"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater
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sabato 4 febbraio 2012

Alla finestra. Riflessioni inopportune di un fottutissimo genio.

Era dagli anni cinquanta che non ne veniva giù così tanta. L'alito addensandosi sul vetro incrostato dal gelo spalma un velo di panna sul paesaggio lattato. Là fuori il mondo si è disfatto sotto una gigantesca colata di yogurt. I soliti tetti rossi, le dolci colline, di uno spoglio giallo verde in questa stagione ma fiorite come l'eden in primavera, languono ammutoliti nell'uniformità candida del nulla, sovrastati dal cielo nel medesimo grigio del fumo che fuoriesce dai camini.
La tosse mi scuote, questo mi ricorda che è il momento di accendermene una, mi cola una narice, tiro su col naso. Sono un grosso pupazzo di stracci, un orso ingobbito ricoperto dalla spessa pelliccia multicolore di lana e poliestere. E' successo che ieri notte il freddo ha fatto gelare i tubi e il riscaldamento è andato. Stamane svegliandomi ho trovato ghiaccio il succo di pera che tengo vicino al letto, questo significa che la temperatura è sotto lo zero e che la casa ora è un igloo, unica difesa dalla glaciazione eterna il vecchio termoventilatore recuperato nello stanzino degli orrori, e degli errori, che ronzando scatarra aria calda.
Degli uccelli neri volteggiano sopra l'abitato, sembrano a loro agio, scivolano nell'aria disegnando complicate indecifrabili figure, per un attimo si posano a gruppi densi, quando uno solo riparte l'intero stormo lo segue.
E' su uno di questi medesimi tetti che da bambino ho visto un uccello fare snowboard sopra il tappo di un barattolo. L'animale scivolava sulla neve lungo la pendenza, arrivato in fondo afferrava il tappo col becco, volava in cima, prendeva posizione e ricominciava da capo. Aveva l'aria di divertirsi parecchio. Uno spettacolo incredibile, magico, a cui nessuno ha mai creduto; rivederlo ora mi farebbe bene.
Mi sposto da una gamba all'altra, basta questo perché l'antico pavimento in cotto dipinto si lamenti. E' tutto graffiato, andrebbe sistemato; da quanto tempo non lo tingo? Vediamo, facciamo due conti: è stato tre mesi prima che Maria Pace se ne andasse portandosi via le piccole, questo fa oltre quattro anni. Il tempo lui sì che vola su ali di vento e non torna mai sui suoi passi.
Maledetta Maria Pace, sgualdrina disumana, mercoledì mi ha di nuovo minacciato, ridendo forte ha detto che se entro la settimana prossima non gli mando tutti gli arretrati lei alza la cornetta e parla con quel laido del suo avvocato, che va a fare quattro chiacchiere col giudice, sicché non potrò più vedere le bambine e qualcuno salirà le mie scale per sequestrarmi tutto ciò che possiedo. Quando ho risposto che non ho più niente, che mi sono già venduto tutto, che mi sono rimasti solo dei vecchi vestiti, lei ha replicato che allora si prenderanno quelli, e ha aggiunto “anche le mutande”. Che sono tutte sporche e bucate, sarà interessante guardare in faccia i partecipanti all'asta pubblica.
Vuole i soldi ma mica li ho, ho giusto quelli che servono per i biglietti per salire su a Milano a prendere le bambine e tornare, e me li sono fatti dare da mia madre che ha sbuffato e ha detto che a quarantanni dovrei sapermela cavare da solo. A parte che è un'emerita stronza, come darle torto? E dovrò prendere una stanza in affitto, a credito, che in casa fa troppo freddo per le mie tenere gioie.
E' stato un brutto anno, l'ultimo di una pessima sequenza. Ho perso il lavoro, c'è la crisi, in giro non c'è niente, solo da una settimana ho rimediato un mezzo part time. Vendere porta a porta bibbie illustrate è ancora più noioso che spacciare polizze assicurative, con il più bigotto e fissato fra gli spretati ex alcolisti poi è puro purgatorio. Tutto il giorno non fa che blaterare del Peccato e del Maligno, dice che così non sarò colto impreparato al sopraggiungere dell'Apocalisse imminente. Dice che manca davvero poco, che gli è proibito essere più preciso ma che il conto alla rovescia è già iniziato, che non so più quale angelo gli mormora giorno e notte il countdown all'orecchio. Lui è un eletto, io, per ora, un reietto.
Mi ha assunto per darmi una mano perché ora che ho smesso di bere e sono sulla via della redenzione, che ho mutato stile di vita e quasi tutte le domeniche vado a messa, lui si sente in dovere di sostenermi, che fra devoti ci si aiuta. Sarà per darmi una mano a non spendere, a morigerarmi e a non precipitare nella spirale dei consumi insulsi e peccatori che mi sgancia massimo 20 euro alla volta.
Tanti uccelli, tutti neri, ma dove sono finiti quelli di altro colore? Tutti emigrati? Comunque mai saputi i nomi dei volatili, intendo dire che certo conosco gazze, corvi, aquile e falchi, tordi e cinciallegre, e non scordiamoci del condor e del pellicano, ma per me sono sole parole, non so affatto a cosa corrispondano, non li distinguo uno dall'altro a parte i piccioni e i gabbiani, e forse, ammesso che il nome abbia un senso e non circolino altri pennuti con la medesima caratteristica, andandoci a sbattere la faccia potrei riconoscere un pettirosso. Mi intendo meglio di polli e tacchini, ma di quelli già denudati riposti in file ordinate nel banco frigo del supermercato, magari già tagliati in comode porzioni.
Il tarabuso, per esempio, che uccello sarebbe? Per me è solo una parola, ma sapere che ha le ali e le penne mi basta, a dire il vero è anche troppo. Eppure lo capisco, non sono mica stupido, ignorare a cosa corrisponda un determinato lemma equivale a non conoscerlo. E senza i termini appropriati come ritagliare le singole cose dal resto dell'universo? Come organizzare l'esperienza? E dopo come rammentarla e farci dei pensieri sopra? Come raccontarne agli altri? Ho letto una volta che l'esquimese usa centinaia di diverse parole solo per indicare le varie sfumature del bianco e i numerosi tipi di neve e di ghiaccio. Quando il cacciatore torna al suo amato igloo, alla fine di un'intensa giornata di lavoro, e la moglie gli chiede “caro dove sei stato oggi?” non può certo cavarsela rispondendo semplicemente “non lo so ma era tutto bianco”.
Un flebile bit mi scivola nell'orecchio, proviene dal mio portatile, segnala un nuovo messaggio. Trascinando il duplice strato di coperte caracollo fino alla scrivania improvvisata ottenuta sovrapponendo due pallets, accomodo i glutei recalcitranti su di una cassetta di plastica, sulla quale ho appoggiato un vecchio cuscino da seggiola altrimenti orfano di ogni funzione.
E' una mail di SenzaLogica, mi esprime la sua solidarietà, si dice scandalizzato da quello che sta accadendo, dice che se me ne vado io va via anche lui. Con poche battute sulla tastiera lo ringrazio e lo saluto. Hasta la vista companero.
Sono quasi tre anni oramai che pubblico poesie d'amore e brevi pezzi di prosa filosofica sul web ma non mi sono mai trovato in un casino del genere. Magari avete letto qualcosa di mio, mi firmo Il Versificatore Mascherato, ma pure Rutto Cortese, Angelo Ribelle, ilfigliodellemuse e, per la verità, anche in tantissimi altri modi. Mi piace intingere i pensieri nel fondo del cuore, estrarli e intesserli in purissimi versi d'amore. Preferisco il metro libero, in particolare il verso libero, chi se ne intende sa che non sono la stessa cosa, ma non disdegno neppure le forme popolari come la frottola e lo strambotto, o vetuste come la barbara saffica, ma quando ho voglia di fare sul serio lascio che le dita danzino sulla tastiera al lirico ritmo di sonetti e madrigali.
E' tanto assurdo che neppure so da dove cominciare. E' accaduto che alcuni giorni fa ho letto la prima parte del nuovo poema di CuorPoet@ ambientato nel secondo conflitto mondiale. Una vicenda commovente che mi ha fatto quasi piangere; una bambina ebrea salva la famiglia che la ospita e protegge offrendosi spontaneamente ai fascisti. Una storia incantevole ve lo giuro, scritta in modo divino in versi torniti e brillanti (ma non raffinati come i miei). Non è un caso se l'opera ha vinto il primo premio del concorso Poesia di Pace e Bontà a Marostica ed è stato pubblicata su carta, come con scarsa eleganza postilla l'autore. Ma non voglio in alcun modo diminuire CuorPoet@, per me è un vero mito.
Ieri ho letto la seconda parte, quella dove la bambina esce dal suo nascondiglio sotto la catasta di legna, e lo giuro mi sono commosso, in realtà per niente, ma sarebbe certo successo se le traversie della vita non mi avessero indurito il muscolo cardiaco. Ad una sfilza di commenti sbrodolanti entusiasmo e meraviglia seguiva quello de il Fosco, un ottuagenario invidioso a cui brucia perennemente il culo, che sosteneva che il poema intero si basa su di una menzogna, poiché è scientifico che i fascisti mai fecero retate di ebrei prima del 43, e che in seguito quando avvenne la colpa era comunque dei nazisti che li spingevano da dietro.
Dico la verità di queste cose non mi interesso, il Fosco certo era presente di persona, nella sua bella divisa da fascista cucita addosso di misura, immagino sappia di cosa parla, ma il punto è chi se ne frega dell'aderenza storica, forse che ci poniamo il problema di sapere cosa respirasse Astolfo sulla luna?
Subito sotto il commento di quella tripla merda de Il Cavaliere Inesistente, un pusillanime beghino che crede che la Madonna di Medjugorje lo accarezzi nel sonno tutte le notti, che sosteneva che se i fatti storici sono inesatti la poesia non vale nulla e non merita alcuna lode. Ma siamo pazzi? Da quando la poesia è succube della realtà? Non è forse sogno e meraviglia? Magico fagiolo scagliato in cielo come arcobaleno multicolore dalle ali di cera?
Quindi il Fosco e Il Cavaliere Inesistente si proponevano di scrivere un poema epico sulla seconda guerra che ristabilisse i fatti storici, poi hanno preso a litigare fra loro su chi dei due avesse avuto per primo l'idea, tanto che CuorPoet@, sebbene ospite sempre squisito, ha pure perso la tramontana e li ha mandati al diavolo.
Non l'avessi mai fatto. Ho lasciato un commento di pura ammirazione al vate CuorPoet@. Ispirato dalla diatriba dei due merdosi ho fatto un poco lo spiritoso, ho scritto che i versi sono di una bellezza irraggiungibile, tanto che roso dall'invidia non posso accettare che non siano miei, ho così deciso di averli composti io stesso, e mi sono pure convinto che lui, Cuorpoet@, altri non è che una parte di me, della mia anima che da me si è distaccata e invito a tornare presto a casa.
Si capisce che è uno scherzo? Si è scatenato l'inferno, CuorPoet@ mi ha ricoperto d'insulti, mi ha definito ridicolo verseggiatore da scuola materna, mediocre e insulso menestrello, patetico giullare. Ha scritto di non provarci nemmeno a sostenere che il poema è opera mia, tanto è registrato alla Siae, ha vinto il primo premio ed è già stato pubblicato, ho controllato, solo in estratto da una casa editrice a pagamento, e ha concluso dandomi del ladro e del plagiario infame.
Stamattina leggendo sono rimasto basito, e non bastasse Rimetta Allegra ha commentato sotto che tempo fa avendo letto alcuni miei sonetti, da lei molto apprezzati, gli erano parsi famigliari, non volendo pensare male aveva lasciato correre, ma ora, che una persona seria e degna di fede come CuorPoet@ dice quel che dice, non ha più dubbi, quei sonetti è certa di averli scritti lei anni fa. Che assurda commedia, Beckett che ubriaco balla nudo sul tavolo, Kafka che si fa tatuare in fronte Joe Condor per essere accettato e applaudito sul web. E che cazzo! Ci sono o ci fanno? Ho risposto di getto, quindici righe di purissimi insulti in rima baciata, uno dei miei pezzi migliori di sempre.

