"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater
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mercoledì 1 maggio 2013

LA STORIA QUASI VERA DELLA BELLA ADDORMENTATA E IL PRINCIPE AZZURRO

C’era una volta una principessa. Anzi, c’è ancora. Dirò di più, ce ne sono tante, e lo provano tutti quei muri imbrattati con l’immancabile, inverosimile, incancellabile  scritta “Ti amo principessa”….
A perpetrare questo scempio è sempre lui,  da secoli: quell’idiota graffittaro  del Principe Azzurro, che prima di essersi specializzato nell’arte di imbratta-muri andava in giro sul suo Guzzi California  73 cavalli, tutti rigorosamente bianchi,  a salvare Principesse Addormentate.
Addormentate come e da chi, vi chiederete voi. Mah, diciamo subito che queste benedette ragazze non sapevano fare nulla di meglio che ricamare o filare la lana (il femminismo non era ancora stato inventato) e regolarmente si pungevano.... La cosa non sarebbe stata grave se l'ago non fosse stato stregato da una donna malvagia e se puntualmente le sprovvedute principesse non fossero cadute in un sonno profondissimo, simile alla morte. Soltanto il nostro Principe d'azzurro vestito, con uno dei suoi baci più energizzanti di un Pocket Coffee, poteva risvegliarle e riportarle a una vita degna di essere vissuta. 
Il povero Principe non ne poteva più di scorrazzare su e giù per il regno a sbaciucchiare incaute ragazze che si pungevano con un ago stregato  e piombavano a terra  - anzi no, su un letto a baldacchino - morte di sonno. 
Fu così che decise di cambiare mestiere, si iscrisse all'Accademia di Brera e si specializzò in “arti visive e nuovi linguaggi espressivi”. Per fare pratica, dipingeva le mura del Castello Sforzesco, dove risiedeva, e va detto che più di una volta fu arrestato   e dovette pagare fior di fiorini d’oro di cauzione per tornare a piede libero, in attesa di giudizio.  Ma un Principe, si sa,  riesce sempre  a trovare la scappatoia (a ben pensarci, anche un Cavaliere, uno in particolare…) e, nonostante le molte condanne a suo carico,  il nostro Principe Azzurro ottenne l’assoluzione  per insufficienza di prove e continuò indisturbato la sua attività di graffittaro . Ti amo Principessa, andava scrivendo da un capo all’altro del Regno e poi, quando il Regno cessò di essere tale nel 1946, su e giù per la Repubblica Italiana.
Lo so che sembra impossibile, ma il nostro Principe, oltre ad essere azzurro  come “l’azzurro mare d’agosto” della Wertmuller, era anche immortale come Christopher Lambert  nel mitico “Highlander” (Christopher Lambert però è molto più sexy...). Quindi , proprio come un principe delle favole, poteva spaziare da un secolo all’altro senza mostrare segni di stanchezza o di vecchiaia.  E fu così che il 7 maggio del  2012,  proprio mentre stava perlustrando i dintorni dell’ Idroscalo, a Milano, in cerca di muri da imbrattare, vide passare una bellissima ragazza bionda, con gli occhi manco a dirlo azzurri e le misure di una pin-up: 90-60-90. “Ti amo Principessa”  esclamò lui senza pensarci neppure un secondo. Lei lo guardò incredula, chiedendosi da quale film – forse un cartone animato di Walt Disney? -  fosse finito lì quell’assurdo personaggio.  Voltandogli le spalle, si avviò a passo svelto verso la discoteca poco lontana: The Beach.
Quando la vide entrare, lui non ebbe esitazioni: la seguì. All’ingresso fu subito bloccato da due nerboruti bodyguard di colore, che lo respinsero per due motivi ben precisi  in questo ben preciso ordine:  primo, per il  suo abbigliamento assolutamente inadeguato per quel luogo;  secondo, perché  le armi erano per lo più bandite in discoteca. In special modo le armi antiche.  Lui non si lasciò scoraggiare:  consegnò prontamente il suo  mantello azzurro e la spada, quindi spintonò senza esitazione  i due bodyguard e si fece largo verso le sale interne.
In men che non si dica la vide: eccola là, seduta su un divanetto bianco che la faceva sembrare la reginetta della festa. Accanto a lei c’era un tipo tutt’altro che raccomandabile, ma lei sembrava non avere occhi altro che per questo tamarro da quattro soldi. Il Principe era un tipo paziente. “Diamo tempo al tempo” pensò. E di tempo gliene lasciò molto a quei due, anche quello per appartarsi in un angolo buio del giardino a fare immaginate che.
Quando i due rientrarono, la ragazza  ritornò sul suo trono, anzi che dico:  sul suo divanetto. Il tipo invece andò verso il bancone a prendere qualcosa da bere.  Il Principe allora decise di rompere ogni indugio e in poche falcate si avvicinò alla ragazza. Proprio in quel momento, però, lei fece per alzarsi, ma   le girava la testa – forse aveva bevuto qualche mojito di troppo - e si accasciò sul divanetto, dove si addormentò in modo tutt’altro che regale.  Il Principe si sentì immediatamente chiamato in causa nel suo antico ruolo di   “risveglia-principesse” . Si chinò su di lei, le scostò una ciocca di capelli dalla fronte ed eccolo: il miracoloso, mirabolante, taumaturgico bacio sulle labbra.  La ragazza emise un flebile lamento e lui, incoraggiato da questo inoppugnabile segnale di successo, si prodigò in un secondo miracoloso, mirabolante, taumaturgico bacio.  A questo punto la ragazza aprì entrambi gli occhi. Lui le sorrise, ma lei  lo squadrò truce e gli urlò in faccia: “Ma che fai, stronzo, credi di poter approfittare di me solo perché sono qui ad occhi chiusi, mezza addormentata?”  “Ma no, ma cosa hai capito? Non mi riconosci? Sono il Principe Azzurro, quello della Bella Addormentata nel Bosco” balbettò lui “Volevo semplicemente svegliarti con un bacio”.  “Ma fammi il piacere, Principe Azzurro dei miei stivali!”  - lo aggredì lei – “Ma mi prendi per scema? Trova una scusa migliore e attento a te: se non la smetti con queste baggianate, chiamo i bodyguard all’ingresso e ti faccio sbattere fuori a calci. Dai, piantala, e vammi a prendere un caffè! “
Morale della favola: "Non a tutte le principesse serve il Principe Azzurro per svegliarsi. Ad alcune basta un buon caffè.”


