dobbiamo attenerci agli accordi che hanno preso i nostri avvocati.
-No. Tu vieni sotto casa, suoni, ti apro, ti collochi davanti alla porta dell'ascensore, solo allora mando giù le ragazze. Non cercare di vedermi, neanche di parlarmi al citofono. Porco.

Perché sono così debole? Resisto giusto il tempo necessario a dire no con voce ferma ed espressione granitica prima di rovinare e acconsentire con un sorriso appena sbieco. Essere arrendevoli è come avere sempre torto. La mia è strisciante mancanza di fiducia in me stesso, auto sabotaggio, inconscio desiderio di non abbandonare il regno degli invertebrati, drizzarmi e uscire dalla mota amniotica. Così da non compiere il destino del fottutissimo genio che ho dentro. E Maria Pace che mi conosce così bene di me fa quello che vuole. Anche per questo ho ancora un debole per lei.
Va in vacanza con l'altro, mi pare si chiami Silvio, quello con l'hammer giallo limone che non puoi fare a meno di notare, con le scarpe a punta e i vestiti firmati che non gli si abbottonano neppure.
Quanti fidanzati ha già cambiato Maria Pace, tutti uguali, almeno per quanto riguarda il conto in banca e l'arroganza. Un paio di avvocati, un industriale del mobile, un farmacista, non so quanti dentisti, un chirurgo estetico, almeno un notaio. Alla timida Maria Pace gli uomini durano meno dei tampax.

Squilla il citofono, da dietro i vetri intravedo le teste di Leo e Renzo, e indovino quelle del Conte e del suo rottweiler gigante. Non è cosa, mi scosto dalla finestra per non essere visto. Leo insiste, deve essere rimasto incollato al campanello, e si diverte pure, dopo gli iniziali squilli prolungati ora si esibisce in una scoppiettante marcetta demente. Ed ecco la voce del Conte che grida mio nome accompagnato dall'ululare di Bruto. E' inutile, sanno che sono in casa, non la smetteranno mai, attireranno l'attenzione di tutta la strada. Schiudo appena la finestra, giusto uno spiraglio per farmi udire.
-Andatevene a cagare.
-Apri la porta che la facciamo nel tuo cesso.
-Scendi che andiamo a divertirci.
-Dai che paga il Conte.
-Andatevene. Ho da fare. Sono malato, non posso prendere freddo.
-Dai che ti scaldi, stasera si va a tutta birra e whisky.
Non rispondo neppure, prima di richiudere assaporo il frizzare dell'aria e l'odore della neve, come di mondo appena creato, leggero, solo luminoso futuro, niente alle spalle. Li lascio lì, in piedi nella neve alta ad abbaiare al cielo.