-Ciao Piero ti chiamo per ricordarti che domani devi essere alle dieci in punto sotto casa mia.
-Ricordarmi? No guarda ti sbagli, se tu che devi portarmi le piccole in stazione.
-Parlo in rumeno forse o all'improvviso non comprendi più l'italiano? Domani tra le dieci e le dieci e cinque mi suoni al citofono, che alle dieci e un quarto mi arriva il taxi.
-Di che taxi parli? Non c'è nessun taxi. Pax non eravamo mica d'accordo così.
-Il taxi non è per te ma per me e Alessio, andiamo in beauty farm al lago per il week end. E ricordati di quello che ora dico: non mi nominare neppure, ma se proprio è necessario per te sono solo e sempre Maria Pace.
-D'accordo Maria Pace, non posso venire sotto casa a prendere le piccole perché il treno del ritorno parte solo dopo un quarto d'ora il mio arrivo, ci vuol già tutta così, lo perderei di certo.
-Vuol dire che prendi quello dopo.
-Maria Pace non c'è quello dopo.
-Non alzare la voce con me.
-E tu non pretendere cose impossibili, dobbiamo attenerci agli accordi che hanno preso i nostri avvocati.
-No. Tu vieni sotto casa, suoni, ti apro, ti collochi davanti alla porta dell'ascensore, solo allora mando giù le ragazze. Non cercare di vedermi, neanche di parlarmi al citofono. Porco.

Perché sono così debole? Resisto giusto il tempo necessario a dire no con voce ferma ed espressione granitica prima di rovinare e acconsentire con un sorriso appena sbieco. Essere arrendevoli è come avere sempre torto. La mia è strisciante mancanza di fiducia in me stesso, auto sabotaggio, inconscio desiderio di non abbandonare il regno degli invertebrati, drizzarmi e uscire dalla mota amniotica. Così da non compiere il destino del fottutissimo genio che ho dentro. E Maria Pace che mi conosce così bene di me fa quello che vuole. Anche per questo ho ancora un debole per lei.
Va in vacanza con l'altro, mi pare si chiami Silvio, quello con l'hammer giallo limone che non puoi fare a meno di notare, con le scarpe a punta e i vestiti firmati che non gli si abbottonano neppure.
Quanti fidanzati ha già cambiato Maria Pace, tutti uguali, almeno per quanto riguarda il conto in banca e l'arroganza. Un paio di avvocati, un industriale del mobile, un farmacista, non so quanti dentisti, un chirurgo estetico, almeno un notaio. Alla timida Maria Pace gli uomini durano meno dei tampax.