martedì 8 gennaio 2013

La favola

La donna e il bambino si dedicarono a quello che era divenuto il loro rito.
La favola della buonanotte.
Per lungo tempo i due erano andati avanti con le favole di “Biancaneve” e de “Il gatto con gli stivali”, ma da quando al bambino erano stati regalati quei pupazzi, il suo divertimento più grande era diventato quello di inventare nuove storie, che coinvolgessero i nuovi giochi, insieme alla mamma.
I tre pupazzi erano quelli del Cavaliere Azzurro, della Principessa Luce e del terribile Drago Nero. Ogni sera, prima del sonno , i tre pupazzi diventavano i protagonisti di nuove storie. O meglio, di tutte le varianti possibili della stessa storia: il Cavaliere Azzurro lottava contro il Drago Nero per liberare la Principessa Luce, e conquistarne l’amore. E ogni sera il cavaliere era il vincitore.
Così anche quella sera.
La madre mise a letto il bambino e si chinò per scoccargli un bacio sulla fronte. Mentre si preparava a risollevarsi, le mani del bambino le afferrarono le guance e gli occhi chiari del figlio gli si inchiodarono nei suoi.


“ Mamma, tu sei la mia principessa. E papà è il Drago!”.
Gli occhi della donna continuarono a fissare quelli del piccolo. Poi la mano della donna gli carezzò la guancia e le labbra si aprirono in un sorriso sottile.

Quando la donna raggiunse il salotto si abbandonò sulla poltrona e chiuse gli occhi. Quando gli riaprì gli volse verso la finestra. Fuori nevicava. La signora Freud guardava la neve cadere.

martedì 6 marzo 2012

Urban Club





Concorso di racconti Urban Fantasy 

(Si tratta di un concorso di narrativa Urban Fantasy, sono state pubblicate le raccolte le opere e sono visualizzabili da chiunque. Troverete me come uno dei giudici di gara e verrà creata un antologia dei racconti migliori; la quale verrà poi proposta alle case editrici. Venite a dare un occhiata! )

lunedì 12 dicembre 2011

La città di spago e di cartone

La memoria è un luogo fatto di strade, case, di nomi e di volti.
A volte sono immagini nitide, a volte sfocate.
I ricordi sono scatole cinesi, che ne contengono altri e altri ancora; come in un infinito gioco di specchi.
Ci sono momenti in cui non posso fare a meno di accettare la magia di questo gioco.
Chiudo gli occhi.
Riconosco il luogo della mia memoria: la mia città, ma non com’è ora, ma quella di trentacinque anni fa.
Uguale, ma profondamente diversa.
La prima cosa che “vedo” , è una città fatta di incroci e spigoli “vivi”.
Ad ogni angolo, bambini giocano a palla o sfrecciano su Grazielle sgangherate.
Ogni tanto devono interrompere i loro giochi per far passare una 127.
Di CityVan o SUV neanche l’ombra.
La giornata inizia, davvero, con il suono della campanella di fine lezioni.
Finalmente fuori.
Un esercito di soldatini con le uniformi bianche e nere che, appena superato il portone della scuola, rompono le righe.
Tanti bambini e pochi genitori.
Centinaia di gambette secche, dentro a improbabili pantaloni a quadri, si riuniscono in drappelli per progettare il futuro: “ Appena dopo mangiato ci troviamo tutti in piazza”.
La città è piena di trabocchetti e antri misteriosi, di avventure e territori da esplorare.
Vicolo Pomè, per esempio, è una livida ferita tra le due vie principali: Via Madonna e via Matteotti , una sorta di compromesso storico in pieno Rho.
È un vicolo buio e sporco; puzza di piscio di cane e rancido.
Ho nove anni e il cuore che batte forte in gola.
Lo devo attraversare, è l’ultima prova di coraggio per entrare nella banda.
Mi aspettano all’altro capo e non sono sicuri che io ce la possa fare.
Cammino piano, raggiungo il punto più buio, li una leggera curva piega verso sinistra, a destra si spalanca una spaventosa bocca sdentata pronta ad inghiottirmi.
È l’arcata di un vecchio cortile, si mormora che tra quelle mura umide e scrostate siano scomparsi decine di bambini, tutti di nove anni.
Stringo i pugni ed accelero il passo.
Vorrei correre, ma non mi è permesso.
Respiro forte e finalmente vedo i lampioni della piazza, sono fuori, sano e salvo.
Mi volto, guardo l’oscurità alle mie spalle, e mi sento un po’ più grande.
Altri vicoli e altri cortili abitano i miei ricordi, non tutti così spaventosi.
Vicolo Resegone numero 6, un posto incantato: il rottamaio.
Con poche lire potevi acquistare il tuo destriero; un Ronzinante vecchio ed arrugginito che, con qualche pennellata di vernice, si trasformava in “Furia cavallo del west” o in Tornado di Zorro.
Oppure, portando carta, stracci e rottami, Martino, così si chiamava, ti dava in cambio qualche spicciolo che potevi spendere in caramelle gommose e patatine.
Ce ne sono altri di luoghi magici: c’e, negozietto polveroso e senza nome dove si potevano scambiare fumetti e soldatini.
Poi c’era la strada.
Le vie della città, le stesse di ora, ma decisamente più larghe.
Tanto da permettere alla mamma di seguirti con lo sguardo dalla finestra, mentre ti dirigi, tutto impettito verso scuola.
Tanto da poter trascorre interi pomeriggi a giocare a ce l’hai o mago libero.
Strade di gatti e cani randagi, di uomini e donne dallo sguardo severo, di ore passate a girare e girare.
Strade di figurine da lanciare più lontano, di cinema dai sedili di legno, di gazzose da bere con la stringa di liquirizia.
Strade di citofoni da suonare e poi scappare, di muri da scalare, di voci che gridavano “ mamma! buttami le chiavi che salgo” o più spesso “Mamma ancora cinque minuti”
Strade di scale scese in fretta e risalite ancora più velocemente, di pianerottoli bui e mamme che ti aspettano “che è già in tavola”
Strade di “non accettare le caramelle dagli sconosciuti, possono essere drogate”, nessuno me le ha mai offerte, ma i tossici quelli li vedevamo, ombre che camminano, li spiavamo nascosti sugli alberi del giardino del santuario, mentre si facevano.
Ci spaventavano ma allo stesso tempo ci incuriosivano, anche quella per noi era un’avventura.
Le vie del centro si aprivano e si chiudevano alla nostra fantasia.
Erano immensità infinite da perlustrare stile Spazio 1999, oppure le strette gole dell’Ok corrall nelle quali stavano in agguato le bande rivali.
Erano lanci di sassi e di cerbottane, erano ginocchia sbucciate e miccette da far scoppiare tra le dita.
Strade intricate come vasi sanguinei di un corpo vivo, una città semplice, fatta di spago e cartone dove tutto, o quasi, era possibile.
Un luogo conosciuto e allo stesso tempo, ignoto.
In periferia le strade si allargavano e correvano dritte verso la prateria, noi a cavallo dei nostri destrieri battevamo quei percorsi alla ricerca di nuovi confini.
Insieme a quello sciame schiamazzante, rumoroso di cartoncini tra i raggi per credersi più grandi, di urla e di risate, supero i limiti della mia memoria.
Tutto diventa più confuso, come l’età che sto per raggiungere, come la fine dell’infanzia.
Sono costretto ad aprire gli occhi, ad abbandonare la magia.
Vedo i miei figli che, ora, giocano in una città virtuale, dentro una stanza, dentro uno schermo.
Un po’ mi dispiace.
Perché, in fondo, sarà che avere dieci anni è meglio che averne quaranta, ma non scambierei mai la mia infanzia con la loro.

