"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater
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martedì 6 marzo 2012

Urban Club





Concorso di racconti Urban Fantasy 

(Si tratta di un concorso di narrativa Urban Fantasy, sono state pubblicate le raccolte le opere e sono visualizzabili da chiunque. Troverete me come uno dei giudici di gara e verrà creata un antologia dei racconti migliori; la quale verrà poi proposta alle case editrici. Venite a dare un occhiata! )

domenica 1 gennaio 2012

Mezzanotte e uno

 E così è iniziato il conto alla rovescia bene il conto alla rovescia dieci nove otto sette sei cinque quattro tre quella roba lì insomma che mancano pochi secondi manciate di secondi e poi questo anno infernale e bellissimo se ne andrà a fare in culo come tutti gli anni precedenti che se ci pensi bene alla fin fine mandi sempre questi messaggini del cazzo di auguri ma sotto sotto ce l’hai su con l’anno che se ne va sai già che ti mancherà ce l’hai su un po’ con lui perché in fondo in fondo in fondissimo gli hai voluto bene pure a lui che ti ha portato un carico di sfiga ma anche non c’è dubbio giornate di sole già giornate di sole e quelle magari non te le ricordi ma da qualche parte si mettono magari sotto le ciglia e dietro le pupille insomma quest’anno che se ne va lo cantava anche chi non mi ricordo chi la cantava l’anno che se ne va ma no era dalla lucio dalla e cantava l’anno che verrà e alla fine della canzone diceva che l’anno dopo era come l’anno prima che se vai a rileggere le operette morali di leopardi lo trovi già quel discorso lì è il dialogo tra il venditore di almanacchi e il passante e se non è il passante è una cosa del genere beh allora dove eravamo rimasti eravamo al conto alla rovescia già che in quei pochi secondi lì e soprattutto nel minuto dopo il minuto subito dopo che hai gridato buon anno ti guardi intorno non c’è un cazzo da fare ti guardi intorno e mentre ti guardi intorno ti guardi dentro altro che se ti guardi dentro non puoi farne a meno porca di quella troia magari sei andato in brasile in capo al mondo a fare il trenino pur di non guardarti dentro e invece poi eccolo lì quel minuto di merda quel conto alla rovescia dell’anima in cui scorrono scorrono scorrono scorrono scorrono le immagini i volti chi c’è chi non c’è con chi sei con chi non sei chi vorresti accanto e non c’è chi c’è e non lo vorresti accanto chi vorresti accanto e non c’è poi ti volti e vedi le coppie che si baciano ah ah che gioia che allegria buon anno anche a te siamo già nei primi dieci secondi dell’anno nuovo e mi sono già girati i coglioni signore mi scusi signor inverno mi scusi mi potrebbe ridare l’anno passato come non si può guardi che ne farò buon uso glielo posso garantire lo terrò qui in un angolo in un angolino in una cuccia da cocker se non le dispiace cosa vuol dire che non si può ma si guardi intorno anche lei signor inverno guardi che il mondo cammina anzi corre anzi vola anzi precipita qui son tutti già rivolti con lo sguardo in avanti è così che si fa bisogna guardare avanti esercitarsi a sperare trovare l’amore cambiare lavoro guadagnare tanto fare buoni propositi per l’avvenire non stia tanto a farla lunga lei signor inverno mi lascia questo anno appena passato e io me lo tengo stretto tutto per me con tutto il suo dolore e la sua bellezza come dice le fa un certo effetto sentire ‘ste due paroline vicine vicine eppure è così signor inverno ascolti un cretino dolore e bellezza dolore e bellezza vanno a braccetto anzi si tengon per mano un po’ come paura e coraggio ma non stavo dicendo questo stavo dicendo la prego la scongiuro mi lasci quest’anno passato che tanto a sentire quel che si sente in giro non se lo fila nessuno non lo vuole nessuno tutti a dire che anno di merda andrà senza dubbio meglio certo ma figurati ma chi lo mette in dubbio però se voi non avete niente in contrario io mi terrei questo qui me lo terrei tra la mani per qualche ora per qualche giorno insomma per un po’ e me lo riguarderei come un album di fotografie già ingiallite guardalo qui quest’anno dolorante e appena morto guardalo come è stato anche lui come noi gonfio d’amore e carico di speranza e poi ferito di promesse svanite e di desideri sfumati come nuvole un po’ come noi caro anno passato somigli un po’ a tutti noi indolenziti addolorati affranti incantati bambini stanchi ancora affamati e ancora assetati di carezze sì carezze sì alla fin fine quelle vogliamo ci han dato ‘sta cazzo di moneta debole e poi forte e poi ancora debole prima era la lira e adesso è l’euro ma sono le carezze la vera moneta del mondo non stiamo a farla tanto lunga a che punto eravamo arrivati già son passati pochi secondi dopo la mezzanotte e già mi sono girati i coglioni poi m’è venuto da chiedere al signor inverno di regalarmi l’anno passato anziché l’anno venturo e lui ha fatto spallucce ma guardi signor inverno coi baffoni io non sto mica scherzando io lo terrei qui con me lo tratterei con cura perché gli ho voluto bene che mi ha portato tante di quelle lacrime che avercene di lacrime così a un certo punto pensavo che finissero e invece le lacrime sono come le carezze non finiscono mai è difficile da accettare ma è così solo che noi siamo abituati male sa com’è abituati come siamo a comprare e a vendere non facciamo che dire tu cosa mi dai tu cosa mi dai se ti faccio una carezza tu cosa mi dai tu cosa mi dai tu cosa mi dai è difficile è dura la vita di noialtri nessuno lo mette in dubbio eppure a me piace sa cosa le dico mi piace la vita di noi poverini uomini malandati la trovo terribile e bellissima e poi non dimentichi signor inverno i baci posso dirlo i baci sì quelli forse non sono stati tantissimi ma quelli che sono arrivati son bastati per un anno intero non lo posso negare