Squilla il citofono, da dietro i vetri intravedo le teste di Leo e Renzo, e indovino quelle del Conte e del suo rottweiler gigante. Non è cosa, mi scosto dalla finestra per non essere visto. Leo insiste, deve essere rimasto incollato al campanello, e si diverte pure, dopo gli iniziali squilli prolungati ora si esibisce in una scoppiettante marcetta demente. Ed ecco la voce del Conte che grida mio nome accompagnato dall'ululare di Bruto. E' inutile, sanno che sono in casa, non la smetteranno mai, attireranno l'attenzione di tutta la strada. Schiudo appena la finestra, giusto uno spiraglio per farmi udire.
-Andatevene a cagare.
-Apri la porta che la facciamo nel tuo cesso.
-Scendi che andiamo a divertirci.
-Dai che paga il Conte.
-Andatevene. Ho da fare. Sono malato, non posso prendere freddo.
-Dai che ti scaldi, stasera si va a tutta birra e whisky.
Non rispondo neppure, prima di richiudere assaporo il frizzare dell'aria e l'odore della neve, come di mondo appena creato, leggero, solo luminoso futuro, niente alle spalle. Li lascio lì, in piedi nella neve alta ad abbaiare al cielo.

Non odio il genere umano, neppure sono un solitario, sono loro ad essere dei soggetti impossibili. Si ubriacano, alzano la voce, e finisce a pugni. Se ne fregano loro, sono degli impuniti, possono permettersi di fare tutto quello che vogliono. Non hanno più niente da perdere. Senza contare che per paura di ulteriori problemi le vittime non li denunciano nemmeno, e i padroni dei locali preferiscono lasciar correre, sempre per limitare i danni, e la polizia non sa che fare, conosce il copione e lo trova noioso, per quanto sia incoerente preferisce girarsi dall'altra parte e lasciare andare.
Ma io no, io non posso permettermelo, il giudice è stato chiarissimo, alla prossima che combino fa in modo di farmi togliere le bambine. “Cammina ben dritto” mi ha detto, “non voltarti mai, né a destra né a sinistra. E se senti dentro di te quella vocina che ti suggerisce che sarebbe divertente scartare di lato tu non darle ascolto, o io ti fotto”.
Poi bere non posso. Fare tardi non posso. Domani mi devo tirare su presto per andare a Milano, e se il capo scopre che ho bevuto anche solo un bicchierino perdo il lavoro, e se accade perdo pure i miei tesorini.
Non se ne parla. Poi sono tre pazzi. Quattro con il cane. La settimana scorsa hanno infastidito tutte le ragazze al bar del bowling, quando il vecchio che sta alla cassa gli ha chiesto di smetterla gli hanno aizzato contro Bruto che non se le fatto ripetere due volte. Quindi hanno rovesciato e rotto tutto quello che hanno potuto. Poi sono scappati con la macchina del Conte alla balera della Nico e il vecchio è andato in ospedale in ambulanza.
Non esiste, l'ultima volta mi sono svegliato nel cuore della notte nel letto di una puttana, la bocca che sapeva di merda, il Cobra in mutande seduto sul tappeto che sibilava di sé in terza persona con una battona centenaria, e il Conte chiuso nel cesso con altre due professioniste che cercavano di abbattere la porta per poterlo uccidere.
Io ho la mia vita a cui badare, migliaia di cose da sistemare. Per esempio devo buttare giù un post col nickname Angelo Ribelle, il mio frammento d'anima più rompi coglioni, e attaccare CuorPoet@, insinuare che il suo poema è un miserabile plagio, che lo ha realizzato col copia e incolla con i pezzi rubati in giro per il web. E che è insulso, niente più che una favoletta per bambini. E devo fare piangere amaro Rimetta Allegra, quando avrò finito con lei le sarà necessario un nuovo nick.
E devo chiamare mia madre per chiederle se domani sera io e le piccole possiamo mangiare da lei, e pure i giorni seguenti, così non faccio la spesa e non dilapido in pizzeria.
E devo organizzarmi per tirare su un po' di grana, giusto per ridurre l'ammontare degli arretrati con Maria Pace e tenerla buona.
E devo trovarmi un altro lavoro, una cosa qualsiasi, anche di poche ore, per integrare la miseria che guadagno con la vendita delle bibbie. Non sarà facile, la laurea la considero già buttata nel cesso, sono disposto a fare qualunque cosa, ma dovrò combattere contro eserciti silenziosi composti da milioni di minuscoli cinesi insonni, senza festività da celebrare o parenti a cui badare. Ma la spunterò, lo faccio per le mie bambine, la causa è giusta, sono in missione per conto di Dio, niente mi può fermare.

Tutto per colpa di Maria Pace, mentre stavamo insieme avevo ogni cosa, l'amore, le figlie, una vera casa, il lavoro. Zoccola infame. Pensare che quando l'ho conosciuta pareva un cucciolo spaurito, tenero, bisognoso di cure. Biondina, gli occhi chiari, il sorriso esangue; alta, smunta e senza tette che pareva una pertica. Ora ha i capelli neri, lisci e lucenti, una quinta maggiorata di reggiseno e labbra al silicone che paiono voler ghermire il mondo, gambe lunghe tornite dalla cyclette poste su vertiginosi tacchi. Dio come la desidero.
Com'è che è finita così? Ci amavamo. Ne sono certo, almeno all'inizio anche Maria Pace mi voleva bene. Poi l'amore si è sciolto in rancore ed è montato in vero e proprio odio. E' stato allora che ho cominciato a bere come nel più scontato dei romanzi, lei m'insultava, io ero pazzo di gelosia. La picchiavo? Lei dice di sì ma non mi pare, forse una sberla ogni tanto.
Una sera sono tornato ubriaco, ho trovato l'uscio chiuso col paletto, ho suonato, niente, ho urlato e tirato pugni e calci. Niente. Allora ho murato l'entrata con il nastro adesivo, ho ripreso a picchiare sul campanello, volevo vedere la faccia che Maria Pace avrebbe fatto scoprendo che non ero io ad essere chiuso fuori ma era lei ad essere in prigione. Niente, non ha aperto. Allora ho dato fuoco a tutto quanto ed è finita che sono arrivati i pompieri a braccetto con la polizia. E in quella occasione che è finita tra noi, che ho perso Maria Pace per sempre. Lei non mi ha concesso altre possibilità.

-Piero non farci bere da soli, abbiamo bisogno di te.
-Non fare il prezioso.
-Dai che al bancone dell'osteria stasera c'è la Gina che ci fa annusare un po' di fica.
“Andiamo a divertirci”, dicono “droghiamoci forte, 'tanto il mondo sta andando comunque a male. Non senti questo odore? E' quello della fine”.
Ascolto la mia voce dire “d'accordo, solo un attimo e scendo”.
Do un'ultima occhiata ai tetti, alle colline, agli uccelli che palpitano tra il grigio del cielo e il bianco del mondo. Li respiro, me ne riempio i polmoni. Chiudo la finestra consapevole che il candore si discioglierà presto in rivoli di liquido scuro.