Non odio il genere umano, neppure sono un solitario, sono loro ad essere dei soggetti impossibili. Si ubriacano, alzano la voce, e finisce a pugni. Se ne fregano loro, sono degli impuniti, possono permettersi di fare tutto quello che vogliono. Non hanno più niente da perdere. Senza contare che per paura di ulteriori problemi le vittime non li denunciano nemmeno, e i padroni dei locali preferiscono lasciar correre, sempre per limitare i danni, e la polizia non sa che fare, conosce il copione e lo trova noioso, per quanto sia incoerente preferisce girarsi dall'altra parte e lasciare andare.
Ma io no, io non posso permettermelo, il giudice è stato chiarissimo, alla prossima che combino fa in modo di farmi togliere le bambine. “Cammina ben dritto” mi ha detto, “non voltarti mai, né a destra né a sinistra. E se senti dentro di te quella vocina che ti suggerisce che sarebbe divertente scartare di lato tu non darle ascolto, o io ti fotto”.
Poi bere non posso. Fare tardi non posso. Domani mi devo tirare su presto per andare a Milano, e se il capo scopre che ho bevuto anche solo un bicchierino perdo il lavoro, e se accade perdo pure i miei tesorini.
Non se ne parla. Poi sono tre pazzi. Quattro con il cane. La settimana scorsa hanno infastidito tutte le ragazze al bar del bowling, quando il vecchio che sta alla cassa gli ha chiesto di smetterla gli hanno aizzato contro Bruto che non se le fatto ripetere due volte. Quindi hanno rovesciato e rotto tutto quello che hanno potuto. Poi sono scappati con la macchina del Conte alla balera della Nico e il vecchio è andato in ospedale in ambulanza.
Non esiste, l'ultima volta mi sono svegliato nel cuore della notte nel letto di una puttana, la bocca che sapeva di merda, il Cobra in mutande seduto sul tappeto che sibilava di sé in terza persona con una battona centenaria, e il Conte chiuso nel cesso con altre due professioniste che cercavano di abbattere la porta per poterlo uccidere.
Io ho la mia vita a cui badare, migliaia di cose da sistemare. Per esempio devo buttare giù un post col nickname Angelo Ribelle, il mio frammento d'anima più rompi coglioni, e attaccare CuorPoet@, insinuare che il suo poema è un miserabile plagio, che lo ha realizzato col copia e incolla con i pezzi rubati in giro per il web. E che è insulso, niente più che una favoletta per bambini. E devo fare piangere amaro Rimetta Allegra, quando avrò finito con lei le sarà necessario un nuovo nick.
E devo chiamare mia madre per chiederle se domani sera io e le piccole possiamo mangiare da lei, e pure i giorni seguenti, così non faccio la spesa e non dilapido in pizzeria.
E devo organizzarmi per tirare su un po' di grana, giusto per ridurre l'ammontare degli arretrati con Maria Pace e tenerla buona.
E devo trovarmi un altro lavoro, una cosa qualsiasi, anche di poche ore, per integrare la miseria che guadagno con la vendita delle bibbie. Non sarà facile, la laurea la considero già buttata nel cesso, sono disposto a fare qualunque cosa, ma dovrò combattere contro eserciti silenziosi composti da milioni di minuscoli cinesi insonni, senza festività da celebrare o parenti a cui badare. Ma la spunterò, lo faccio per le mie bambine, la causa è giusta, sono in missione per conto di Dio, niente mi può fermare.

Tutto per colpa di Maria Pace, mentre stavamo insieme avevo ogni cosa, l'amore, le figlie, una vera casa, il lavoro. Zoccola infame. Pensare che quando l'ho conosciuta pareva un cucciolo spaurito, tenero, bisognoso di cure. Biondina, gli occhi chiari, il sorriso esangue; alta, smunta e senza tette che pareva una pertica. Ora ha i capelli neri, lisci e lucenti, una quinta maggiorata di reggiseno e labbra al silicone che paiono voler ghermire il mondo, gambe lunghe tornite dalla cyclette poste su vertiginosi tacchi. Dio come la desidero.
Com'è che è finita così? Ci amavamo. Ne sono certo, almeno all'inizio anche Maria Pace mi voleva bene. Poi l'amore si è sciolto in rancore ed è montato in vero e proprio odio. E' stato allora che ho cominciato a bere come nel più scontato dei romanzi, lei m'insultava, io ero pazzo di gelosia. La picchiavo? Lei dice di sì ma non mi pare, forse una sberla ogni tanto.
Una sera sono tornato ubriaco, ho trovato l'uscio chiuso col paletto, ho suonato, niente, ho urlato e tirato pugni e calci. Niente. Allora ho murato l'entrata con il nastro adesivo, ho ripreso a picchiare sul campanello, volevo vedere la faccia che Maria Pace avrebbe fatto scoprendo che non ero io ad essere chiuso fuori ma era lei ad essere in prigione. Niente, non ha aperto. Allora ho dato fuoco a tutto quanto ed è finita che sono arrivati i pompieri a braccetto con la polizia. E in quella occasione che è finita tra noi, che ho perso Maria Pace per sempre. Lei non mi ha concesso altre possibilità.

-Piero non farci bere da soli, abbiamo bisogno di te.
-Non fare il prezioso.
-Dai che al bancone dell'osteria stasera c'è la Gina che ci fa annusare un po' di fica.
“Andiamo a divertirci”, dicono “droghiamoci forte, 'tanto il mondo sta andando comunque a male. Non senti questo odore? E' quello della fine”.
Ascolto la mia voce dire “d'accordo, solo un attimo e scendo”.
Do un'ultima occhiata ai tetti, alle colline, agli uccelli che palpitano tra il grigio del cielo e il bianco del mondo. Li respiro, me ne riempio i polmoni. Chiudo la finestra consapevole che il candore si discioglierà presto in rivoli di liquido scuro.