i baci signor inverno sono l’invenzione più dolce che l’uomo si è sognato di inventare almeno io la penso così sì lo so che dovrei sperare nei baci anche per l’anno a venire e infatti ci spero e nemmeno poco ma sa cosa le dico non vorrei che con questa cosa del guardare avanti magari mi capitasse di dimenticare qualche bacio di dimenticarne qualcuno di farlo cadere dal cuore e questo mi dispiacerebbe a dirla tutto vorrei vorrei vorrei che i baci dati e le carezze ricevute e le lacrime piovute stiano tutti qui con me come fratellini di cristallo come figurine di vetro posate sulla pelle ecco ecco ecco questo vorrei e invece lei signor inverno è spietato e ha preso l’anno passato e l’ha spazzato via con un colpo di scopa e spumante tre due uno bum via è arrivato questo qui nuovo nuovo anche se a ben guardarlo mi sembra molto simile a quello vecchio cosa stavamo dicendo già sono passati pochi secondi alla mezzanotte e mi guardo intorno e mi guardo dentro e mi guardo intorno ma non solo a me mi guardo intorno al mondo al mondo al mondo tutto mi viene da pensare chissà perché a un soldato che fa una ronda inutile e cammina avanti e indietro su una frontiera deserta e poi mi viene in mente la luce della casa di riposo vicino a casa mia che dalla finestra si vede la macchinetta delle bibite e magari c’è qualche figlio di o nipote di o amico di che sta prendendo un caffè dopo aver detto buon anno a qualcuno che non gli risponde nemmeno e poi mi viene in mente il casellante ma certo il casellante che ne saranno rimasti due in tutta italia che vede passare le persone un po’ come il signor inverno e poi mi viene in mente senza andar tanto lontano mi basta guardare in questa stanza e vedo tutto quello che c’è da vedere ci sono io che sono solo solo solo e poi là in fondo c’è una donna sola sola sola anche lei noi soli siamo quelli che ci rifugiamo al telefono tra un attimo magari per chiamare la mamma o i figli o un numero a caso pur di non dover mostrare a qualcuno i nostro occhi deboli e spaventati e poi c’è la signora anziana che si commuove e poi ci sono i bambini che giocano anche se è capodanno e non gliene frega niente dei buoni propositi e dei due baci sulla guancia e poi ci sono le coppie certo ci sono le coppie niente di personale nessuno se la prenda questo è un esercizio di immaginazione ma quando guardi le coppie che si baciano non è proprio come al cinema insomma ti viene da chiederti saranno felici saranno felici chissà come si baciano il primo dell’anno se lei cinge le braccia dietro al collo di lui e lo bacia come il primo giorno oppure se quel bacio è usato e quotidiano un po’ come tutto il resto e poi ci sono quelle coppie e chissà quante sono e dove sono che sono come le stelle morte le stelle che continuano a emettere luce per noi terrestri che le ammiriamo e in realtà loro se ne sono andate da un pezzo solo che nessuno lo sa nessuno se ne accorge nemmeno loro se ne accorgono e continuano a buttare nel cielo quel puntino luminoso e loro si illudono e noi ci illudiamo che quella sia una luce e invece non lo è più e poi ci sono le coppie felici mannaggia a loro quante ce n’è in giro mica felici come al cinema no felici normali che poi è la cosa migliore meglio lasciare il cinema a casa sua ma io quello che volevo dire dopo il conto alla rovescia e ‘sto cazzo di primo minuto che sta per finire e il soldato di frontiera e l’anno passato e tutta questa roba che mi è passata per la testa in questo minuto infinito quello che volevo dire o meglio volevo domandare ma tu ma tu ma tu mia adorata dove sei perché non sei qui con me che le devo dire signor inverno se lei si porta via l’anno passato lei rischia di portarsi via anche anche anche ecco ci siamo capiti e poi son dolori il primo dell’anno e non è un gran regalo non è un bel modo per cominciare piangere dopo nemmeno un minuto che siamo al mondo di nuovo siamo al mondo daccapo allora cosa dice se io le lascio cosa le lascio quattro monete un pupazzo di neve sciolto le lascio un naso da pagliaccio tricolore e le lascio una barchetta di carta cosa ne dice lei me lo lascia l’anno passato come dice è ancora troppo poco allora guardi mi voglio rovinare le lascio anche una canzone una canzoncina piccola così che non la sa quasi nessuno gliela canto nell’orecchio e poi le lascio le chiavi di una casa quasi vuota che un amico mi ha prestato per un po’ e poi le lascio cartoline di mare sì cartoline di spiagge diverse e tutte uguali adesso basta non ancora allora guardi le lascio questa pagina le lascio questa fantasia mescolata alla memoria come dice questa pagina appartiene già all’anno nuovo allora guardi non so più cosa fare le lascio un quaderno di appunti un’agenda tenuta benissimo che è la mia e poi un palloncino di mia figlia che non lo usa più è rosso e bellissimo somiglia all’anno passato può sostituirli se vuole si somigliano un casino sa anche il palloncino era gonfio una volta era gonfio rosso di stupore e meraviglia e volava volava volava anche lui si può fare si può fare e così mentre intorno a me si susseguono i baci e i sorrisi di capodanno e auguri e auguri anche a te io mi ritrovo tra le mani in tasca l’anno passato il duemilaeundici l’anno che non vuole nessuno è qui in tasca solo per me e se qualcuno vuole ogni tanto può chiedermelo ce lo riguardiamo insieme quest’anno doloroso e incantevole evviva l’anno vecchio evviva l’anno nuovo adesso può anche arrivare e fare quello che deve fare il primo minuto è andato sfumato volato spazzato siamo già in quelli dopo nelle ore dopo nei pensieri dopo dopo dopo dopo dopo dopo ci pensiamo intanto buon anno buon anno a tutti al mio papà e alla mia mamma a tutti a tutti a tutti a chi so io e a chi sa lei a tutti tutti buon anno buone cose buone lacrime buone carezze tanti baci.