lunedì 31 ottobre 2011

Cose che succedono a Bareggio

Stavo pescando illegalmente nel laghetto artificiale del parco Arcadia, quando sbuca dall'acqua, con tanto di muta da sub e boccaglio, il segretario della Lega Nord di Bareggio, Luca Beltramello. Ha una fiocina in mano, con infilata su una carpa di 10 chili. Non ci conosciamo, e va bene così.
Signor Beltramello, lo sa che non si può pescare qua dentro?” gli faccio notare, dopo avere buttato la canna da pesca lontano da me. Lui mi guarda come se fossi la Gibillini, e mi risponde:
Noi padani possiamo pescare nel laghetto artificiale padano, perchè abbiamo le stesse origini!”
Celtiche?” gli domando.
Certamente!” fa lui, e strappa con i denti un pezzo di pesce, a confermare la discendenza selvaggia. Io, che non mi faccio intimorire da nessuno, figurarsi se mi impressiono, gli faccio notare un cartello alle sue spalle:
Ma il cartello, li in fondo, dice che non si può fare!”
Tu non puoi farlo, perchè sei un terrone, io posso, in quanto oramai non sono più al governo del paese e posso dire e fare tutto il cazzo che voglio!”
Ma ci sei stati due anni e mezzo in Comune, e adesso parli come uno che è una vita all'opposizione!” ribatto io, che sono uno che si incazza facilmente.
noi della Lega facciamo sempre così, abbiamo il popolo dalla nostra!” dice il Luca mentre si toglie le pinne e la muta. “ E se non ti levi di mezzo, finisce che ti tiro una fiocinata!” mi urla dietro. Casualmente mi trovo per le mani un pezzo di legno e gli mollo una bastonata dritto in mezzo alla fronte. Il poveretto cade a terra come una pera, urlando dal dolore.
Ma cosa fa!” grida “ Mi percuote?”
Non ero io, sarà stato un comunista” dico io.
Non fare il furbo,non ci sono più i comunisti!”
Ne è rimasto uno, e va in giro a tirare mazzate ai leghisti. E' andato di là!” faccio io, indicando le gabbie dei cerbiatti. Il Luca Beltramello non sembra molto convinto della mia versione, comunque si alza, borbottando in dialetto meneghino e guardandomi storto.
Vado a casa, che mi gira un po' la testa...” mormora.
Non è che magari con la botta, le è venuto in mente cosa siete stati a fare per tutto questo tempo in giunta” gli chiedo “. Perchè sa,' anche grazie a voi che è stata votata la Gibillini. Mai che vi pigliate uno straccio di responsabilità. Avete comuni, provincie ,regioni, stato, , ministeri, vi accaparrate tutti i posti possibili,e fate sempre quelli che cascano giù dal pero!”
Ma sei proprio un terrone! Non capisci niente di politica!” mi fa il Beltramello.
Guarda là, il comunista!” gli urlo, puntando un dito alle sue spalle. Il tempo di voltarsi e gli do un altra botta in testa. Il leghista cade giù secco. Dopo un po' si sveglia, mi guarda e fa:
Cosa è stato?”
Un altro comunista. Erano in due” gli dico.
Mi avevi detto che era uno!” obbietta.
Ho sbagliato a contare. Ero a scuola col Renzo Bossi, la matematica non ci è mai piaciuta...”
Allora va bene così” dice il Luca, un uomo che è abituato a mandare giù tutte le cazzate che dicono quelli della Lega e i suo compari del Popolo della Libertà. Poi, senza dire una parola, va via dal parco Arcadia barcollando.
Riprendo la canna ed inizio a pescare. Dopo pochi minuti inizia a piovere. Faccio per aprire l'ombrello, ma non lo trovo, nel punto dove lo avevo appoggiato, trovo il boccaglio da sub.
Sparito l'ombrello.
Ora, caro Luca Beltramello, te lo dico con le buone: vedi di restituirmi quello che hai preso illegalmente e la cosa la facciamo finire qui, senza mettere di mezzo gli avvocati. E ti ridò anche il boccaglio, che tanto mi fa schifo solo a guardarlo.
Ho finito

sabato 15 ottobre 2011

Il signor Giacomo

Alle 6,45 la sveglia del signor Giacomo suona. Lui si alza, va in cucina e mette la caffettiera sul fuoco.. Gli sovviene che oggi è sabato e quindi non lavora. Dandosi dello stupido, ritorna a letto e si riaddormenta. Si sveglia di soprassalto dopo pochi minuti, con la consapevolezza che, in effetti, oggi non è sabato.
E' venerdì.
Con un balzo esce dal letto, corre in bagno, quindi si veste ed esce dal proprio appartamento. Si infila nell'ascensore, scende sino al pianterreno, quando gli sorge il dubbio di aver lasciato aperto il gas in cucina. Schiaccia il pulsante del quinto piano,risale, quindi apre la porta di casa e sente il telefono squillare. Risponde: E' il Direttore dell'ufficio, che gli chiede spiegazioni del ritardo
. Il signor Giacomo si scusa, quindi esce di casa, sale in ascensore e schiaccia il pulsante del pianterreno.
All'altezza del secondo piano il signor Giacomo si rende conto di aver lasciato la chiave di casa infilata nella porta. Risale al quinto piano e trova la chiave ciondolante dal buco della serratura. La sfila , risale in ascensore e scende sino al pianterreno. Nell'androne incontra il portinaio, lo saluta , esce e si avvia verso la macchina.
Il signor Giacomo non trova le chiavi della macchina.
Sono rimasti nei pantaloni indossati il giorno prima. Veloce ritorna nel palazzo, saluta il portiere, entra in ascensore, arriva al quinto piano, entra a casa, corre in stanza da letto, ma i pantaloni non ci sono.
Il signor Giacomo si ricorda di averli messi a lavare in lavatrice.
Apre la lavatrice, tira fuori i panni bagnati, trova i pantaloni, recupera la chiave della macchina, esce di casa e...
l'ascensore non c'è.
E' fermo al primo piano. Lo chiama. L'ascensore parte, ma non sale. Scende al pianterreno.
Il signor giacomo schiaccia il pulsante dell'ascensore, e quello risale.
Ma al quarto piano si ferma.
E torna al pianterreno.
Il signor Giacomo decide di prendere le scale, scende tutte le cinque rampe di corsa , saluta il portiere, esce in strada, entra in macchina e decide di chiamare in ufficio per dire che è in ritardardo.
Ma il cellulare non c'è.
E' in casa.
Nel telefonino ci sono dei numeri importanti che il signor Giacomo deve chiamare in giornata, quindi è costretto a scendere dalla macchina, correre nel condominio, salutare il portiere, prendere l'ascensore, salire al quinto piano, aprire la porta e prendere il telefonino.
Ma non lo trova. Decide di chiamarsi, usando il telefono fisso. Lo sente squillare.
Ma non in casa. Il cicalio proviene da fuori.
Dall'ascensore.
Il signor Giacomo vede il telefonino in un angolo del pavimento dell'ascensore, l'istante prima che le porte si chiudano e l'ascensore scenda, al pianterreno.
Il signor Giacomo chiude la porta di casa e corre a rotta di collo per le scale. Nell'ultima rampa appoggia malamente il piede destro e si sloga una caviglia. Zoppicando e bestemmiando il signor Giacomo raggiunge l'ascensore al pianterreno.
E dentro l'ascensore, il telefonino, c'è.
Recuperato il telefonino il signor Giacomo zoppicando raggiunge la macchina, e dopo essersi seduto, chiama in ufficio.
Un centralino lo avverte che dovrà aspettare pochi minuti. Lui aspetta e dopo tre minuti una voce gentile lo informa che il suo credito è finito.
Il signor Giacomo sbuffando mette in moto la macchina, poi casualmente dà uno sguardoin alto, verso il suo appartamento, e vede del fumo nero uscire dalla finestra socchiusa . Il signor Giacomo si rende conto di non aver chiuso il gas, e che qualcosa ha preso fuoco, quindi pianta la macchina in mezzo alla strada, zoppicando entra nel condominio, non saluta il portiere e chiama l'ascensore.
Ma quello non arriva.
Si è rotto” sente dire dal portiere.
Il signor Giacomo manda affanculo il portiere, quindi sale cinque rampe di scale, apre la porta di casa, corre in cucina dove viene investito da un fumo nero, e dal forte odore di alluminio e plastica bruciata. Spegne il gas e sposta la caffettiera.
La caffettiera è arroventata.
Il signor Giacomo urla e lascia cadere la caffettiera, che finisce sul piede sano.
Il signor Giacomo urla un'altra volta.
Con molta fatica il signor Giacomo si porta vicino alla finestra e la spalanca. Guarda in strada.
Vede due tipi poco raccomandabili salire sulla sua macchina, ferma in mezzo alla strada, e partire sgommando.
Il signor Giacomo si siede in cucina
E rimane li per un bel po'.