domenica 1 gennaio 2012

Mezzanotte e uno

 E così è iniziato il conto alla rovescia bene il conto alla rovescia dieci nove otto sette sei cinque quattro tre quella roba lì insomma che mancano pochi secondi manciate di secondi e poi questo anno infernale e bellissimo se ne andrà a fare in culo come tutti gli anni precedenti che se ci pensi bene alla fin fine mandi sempre questi messaggini del cazzo di auguri ma sotto sotto ce l’hai su con l’anno che se ne va sai già che ti mancherà ce l’hai su un po’ con lui perché in fondo in fondo in fondissimo gli hai voluto bene pure a lui che ti ha portato un carico di sfiga ma anche non c’è dubbio giornate di sole già giornate di sole e quelle magari non te le ricordi ma da qualche parte si mettono magari sotto le ciglia e dietro le pupille insomma quest’anno che se ne va lo cantava anche chi non mi ricordo chi la cantava l’anno che se ne va ma no era dalla lucio dalla e cantava l’anno che verrà e alla fine della canzone diceva che l’anno dopo era come l’anno prima che se vai a rileggere le operette morali di leopardi lo trovi già quel discorso lì è il dialogo tra il venditore di almanacchi e il passante e se non è il passante è una cosa del genere beh allora dove eravamo rimasti eravamo al conto alla rovescia già che in quei pochi secondi lì e soprattutto nel minuto dopo il minuto subito dopo che hai gridato buon anno ti guardi intorno non c’è un cazzo da fare ti guardi intorno e mentre ti guardi intorno ti guardi dentro altro che se ti guardi dentro non puoi farne a meno porca di quella troia magari sei andato in brasile in capo al mondo a fare il trenino pur di non guardarti dentro e invece poi eccolo lì quel minuto di merda quel conto alla rovescia dell’anima in cui scorrono scorrono scorrono scorrono scorrono le immagini i volti chi c’è chi non c’è con chi sei con chi non sei chi vorresti accanto e non c’è chi c’è e non lo vorresti accanto chi vorresti accanto e non c’è poi ti volti e vedi le coppie che si baciano ah ah che gioia che allegria buon anno anche a te siamo già nei primi dieci secondi dell’anno nuovo e mi sono già girati i coglioni signore mi scusi signor inverno mi scusi mi potrebbe ridare l’anno passato come non si può guardi che ne farò buon uso glielo posso garantire lo terrò qui in un angolo in un angolino in una cuccia da cocker se non le dispiace cosa vuol dire che non si può ma si guardi intorno anche lei signor inverno guardi che il mondo cammina anzi corre anzi vola anzi precipita qui son tutti già rivolti con lo sguardo in avanti è così che si fa bisogna guardare avanti esercitarsi a sperare trovare l’amore cambiare lavoro guadagnare tanto fare buoni propositi per l’avvenire non stia tanto a farla lunga lei signor inverno mi lascia questo anno appena passato e io me lo tengo stretto tutto per me con tutto il suo dolore e la sua bellezza come dice le fa un certo effetto sentire ‘ste due paroline vicine vicine eppure è così signor inverno ascolti un cretino dolore e bellezza dolore e bellezza vanno a braccetto anzi si tengon per mano un po’ come paura e coraggio ma non stavo dicendo questo stavo dicendo la prego la scongiuro mi lasci quest’anno passato che tanto a sentire quel che si sente in giro non se lo fila nessuno non lo vuole nessuno tutti a dire che anno di merda andrà senza dubbio meglio certo ma figurati ma chi lo mette in dubbio però se voi non avete niente in contrario io mi terrei questo qui me lo terrei tra la mani per qualche ora per qualche giorno insomma per un po’ e me lo riguarderei come un album di fotografie già ingiallite guardalo qui quest’anno dolorante e appena morto guardalo come è stato anche lui come noi gonfio d’amore e carico di speranza