Luca Chieregato

lunedì 12 dicembre 2011

La città di spago e di cartone

La memoria è un luogo fatto di strade, case, di nomi e di volti.
A volte sono immagini nitide, a volte sfocate.
I ricordi sono scatole cinesi, che ne contengono altri e altri ancora; come in un infinito gioco di specchi.
Ci sono momenti in cui non posso fare a meno di accettare la magia di questo gioco.
Chiudo gli occhi.
Riconosco il luogo della mia memoria: la mia città, ma non com’è ora, ma quella di trentacinque anni fa.
Uguale, ma profondamente diversa.
La prima cosa che “vedo” , è una città fatta di incroci e spigoli “vivi”.
Ad ogni angolo, bambini giocano a palla o sfrecciano su Grazielle sgangherate.
Ogni tanto devono interrompere i loro giochi per far passare una 127.
Di CityVan o SUV neanche l’ombra.
La giornata inizia, davvero, con il suono della campanella di fine lezioni.
Finalmente fuori.
Un esercito di soldatini con le uniformi bianche e nere che, appena superato il portone della scuola, rompono le righe.
Tanti bambini e pochi genitori.
Centinaia di gambette secche, dentro a improbabili pantaloni a quadri, si riuniscono in drappelli per progettare il futuro: “ Appena dopo mangiato ci troviamo tutti in piazza”.
La città è piena di trabocchetti e antri misteriosi, di avventure e territori da esplorare.
Vicolo Pomè, per esempio, è una livida ferita tra le due vie principali: Via Madonna e via Matteotti , una sorta di compromesso storico in pieno Rho.
È un vicolo buio e sporco; puzza di piscio di cane e rancido.
Ho nove anni e il cuore che batte forte in gola.
Lo devo attraversare, è l’ultima prova di coraggio per entrare nella banda.
Mi aspettano all’altro capo e non sono sicuri che io ce la possa fare.
Cammino piano, raggiungo il punto più buio, li una leggera curva piega verso sinistra, a destra si spalanca una spaventosa bocca sdentata pronta ad inghiottirmi.
È l’arcata di un vecchio cortile, si mormora che tra quelle mura umide e scrostate siano scomparsi decine di bambini, tutti di nove anni.
Stringo i pugni ed accelero il passo.
Vorrei correre, ma non mi è permesso.
Respiro forte e finalmente vedo i lampioni della piazza, sono fuori, sano e salvo.
Mi volto, guardo l’oscurità alle mie spalle, e mi sento un po’ più grande.
Altri vicoli e altri cortili abitano i miei ricordi, non tutti così spaventosi.
Vicolo Resegone numero 6, un posto incantato: il rottamaio.
Con poche lire potevi acquistare il tuo destriero; un Ronzinante vecchio ed arrugginito che, con qualche pennellata di vernice, si trasformava in “Furia cavallo del west” o in Tornado di Zorro.
Oppure, portando carta, stracci e rottami, Martino, così si chiamava, ti dava in cambio qualche spicciolo che potevi spendere in caramelle gommose e patatine.
Ce ne sono altri di luoghi magici: c’e, negozietto polveroso e senza nome dove si potevano scambiare fumetti e soldatini.
Poi c’era la strada.
Le vie della città, le stesse di ora, ma decisamente più larghe.
Tanto da permettere alla mamma di seguirti con lo sguardo dalla finestra, mentre ti dirigi, tutto impettito verso scuola.
Tanto da poter trascorre interi pomeriggi a giocare a ce l’hai o mago libero.
Strade di gatti e cani randagi, di uomini e donne dallo sguardo severo, di ore passate a girare e girare.
Strade di figurine da lanciare più lontano, di cinema dai sedili di legno, di gazzose da bere con la stringa di liquirizia.
Strade di citofoni da suonare e poi scappare, di muri da scalare, di voci che gridavano “ mamma! buttami le chiavi che salgo” o più spesso “Mamma ancora cinque minuti”
Strade di scale scese in fretta e risalite ancora più velocemente, di pianerottoli bui e mamme che ti aspettano “che è già in tavola”
Strade di “non accettare le caramelle dagli sconosciuti, possono essere drogate”, nessuno me le ha mai offerte, ma i tossici quelli li vedevamo, ombre che camminano, li spiavamo nascosti sugli alberi del giardino del santuario, mentre si facevano.
Ci spaventavano ma allo stesso tempo ci incuriosivano, anche quella per noi era un’avventura.
Le vie del centro si aprivano e si chiudevano alla nostra fantasia.
Erano immensità infinite da perlustrare stile Spazio 1999, oppure le strette gole dell’Ok corrall nelle quali stavano in agguato le bande rivali.
Erano lanci di sassi e di cerbottane, erano ginocchia sbucciate e miccette da far scoppiare tra le dita.
Strade intricate come vasi sanguinei di un corpo vivo, una città semplice, fatta di spago e cartone dove tutto, o quasi, era possibile.
Un luogo conosciuto e allo stesso tempo, ignoto.
In periferia le strade si allargavano e correvano dritte verso la prateria, noi a cavallo dei nostri destrieri battevamo quei percorsi alla ricerca di nuovi confini.
Insieme a quello sciame schiamazzante, rumoroso di cartoncini tra i raggi per credersi più grandi, di urla e di risate, supero i limiti della mia memoria.
Tutto diventa più confuso, come l’età che sto per raggiungere, come la fine dell’infanzia.
Sono costretto ad aprire gli occhi, ad abbandonare la magia.
Vedo i miei figli che, ora, giocano in una città virtuale, dentro una stanza, dentro uno schermo.
Un po’ mi dispiace.
Perché, in fondo, sarà che avere dieci anni è meglio che averne quaranta, ma non scambierei mai la mia infanzia con la loro.

venerdì 11 novembre 2011

Concorso

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 Oggi 07/11/2011 dichiaro le votazioni ufficialmente aperte.
♥●•٠·˙˙·٠•●♥ Ƹ̵̡Ӝ̵̨̄Ʒ ♥●•٠·˙˙˙˙·٠•●♥ ARKAVAREZ♥●•٠·˙˙·٠•●♥ Ƹ̵̡Ӝ̵̨̄Ʒ ♥●•٠·˙˙˙˙.