domenica 26 giugno 2011

Omicidio in Amazzonia : appello generale

La foresta amazzonica è a rischio. Il Congresso brasiliano ha seriamente indebolito le leggi che proteggono le foreste e i coraggiosi attivisti brasiliani sono stati ammazzati per essersi opposti al progetto. E' arrivato il momento per noi d'intervenire e di fare di questa una battaglia globale: se tutti noi chiederemo alla Presidente Dilma di mettere il suo veto alla legge, potremmo salvare l'Amazzonia! L'Amazzonia è in serio pericolo: una delle due camere del Congresso del Brasile ha deciso di cestinare le leggi che oggi proteggono la foresta. Se non agiremo immediatamente la gran parte del polmone verde del nostro pianeta potrebbe essere distrutta. La decisione ha scatenato un' indignazione diffusa e manifestazioni in tutto il paese. E la tensione sta crescendo: nelle ultime settimane molti ambientalisti sono stati uccisi, probabilmente da criminali commissionati dai latifondisti che disboscano illegalmente le foreste. Il tempo stringe, e ora stanno cercando di mettere a tacere ogni opposizione proprio mentre la legge è in discussione al Senato. Ma la Presidente Dilma può mettere il proprio veto, se solo riusciremo a convincerla che deve respingere le pressioni politiche nel paese e mostrarsi invece una leader a livello mondiale. Il 79% dei brasiliani è in favore del veto di Dilma contro la modifica delle leggi che proteggono le foreste, ma le loro voci si scontrano con quelle della lobby dei latifondisti. Ora sta a noi alzare la posta e fare della protezione dell'Amazzonia una battaglia globale. Uniamoci in un appello enorme per fermare gli omicidi e la deforestazione illegale, e soprattutto per salvare l'Amazzonia. Firma la petizione sotto - sarà consegnata a Dilma non appena riceveremo 500.000 firme: http://www.avaaz.org/it/save_the_amazon/?vl Tutti noi amiamo il Brasile! Il sole, la musica, il ballo, il calcio, la natura: è un paese che affascina milioni di persone in tutto il mondo. Questo è il motivo per cui il Brasile ospiterà la prossima Coppa del mondo, le Olimpiadi del 2016 e il vertice sulla terra del prossimo anno, un incontro che potrebbe fermare la morte lenta del nostro pianeta. E tutta questa nostra passione per il paese non è ingiustificata: l'Amazzonia è fondamentale per la vita sulla terra, visto che ben il 20% del nostro ossigeno e il 60% dell'acqua dolce provengono dalle sue magnifiche foreste pluviali. E' per questo che è cruciale che tutti noi la proteggiamo. Ma il Brasile è un paese che sta crescendo a ritmi da record, nel tentativo di far uscire dalla povertà decine di milioni di persone, e la pressione in favore della deforestazione e dell'estrazione di minerali è molto forte. Ed è questo il motivo per cui il paese sta per abbandonare la protezione dell'ambiente. Gli attivisti del posto sono stati uccisi, minacciati e fatti tacere, e ora sta ai membri di Avaaz di tutto il mondo mettersi dalla parte dei brasiliani e chiedere ai politici brasiliani di essere coraggiosi. Molti di noi hanno visto nei propri paesi come sia la natura a pagare le conseguenze della crescita economica, e l'acqua e l'aria sono sempre più inquinate e le nostre foreste muoiono lentamente. Per il Brasile però l'alternativa è possibile. Il predecessore di Dilma ha ridotto sensibilmente la deforestazione e ha costruito la reputazione internazionale del paese come leader nella difesa dell'ambiente, allo stesso tempo godendo di una fortissima crescita economica. Uniamoci tutti insieme e chiediamo a Dilma di seguire quella strada - per salvare l'Amazzonia. Negli ultimi 3 anni i membri brasiliani di Avaaz hanno fatto passi avanti enormi e hanno portato avanti campagne che vanno verso il mondo che vogliamo: hanno ottenuto una coraggiosa legge anti-corruzione, hanno fatto pressione sul governo per chiedere di giocare un ruolo cruciale all'ONU, proteggere i diritti umani e intervenire in favore della democrazia in Medio Oriente, in Africa e altrove. Ora che coraggiosi attivisti brasiliani sono stati uccisi per avere protetto una preziosa risorsa naturale per tutti noi, uniamoci e costruiamo un movimento internazionale per salvare l'Amazzonia e proclamiamo il Brasile come leader internazionale anche questa volta.

lunedì 30 maggio 2011

SCARPE SCOMODE

Finalmente era a casa. Si era buttata sul divano e si era tolta immediatamente le scarpe lanciandole sul tappeto, prima una poi l’altra.
Le avevano fatto male tutto il giorno ma erano quelle eleganti che metteva
col tailleur quando aveva le riunioni coi venditori. Mentre parlava Spanzani, se le era anche sfilate per un po’ sotto il tavolo della conference room, provando un piacere sottile, un benessere momentaneo, sottolineato da un sospiro profondo e involontario.
Non era serena, lui non stava bene e il pensiero andava sempre là. Non si sentivano da un po’, la cura contro l’amore infelice non si poteva interrompere ma tanti anni insieme non si cancellano e l’aveva chiamato.
L’aveva ascoltato parlare per venti minuti filati, a fatica era riuscita ad infilarsi ogni tanto nel fiume di parole che arrivavano dal telefono per dire qualcosa anche lei , ma aveva avuto la sensazione che quelle brevi interruzioni lo infastidissero per la paura di perdere il filo del discorso o di dimenticare qualche particolare.Poi una chiamata sotto aveva fatto finire la conversazione bruscamente. In fondo, quello che lui doveva dire era stato detto. La telefonata poteva terminare.

Era rimasta così, col cellulare in mano per qualche secondo, sospesa tra un prima e un dopo, in un tempo irreale. Si ricordò improvvisamente che aveva un appuntamento con l’agenzia immobiliare, allora si era infilata di nuovo le scarpe scomode, aveva preso la borsa, le chiavi della macchina ed era scesa di corsa.

Mentre guidava si sentiva inquieta, una sensazione imprecisa ma crescente come di marea che saliva dalla pancia la opprimeva. Dentro di lei c’era un flusso continuo di pensieri che non poteva controllare, un ritorno infinito di immagini, ricordi, voci e poi, all’improvviso, aveva capito. Tra tutte quelle parole al telefono non c’era stato posto per un semplice “tu come stai?”, un piccolo segno di interesse anche per la sua di vita, una minima curiosità per il suo quotidiano, per le sue difficoltà, e fatiche e momenti bui, nessuna solidarietà tra naufraghi.

No, nessun “tu come stai”. Non c'era stato spazio e tempo per lei.

Si ritrovò con quelle lacrime silenziose e stupide che le scendevano a tradimento sulla faccia. Era arrivata alla ragione profonda di quel pianto ribelle e ad una rivelazione: che c’è sempre una ragione precisa dietro ad ogni evento e quella ragione adesso stava lì, in tutta la sua chiarezza, riaffiorata da sotto cento strati di sensi di colpa dove lei stessa l’aveva nascosta.

Ferma allo stop del viale alberato che portava al parco, incrociò il suo stesso sguardo nello specchietto retrovisore, quella donna riflessa la stava guardando con occhi diversi questa volta, meno accusatori del solito.
Aveva fermato la macchina al bordo della strada, la luce era veramente una meraviglia in quella sera di inizio estate. Era scesa dall’auto per guardare di più, si era tolta le scarpe e si era seduta nel prato, le mani e i piedi nell’erba fresca e gli occhi persi nel cielo rosa. L’agenzia poteva spettare..come tutto il resto.