e poi ferito di promesse svanite e di desideri sfumati come nuvole un po’ come noi caro anno passato somigli un po’ a tutti noi indolenziti addolorati affranti incantati bambini stanchi ancora affamati e ancora assetati di carezze sì carezze sì alla fin fine quelle vogliamo ci han dato ‘sta cazzo di moneta debole e poi forte e poi ancora debole prima era la lira e adesso è l’euro ma sono le carezze la vera moneta del mondo non stiamo a farla tanto lunga a che punto eravamo arrivati già son passati pochi secondi dopo la mezzanotte e già mi sono girati i coglioni poi m’è venuto da chiedere al signor inverno di regalarmi l’anno passato anziché l’anno venturo e lui ha fatto spallucce ma guardi signor inverno coi baffoni io non sto mica scherzando io lo terrei qui con me lo tratterei con cura perché gli ho voluto bene che mi ha portato tante di quelle lacrime che avercene di lacrime così a un certo punto pensavo che finissero e invece le lacrime sono come le carezze non finiscono mai è difficile da accettare ma è così solo che noi siamo abituati male sa com’è abituati come siamo a comprare e a vendere non facciamo che dire tu cosa mi dai tu cosa mi dai se ti faccio una carezza tu cosa mi dai tu cosa mi dai tu cosa mi dai è difficile è dura la vita di noialtri nessuno lo mette in dubbio eppure a me piace sa cosa le dico mi piace la vita di noi poverini uomini malandati la trovo terribile e bellissima e poi non dimentichi signor inverno i baci posso dirlo i baci sì quelli forse non sono stati tantissimi ma quelli che sono arrivati son bastati per un anno intero non lo posso negare i baci signor inverno sono l’invenzione più dolce che l’uomo si è sognato di inventare almeno io la penso così sì lo so che dovrei sperare nei baci anche per l’anno a venire e infatti ci spero e nemmeno poco ma sa cosa le dico non vorrei che con questa cosa del guardare avanti magari mi capitasse di dimenticare qualche bacio di dimenticarne qualcuno di farlo cadere dal cuore e questo mi dispiacerebbe a dirla tutto vorrei vorrei vorrei che i baci dati e le carezze ricevute e le lacrime piovute stiano tutti qui con me come fratellini di cristallo come figurine di vetro posate sulla pelle ecco ecco ecco questo vorrei e invece lei signor inverno è spietato e ha preso l’anno passato e l’ha spazzato via con un colpo di scopa e spumante tre due uno bum via è arrivato questo qui nuovo nuovo anche se a ben guardarlo mi sembra molto simile a quello vecchio cosa stavamo dicendo già sono passati pochi secondi alla mezzanotte e mi guardo intorno e mi guardo dentro e mi guardo intorno ma non solo a me mi guardo intorno al mondo al mondo al mondo tutto mi viene da pensare chissà perché a un soldato che fa una ronda inutile e cammina avanti e indietro su una frontiera deserta e poi mi viene in mente la luce della casa di riposo vicino a casa mia che dalla finestra si vede la macchinetta delle bibite e magari c’è qualche figlio di o nipote di o amico di che sta prendendo un caffè dopo aver detto buon anno a qualcuno che non gli risponde nemmeno e poi mi viene in mente il casellante ma certo il casellante che ne saranno rimasti due in tutta italia che vede passare le persone un po’ come il signor inverno e poi mi viene in mente senza andar tanto lontano mi basta guardare in questa stanza e vedo tutto quello che c’è da vedere ci sono io che sono solo solo solo e poi là in fondo c’è una donna sola sola sola anche lei noi soli siamo quelli che ci rifugiamo al telefono tra un attimo magari per chiamare la mamma o i figli o un numero a caso pur di non dover mostrare a qualcuno i nostro occhi deboli e spaventati e poi c’è la signora anziana che si commuove e poi ci sono i bambini