Purtroppo a causa di un carica batteria bruciato ho dovuto ritardare di un giorno la pubblicazione, ma posticiperò al giorno 17/11/2011 la fine delle votazioni e proclamerò il vincitore il giorno 18/11/2011.


Molte bene, veniamo a noi! Abbiamo qua 13 bellissime sirene, ogni sirena è innamorata del suo marinaio e ognuna parla del suo amore. Tutto questo ci lascia un compito arduo e difficile in quanto sembrano veramente convincenti e sincere. Non sarà facile scegliere quale sia la sirena più bella, ma sarà comunque il nostro compito. Leggete ogni poesia, dateci la vostra opinione se desiderate e votate secondo il vostro giudizio.
Come la scorsa volta, la poesia che otterrà il maggior punteggio, sarà la vincitrice e con molte probabilità anche la più bella. 


Grazie della vostra valutazione! ;-)


ECCO IL LINK: Concorso di poesie e filastrocche

Arkavarez

giovedì 20 ottobre 2011

ANCORA CINQUE MINUTI

Fa freddo oggi , siamo alla fine di Settembre ma quest'aria è proprio fredda.
Ecco,siamo arrivate; affondano sempre un po' le scarpe nella ghiaia sottile, un vialetto di ghiaia e di aghi di pino, odore di resina; trovano anche la voglia di tenere la siepe ben potata... tutta squadrata perfettamente, gli sarebbe piaciuta. Ecco le scale, la porta coi vetri che non si vede attraverso. Ci viene incontro il custode in divisa, ci dice che è un po' tardi, stanno chiudendo, li hanno già messi via... E' incredibile, devo pregare uno sconosciuto di lasciarmi vedere mio padre...
"Solo vedere pochi minuti vengo da Milano". E sia.
Mamma resta fuori nella sua bolla, non si rende ancora conto, con gli occhi bassi sembra contare gli aghi di pino.....
“ Mamma vado... poi torno..” quante cazzate si dicono quando non si sa cosa dire.
Attraverso un'altra porta, automatica questa volta, soffia e si chiude alle mie spalle. Siamo soli ora tu e io. Sei ancora piu magro dell'ultima volta. Ma dai! ti hanno arrotolato il rosario tra le dita.. saranno trenta anni che non entravi in chiesa, e questa volta ti tocca. Voglio accarezzarti la fronte, voglio darti un bacio proprio in cima alla fronte come facevi tu per non pungermi con la barba dura. Strano ti avevo immaginato più freddo, non sei freddo per niente, allora non ti avevano messo via. Oh cavolo è caduto il rosario, lo raccolgo non lo volevi eh! Oh mio Dio! hai gli occhi aperti! Sorvegliante!!! Aiuto!!! come cazzo si apre questa porta... hai girato la testa ho paura... mi sorridi...
"Sono proprio contento di vederti. Perchè stai là in fondo, vieni vicino dai, non avere paura, vieni vicino che non mi posso alzare.
"Chiamo qualcuno, non so, non è possibile."
"Hai paura di me? alzavo spesso la voce, è vero, ma non avrei fatto male a una mosca, lo sai: non ti ho mai dato neanche una sberla."
 "Pa' bastava uno sguardo"
"No, una te l'ho data,me la ricordo "
"Anche io me la ricordo, l'unica. Avevi risposto male a tua nonna ma non so più perchè "
"Non mi piaceva il latte e cacao come lo faceva lei, con i grumi, quello della mamma era piu buono"
"E tua madre dov'era ?"
 "Era in sanatorio a Sarzana da sei mesi"
"Sei mesi..... e ora dov'è? "
"E' qui fuori, non ce la fa ad entrare , la chiamo vado e poi torno"
"No resta. Ho avuto tanta paura di perderla allora, so cosa prova lei adesso, l'ho provato anche io. Tu c'eri , ma non ti vedevo neppure. Anche lei non ti vedrà per tanto tempo ancora. Il dolore rende ciechi. "
"Poi tu hai recuperato, non ho mai dubitato che mi volessi bene e poi guarda : ho le mani come le tue, grandi grandi, e so potare le piante, aggiustare una presa di corrente, cambiare la corda della tapparella, e in casa mia ho i cacciaviti in ordine dal più piccolo al più grande come facevi tu ".
"Si lo so, so tante cose di te, ti tenevo d'occhio."
"Come quando sei venuto a scuola con addosso la tuta blu della fabbrica, era mezzogiorno, la mamma aveva sicuramente messo in tavola gli spaghetti per te, e tu eri lì per vedere con che faccia uscivo dall'esame di maturità"
"Si era la prima volta che vedevo la tua scuola da dentro "
"Mi è preso un colpo quando ti ho visto, eri seduto sulla scalinata che va al primo piano, mi hai guardato di sbieco per paura di non vedermi felice e quando ho iniziato a sorridere hai sorriso anche tu, ti sei alzato, mi hai portato la borsa e siamo andati a casa".
"Ti tenevo d'occhio"
"Si mi piaceva"
"Si "
"Si"
Due sorrisi, un silenzio. Nella luce della porta soffiante riappare il custode sembra preoccupato
"Ho sentito gridare signora, si sente male?"
"No, no, è che non riuscivo ad aprire da dentro questa porta... volevo chiamare mia madre" e intanto vedo il tuo profilo fermo, freddo. mi avvicino, ti tolgo il rosario dalle mani e lo do al custode.
"Questo no, per favore, non lo avrebbe voluto" esco
"Mamma... fatto! é vero sai, dopo hanno i lineamenti distesi, non sembra neanche che abbia sofferto così tanto. Andiamo dai, prendimi sotto braccio che con la ghiaia si cammina male... ti tengo d'occhio sai." Iniziano tre viaggi ora: il tuo ha rumore di ruote d'acciaio e sportello che si chiude; il nostro di passi nella ghiaia e piccole cose di tutti i giorni che parlano di te ancora e ancora, la tavola apparecchiata con un posto vuoto dove nessuno riesce a sedersi, la mamma che dorme sempre nella sua parte di letto, i miei cacciavite in ordine e le siepi squadrate frammenti di te papà in ogni luogo della memoria.