sabato 3 dicembre 2011

Bireweck

"Fortunatamente, secondo la moderna astronomia, l'universo è finito: un pensiero consolante per chi, come me, non si ricorda mai dove ha lasciato le cose. "
Woody Allen

BIREWECK
Sono qui al pronto soccorso.
Penso che sia tra i dieci posti peggiori per passare una festa di compleanno.
Eppure stamani, avevo tutto sotto controllo, o meglio credevo di averlo.
“Disponete la farina a fontana …”
Che immagine evocativa; una montagna innevata con, nel mezzo, una conca.
Più che una fontana, mi ha sempre dato l’idea di un vulcano, il Fujiyama, il Kilimangiaro, qualcosa di esotico, lontano dalla piattezza della Pianura Padana.
Che già per il fatto di essere pianura, è triste, ma questa per di più, è anche Padana.
Mah!
Una montagna magica, la quale, dopo essere stata ben lavorata, avrebbe eruttato una dolcissima lava.
Quest’ultima messa in forno, si sarebbe solidificata, dando origine, in una sorta di creazione primordiale, alle torte più buone che l’umanità abbia mai assaggiato: quelle della mia mamma.
Me la ricordo ancora, con il grembiule a quadretti bianchi e rosa, con le braccia infarinate fino ai gomiti, che impastava già di prima mattina …
Come al solito, sto divagando, sono fatto così: se c’è da ricordare sensazioni, emozioni, le ho così presenti che mi sembra di viverle proprio ora.
Odori, sapori, immagini, mi prendono e mi portano sempre più al largo, in un mare calmo ed accogliente, ma se mi chiedete di ricordarmi qualcosa di concreto: che so? la scadenza di una bolletta, il prezzo dei sottoaceti che ho appena comprato, la mia busta paga, allora quel mare diventa un oceano in tempesta, ed io, aggrappato ad un guscio di noce, sono spacciato, senza speranza.
Vedete?Ancora sto perdendo il filo, quando invece dovrei concentrarmi; stasera la vorrei proprio stupire.
E’ il suo compleanno, ne sono sicuro, ho fotocopiato la sua carta d’identità l’altra notte mentre dormiva, me lo sono appuntato dappertutto, non mi posso sbagliare ancora.
In tutti gli anni che stiamo insieme, non ci ho mai azzeccato: una volta prima, una volta dopo, una volta né prima né dopo, una volta persino sia prima che dopo…un vero disastro.
Ma lei mi ama anche così, ormai se ne è fatta una ragione, ma stasera la sbalordirò, le voglio preparare una torta di compleanno.
Ho impiegato una settimana a scegliere quale fare, ne volevo una speciale, poi mi sono ricordato di quella vacanza in Venezuela: il Mar dei Caraibi, il cielo stellato …
“Houston ad Apollo vi stiamo perdendo, ripeto, vi stiamo perdendo…” stai qui con la testa, la torta, concentrati su quella, dunque: “Disponete la farina a fontana, colatevi al centro i tuorli lavorati a crema con il burro e l’albume battuto a neve …” Cazzo, questa non è una ricetta, questa è poesia, quante immagini, mi sento quasi come un provetto Dante con le mani impasticciate di farina e bianco d’uovo.
Andiamo avanti “ aggiungetevi una tazzina di acqua tiepida in cui sia stato sciolto il lievito e manipolate il tutto fino ad ottenere una pasta liscia ed elastica …”
Fino a qui tutto bene.
Oddio, bene, la cucina sembra Baghdad dopo una bella iniezione di democrazia, però me la sto cavando. “… di media consistenza, da avvolgere a palla e mettere dentro un recipiente, coperta, a lievitare per due ore in un luogo riparato.” Due ore, sono un sacco di tempo, quasi quasi mi butto sul divano e faccio un riposino, già, così poi mi sveglio stasera e la palla mi diventa una mongolfiera.
Potrei vedermi un film, oppure sarebbe meglio che controllassi se ci sono tutti gli ingredienti, non sia mai che abbia dimenticato qualcosa.
Vecchia volpe, pensi proprio a tutto.
Un uovo, un tuorlo, lievito di birra, 200 grammi di burro e 500 di farina questi sono già di là, belli che appallottolati. 250 g di pere e 125 g mele sono lì da sbucciare.
Stessa quantità di pesche e susine: ci sono.
100 g di prugne secche, di uvetta e di fichi secchi: ok.
75 g di datteri, 25 g di cedro, arancia e udite udite angelica candita…
Qui ritorna la poesia di questa ricetta: angelica candita.
Io neanche sapevo che esisteva questo ingrediente.
L’ho cercato dappertutto, ho girato tutti i centri commerciali della Lombardia, ma niente.