che giocano anche se è capodanno e non gliene frega niente dei buoni propositi e dei due baci sulla guancia e poi ci sono le coppie certo ci sono le coppie niente di personale nessuno se la prenda questo è un esercizio di immaginazione ma quando guardi le coppie che si baciano non è proprio come al cinema insomma ti viene da chiederti saranno felici saranno felici chissà come si baciano il primo dell’anno se lei cinge le braccia dietro al collo di lui e lo bacia come il primo giorno oppure se quel bacio è usato e quotidiano un po’ come tutto il resto e poi ci sono quelle coppie e chissà quante sono e dove sono che sono come le stelle morte le stelle che continuano a emettere luce per noi terrestri che le ammiriamo e in realtà loro se ne sono andate da un pezzo solo che nessuno lo sa nessuno se ne accorge nemmeno loro se ne accorgono e continuano a buttare nel cielo quel puntino luminoso e loro si illudono e noi ci illudiamo che quella sia una luce e invece non lo è più e poi ci sono le coppie felici mannaggia a loro quante ce n’è in giro mica felici come al cinema no felici normali che poi è la cosa migliore meglio lasciare il cinema a casa sua ma io quello che volevo dire dopo il conto alla rovescia e ‘sto cazzo di primo minuto che sta per finire e il soldato di frontiera e l’anno passato e tutta questa roba che mi è passata per la testa in questo minuto infinito quello che volevo dire o meglio volevo domandare ma tu ma tu ma tu mia adorata dove sei perché non sei qui con me che le devo dire signor inverno se lei si porta via l’anno passato lei rischia di portarsi via anche anche anche ecco ci siamo capiti e poi son dolori il primo dell’anno e non è un gran regalo non è un bel modo per cominciare piangere dopo nemmeno un minuto che siamo al mondo di nuovo siamo al mondo daccapo allora cosa dice se io le lascio cosa le lascio quattro monete un pupazzo di neve sciolto le lascio un naso da pagliaccio tricolore e le lascio una barchetta di carta cosa ne dice lei me lo lascia l’anno passato come dice è ancora troppo poco allora guardi mi voglio rovinare le lascio anche una canzone una canzoncina piccola così che non la sa quasi nessuno gliela canto nell’orecchio e poi le lascio le chiavi di una casa quasi vuota che un amico mi ha prestato per un po’ e poi le lascio cartoline di mare sì cartoline di spiagge diverse e tutte uguali adesso basta non ancora allora guardi le lascio questa pagina le lascio questa fantasia mescolata alla memoria come dice questa pagina appartiene già all’anno nuovo allora guardi non so più cosa fare le lascio un quaderno di appunti un’agenda tenuta benissimo che è la mia e poi un palloncino di mia figlia che non lo usa più è rosso e bellissimo somiglia all’anno passato può sostituirli se vuole si somigliano un casino sa anche il palloncino era gonfio una volta era gonfio rosso di stupore e meraviglia e volava volava volava anche lui si può fare si può fare e così mentre intorno a me si susseguono i baci e i sorrisi di capodanno e auguri e auguri anche a te io mi ritrovo tra le mani in tasca l’anno passato il duemilaeundici l’anno che non vuole nessuno è qui in tasca solo per me e se qualcuno vuole ogni tanto può chiedermelo ce lo riguardiamo insieme quest’anno doloroso e incantevole evviva l’anno vecchio evviva l’anno nuovo adesso può anche arrivare e fare quello che deve fare il primo minuto è andato sfumato volato spazzato siamo già in quelli dopo nelle ore dopo nei pensieri dopo dopo dopo dopo dopo dopo ci pensiamo intanto buon anno buon anno a tutti al mio papà e alla mia mamma a tutti a tutti a tutti a chi so io e a chi sa lei a tutti tutti buon anno buone cose buone lacrime buone carezze tanti baci.