pubblicato da
Nadia Del Frate

sabato 15 ottobre 2011

Il signor Giacomo

Alle 6,45 la sveglia del signor Giacomo suona. Lui si alza, va in cucina e mette la caffettiera sul fuoco.. Gli sovviene che oggi è sabato e quindi non lavora. Dandosi dello stupido, ritorna a letto e si riaddormenta. Si sveglia di soprassalto dopo pochi minuti, con la consapevolezza che, in effetti, oggi non è sabato.
E' venerdì.
Con un balzo esce dal letto, corre in bagno, quindi si veste ed esce dal proprio appartamento. Si infila nell'ascensore, scende sino al pianterreno, quando gli sorge il dubbio di aver lasciato aperto il gas in cucina. Schiaccia il pulsante del quinto piano,risale, quindi apre la porta di casa e sente il telefono squillare. Risponde: E' il Direttore dell'ufficio, che gli chiede spiegazioni del ritardo
. Il signor Giacomo si scusa, quindi esce di casa, sale in ascensore e schiaccia il pulsante del pianterreno.
All'altezza del secondo piano il signor Giacomo si rende conto di aver lasciato la chiave di casa infilata nella porta. Risale al quinto piano e trova la chiave ciondolante dal buco della serratura. La sfila , risale in ascensore e scende sino al pianterreno. Nell'androne incontra il portinaio, lo saluta , esce e si avvia verso la macchina.
Il signor Giacomo non trova le chiavi della macchina.
Sono rimasti nei pantaloni indossati il giorno prima. Veloce ritorna nel palazzo, saluta il portiere, entra in ascensore, arriva al quinto piano, entra a casa, corre in stanza da letto, ma i pantaloni non ci sono.
Il signor Giacomo si ricorda di averli messi a lavare in lavatrice.
Apre la lavatrice, tira fuori i panni bagnati, trova i pantaloni, recupera la chiave della macchina, esce di casa e...
l'ascensore non c'è.
E' fermo al primo piano. Lo chiama. L'ascensore parte, ma non sale. Scende al pianterreno.
Il signor giacomo schiaccia il pulsante dell'ascensore, e quello risale.
Ma al quarto piano si ferma.
E torna al pianterreno.
Il signor Giacomo decide di prendere le scale, scende tutte le cinque rampe di corsa , saluta il portiere, esce in strada, entra in macchina e decide di chiamare in ufficio per dire che è in ritardardo.
Ma il cellulare non c'è.
E' in casa.
Nel telefonino ci sono dei numeri importanti che il signor Giacomo deve chiamare in giornata, quindi è costretto a scendere dalla macchina, correre nel condominio, salutare il portiere, prendere l'ascensore, salire al quinto piano, aprire la porta e prendere il telefonino.
Ma non lo trova. Decide di chiamarsi, usando il telefono fisso. Lo sente squillare.
Ma non in casa. Il cicalio proviene da fuori.
Dall'ascensore.
Il signor Giacomo vede il telefonino in un angolo del pavimento dell'ascensore, l'istante prima che le porte si chiudano e l'ascensore scenda, al pianterreno.
Il signor Giacomo chiude la porta di casa e corre a rotta di collo per le scale. Nell'ultima rampa appoggia malamente il piede destro e si sloga una caviglia. Zoppicando e bestemmiando il signor Giacomo raggiunge l'ascensore al pianterreno.
E dentro l'ascensore, il telefonino, c'è.
Recuperato il telefonino il signor Giacomo zoppicando raggiunge la macchina, e dopo essersi seduto, chiama in ufficio.
Un centralino lo avverte che dovrà aspettare pochi minuti. Lui aspetta e dopo tre minuti una voce gentile lo informa che il suo credito è finito.
Il signor Giacomo sbuffando mette in moto la macchina, poi casualmente dà uno sguardoin alto, verso il suo appartamento, e vede del fumo nero uscire dalla finestra socchiusa . Il signor Giacomo si rende conto di non aver chiuso il gas, e che qualcosa ha preso fuoco, quindi pianta la macchina in mezzo alla strada, zoppicando entra nel condominio, non saluta il portiere e chiama l'ascensore.
Ma quello non arriva.
Si è rotto” sente dire dal portiere.
Il signor Giacomo manda affanculo il portiere, quindi sale cinque rampe di scale, apre la porta di casa, corre in cucina dove viene investito da un fumo nero, e dal forte odore di alluminio e plastica bruciata. Spegne il gas e sposta la caffettiera.
La caffettiera è arroventata.
Il signor Giacomo urla e lascia cadere la caffettiera, che finisce sul piede sano.
Il signor Giacomo urla un'altra volta.
Con molta fatica il signor Giacomo si porta vicino alla finestra e la spalanca. Guarda in strada.
Vede due tipi poco raccomandabili salire sulla sua macchina, ferma in mezzo alla strada, e partire sgommando.
Il signor Giacomo si siede in cucina
E rimane li per un bel po'.

