"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater
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giovedì 29 novembre 2012

Il tempo dell'attesa


16.30, solito bar. Il caffè amaro è una riscoperta, i tavoli beige una costante. Punti fissi per gli occhi, da qualche anno persi nell’andirivieni di una città che non ha riposo, che è in continuo movimento. E’ molto che aspetti?Avevo dimenticato l’appuntamento. E’ che mi perdo dentro me stessa, e mi ritrovo, poco dopo, nell’incontrare uno sguardo che tacendo si racconta. In città, un caffè e le emozioni che cercano, confuse, il loro posto. In mezzo alla gente, in mezzo a tante parole che non dicono niente, un caffè. In un caffè sguardi rallentati e pensieri. Pensieri sospesi in equilibrio instabile, annebbiati e confusi, svelati e celati nella guerra, pur assopita, d'un gioco di ricordi.
Alle 16.30, a Novembre, il cielo ha ancora bei colori, tiepidi. C'’è un momento, quando la notte si veste e si fa bella prima di uscire, in cui i colori non sono distinguibili, la luna velocemente si impone e il vento cambia lentamente la sua direzione. L’accennarsi del freddo della sera, il vapore della tazzina ad offuscare corrispondenze di sguardi. Nulla di definito, niente che avesse un nome, o una definizione, così come spesso accade, eccetto il mio caffè amaro.
Un caffè alle 16.30 è una riscoperta; i tavoli beige una costante, quell'escamotage buono nell’imbarazzo di dire. Ci sediamo?Allora? E’ molto che mi aspetti?Si finge sempre, m’hai detto una volta. Non c’è confine tra la verità e la menzogna. No, sono appena arrivata. Ho visto solo l’imbrunire dentro uno sguardo ed un futuro da costruire, alle 16.30 di un qualunque venerdì pomeriggio.
E’ che è molto che mi aspetto. E’ che mi sto ancora, dannatamente, aspettando.

martedì 15 novembre 2011

Viaggio di una notte

Ti spiego un istante.Mi chiedi stai bene.
Fallo lentamente. Annoda le parole alle mie dita lunghe, stringi i miei polsi e guarda le gambe sottili. Son ferme a riposare, reduci da corse già concluse. Fredde, ad aspettare cartine geografiche di un Nord ancora sconosciuto.Il tempo si arrotola piano, poi corre, sulle discese sassose dei miei istinti.Gli istinti miei che risalgono, spinti da una nuova corrente. Vento tiepido a posarsi sul mio corpo.


Le gambe tue pure fredde. Immobili, ad aspettare nuovi orizzonti. Di un Sud immaginario, teatro di scene mai viste.


Ti spiego un istante.
Mi chiedi stai bene.


Lenzuola stese ad aspettare il sole, in un inizio d'inverno che è ancora caldo nell'accorciarsi dell'ombra del mezzogiorno. La voce tua che pure vibra tra note che di passione. Gli occhi miei.Lentamente. Lega i miei capelli ai tuoi, di nodi inconsistenti. Districa le ore trascorse. E con le dita, con le dita disegna profili sulla mia schiena. Profili del tempo trascorso, gettato via, morto e risorto. Con le dita percorri il mio viso. E sotto gli occhi poi fermati. Ché sulle gote sembri, oppure diventi, goccia e riflesso di me. E le mie gote divengono, oppure appaiono solo, traccia di te.


Ti descrivo un odore. Mi dici che è buono. Mi tocchi le braccia. Guardi le mani. Scivoli piano. S’annoda il pensiero. Mi scopri le spalle. Un ritaglio di tempo. Una scritta in greco, un tatuaggio nascosto. Lenzuola già asciutte. Un viaggio che dura una notte. Una notte in un viaggio. Le dita tue che somigliano a mille matite.


Ti spiego sto bene.
Mi chiedi un istante.