Scritto da FULVIA LIVIERO

Senza

La vena è quella delle considerazioni spicciole. Ieri sera si è alzato un vento senza ragione e senza origine nota. Sembrava correre da est, attraversare tutta la pianura, volteggiare intorno alle Apuane e buttarsi sul Tirreno per fermarsi forse in Corsica. Temperatura bassa, raffiche oltre i venti nodi e quella punta di umidità che basta a far sentire ancora più freddo.
Non ricordo primavere così poco ordinarie, non ricordo salti di vento, corse di nuvole e picchi di maltempo così frequenti. Ero abituato alla sicura mutevolezza, lenta e quasi impercettibile del cielo padano. Una settimana di grigio uniforme e tre giorni di sole pallido e tiepido. Così era e così doveva restare. Invece niente è più come prima. Nello spazio di una mattinata il cielo passa dall’azzurro al nero, l’asfalto dal rovente all’umidiccio e poi di nuovo caldo per il sole nuovo. E io ho perso le mie certezze, i miei riferimenti, la mia tranquillità.
Non ho il coraggio di schierarmi dalla parte dei colpevolisti e nemmeno da quella degli innocentisti.
Potremmo essere noi la causa di tutto questo, ma potremmo esserne semplicemente attori da cammeo. Non è questo il punto.
Il punto vero è che se vi fermate a guardare il cielo per tre ore, vi accorgete che l’equilibrio non esiste più. Basta una diminuzione della salinità dell’Atlantico, una piccolissima riduzione dell’uno percento, perché le coste del Portogallo, della Spagna, della Francia e dell’Inghilterra diventino fredde come l’Alaska. Basta un punto percentuale. Meno della metà dell’inflazione annua.
Basterebbe quello a metterci in ginocchio, a creare una catastrofe, a dare inizio alla fine.
E io aspetto quello. Una passata di ghiaccio su tutto l’emisfero boreale per dare inizio all’ultima danza di questa lunga festa. Io resto qui, in piedi con la faccia rivolta al vento, ad aspettare che arrivi la fine perché ci sia un nuovo inizio. Un inizio senza cemento, senza silicio, senza petrolio, senza filigrana. E senza capitale, senza lotta operaia, senza le scomuniche, senza i satelliti, senza le bombe artificiali intelligenti e senza quelle umane e deambulanti. Senza il potere, senza la giustizia e senza l’ingiustizia, senza la morale e senza gli amorali, senza la superficialità e senza il grande pensiero. Senza la religione che china la testa e senza quella che bastona le teste che non si chinano, senza il turismo intelligente e senza il turismo sessuale, senza l’amianto e senza la carta riciclata. Senza tabacco e senza oncologi. Senza guerra preventiva e senza pace duratura.
Senza niente. Senza neanche me, perché l’Alleanza non è più possibile.
Solo un leone che corre e una gazzella che scappa. Senza metafore.

domenica 29 maggio 2011

Cartolina di natale da una prostituta di Minneapolis

Hey Charlie, sono incinta e vivo sulla nona proprio sopra una sudicia libreria vicino a Euclid Avenue
e non prendo più droga e ho smesso di bere whiskey
e il mio uomo suona il trombone e lavora giù alla ferrovia

Dice di amarmi, anche se il bambino non è suo
dice che lo crescerà come se fosse suo figlio
e mi ha regalato un anello che portava sua madre
e mi porta fuori a ballare ogni sabato sera

E hey Charlie, ti penso ogni volta che passo davanti ad un distributore
Sarà per tutta la brillantina che ti mettevi nei capelli
e ho ancora quel disco di Little Anthony and the Imperials
ma qualcuno mi ha rubato il giradischi, che te ne pare ?

Hey Charlie, sono quasi impazzita dopo che hanno beccato Mario
sono tornata ad Omaha a vivere con i miei
ma tutti quelli che conoscevo o erano morti o in prigione
così sono tornata a Minneapolis, questa volta penso di rimanerci

Hey Charlie, penso di essere felice per la prima volta dal mio incidente
e vorrei avere tutti i soldi che spendevamo in roba
mi comprerei una concessionaria di auto usate senza venderne nessuna
guiderei un auto diversa al giorno a seconda di come mi sento

Hey Charlie, cristosanto, se vuoi sapere la verità
non ho un marito, non suona il trombone
ho bisogno di un prestito per pagare l’avvocato, e Charlie, hey
potrò uscire in libertà vigilata in tempo per San Valentino.

Tom Waits
Tom Waits – Blue Valentine 1978



martedì 24 maggio 2011

LA COLLA

Da quando quell'uomo aveva lasciato la famiglia,moglie e figli, la sua vita stava andando in pezzi.
Ogni giorno ne perdeva alcuni e lui li raccoglieva come fossero i cocci di un vaso rotto .
Era un bel vaso pieno di fiori colorati e profumati, la sua esistenza.
Si,ogni tanto quei fiori appassivano e scolorivano senza che se ne accorgesse ma bastava metterne altri e quel vaso si trasformava in un prato fiorito all'inizio della primavera.

Insomma, quei cocci li teneva in mano e sospirando diceva tra se e se: < E adesso ? Anche questi;se vado avanti così non riuscirò più a riattaccarli,sono troppi>.
Erano cocci di un amore perso nel tempo, di amicizie ormai lontane,di abitudini stravolte, di orizzonti cambiati,di una salute un tempo forte e che ora, data l'età, non lo era più.

Ci pensava tutti i giorni,come fare a rimetterli insieme tutti quei pezzi di vita che perdeva quotidianamente.

" Se avessi una colla speciale per riattaccare tutto" si diceva pensando ironicamente a tutto quello che gli era successo nell'ultimo anno.

Quei cocci li aveva numerati in modo tale che ,il giorno che li avrebbe riattaccati, non avrebbe avuto difficoltà a trovare gli incastri giusti.

Aveva perso l'amore di sua moglie, che l'aveva lasciato costringendolo ad andarsene da casa. Coccio numero uno…

Con i figli i rapporti erano buoni ma gli mancavano al punto che spesso gli succedeva di piangere pensando a loro.Coccio numero due…

I soldi scarseggiavano e si era visto costretto a chiedere un prestito ai suoi genitori. Coccio numero tre….

E la salute non era più quella forte di un tempo.Coccio numero quattro…

Questi erano i cocci più grandi. Ma ce n'erano altri,più piccoli, comunque importanti.

Dunque bisognava trovare una colla,un adesivo,si insomma qualcosa che rimettesse assieme quei cocci, quei pezzi smarriti della sua vita.

Passò del tempo e come per incanto l'uomo si trovò tra le mani un potentissimo collante.
Non era un prodotto che si potesse comprare in qualche negozio specializzato.
Non era nemmeno una cosa che aveva ideato lui.
Non sapeva da dove venisse ma capiva che faceva per lui: quell'uomo aveva riscoperto l'amore!!!!
Si, si era innamorato di una donna che lo ricambiava.
Era tornato pieno di energie e voglia di fare.
Aveva ritrovato i suoi vecchi amici e con quella donna ne aveva trovati di altri.
Cambiò lavoro, il che gli permise di guadagnare di più.
I figli, che nel frattempo erano diventati maggiorenni, spesso andavano a trovarlo nella sua nuova casa.
Un mattino,era guarda caso la giornata di Pasqua, si svegliò e capì che era riuscito a mettere insieme ,finalmente, tutti i cocci che aveva conservato.

Quel giorno cominciò per lui una nuova vita.













Alaa Wardi - Ma3gool

sabato 21 maggio 2011

...silenzio...