mercoledì 12 ottobre 2011

Milos e la sua nuova casa

ET, ve lo ricordate? Persino ET aveva una casa, lontana, tanto lontana, che però è riuscito a raggiungere con l’aiuto di un umano, un bambino. Forse il regista ha voluto che quell’ aiuto arrivasse da un bambino perché meno diffidente più curioso e senza filtri nei confronti di ciò che non conosce. Ve l’immaginate quel piccolo mostriciattolo se fosse stato incontrato per primo da un adulto? Quasi certamente non ci sarebbe stata storia. E noi non avremmo quel dolce ricordo di un codazzo di biciclette volanti illuminate da una Luna che come un faro indica la via …. quella di casa. Certo lui è stato fortunato, insomma anche se non avesse ritrovato il modo di tornare lassù una nuova casa cmq l’aveva trovata, proprio come il mio amico Milos. Beh lui a casa sua adesso non ci vuole tornare. Arriva dal Kosovo, ha 42 anni ed è il maritino di mia sorella Serena. Si sono conosciuti ad una serata organizzata da un associazione che si occupa di rifugiati politici, immigrati extracomunitari. Insomma doveva essere una serata di integrazione; riuscita in pieno direi. Credo che lui sia felice, adesso. Della sua vita Milos racconta molto poco. Della guerra, che ha toccato in prima persona, nessuno di noi osa chiedere e , nemmeno lui , lo si avverte, ne parla volentieri. Una cosa però l’ha raccontata. Il suo viaggio per fuggire da là. Da una casa, da dei luoghi che lo avevano accolto, accudito da bambino, ma che adesso gli si rivoltavano contro, luoghi che non riconosceva più nè come amorevoli né come amichevoli. Racconta della sua fuga verso la salvezza, quella che ti permette di sentire una ferita dolorante se sei stato colpito, di sentire la sete se non bevi da giorni e di sentire i morsi della fame perché non hai avuto la possibilità di mangiare niente che non fosse aria da giorni. Scappò, per salvarsi la vita, quella vita là. Quella più animale. Non era da solo Milos, lasciò madre, dei fratelli, fuggì con altri amici, senza una vera meta. Di corsa là fuori, lontano dai confini del fumo, della morte, degli spari , della violenza. Non un documento in tasca, nessun indirizzo, nessuna raccomandazione e poco pochissimo danaro nelle sporche ed inutili tasche. Niente di niente solo una giovane vita da portare in salvo. Milos racconta, e non dimentica, non lo dice ma è cosi, gli sguardi di disapprovazione o di pietà incontrati, ricorda la paura di essere preso dagli agenti, in gruppo fermi magari a bere un caffè al solito bar del paese. Quale paese poi? Per questo quando ne incontravano qualcuno in “perlustrazione” si separavano senza sapere se si sarebbero incontrati, di sicuro non li avrebbero presi insieme. Una frazione di un paesino può sembrare una grande città se non ci sei mai stato, se se sei un clandestino e se non capisci un accidenti della lingua che senti o che riempie i manifesti pre elezioni di volti perlopiù maschili che sono appiccicati ovunque ti giri. Anche nel suo paese a pensarci bene prima dello scoppio della guerra c’era qualcosa del genere. La sua vita è cosi piena di avvenimenti assurdi per la sua età, per l’epoca in cui viviamo. Insomma non parlo del mio bisnonno, parlo di un uomo mio coetaneo, uno che dovrebbe aver avuto più o meno le stesse esperienze ed invece … Come ho iniziato? Ah, stavo solo guardandolo lavorare sul quel tetto, lui le case le costruisce, quando mi è venuto in mente ET l’extraterrestre ed il mio amico Milos, ho cominciato a pensare alla sua vita, al concetto di casa e a quanto poco valga averne una in muratura, in paglia, di lamiera o come carapace se non hai nessuno che ti accolga, come amico, come amore, come essere umano, come essere vivente, nessuno che ti abbracci, che ti capisca anche se non parli la sua stessa lingua o che stia con te lì in quel momento senza fare o dire nulla , solo accanto a te, quando non ti senti più, quando non senti più di appartenere a nessuno e in nessun luogo.


Pubblicato da FRANCA FIORE

domenica 18 settembre 2011

Concorso di poesia



Concorso a premi di poesie e filastrocche, nessuna quota d'iscrizione. Venite a partecipare liberamente, già diversi partecipanti hanno aderito.

Concorso di poesia e filastrocche

Da molto tempo pensavo di indirre un concorso, sicuramente per cercare di fare un pò più di pubblicità al mio blog, ma anche per conoscere nuova gente e fare amicizia. Quindi eccomi qui ad annunciarne l'inizio, oggi giorno 13 settembre 2011. Naturalmente spero che si iscrivino in molti e che il concorso abbia un gran successo, se non fosse cosi penserò a prolungarlo un altro pò se fosse necessario. Il concorso sarà incentrato su di un vostro componimento scritto e per l'occasione avevo pensato ad una poesia o ad una filastrocca, con un tema preciso: l'oceano o il mare su di un'isola tropicale, che sensazioni vi suscita. La durata sarà di circa un mese in totale, cosi che tutti i partecipanti abbiano il tempo necessario per scrivere ciò che vogliono con tutta calma (naturalmente chi si iscrive prima avrà più tempo di chi si iscrive dopo, ma sono di maniche larghe per cui basta che mi informiate se in caso avete bisogno di maggior tempo), mi invierete quindi i vostri testi per email ed io aprirò per ognuno un post che dovrà essere votato, chi avrà più voti sarà il vincitore.

ArKaVaReZ

giovedì 25 agosto 2011

Un brutto incubo

Era una brutta giornata, con un sacco di lavoro e mai un momento di riposo. I clienti erano oggi anche più fastidiosi del solito: “commessa!”. Non sembrava che non avessero altro da farmi a chiedermi pareri sui libri da acquistare, come se io avessi letto tutti i volumi della nostra libreria. Stavolta era una ragazza punk, capelli viola, borchie nere, tattuaggi e percing a chiedermi dove erano i romanzi sui vampiri. Quasi mi veniva da ridere, solo guardandola mi resi conto che il tema le si addiceva perfettamente, ma questo ovviamente non mai sarei permesso di dirglielo. Con il dito semplicemente indicai che erano sullo scafale di fronte a lei. Il signor Rossi, propietario e mio principale, aveva appena invitato una signora di uscire dal negozio con il suo chiwawa e a due ragazzini, che se non erano interessati all'acquisto, di non lasciare i libri sparsi alla rinfusa. Io continuai a sistemare i libri finchè lentamente il negozio si era svuotato dai clienti, sembrava che finalmene ci fosse un attimo di tranquillità. Asciugai il mio sudore con un fazzoletto.
Signor Rossi: Sara. Penso che ormai a quest'ora non viene più nessuno. Si occuppi del negozio fino al mio ritorno. Io vado al bar a prendermi qualcosa di bere, vuole che le porti qualcosa?