Luca Chieregato

lunedì 12 dicembre 2011

La città di spago e di cartone

La memoria è un luogo fatto di strade, case, di nomi e di volti.
A volte sono immagini nitide, a volte sfocate.
I ricordi sono scatole cinesi, che ne contengono altri e altri ancora; come in un infinito gioco di specchi.
Ci sono momenti in cui non posso fare a meno di accettare la magia di questo gioco.
Chiudo gli occhi.
Riconosco il luogo della mia memoria: la mia città, ma non com’è ora, ma quella di trentacinque anni fa.
Uguale, ma profondamente diversa.
La prima cosa che “vedo” , è una città fatta di incroci e spigoli “vivi”.
Ad ogni angolo, bambini giocano a palla o sfrecciano su Grazielle sgangherate.
Ogni tanto devono interrompere i loro giochi per far passare una 127.
Di CityVan o SUV neanche l’ombra.
La giornata inizia, davvero, con il suono della campanella di fine lezioni.
Finalmente fuori.
Un esercito di soldatini con le uniformi bianche e nere che, appena superato il portone della scuola, rompono le righe.
Tanti bambini e pochi genitori.
Centinaia di gambette secche, dentro a improbabili pantaloni a quadri, si riuniscono in drappelli per progettare il futuro: “ Appena dopo mangiato ci troviamo tutti in piazza”.
La città è piena di trabocchetti e antri misteriosi, di avventure e territori da esplorare.
Vicolo Pomè, per esempio, è una livida ferita tra le due vie principali: Via Madonna e via Matteotti , una sorta di compromesso storico in pieno Rho.
È un vicolo buio e sporco; puzza di piscio di cane e rancido.
Ho nove anni e il cuore che batte forte in gola.
Lo devo attraversare, è l’ultima prova di coraggio per entrare nella banda.
Mi aspettano all’altro capo e non sono sicuri che io ce la possa fare.
Cammino piano, raggiungo il punto più buio, li una leggera curva piega verso sinistra, a destra si spalanca una spaventosa bocca sdentata pronta ad inghiottirmi.
È l’arcata di un vecchio cortile, si mormora che tra quelle mura umide e scrostate siano scomparsi decine di bambini, tutti di nove anni.
Stringo i pugni ed accelero il passo.
Vorrei correre, ma non mi è permesso.
Respiro forte e finalmente vedo i lampioni della piazza, sono fuori, sano e salvo.
Mi volto, guardo l’oscurità alle mie spalle, e mi sento un po’ più grande.
Altri vicoli e altri cortili abitano i miei ricordi, non tutti così spaventosi.
Vicolo Resegone numero 6, un posto incantato: il rottamaio.
Con poche lire potevi acquistare il tuo destriero; un Ronzinante vecchio ed arrugginito che, con qualche pennellata di vernice, si trasformava in “Furia cavallo del west” o in Tornado di Zorro.
Oppure, portando carta, stracci e rottami, Martino, così si chiamava, ti dava in cambio qualche spicciolo che potevi spendere in caramelle gommose e patatine.
Ce ne sono altri di luoghi magici: c’e, negozietto polveroso e senza nome dove si potevano scambiare fumetti e soldatini.
Poi c’era la strada.
Le vie della città, le stesse di ora, ma decisamente più larghe.
Tanto da permettere alla mamma di seguirti con lo sguardo dalla finestra, mentre ti dirigi, tutto impettito verso scuola.
Tanto da poter trascorre interi pomeriggi a giocare a ce l’hai o mago libero.
Strade di gatti e cani randagi, di uomini e donne dallo sguardo severo, di ore passate a girare e girare.
Strade di figurine da lanciare più lontano, di cinema dai sedili di legno, di gazzose da bere con la stringa di liquirizia.
Strade di citofoni da suonare e poi scappare, di muri da scalare, di voci che gridavano “ mamma! buttami le chiavi che salgo” o più spesso “Mamma ancora cinque minuti”
Strade di scale scese in fretta e risalite ancora più velocemente, di pianerottoli bui e mamme che ti aspettano “che è già in tavola”
Strade di “non accettare le caramelle dagli sconosciuti, possono essere drogate”, nessuno me le ha mai offerte, ma i tossici quelli li vedevamo, ombre che camminano, li spiavamo nascosti sugli alberi del giardino del santuario, mentre si facevano.
Ci spaventavano ma allo stesso tempo ci incuriosivano, anche quella per noi era un’avventura.
Le vie del centro si aprivano e si chiudevano alla nostra fantasia.
Erano immensità infinite da perlustrare stile Spazio 1999, oppure le strette gole dell’Ok corrall nelle quali stavano in agguato le bande rivali.
Erano lanci di sassi e di cerbottane, erano ginocchia sbucciate e miccette da far scoppiare tra le dita.
Strade intricate come vasi sanguinei di un corpo vivo, una città semplice, fatta di spago e cartone dove tutto, o quasi, era possibile.
Un luogo conosciuto e allo stesso tempo, ignoto.
In periferia le strade si allargavano e correvano dritte verso la prateria, noi a cavallo dei nostri destrieri battevamo quei percorsi alla ricerca di nuovi confini.
Insieme a quello sciame schiamazzante, rumoroso di cartoncini tra i raggi per credersi più grandi, di urla e di risate, supero i limiti della mia memoria.
Tutto diventa più confuso, come l’età che sto per raggiungere, come la fine dell’infanzia.
Sono costretto ad aprire gli occhi, ad abbandonare la magia.
Vedo i miei figli che, ora, giocano in una città virtuale, dentro una stanza, dentro uno schermo.
Un po’ mi dispiace.
Perché, in fondo, sarà che avere dieci anni è meglio che averne quaranta, ma non scambierei mai la mia infanzia con la loro.