Poi, mentre tornavo da uno di questi, mi sono smarrito in un paesino fuori Milano, mi fermo per chiedere informazioni e vedo una latteria, di quelle di una volta, quelle con i vasetti di vetro ricolmi di caramelle, gommoni e tutte quelle delizie raccomandate dall’associazione medici dentisti.
Ci entro, quasi spinto dal destino. Oltre a chiedere indicazioni, provo, con un po’ di vergogna, a domandare dell’angelica candita.
Il lattaio, un ometto sulla cinquantina basso e grassoccio, invece di strabuzzare gli occhi e mettersi a ridere come mi sarai aspettato, apre un cassettino dietro il bancone, mi porge una bustina argentata, e mi dice “due euro e trenta”. Lo guardo come se mi avesse salvato dalle sabbie mobili, gli porgo i soldi ed esco, dimenticandomi delle indicazioni stradali.
Dopo quattro ore per fare ventidue chilometri dopo sono a casa, stanco ma felice.
Tutto questo per dire che l’angelica candita c’è, non manca nulla…
Oh no! 75 grammi di gherigli di noci, nocciole e mandorle, me le sono dimenticate.
Poco male, ho due ore di tempo per rimediare: parte da ora la missione “frutta secca”, faccio un salto al supermercato qui vicino, le compero, e in men che non si dica, sono di nuovo pronto per la torta.
Dove ho messo le chiavi della macchina? Dunque, ieri ho usato il giubbetto verde o quello blu? meglio controllare in tutti e due.
Porca miseria, quante tasche hanno ‘ste maledette giacche; comunque, qui non ci sono.
Nei pantaloni, no; Ma certo!!! In salotto, sulla mensola nello svuotatasche oppure nel primo cassetto del soggiorno, anche qui non ci sono, però guarda guarda:le prime lettere che scrissi a Vanessa.
Potrei recitarle a memoria, tutte dalla prima all’ultima.
Ero, a quel tempo, un ragazzotto alquanto confuso; poi arrivò lei e mi scombussolò ancora di più.
Provai a mettere in ordine i miei pensieri, le mie emozioni, scrivendole delle lettere.
Rileggendole ora, mi accorgo che non erano delle vere e proprie lettere d’amore, ma piuttosto una specie di diario,
un giornale di bordo, un tentativo di orientare la mia vita sulla giusta rotta.
Mi sto innervosendo, queste fottute chiavi non saltano fuori! Dove diavolo si possono essere nascoste, mi viene voglia di ribaltare tutta la casa, a cominciare da questo tavolo…
No!non ci posso credere, eccole lì, sotto quella pila di volantini pubblicitari (che dovevo buttare via già da tre giorni), proprio lì, davanti ai miei occhi.
Bene le ho trovate, o loro hanno trovato me? In ogni caso, “via più veloce della luce”, che di tempo ne ho già perso abbastanza.
Corro lungo le scale, attraverso a grande velocità il cortile, supero atleticamente il cancelletto d’ingresso, mi catapulto nel parcheggio, raggiungo velocemente… dove l’ho messa? L’auto, dove l’ho posteggiata? Ah, eccola!
Sul parabrezza c’e un foglietto… non sarà l’ennesima multa...
No, a meno che i vigili siano diventati estremamente creativi ed abbiano cominciato a scrivere le contravvenzioni su bigliettini colorati e a caratteri cubitali con l’evidenziatore arancione.
È un messaggio di Vanessa: che mi esorta, e sto usando un eufemismo, a passare all’ufficio postale a pagare il canone della RAI, che scade oggi e non vuole pagare la mora come tutti gli anni.
Ok, ce la posso fare, posta e supermercato, Rai e frutta secca, non è difficile.
Come è cara Vanessa, è così dolce, oddio si arrabbia come una bestia, quando mi dimentico qualcosa di importante, però è sempre pronta a perdonarmi e a rammentarmi le cose.
La sua arma preferita è il post-it.
Nelle sue mani quel piccolo lembo di carta colorata diventa pericoloso, una sorgente infinita di minacce e improperi; una di quelle bombe a grappolo, che vanno di moda adesso, si moltiplica all’infinito.
Ad esempio quando dobbiamo partire per le vacanze, la casa diventa colorata di quei foglietti adesivi, li trovo dappertutto.
In bagno, che mi ricordano di mettere in valigia lo spazzolino da denti, il dentifricio, la schiuma da barba ecc. in camera da letto, sul guardaroba, dalla mia parte, trovo scritto” due paia di pantaloni, cinque camicie, le mutande” ecc. tutto ciò è uno spasso.
Allo stesso momento, faccio la valigia e mi diverto, perché mi sembra di partecipare ad una caccia al tesoro.