...il silenzio di un uomo che cammina solo, è senza parole, le ha perdute tutte nel tempo e adesso sembra un albero spoglio, rinsecchito, le sue parole sono volate via come le foglie secche...

...il silenzio di ha troppo da dire e sta cercando le parole giuste, troppe emozioni, sembra che esplodano in lui e allora tace e riflette, sembra un albero carico di gemme che devono aprirsi alla vita e stanno aspettando e cercando il modo giusto per farlo...

...il silenzio dell'uomo che sa cosa dire ma non dice niente perchè ha già tutte le risposte, ma le tiene per sè come un albero selvatico carico di frutti maturi che nessuno raccoglierà, cadranno e la dolcezza di quei frutti sarà persa, nessuno potrà sentirla...

La colla

...la colla...

La mente umana è una cosa assai strana. Ci penso e non mi so spiegare come funzioni realmente.
Sono a scuola e sto lavorando con i miei bambini. Tutti i giorni lo faccio, eppure ogni giorno è unico, loro sono diversi e così io. Distribuisco una scheda, la devono incollare e passo tra i banchi per vedere che non finisca a cavallo del quaderno o fuori dal bordo del foglio, quasi sul banco. Rimango sempre stupita di come riescano a sbagliare cose semplici come incollare un pezzo di carta in uno spazio e alttrettanto quando mi danno risposte che sembrano le più speciali del mondo.
Mi avvicino ad un banco e vedo il tubetto di colla; non è come quello di tutti gli altri ed ha qualcosa di familiare. Lo prendo in mano, lo annuso. La mia colla.
Mi guardo intorno e sono nella mia classe, ma non sono io l'insegnante che gira per i banchi, sono la bimba seduta al suo banco che cerca di mettere quella benedetta scheda dritta sul quaderno, con la sua colla in mano che ha un profumo così strano. Mi affascina quell'odore ma non so perchè.
La maestra controlla, io ho il fiato sospeso. Poi un sorriso; sì, ce l'ho fatta, la scheda è dritta, sono stata brava. A scuola me la cavo, sono più brava in matematica. Inumeri per me non hanno sorprese. Ma le parole. Quelle mi fanno paura, è stato così fin dal primo momento che le ho viste. Le guardo e vanno tutte insieme. Sulla pagina del libro non vogliono stare ferme mentre cerco di inseguirle per riuscire a leggerele. La maestra, severa, mi guarda e mi dice che devo esercitarmi di più, se voglio leggere come si deve. Ci provo, ma è tutto contro di me. Anche quando voglio scriverle, la stessa cosa. E' una vera congiura. E poi la manina bella e quella brutta. Se guardo le mie mani le vedo uguali, ma la maestra no. Lei diceva che la manina bella deve scrivere. Tra le mie mani, vuole scrivere quella brutta. In tutta quella lotta, di mani, di parole, di suoni, non ci capisco più niente. Ma sono una bimba piena di risorse, come tutti i bambini, che riescono a trovare soluzioni possibili anche dove non ce ne sono.
Chiedo alla mamma di leggere almeno una volta per me e sto così attenta da mettere nella mia memoria, appiccicate, come incollate con la colla dal profumo strano, tutte le paroline, tanto che quando leggo, nessuno si accorge che ripeto a memoria quello che ho sentito. Non dura molto il mio inganno, perchè la manina bella tiene il segno dove vuole e non segue il mio racconto. Insomma, è una dura lotta, ma alla fine riesco a mettere pace tra tutti. Mani, parole, maestra e me. Oggi amo le parole.
Prendo il tubetto di colla e lo porto verso il viso; chiudo gli occhi un attimo ed aspiro. Poi lo restituisco: "Sai che da piccola usavo questa colla anch'io, mi piaceva tanto il suo profumo". La mia bimba mi guarda e sorride:"Piace tanto anche a me".

mercoledì 18 maggio 2011

Vacanza in Spagna

La prima vacanza con gli amici fu in Spagna. Eravamo io, Gino, Mimmo ed Emilio. Avevamo 18 anni. Io ero il solo ad avere una macchina. Mi era stata venduta da dei giostrai, si trattava di una macchinina dell'autoscontro, con sotto un motore elaborato di un tagliaerba, capace di raggiungere i 180 chilometri orari solo toccando il pedale dell'acceleratore. Aveva, oltre i due posti davanti, altri due sedili saldati dietro, ricavati da seggiolini del calcinculo. Quel gioiellino era munito di stereosette, collegato a delle casse acustiche da 300 watt di potenza. Se mettevo il volume a palla, la macchina si cappottava. Era una meraviglia, l'unico problema era che ogni tre chilometri bisognava infilare un gettone nella fessura.
All'alba del 13 agosto 1983 feci il giro delle case a recuperare i miei compagni di viaggio. I genitori piangevano, sventolavano fazzoletti bianchi come se partissimo per una missione suicida. Mia madre mi aveva dato da tenere in tasca la foto di Padre Pio, come portafortuna, la madre di Gino gli aveva fatto promettere dinanzi ad una statua della Madonna di due metri d'altezza che avrebbe dovuto chiamare ogni tre ore, il papà di Mimmo gli aveva infilato in tasca con fare complice una scatola di preservativi, che si tramandavano in famiglia da più di 4 generazioni, ancora intatta.
Finalmente eravamo tutti in macchina. La mamma di Emilio disse:
Mi raccomando, andate pia...”
Schiacciai l' accelleratore. In 12 secondi eravamo a 4 chilometri di distanza. Io al volante, Emilio di fianco a me infilava gettoni nella fessura a ritmo indiavolato, Gino e Mimmo aggrappati ai seggiolini, le gambe che svolazzavano in aria come bandierine.
Pochi minuti dopo eravamo al casello di Melegnano, fiamme alte tre metri uscivano ai lati della macchina, dalle casse acustiche le note della Carmina Burana frantumavano i vetri delle finestre a chilometri di distanza. Il casellante vedendoci arrivare pensò fosse giunto l'Armageddon e si diede alla fuga. Passammo sotto la sbarra senza fermarci, ad una velocità che superava di molto il muro del suono.
Dopo dieci minuti Emilio mi chiese di cambiare cassetta:
Basta con questa musica classica, ascoltiamo qualche cosa di italiano, di più divertente ”
Cosa vuoi sentire?” chiesi.
Ho portato Guccini!” Non ci diede il tempo di ribattere, aprì il suo borsone e tirò fuori Guccini,. Era un omone altro più di un metro e ottanta, con una folta barba. Iniziò a suonare alla chitarra le sue canzoni. Ogni volta che ne finiva una, dalla barba Guccini tirava fuori una bottiglia di Sangiovese e si faceva una bella sorsata. Dopo quattro canzoni era ubriaco fradicio. Lo abbandonammo in autostrada.
Avevamo una gran fame. Ci fermammo in un' autogrill vicino Montecarlo. Mimmo, che aveva comprato in edicola un corso di lingua Spagnola in127 fascicoli settimanali, e non vedeva l'ora di farci vedere quanto fosse bravo, disse :
Mi raccomando, fermiamoci massimo 10 minuti”.
Tranquillo” rispondemmo all'unisono.
Dopo tre ore Emilio era in coma etilico, io mi ero fidanzato con una cassiera ex campionessa provinciale di lotta greco romana, Mimmo aveva rubato dei giornaletti porno, si era chiuso nei bagni pubblici e non dava segni di vita, Gino aveva incontrato nel reparto insaccati una cantante d'operetta ed era pronto per partire con lei per una tournèe in Alsazia.
Per fortuna, Mimmo, uscito dal bagno pubblico dopo una full immersion a base di Jacula, Zora la vampira, Sukia e il Lando tre palle, anche se parecchio provato dalla esperienza, riuscì a portarci fuori da quel girone infernale, e potemmo ripartire.
Viaggiavamo oramai da parecchie ore, avevo guidato sempre io, e mi sentivo un po' stanco. Allacciati ai seggiolini dietro,Gino e Mimmo dormivano a bocca aperta, ingurgitando quantità enormi di moscerini. Mi voltai verso Emilio, che seduto al mio fianco, continuava ad infilare i gettoni a ritmi elevatissimi. Ansimava per lo sforzo, gli occhi sgranati per la concentrazione.
Come ti senti?” gli chiesi.
ALLA GRANDEEE!!” urlò lui, senza distogliere lo sguardo.
Vuoi fare cambio?”
SIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!”
Mi fermai in una piazzola di emergenza e ci scambiammo di posto.
Sei pronto?” gli chiesi, tenendo il gettone sospeso sopra la fessura.
ALLA GRANDEEE! VAIII!”
Feci scivolare il gettone nella fessura. Emilio schiacciò l'acceleratore a fondo, la macchina emise un ruggito agghiacciante,impennandosi come un cavallo imbizzarrito, mentre le ruote posteriori sgommavano sull'asfalto, producendo fumo nerastro. Mi voltai terrorizzato verso Emilio.
Lui mi rivolse un sorriso satanico, gli occhi inieittati di sangue.
ALLA GRANDEEE! VAIIIIIII!!” urlò, felice. Poi la macchina partì come un razzo, sfondò il guard-rail, e si inoltrò nella fitta vegetazione al lato dell'autostrada.