mercoledì 30 novembre 2011

Racconto erotico 2 . Dalla parte della swarz

Non è per vantarmi, ma sono una swarz con i più grossi rabonf di tutto il pianeta Vromptz. Gli gnom fanno la fila per infilare i loro sgrap nella mia sgnec, nella crip e nella cipeciap. E non parlo di gnom qualsiasi, parlo di gnom di gran classe, quelli che abitano nelle oasi dorate di Orabit! Gnom che potrebbero avere tutte le swarz ai loro 12 piedi, swarz con delle borf meravigliose, sode, liscie, dalla forma ottagonale perfetta.
Ma io sono una swarz speciale, una che fa intostare gli sgrap come meteoriti dei Burugnach solo con lo sguardo!
Una che gli gnom se li succhia come delle cozze di fruz.
Eppure quella volta ho perso la testa per uno gnom
E' stato per quello gnom di Sgrom
Si, avete capito bene : uno gnom di Sgrom.
Uno gnom di Sgrom della provincia di Brom del pianeta di Crom.
A sud di Zom.
Si chiamava
Gigi.
Ci siamo incontrati durante un aperitivo da Crisputz, il famoso locale dove gli sgnic si accoppiano con gli sciac per fare un patratrcic. Ero vestita come solito in circostanze simili: una tuta spaziale aderentissima, dove ci avevo versato dentro il mio corpo, facendo risaltare i miei spledidi rabonf, e le 87 curve del mio sodo crip.
Di fronte a me, due coatti gnom, uno verde e uno arancione, ballavano in modo lascivo lanciandomi occhiate provocanti. Quello verde tirò fuori la lingua e se la passò sulle labbra bitorzolute, poi si sfilò un occhio e lo fece rotolare sino ai miei piedi. L'occhio mi osservò, sbattendo le ciglia, quindi prese a saltellarmi intorno. Feci finta di nulla, benchè la mia sgnec trillasse così forte da frantumare il bicchiere che tenevo tra le ventose. Diedi un calcetto all' occhio e lo rimandai al proprietario, che con un'alzata di spalle lo rimise al suo posto. Il tempo di versarmi da bere che osservai lo gnom arancione sparire con uno sbuffo di vapore, per poi materializzarsi al mio fianco.
Osservai la sua enorme testa ovale schiudersi come un fiore di caprapazof , da dove fuoriuscì una voce stridula:
Sono disposto a darti 1700 eiuchi, se ti fai zugrugnare da me e dal mio amico”.
Gli allargai l'elastico della tuta dei pantaloni e ci versai dentro l'intero contenuto del mio bicchiere, il kaboom! Una bevanda ribollente, calda come la lava di Zuzuratz.
Un leggero sfrigolio, seguito da uno sbuffo di vapore gli uscì dal pantalone, mentre lo gnom urlava, bestemmiando come uno scaricatore del porto di Rochit di Baluch di Frucit. Quindi con uno sbuffo di vapore nero sparì dalla mia vista.
Non avevo voglia di avventurette, volevo qualcosa che mi coinvolgesse totalemente. Dopo un paio di ore, e dopo parecchi bicchieri di kaboom ( difficile resistere a quella massa gelatinosa ribollente) decisi di uscire dal locale. La testa mi girava così forte che ad un certo punto mi si staccò. Riuscì a rinfilarmela solo grazie all'aiuto di un giovane barman, che in cambio mi chiese di poter toccare una delle mie famose rabonf.
Certo, fai pure” dissi, con un sorriso “ ma fai attenzione, potrebbero staccarti la mano con un morso.”
Il barman rinunciò, allontanandosi borbottando. Ne avevo abbastanza, volevo andarmene da quel posto. Barcollando mi incamminai verso l'uscita, quando la porta si aprì e lo vidi entrare:
Uno Gnom di Sgrom, bello come un tramonto di Elup!