Parcheggio l’auto nello spiazzo davanti alle poste, scendo e mi dirigo, a passo deciso, verso il mio obiettivo.
Entrerò nell’ufficio, che figata c’è la porta girevole, mi ricorda quell’unica volta che andai alle giostre con mio padre, lui lavorava sempre, ma quella volta mi portò, come era bello e semplice il mondo allora, bastava un giro di giostra. Soprattutto non c’erano ‘sti stramaledetti bollettini da pagare.
Mi metterò in coda, mi toccherà sorbirmi tutti i brontolii dei pensionati, che pur avendo tanto tempo da perdere sentono di averne sempre meno a disposizione e quindi si lamentano di quello che sprecano.
Pagherò il vaglia postale e finalmente potrò tornarmene a casa tranquillo.
Ma, già lo so, il destino con me si diverte ad inventare rotte bizzarre, ad assumere forme imprevedibili, per portare il mio povero guscio di noce in acque sempre più burrascose.
Questa volta il bastardo non ha nemmeno dovuto sforzarsi troppo, gli è bastato assumere la forma di due orecchie sproporzionate, anche per il testone e il conseguente corpo massiccio a cui sono attaccate.
Due orecchie che non si fanno dimenticare, neanche dopo trent’anni.
Ci guardiamo e ci rivediamo come eravamo, i peggiori alunni della sezione B delle scuole elementari G. Pascoli.
Ci abbracciamo, cominciamo ad raccontarci.
Le parole e il tempo scorrono come un fiume in piena, svuotiamo il sacco (tanti anni in troppo tempo), ricordi ed emozioni cadono a terra scivolando come sabbia tra le dita.
- Cazzo, sono quasi le dodici e mezza, è tardi devo andare –
- Accidenti! Anch’io devo correre, se chiude l’ufficio postale sono morto. Ciao ci rivediamo… tanto… -
- Si, tra altri trent’anni – risponde, con la sua consueta cinica lucidità.
Ci siamo ritrovati come fratelli e ci salutiamo come sconosciuti.
Tutto il resto sono granelli di memoria, adagiati ai nostri piedi.
Volo a diversi centimetri dal terreno, tanto sto correndo.
Entro così velocemente nell’ufficio, che la porta girevole si trasforma nel cestello di una lavatrice in centrifuga, milleduecento giri al minuto, arrivo allo sportello ansimando, l’impiegato mi guarda con l’aria insofferente e noncurante del polmone che gli sputo sul banco mi dice:
- Stiamo chiudendo –
- Allora sono ancora in tempo, non avete ancora chiuso – abbozzo con un sorriso a trentadue denti.
L’ironia si rivela una tattica sbagliata, si irrigidisce.
Passo alle suppliche, gli dico che, se non pago questo semplice bollettino, ne va della mia vita coniugale e non solo. Sembra irremovibile.
Insisto, mi prostro e faccio appello alla sua bontà d’animo, adduco scuse insostenibili per giustificare il mio ritardo. Tutto ciò pare far breccia nella sua corazza di zelo.
Passo alle lusinghe personali e professionali, decanto l’efficienza del servizio pubblico e insulto i suoi detrattori; sembra che funzioni.
Si!!! Ce l’ho fatta! Riesco a pagare quel fottutissimo canone Rai.
Missione compiuta, si torna alla base.
Appena entro in casa, una sottile traccia di profumo di vaniglina mi cattura, le sue evanescenti spirali, mi riportano a colazioni con latte e biscotti, a cucinini piccoli e stretti, al tavolino basculante, che mio padre aveva appeso al muro, per un lato, così che si potesse richiudere e guadagnare spazio.
A tempi che sembrano antichi, tempi senza computer, con solo mezz’ora di televisione al giorno, la Tv dei ragazzi, Emil e le sue marachelle, parola di cui ignoravo il significato, Furia, cavallo del West… tempi ingenui, ma pieni zeppi di fantasia e di aria aperta.
Seguo quella scia, inebriante fin dentro la mia cucina abitabile e super moderna, con tanto di forno a microonde e ammennicoli tecnologici vari.
Lì, appoggiata sul tavolo di vetroresina, la vedo, la mia palla di pasta, sbatto violentemente il naso contro la realtà, mi sono dimenticato della frutta secca. Ripeto il rito delle chiavi, della macchina, ma con più calma, tanto i supermercati fanno orario continuato, poveretti, ho tutto il tempo.
Quando esco dal megastore, vincitore, con in mano i sacchetti di mandorle noci e nocciole, sento appiccicata addosso una strana sensazione, non mi sento euforico come in posta.
Sono, finalmente in cucina, è ora di rimboccarsi le maniche, gli ingredienti ci sono tutti.
“Sbucciate le pere, le mele, le pesche e le susine; mondatele e tagliatele a pezzetti; raccoglietele in casseruola con un trito di fichi e prugne secche, cuocetele con poca acqua e zucchero”. Cosa vi avevo detto? Questa ricetta è un’opera completa, c’è anche il mistero, quanto cavolo sarà “poca acqua e zucchero”?
È così che chi ha il potere ci frega.
O sono troppo vaghi, oppure troppo precisi “ versate ventisettevirgoladodici ml di acqua”; così ci tengono a distanza, con paroloni o misure improbabili.
Il risultato è identico: noi comuni mortali non riusciremo mai a fare una torta come si deve.
“Aggiungetevi la frutta candita tagliata a dadolini e l’uvetta sultanina ammolata nella grappa. Quando la pasta sarà lievitata tornate a batterla energicamente aggiungendovi, poco alla volta, le noci, le nocciole e le mandorle, la buccia d’arancia e i datteri a pezzetti. Versate il preparato in una teglia e ponetelo in forno preriscaldato a 160 gradi, per un’ora e tre quarti.”

Il citofono, è lei, corro ad aprire la porta.
Ciao amore, indovina che giorno è oggi? – mi domanda maliziosa, credendo di cogliermi di sorpresa. Cerco di fingere, di farle credere che mi sono dimenticato anche questa volta, ma quando guardo dentro quegl’ occhi verdi, il mio guscetto di noce si inabissa nelle loro profondità.
Tanti auguri amore!!! - grido.
Vanessa rimane a bocca aperta, incredula balbetta qualcosa sul fatto che non sia possibile che mi sia ricordato, su imminenti quanto disastrose calamità che si abbatteranno su di noi, per questo.
Ma in fondo lo si vede che è al settimo cielo, per la prima volta da quando ci conosciamo mi sono rammentato del suo compleanno.
Le socchiudo la mandibola pendente e la conduco per mano in cucina dove ci aspettano due pizze fumanti.
Ceniamo, lei è sempre più stupita, le ho ordinato la sua pizza preferita:
- ma come hai fatto a ricordartene? – mi chiede.
Su questa parte glisso elegantemente, qui sono stato fortunato, l’avevo scelta a caso.
Poi con gesti consumati, gli giro attorno, le bendo gli occhi con un tovagliolo e con voce solenne le annuncio un’altra sorpresa.
Le spire voluttuose arrivano alle sue narici:
- una torta! ti amo definitivamente! - esclama.
Taglio una fetta e gliela porgo, la morde ancora prima di togliersi la benda
- Uhm !!! che buona… No! Non dirmi che… - si toglie rapidamente il tovagliolo.
- Caro, sai dove sono le chiavi della macchina? –
- No, ma tanto non dobbiamo uscire, vero? –
- Allora comincia a cercarle, subito – il tono è perentorio – io credo che invece dobbiamo proprio uscire! –
- Ma… - farfuglio
- Ho capito, fa tutto parte del tuo piano… -
- Non capisco… -
- hai un’altra donna e vuoi eliminarmi?
- Ma cosa dici amore? Mi sono ricordato del tuo compleanno! – mi difendo
- Si, però ti sei dimenticato che sono allergica alla frutta secca, disgraziato! -