E il disegno di te sulla pelle.

martedì 1 novembre 2011

sabato 22 ottobre 2011

l'occhio dell'anima

L’enorme occhio continuava a scrutarlo, sbattendo la palpebra a intervalli regolari.
La stanza, dai muri bianchi, era completamente vuota, priva di qualsiasi porta o finestra.
Solo quell’imbarazzante e indiscreto osservatore sporgeva da una delle pareti. Il soffitto era di un colore blu scuro, e sembrava ospitare la sorgente dalla quale proveniva la tiepida illuminazione della stanza. Gregor non riusciva a scrollarsi di dosso la terribile ansia provocata dalla sua curiosa e indescrivibile situazione. Iniziava a meditare, quasi perdendosi nei foschi fumi della follia che annebbiano l'uomo, propositi violenti contro quel maledetto impiccione: colpirlo con raffiche di pugni fino a costringerlo a chiudere la sua immobile palpebra sottile. Sino ad ora non aveva escogitato altre soluzioni efficaci per far cessare quell’angosciante osservazione. Si era trattenuto dal passare all’azione con una certa circospezione insita nella sua coscienza. Prima voleva valutare attentamente le possibili reazioni che poteva intraprendere quello che ormai considerava essere il suo nemico; ma le conclusioni alle quali era arrivato almeno una decina di volte, erano sempre le stesse. La stanza non aveva accessi visibili: nessuno avrebbe potuto intervenire in difesa di quel maledetto occhio che lo scrutava scavandone il fondo dell'anima. Quest’ultimo, poi, non poteva certo afferrarlo o cercare di sopraffarlo. Dopo aver confermato a se stesso ancora una volta le medesime conclusioni, Gregor si decise ad attaccare. Si appoggiò alla parete opposta rispetto a quella che ospitava l’occhio, sempre osservatore sospeso nel traboccante vuoto di quell'assurdo. Prese lo slancio, e con foga raggiunse il suo bersaglio, iniziando a colpirlo con calci e pugni, senza fermarsi. Non prestò particolare attenzione alla coordinazione con la quale lasciava partire i propri colpi sicuri e precisi, pensò semplicemente a sfogare la rabbia e l’angoscia che pervadevano la sua anima nella geometrica agonia di quella stanza vuota.
Quando iniziò a sentire fitte sempre più dolorose a braccia e gambe, si allontanò dalla parete; rimase ad osservare per qualche istante la sua vittima , poi si inginocchiò esausto sul pavimento. Erano trascorsi pochi secondi quando l’uomo sollevò lo sguardo verso l’occhio, e quello che vide lo lasciò esterrefatto: lente e ripugnanti lacrime iniziarono a infrangersi con rumore sordo sul pavimento. Quando Gregor ragionava sulle possibili reazioni del suo avversario, aveva tralasciato la più semplice e banale delle condizioni. Si diede dello sciocco per qualche istante, poi l'istinto represso prese il sopravvento: iniziò a inveire inutilmente contro l’occhio, mentre cristalline gocce di memoria iniziavano a perdadere la stanza fino a riempirne quasi un terzo. Faticava sempre più a tenersi a galla, si sentiva stanco; soprattutto esausto, sopraffatto, sconfitto, dalla sua voce di dentro.

Francesca Casagrande

A volte l'anima..







Qualche volta le anime
fanno un percorso diverso
Qualche volta le anime
scivolano dietro ai ricordi
appese al loro amore
e un sole blu indica loro il cammino.



Accarezzano l’amore da una gelida cima
che penetra col suo inverno
nelle loro ossa nude
Siamo tutti un po’ vittime
sul piedistallo del Mondo.
Tutti un po’ ladri d’amore
sulle grondaie delle Città.
Uno stormo felice di uccelli
canta il suo stupore selvaggio
mentre prega
ignaro
della pioggia che lo investirà al tramonto.
Qualche volta
un’anima si libera dal cerchio
e solo allora torna quiete alla sua origine
con la forza del dolore
dando al Mondo
il profumo di un siffatto respiro.