Sistemai i miei capelli lunghi facendomi una coda con laccetto trovato nella rivista “cioè”. Quasi mi veniva da guardarlo storto, stava sempre al bar a chiacchierare con i suoi amici e avvolte persino giocare a carte, se doveva portarmi qualcosa da bere, me lo avrebbe portato non prima di due ore. Tuttavia non volevo essere scontrosa essendo che nemmeno mese lavoravo da lui e quelle 600 euro mensili mi facevano comodo. Lo ringraziai e gli dissi di portarmi una lattina di coca cola.
Lui uscì lasciandomi sola e finalmente potevo rilassarmi cinque minuti. Presi dalla mia borsetta la bottiglietta d'acqua e nello specchio vicino alla cassa, mi ero sistemata un attimo il rossetto e il mascara sulle ciglia. Ero completamente sudata e avevo bisogno di un ricambio ma in quel momento non era possibile. Presi il mio lettore cd e mi misi le cuffie, ero convinta che nessuno sarebbe venuto per il momento, persino il marciapiede di fronte al negozio era deserto. Ascoltai il mio gruppo preferito di musica dance, mentre lentamente ricominciai a sistemare i nuovi libri arrivati. Ad un tratto mi era parso di aver udito un rumore ma voltandomi, mi sembrava che non c'era nessuno. C'era solo un particolare che mi aveva incuriosito, la porta era aperta, molto strano perchè prima era chiusa!
Mi ero tolta una della cuffiette per ascoltare, non sentivo niente di strano e voltatandomi verso la cassa, vidi che non era fuori posto. La cosa non mi convinceva, così spensi definitivamente il mio lettore portatile e corsi all'entrata. Avevo una strana impressione e mi ero voltata a guardare gli scafali ma non c'era nessuno, tuttavia tutto appariva inquietante. Presi lentamente la maniglia nelle mani per tirare la porta, quando a un tratto dietro di mè, avevo visto una grande ombra che si era mossa in mia direzione. Lanciai un animato sussulto mentre mi voltai!


Postino: Mi scusi signorina, non volevo spaventarla. Avevo chiamato ripetutamente e bussato sul bancone, ma nessuno mi rispondeva. E' una consegna per il signor Alberto Rossi ma credo di poterla lasciare a lei. Ho qua la ricevuta da firmare, mi metta una firma qua in fondo. Apposto. Le auguro un buon proseguimento.


Dannata io! Con la musica non ero riuscito a sentirlo entrare e in effetti il signor Rossi mi aveva già sgridata due volte di non usare il lettore mentre lavoravo. Il ragazzo in questione era molto alto, l'uniforme gialla delle poste italiane, anche con quei tipici scarponi che loro portavano sempre. Aveva inoltre la barba perfettamente rasata e due cocchiali nel viso, sembrava un bravo ragazzo mainvolontariamente mi aveva spaventata a morte. Uscì e riprese il suo motorino per proseguire con le consegne. Tirai un respiro di sollievo, mentre trangugiai un'altra sorsata d'acqua dalla mia bottiglietta di plastica.
Presi quel pacco ma mi resi subito conto che era strano o meglio sembrava un pacco, ma nello stesso tempo lo era. Non era rivestito in quella carta marroncina ma sembrava una carta bianca, ingiallita e sporcata nel tempo, piena di macchie e di polvere. Sul frontale c'era l'indirizzo del nostro negozio scritto in una caligrafia molto sinuosa ed elegante, non era penarello ma sembrava invece scritto con un pennellino e inchiostro. Il francabollo era una specie di veliero, c'era il timbro della posta italiana ma poco distante un'altra assurdità, un altro timbro in cera rossa con la raffigurazione di una corona e un leone. Qualche cretino aveva voglia di fare lo spiritoso!
Era rilegato in delle cordicelle e prendendo le forbici le avevo tagliate, togliendo anche quella carta che lo foderava. All'interno c'era un piccolo bauletto di un legno rossastro, poteva contenere qualunque cosa anche se non era improbabile che fosse un libro, forse un po' più grande del normale. Continuavo a chiedermi chi si fosse messo a creare una simile assurdità. C'era anche una lettera fatta con la stessa carta sudicia e chiusa con il medesimo timbro in cera. In esso una chiave, la chiave dello scrigno?
C'erano dei ragni uscivano da quella carta impolverata e l'intero bancone si era ridotto in uno schifo! Mi ero infuriata già all'idea di doverlo pulire prima che entrasse qualche cliente, se non il signor rossi. Per quanto mi fece schifo, presi quelle carte e le buttai nel cestino insieme a quella lettera vuota. Corsi subito in bagno a lavarmi le mani e presi subito il detergente e dello spirito con cui pulì e disinfettai il bancone. Accostai poi la scatola di legno con la chiave su una sedia, dovevo immediatamente avvertire il signor Rossi! Digitai così il suo numero di cellulare e aspettai finchè non rispose.


Signor Rossi: Pronto, chi parla! Sara? Aspetti che esco dal bar perchè qua non si sente nulla. Dimmi tutto. Ci hanno recapitato un pacco? E che c'è di strano? Fatto di carta ingiallita, timbri a cera e una scatola di legno? Magari sarà una vecchia consegna, forse quel libro su “Loch Ness” che dovevo ricevere 3 anni fà da londra, mi avevano assicurato che la spedizione era partita ma a me non mi è mai arrivato. Sa come sono le poste qua in italia, mandano tutto in ritardo. Non sia redicola, non si deve spaventare per un semplice pacco, me lo metta nell'ufficio e poi lo guardo io con calma. Ascolti la coca cola non c'è l'hanno, le sto prendendo una sprite o una fanta, non credo che agitata come è lei, le convenca che le porti un caffè. Fra poco ritornerò.