La sala d’aspetto è illuminata da un neon freddo, attendo che Vanessa esca dall’ambulatorio dopo la flebo di antistaminici e cortisone e… mi perdoni.
Come ho già detto, il pronto soccorso non è il posto migliore per festeggiare il proprio compleanno.
Sì, questa volta l’ho combinata grossa, ma già lo so, lei passerà anche sopra a questo, mi ama.
Credo.

mercoledì 30 novembre 2011

Racconto erotico 2 . Dalla parte della swarz

Non è per vantarmi, ma sono una swarz con i più grossi rabonf di tutto il pianeta Vromptz. Gli gnom fanno la fila per infilare i loro sgrap nella mia sgnec, nella crip e nella cipeciap. E non parlo di gnom qualsiasi, parlo di gnom di gran classe, quelli che abitano nelle oasi dorate di Orabit! Gnom che potrebbero avere tutte le swarz ai loro 12 piedi, swarz con delle borf meravigliose, sode, liscie, dalla forma ottagonale perfetta.
Ma io sono una swarz speciale, una che fa intostare gli sgrap come meteoriti dei Burugnach solo con lo sguardo!
Una che gli gnom se li succhia come delle cozze di fruz.
Eppure quella volta ho perso la testa per uno gnom
E' stato per quello gnom di Sgrom
Si, avete capito bene : uno gnom di Sgrom.
Uno gnom di Sgrom della provincia di Brom del pianeta di Crom.
A sud di Zom.
Si chiamava
Gigi.
Ci siamo incontrati durante un aperitivo da Crisputz, il famoso locale dove gli sgnic si accoppiano con gli sciac per fare un patratrcic. Ero vestita come solito in circostanze simili: una tuta spaziale aderentissima, dove ci avevo versato dentro il mio corpo, facendo risaltare i miei spledidi rabonf, e le 87 curve del mio sodo crip.
Di fronte a me, due coatti gnom, uno verde e uno arancione, ballavano in modo lascivo lanciandomi occhiate provocanti. Quello verde tirò fuori la lingua e se la passò sulle labbra bitorzolute, poi si sfilò un occhio e lo fece rotolare sino ai miei piedi. L'occhio mi osservò, sbattendo le ciglia, quindi prese a saltellarmi intorno. Feci finta di nulla, benchè la mia sgnec trillasse così forte da frantumare il bicchiere che tenevo tra le ventose. Diedi un calcetto all' occhio e lo rimandai al proprietario, che con un'alzata di spalle lo rimise al suo posto. Il tempo di versarmi da bere che osservai lo gnom arancione sparire con uno sbuffo di vapore, per poi materializzarsi al mio fianco.
Osservai la sua enorme testa ovale schiudersi come un fiore di caprapazof , da dove fuoriuscì una voce stridula:
Sono disposto a darti 1700 eiuchi, se ti fai zugrugnare da me e dal mio amico”.
Gli allargai l'elastico della tuta dei pantaloni e ci versai dentro l'intero contenuto del mio bicchiere, il kaboom! Una bevanda ribollente, calda come la lava di Zuzuratz.
Un leggero sfrigolio, seguito da uno sbuffo di vapore gli uscì dal pantalone, mentre lo gnom urlava, bestemmiando come uno scaricatore del porto di Rochit di Baluch di Frucit. Quindi con uno sbuffo di vapore nero sparì dalla mia vista.
Non avevo voglia di avventurette, volevo qualcosa che mi coinvolgesse totalemente. Dopo un paio di ore, e dopo parecchi bicchieri di kaboom ( difficile resistere a quella massa gelatinosa ribollente) decisi di uscire dal locale. La testa mi girava così forte che ad un certo punto mi si staccò. Riuscì a rinfilarmela solo grazie all'aiuto di un giovane barman, che in cambio mi chiese di poter toccare una delle mie famose rabonf.
Certo, fai pure” dissi, con un sorriso “ ma fai attenzione, potrebbero staccarti la mano con un morso.”
Il barman rinunciò, allontanandosi borbottando. Ne avevo abbastanza, volevo andarmene da quel posto. Barcollando mi incamminai verso l'uscita, quando la porta si aprì e lo vidi entrare:
Uno Gnom di Sgrom, bello come un tramonto di Elup!
I nostri sguardi si incrociarono, e io immediatamente mi gonfiai in modo abnorme. La tuta esplose in mille pezzi e rimasi completamente nuda, di fronte a lui, con le mie rabonf che lo puntavano fameliche. Era la prima volta che incontravano uno gnom di Sgrom e ne erano rimaste folgorate, come me d'altronde. Sgrom era un pianeta famoso per i suoi abitanti, di una bellezza sconvolgente, rinomati per le loro arti amatorie. Purtroppo gli abitanti di Sgrom si erano estinti da quando un enorme Blof, scambiando quel pianeta per una pallina da tennis, lo aveva lanciato fuori dalla galassia con un colpo di racchetta.
Ma tu non dovresti essere vivo!” esclamai. Mi resi subito conto di quanto fosse ridicola quella frase, e gli chiesi scusa. Il suo viso delicato cambiò colore, divenne giallo fosforescente, illuminando tutto i l locale.
Sono morto, infatti” mormorò “ ma prima di estinguermi, volevo sfrugugliare per un ultima volta. Vuoi sfrugugliare con me?”. Rimasi un attimo interdetta. Poi scrollai le spalle: uno dei tanti misteri degli gnom di Sgrom del pianeta di Crom.
Come si dice a Uachacha” dissi con un sorriso “Arucha tuzucha barucha rurap!”
La bocca sopra la fronte dello gnom di Sgrom emise una risata fragorosa, mentre dall'altra bocca la lingua guizzò fuori e si avviluppò intorno al mio collo, tirandomi a se, il suo sgrap turgido premuto al mio petto.
E tanto che non mi faccio una bella rambuzolok coi controrambuzolok.” mormorò lui, metre la punta della lingua mi si infilava dentro l'orecchio.
Ho la sgnec che ulula come fosse un barabau.” sussurai “Che ne dici di andare in un luogo appartato, cosi mi potrai fare provare i tuoi sgrap?” i suoi sgrap, sentendosi nominare, iniziarono a trillare all'unisono, felici .
Da me, oppure da te?” domandai. Non riuscivo a staccare il mio occhio da quell pezzo di Gnom di Sgrom.
Da me” mormorò lui, quindi mi sollevò da terra usando la lingua, adagiandomi delicatamente sulle sue spalle. Usciti dal locale, quel magnifico pezzo di pocioch iniziò a galoppare, veloce come il vento. Io, agrappata al suo sinuoso collo, cercavo di non cadere, e nello stesso tempo gli accarezzavo le spugnose spalle bitorzolute. Lui nitriva eccitato, scintille fuoriuscivano dalle orecchie. Sfondò la porta di casa sua con una testata, quindi ci gettammo nel letto e lì, lui si spogliò completamente, lanciandomi occhiate compiaciute...
Quel pezzo di Gnom di Sgrom della provincia di Brom del pianeta di Crom! Altro che sgrap, i suoi erano dei super bazuk, coi contro bazuk! Ne agguantai uno e ci soffiai dentro, con tutto il fiato che avevo in corpo. La testa gli prese fuoco, come un tizzone ardente del vulcano di Ikatuka.
Che Swarz fantastica!” ululò lui, quindi iniziò a saltarmi sulla schiena.
Non fermarti, magnifico Gnom di Sgrom della provincia di Brom del pianeta di Crom!” dissi io, felice.
Si, chiamami Gigi!” esclamò lui, librandosi in aria per poi ricadermi sulla schiena.
Gigi, Gigi! Sono la tua frugast!”
Frugast! frugast! Sei la più sballach di tutte le frugast!” urlò lui, così forte che i muri vennero giù.
Si, Gigi, continua così!” esclamai io, tra i calcinacci.
Lui si inalzò in alto, sino al cielo, con la sua meravigliosa testa fiammeggiante, quindi mi ricadde addosso, con un tonfo sordo. Szugurgliammo insieme, appagati e felici.
Quando ripresi coscienza, di lui non era rimasto che un mucchietto di cenere al mio fianco. Lo Gnom di Sgrom della provincia di Brom del pianeta di Crom era morto. Definitivamente. Soffiai delicatamente sui suoi resti, che si persero nell'aria frizzante del mattino.
Addio, Gigi” mormorai “ Sei stato come un Cutala di Gevach, in una notte di Babusoch..”