Fine prima parte.

martedì 22 febbraio 2011

UNA SORPRESA INASPETTATA


Stupore, è questa la prima parola che mi viene in mente se ripenso allo spettacolo al quale la piazza del Duomo ha assistito inerme e esterrefatta. Questa piazza centenaria, dall’alto del suo splendore ha vissuto in prima persona molte manifestazioni, tutte particolari per cause e scopi altrettanto nobili ma, la manifestazione di ieri credo le abbia dato molto da pensare.

Ero appena uscita dalla metropolitana e l’aria di Milano ha accolto le mie narici con il suo tipico odore di smog e pioggia ma, nonostante tutto si capiva che c’era qualcosa di diverso nell’atmosfera, un profumo nuovo che con la sua dolce nota si distingueva dall’ammasso di altri aromi nell’aria.

Mi immersi nella folla, era domenica 20 Febbraio, mentre centinaia di persone erano intente a consumare il loro frugale pasto all’interno dello spizzico altri cittadini altrettanto impegnati stavamo facendo sentire la loro voce. Erano 26, tutti agghindati con vestiti e cappelli variopinti, tutti pensavano che fossero una banda circense in cerca di nuovi adepti da reclutare. Un particolare li accomunava tutti: un bellissimo naso tricolore spiccava al centro dei loro volti, donne o uomini che fossero. Ero molto incuriosita da questo gruppo di persone all’apparenza eccentriche, quindi decisi di pendere coraggio e chiedere ad un individuo che cosa stessero facendo. La risposta fu più chiara di una giornata di sole in pieno Agosto:

Piano piano molte altre persone si riunirono intorno al gruppo di cittadini e si misero ad ascoltare le poesie e le canzoni che questa strana combriccola aveva da offrire a tutti noi ascoltatori. Parole di Pier Paolo Pasolini, di Gianni Rodari, di Francesco Guccini, e passi della Costituzione venivano narrati con fervore e passione da questi Nasi Tricolore.

Andavano in giro con la loro creatività e allegria contagiando con le loro sfumature variopinte anche il più grigio dei cieli. Decisi di unirmi a loro in questo spettacolino molto educativo.

Facemmo diverse scenette davanti al nostro pubblico di passanti frettolosi, recitavamo e facevamo satira sul parlamento, sullo stato dormiente dell’Italia. Infine decisi di porre qualche domanda a colui che mi sembrava il capo dei leoni del branco.

Intervista:

Com’è nata questa idea??

"E’ un’iniziativa di liberi cittadini, siamo per la maggior parte attori, ci siamo ritrovati su facebook e abbiamo deciso di incontrarci, l’incontro doveva avvenire domenica scorsa, ma come ben sappiamo c’era la giornata di manifestazione delle donne e non abbiamo voluto fare passare la cosa in secondo piano."

Come vi chiamate e perché avete deciso di fare questa manifestazione?

" Ci chiamiamo i Nasi Tricolore ed è un attacco per reagire allo stato di sonnolenza che ha colpito l’Italia. È una rivoluzione culturale per reagire all’insulto dell’intelligenza, perché questo non è solo un problema di classe politica ma sociale!"

Cosa ne pensa dei mass media?

"Penso che sia difficile farsi un’idea al giorno d’oggi perché non c’è più trasparenza, non c’è più il fatto al centro dell’argomento. Si dicono troppe cose diverse e confuse."

Questo è quello che pensavano questi cittadini attivi, mi si è rasserenato il cuore vedendo che c’è gente disposta magari a fare la figura del Clown per i propri ideali. Posso dire di avere ritrovato la speranza nel fondo del labirinto del Minotauro nel quale l’avevo persa.
DA: Il quotidiano in classe Sahmian

Cappuccetto Rosso

Cappuccetto Rosso
immagine di Bassani Srimalie
http://srimaliebassani.blogspot.com/




C' una volta un lupo che aveva una gran fame, da molto tempo non metteva sotto i denti qualcosa di morbido e succulento. Pochi giorni prima era quasi riuscito a mangiarsi tre porcellini, ma quei maledetti l'avevano fatta franca rifugiandosi dentro una casa di mattoni. Ai voglia a soffiare per cercare di buttarla giù, quella casa non si era mossa di un millimetro. Il lupo allora aveva provato a entrare dal camino, ma la coda aveva preso fuoco ed era dovuto scappare a gambe levate.
Il lupo, depresso, si osservò la coda annerita e spelacchiata, e pensò
che forse era il caso di chiamare il suo analista per un nuovo appuntamento. Stava quasi per comporre il nu

venerdì 18 febbraio 2011

Sotto la citta di Arnaldur Indridason

Tutto comincia con il ritrovamento del cadavere di un presunto stupratore, con l'indagine sul suo passato e sui motivi che molte, troppe persone, avrebbero avuto per odiarlo: ma ben presto i contorni della vicenda si fanno assai più ampi e inquietanti e per il commissario Erlendur, solitario cinquantenne divorziato, alle prese con due figli invischiati in problemi di droga e alcol, l'indagine si rivela una vera e propria azione di scavo, alla ricerca di quello che si nasconde sotto una città apparentemente tranquilla come la sua Reykjavík. In un'atmosfera desolata e malinconica, appena sotto le vie tetre del suo mondo urbano, Erlendur scopre una città diversa e macabra, quasi uno specchio deformato di quella vissuta da tutti: la "città dei barattoli". Il commissario inizia la sua indagine sull'assassinio di un vecchietto, e decide di volgere le sue ricerche sulla

Sparare sulla croce rossa

Immaginate l'uomo, uno dei più ricchi del mondo, il più potente in Italia.
Eccolo lì, stanco, spossato, giungere finalmente a casa dopo una dura giornata di lavoro, in compagnia di farabutti e leccaculo. Lui lo sa, e anche quelli lo sanno, ma così funziona e così funzionerà. Passa davanti ad uno specchio, si guarda e si trova bello. Non carino, bello. Sorride a se stesso e va a farsi una doccia.
La serata non è finita, non vuole che il tempo abbia il sopravvento su di lui, nè la stanchezza. Vuole piegare la sua età alle sue esigenze, e in qualche modo ci riesce.