Era insopportabile l'idea che si doveva ancora assentare, ogni volta che diceva che stava ritornando, poi ritornava dopo un'altra ora. Comunque mi rassicurava che era una vecchia consegna di londra, forse gli inglesi rileggavano in quella maniera assurda e magari era finito in un magazzino per qualche anno, motivo percui era così sporco. Tuttavia continuavo a pensare che era strano. La chiave era arruginata e sembrava una chiave di quelle che usava una volta, era di ferro e piena di righettature e cortorni decorativi. Aveva l'impugnatura ad anello e che finiva con un tubicino, l'intagliatura della serratura non era dentata, bensì a quadratini. Poteva pure essere inglese ma questa roba esisteva ai tempi di mia nonna, di sicuro non era recente.
Presi la scatola nelle mani e cercai di scuoterla per capire cosa conteneva, ma la gettai immediatamente sul bancone. Dalla serratura era uscita una nuvoletta di polvere. Mi ero sporcata, lanciando una montagna di starnuti e di ingiurie, i miei jeans e la mia maglietta erano impolverati così come il bancone appena pulito. Arrabbiata, presi quella cosa sporca per portarla subito nell'ufficio del Signor Rossi, non la volevo più vedere quella scatola. Agitata aveva aperto la porta e mi inoltrata verso la sua scrivania. Non sembrava comunque la mia giornata fortunata, perchè inciampai sul filo della presa della fotocopiatrice, sfragellandomi a terra.
Avevo un gran dolore alla testa, e speravo che il mio turno si concludeva presto, quando mi sono guardata intorno. La cosa meno strana era che il pacco era scomparso e al suo posto c'era la mia borsetta. Non capivo cosa ci facesse per terra, nell'ufficio quando mi resi conto che il pavimento su cui ero sdraiata era fatto di tavole di legno e non di quelle matonelle gialle del Signor Rossi. Anche la scrivania, la fotocopiatrice, lo scaffale delle ricevute e le bianche pareti fatte di cartoncesso era scomparse. Non sapevo se urlare, o se stare calma o magari piangere. Sembrava un incubo e forse lo era.
Il pavimento come detto era rivestito di tavole di legno, non era un elegante parquet ma sembrava costruito in maniera molto rozza e rudimentale, i chiodi con cui era stato fissato erano enormi. Le pareti erano uguali al pavimento, tavole orizzontali fissate a delle travi sdondate, così come la parete di fronte a mè, anche il tetto era di legno e tutto sgricchiolava in maniera rumorosa. La stanza mi metteva terrore perchè oscillava e si sentiva un rumore d'acqua e un forte odore di sale, non capivo tuttavia da dove provvenisse quel suono e quel odore. Nella stanza c'era anche un tavolo di legno con forme decorative intagliate, non sembrava vecchio ma era pieno di polvere. C'era poi accostato al muro una fiocina e una rete da pescatori buttata sul pavimento. Le due sedie dentro quella stanza invece erano foderate con la paglia. Sul tetto invece c'era una enorme ragnatela e una una lanterna a petrolio appesa a un uncino, che faceva una fiocca luce.

domenica 3 luglio 2011

Addio, tenente Colombo...

Addio, tenente Colombo
L'attore aveva 83 anni. Da tempo soffriva di Alzheimer. Per il ruolo che gli diede la fama vinse quattro Emmy Awards e un Golden Globe. Gli inizi in teatro a Broadway. Il successo al cinema.
ROMA - E' morto Peter Falk, il "tenente Colombo" dallo sguardo svagato e l'impermeabile spiegazzato, protagonista amato della serie televisiva nata nel 1967 sul canale americano Nbc e diventata un culto in Italia alla fine degli anni '70. L'attore, malato da tempo di Alzheimer, aveva 83 anni. La notizia è stata diffusa dai familiari, che non hanno rivelato la causa della morte, avvenuta ieri notte a Los Angeles. Nato a New York nel 1927, da padre polacco di origini ungheresi e da madre russa, prima di iniziare la carriera artistica Peter Michael Falk aveva lavorato come impiegato dello Stato del Connecticut. Annoiato dalla routine d'ufficio, aveva iniziato a studiare recitazione, facendosi le ossa in teatro a Broadway. A cavallo degli anni '50 e '60 erano arrivate le partecipazioni in serie tv. Ai confini della realtà, Alfred Hitchcock presenta e Naked City. Ma il cinema gli aveva regalato, nel 61, l'indimenticabile ruolo di simpatico malavitoso al fianco del boss superstizioso Glenn Ford: Angeli con la pistola. Quello sguardo un po' così, diventato tratto distintivo dell'attore, era dovuto alla protesi oculare che l'attore portava da quando, a tre anni, gli avevano dovuto asportare l'occhio destro a causa di un tumore. Leggenda vuole che il boss Harry Cohn della Columbia Pictures abbia rifiutato Falk durante un casting dicendogli: "Per gli stessi soldi posso avere un attore con due occhi". Il tenente Colombo era andato ininterrottamente in onda dal '71 al '78 e, visto il grande successo, ne sono stati girati anche dei film per la tv. Falk aveva vinto, grazie al suo personaggio, quattro Emmy Awards come migliore attore. Falk aveva avuto due lunghi matrimoni. Negli anni '60 aveva sposato Alycia Mayo, conosciuta quando erano entrambi studenti alla Syracuse University. La coppia aveva adottato due figli, Catherine e Jackie, e divorziato dopo sedici anni di unione. L'anno dopo la separazione, nel '77, l'attore aveva sposato la collega Shera Danese, che appare in sei episodi della serie televisiva di Colombo. Gli ultimi anni, per Falk, erano stati difficili. Nel 2008 gli era stato diagnosticato il morbo di Alzheimer, la figlia adottiva Catherine ne aveva richiesto, e dapprima ottenuto, la tutela legale. Contro la decisione aveva fatto ricorso la seconda moglie, Shera Danese, cui l'attore, prima che la salute peggiorasse, aveva dato mandato di gestire la sua salute e i suoi affari.