lunedì 28 novembre 2011

monologo di un' extraterrestre

Io non sono di qui, questa non è la mia terra.
Provengo da un'altra galassia, distante anni luce da questo pianeta.-Non veniamo per spiarvi, nè per conquistarvi, neanche per studiarvi: noi ci veniamo in vacanza. Ci passiamo i fine settimana.
Veniamo a farvi gli scherzi. Fasci di luce, omini verdi, teste grosse, cerchi di grano...non c'è un perchè, lo facciamo solo per ridere un po', per prendervi in giro.
Siete così buffi, visti da noi, da lontano.
Da noi è tutto pianificato, il caso non esiste.
Da voi, qui, invece, è tutto un tirare dadi e vedere che succede, andate avanti a scrollate di spalle. Siete affascinanti, devo dire, interessanti e buffi. Le facce che fate, quando vi sbuchiamo davanti. Le risate...
Sarà stata l'aria, il clima, sarà che siete contagiosi, voi e la vostra idiozia, ma quel giorno, quando mi si è parata davanti quella ragazza lì, con quella criniera di capelli rossi, il volto spaventato coperto di lentiggini...
Nel mio pianeta non esistono queste differenze. Siamo tutti uguali, tutti come me. A volte un po' più alti, un po' più bassi, leggermente più rotondetti. Ma insomma, uguali.
Invece voi siete tutti diversi, tutti! E una cosa che mi fa impazzire, c'è da perderci la testa a pensarci..
Non so come è successo, voi lo chiamate colpo di fulmine, noi lo chiamiamo..
lo chiamiamo..
noi non lo chiamiamo perchè non ci innamoriamo mai.
Da noi ci si accoppia per estrazione numerica, tipo tombolata, tanto per capirci. Si va nell'uffico apposito, si compila un modulo , quindi l'addetto con un timbro ci stampa sulla fronte un numero e ci fa accomodare. Aspettiamo in silenzio sino a che non entra una donna (la chiamo donna per comodità, in realtà da noi si chiamano 14682,54) ,Da un sacchetto di tela la donna estrae un numerino. Chi ha quel numerino viene portato a casa.
Invece a me capita questa cosa, questo colpo di fulmine.
Per farla breve, dopo tre mesi io e Marinella, così si chiama, siamo andati a vivere insieme.
Non è che sia stato facile, perchè io ho il mio carattere,un po' freddo, distaccato, lei invece è tutto un fermento, un movimento, un gesticolare continuo, con quelle mani che spiegano, sottolineano, disegnando in aria strane geometrie. Non è stato facile davvero, però io stavo bene. Ero innamorato.
Innamorato..
Se ci penso sento ancora un fremito, mi manca ancora il respiro,e quello che voi chiamate cuore mi batte forte, come se volesse uscire dal petto. È in tumulto. Ma anche il cuore, voi lo sopravvalutate, sempre a citarlo
il cuore il cuore il cuore!
A me l'amore aveva preso fegato, polmoni, reni, tibie e peroni , mi circolava nel sangue, andava sù e giù, vibrava nelle antenne, nelle orecchie, si insinuava nel naso, sù per le narici.
Ero innamorato con tutto il corpo,insomma!
E' durato tre anni. Poi è finito.
Io lavoravo dall'altra parte del sole, partivo la mattina presto e rientravo la sera tardi, stanco.Non ero molto presente, lo confesso. Però si andava avanti, si pensa sempre che sia un momento, una fase passeggera, ma poi le cose miglioreranno.. vedrai, miglioreranno..
Una sera arrivo a casa e lei mi dice che mi deve parlare. e che non sa come dirlo, ma insomma..ecco..scusami ma non ti amo più.. non è colpa tua, è colpa mia.
E io cosa avrei dovuto rispondere?