I nostri sguardi si incrociarono, e io immediatamente mi gonfiai in modo abnorme. La tuta esplose in mille pezzi e rimasi completamente nuda, di fronte a lui, con le mie rabonf che lo puntavano fameliche. Era la prima volta che incontravano uno gnom di Sgrom e ne erano rimaste folgorate, come me d'altronde. Sgrom era un pianeta famoso per i suoi abitanti, di una bellezza sconvolgente, rinomati per le loro arti amatorie. Purtroppo gli abitanti di Sgrom si erano estinti da quando un enorme Blof, scambiando quel pianeta per una pallina da tennis, lo aveva lanciato fuori dalla galassia con un colpo di racchetta.
Ma tu non dovresti essere vivo!” esclamai. Mi resi subito conto di quanto fosse ridicola quella frase, e gli chiesi scusa. Il suo viso delicato cambiò colore, divenne giallo fosforescente, illuminando tutto i l locale.
Sono morto, infatti” mormorò “ ma prima di estinguermi, volevo sfrugugliare per un ultima volta. Vuoi sfrugugliare con me?”. Rimasi un attimo interdetta. Poi scrollai le spalle: uno dei tanti misteri degli gnom di Sgrom del pianeta di Crom.
Come si dice a Uachacha” dissi con un sorriso “Arucha tuzucha barucha rurap!”
La bocca sopra la fronte dello gnom di Sgrom emise una risata fragorosa, mentre dall'altra bocca la lingua guizzò fuori e si avviluppò intorno al mio collo, tirandomi a se, il suo sgrap turgido premuto al mio petto.
E tanto che non mi faccio una bella rambuzolok coi controrambuzolok.” mormorò lui, metre la punta della lingua mi si infilava dentro l'orecchio.
Ho la sgnec che ulula come fosse un barabau.” sussurai “Che ne dici di andare in un luogo appartato, cosi mi potrai fare provare i tuoi sgrap?” i suoi sgrap, sentendosi nominare, iniziarono a trillare all'unisono, felici .
Da me, oppure da te?” domandai. Non riuscivo a staccare il mio occhio da quell pezzo di Gnom di Sgrom.
Da me” mormorò lui, quindi mi sollevò da terra usando la lingua, adagiandomi delicatamente sulle sue spalle. Usciti dal locale, quel magnifico pezzo di pocioch iniziò a galoppare, veloce come il vento. Io, agrappata al suo sinuoso collo, cercavo di non cadere, e nello stesso tempo gli accarezzavo le spugnose spalle bitorzolute. Lui nitriva eccitato, scintille fuoriuscivano dalle orecchie. Sfondò la porta di casa sua con una testata, quindi ci gettammo nel letto e lì, lui si spogliò completamente, lanciandomi occhiate compiaciute...
Quel pezzo di Gnom di Sgrom della provincia di Brom del pianeta di Crom! Altro che sgrap, i suoi erano dei super bazuk, coi contro bazuk! Ne agguantai uno e ci soffiai dentro, con tutto il fiato che avevo in corpo. La testa gli prese fuoco, come un tizzone ardente del vulcano di Ikatuka.
Che Swarz fantastica!” ululò lui, quindi iniziò a saltarmi sulla schiena.
Non fermarti, magnifico Gnom di Sgrom della provincia di Brom del pianeta di Crom!” dissi io, felice.
Si, chiamami Gigi!” esclamò lui, librandosi in aria per poi ricadermi sulla schiena.
Gigi, Gigi! Sono la tua frugast!”
Frugast! frugast! Sei la più sballach di tutte le frugast!” urlò lui, così forte che i muri vennero giù.
Si, Gigi, continua così!” esclamai io, tra i calcinacci.
Lui si inalzò in alto, sino al cielo, con la sua meravigliosa testa fiammeggiante, quindi mi ricadde addosso, con un tonfo sordo. Szugurgliammo insieme, appagati e felici.
Quando ripresi coscienza, di lui non era rimasto che un mucchietto di cenere al mio fianco. Lo Gnom di Sgrom della provincia di Brom del pianeta di Crom era morto. Definitivamente. Soffiai delicatamente sui suoi resti, che si persero nell'aria frizzante del mattino.
Addio, Gigi” mormorai “ Sei stato come un Cutala di Gevach, in una notte di Babusoch..”