E' colpa tua si! Io non ho fatto niente! Io sono stato su Marte, cazzo!

E invece sono rimasto in silenzio.
Muto.
Che mi è anche congeniale stare in silenzio, perchè nel mio pianeta siamo abituati sin da piccoli a usarle con parsimonia. Le parole. Perchè lì da noi le parole costano, le dobbiamo pagare, non le possiamo usare gratis. E allora, visto che hanno un prezzo, quello che diciamo lo abbiamo pensato a fondo, ci abbiamo ragionato su.
Non vuol dire che è giusto, intendiamoci, solo che non parliamo a cazzo, per intenderci.
Ma quando l' ho vista li, di fronte a me, disarmata, dirmi che era tutto finito,
non ho detto niente.
Ho sentito una fitta, come se una scarica di corrente mi avesse colpito in pieno.
e avevo dolore dappertutto
Un dolore..
.Che anche questo sentimento è stata una bella novità. Non intendo il dolore strettamente fisico, quello legato, che so, ad una martellata sulle dita. Quello lo sentivo anche prima, no, io intendo quello che viene da dentro. E' come una mano enorme che s'infila dalla bocca e ti strizza tutti gli organi, ti blocca il respiro.
E infatti sono rimasto lì in silenzio, ad ascoltare le sue parole. Anzi, non le ascoltavo, le vedevo. Guardavo quelle parole, fatte di lettere maiuscole, minuscole, con l'accento, i punti di sospensione, le vedevo uscire dalla sua bocca e cadere a terra, strisciare verso di me come soldati in guerra, muniti di baionetta, arrampicarsi per le mie gambe sù sù sù sino ad arrivare al cuore..
si, l'ho detto,il cuore..
Arrivare sino a lì e poi piantaci le baionette.
zac e zac e zac
e tutte quelle parole io le vedevo.. erano
rimaniamo amici.. sentiamoci ogni tanto.. ti voglio tanto bene..non so cosa mi sta succedendo..ho bisogno dei miei spazi...

E così è andata via.
E io mi sono ritrovato solo. E depresso.

Sul nostro pianeta non si sa cosa sia la depressione. Non abbiamo quel tipo di patologia. Nel nostro pianeta a volte può capitare di avere voglia di dare delle testate al muro, ma così, tanto per vedere la consistenza dei muri.
Prendiamo la rincorsa e ci lanciamo contro i muri a testa bassa. BOOM. E poi andiamo a casa.
Invece qui mi sono messo a tirare testate contro i muri giusto perchè sentivo il bisogno di farlo.
Anche i vostri muri sono belli duri.
Non come i nostri.
Ma duri comunque.
Bè, insomma ero depresso. Mi sono messo a tirare testate ascoltando canzoni tristi. Mi piacciono tanto le canzoni. Noi sul nostro pianeta non abbiamo la musica. Niente. Però abbiamo le discoteche. Il sabato sera andiamo in queste enormi discoteche e stiamo lì, fermi e in silenzio per ore. Fermi. Immobili. Non vola una mosca.
Poi ad un certo orario andiamo a casa.
Invece qui avete le canzoni.
Non sottovalutatele le canzoni, anche le canzonette, quelle che vi sembrano brutte orribili, quelle che parlano d'amore e del cuore, e di tutti quei sentimenti...emozioni.. sono meravigliose.
Io apprezzo molto Albano. Mi piace quando con quella voce parte con gli acuti e non si ferma più! Va e va e va!
Magnifico. Una delle mie canzoni preferite è Nostalgia Canaglia. Quel testo mi commuove sempre:
Nostalgia, nostalgia canaglia
Che ti prende proprio quando non vuoi
ti ritrovi con un cuore di paglia
e un incendio che non spegni mai”

sul perchè quando si è spezzati dal dolore, si ascoltino canzoni del genere, ci sarebbe da discuterne.

Il tempo cura tutte le ferite, dite voi. E' vero.
Ma quale tempo? Quanto dura, il tempo?
Sul mio pianeta il tempo passa secondo le nostre esigenze. Lo comprimiamo, lo dilatiamo a nostro piacere. Hai un'appuntamento per domani? Chiudi gli occhi, li riapri..
...e sei al domani.
Oppure al mese prossimo.
all'anno successivo. Attenzione, non lo salti l'anno, non viaggi nel tempo. No. Vivi, ma quel tempo si comprime in un battito di ciglia.
Soffri?
Chiudi gli occhi, li riapri e sei all'anno dopo. E il tempo è passato.
Le ferite, rimarginate.
Sulla Terra questo non succede. Qui il tempo è pesante, ogni dolore, ogni emozione, si aggrappa ai secondi come avesse le unghie. Qui da voi il tempo non scorre..
arranca.

Eppure non sono andato via, sono ancora qui.
Le ragioni cercatele nel clima, i paesaggi, la musica, il cinema, nel profumo di una torta appena sfornata, nella consistenza di una zolla di terra che si sfalda tra le mani, nel passo svelto delle donne la mattina, nel buon vino.. e altro ancora.
Quante cose
A metterle in fila,
sembra tutta pessima pubblicità, da baci Perugina.
Da lieto fine appiccicato con lo sputo.
eppure
La verità, la pura e semplice verità è
che nonostante tutta questa follia
Adesso, il mio cuore
batte per voi.
Stronzi