"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater

mercoledì 18 settembre 2013

La piccola liberta'


Andavo in vacanza anche da piccola, quando ero una bimba e i miei genitori pensavano a tutto, sceglievano tutto dai miei vestitini ai miei divertimenti, alla mia felicità e alla mia tristezza.
Ero in balia di tutto il mondo ma mi fidavo e dormivo sonni sereni.
Non avevo paura delle fregature, di non trovare il mare bello, di mangiare male e pagare tanto.
Mi bastava solo sapere che in quel preciso giorno sarei salita sulla macchina del papa e avrei raggiunto un nuovo posto, con nuove facce, e tanti giorni diversi dai miei soliti giorni.
Viaggiavo davanti seduta tra mamma e papa perché i miei fratelli dovevano dormire.
Mi dicevano che ero grande e che potevo stare sveglia durante la notte, e io ero orgogliosa di essere considerata cosi’ e quindi per l’eccitazione stavo sveglia, e poi potevo parlare con i miei genitori senza che quelle pesti dei miei fratelli si intromettessero sempre dicendo stupidate a non finire, e a farmi arrabbiare.
Distraevano sempre la mamma che poi non capivo mai il perché, ma la prima sberla la rifilava a me.
Quando arrivavamo dai nonni ero sempre contenta.
Si preoccupavano tutti che avessimo sempre cose buone da mangiare, ma nessuno aveva tempo per stare con me, per giocare con me.
Io allora quando andavamo al mare stavo tantissimo tempo in acqua, tanto che il mio amico Lorenzo che ritrovavo ogni anno, non riusciva a starmi dietro, ad un certo punto mi diceva che aveva le dita cotte e le labbra blu e usciva.
Io quando il papa mi chiamava, facevo sempre finta di non sentirlo perché in acqua trovavo tante cose da guardare, mi sembrava tutto un mondo da scoprire in silenzio e in assoluta liberta’ senza che nessuno ti dicesse cosa fare e non fare, cosa non toccare…a volte infatti mi pungevo con i ricci cercando di prenderli  perché volevo copiare mio zio, oppure mi facevo pizzicare dai granchi..anche se poi ero diventata brava a prendere quelli piccini.
Un giorno di quelle vacanze, mi ero allontanata molto dalla riva e anche se vedevo che mio padre si sbracciava in piedi per segnalarmi che se aspettavo ad uscire  non mi avrebbe solo sgridato, scendevo e salivo da quello scoglio tutto ricoperto dal muschio, sempre con la paura di scivolare.
Facevo i tuffi e poi risalivo.Mettevo la maschera e di nuovo mi avventuravo alla ricerca di qualche animaletto da prendere o anche solo da ammirare…
Pero’ ad un certo punto la coscienza mi diceva che dovevo tornare a riva e anche il mio corpo che infreddolito, tremava.
Il mare era troppo agitato, le onde erano difficili da superare e cosi’ cominciai a bere.
Le forze erano decisamente scarse, ma mi mancava poco a raggiungere la riva.
A riva pero’ c’erano dei cavalloni alti quasi due metri e io che ero una bambina, e stremata per la difficile nuotata continuavo a uscire e rientrare sotto le onde..non riuscivo nonostante avessi raggiunto un punto per poter stare in piedi, a starci per farmi forza ed uscire.
Mio padre mi guardava e io gridavo chiedendogli di darmi una mano, che mi facevano male le gambe e che continuavo cadendo a sbattere contro i sassi.
Non mi aiuto’ ed io mi offesi moltissimo.
Quando riuscii finalmente ad uscire, lo guardai con tutto il risentimento che sentivo, e con gli occhi colmi di lacrime che pero' non avrei mai lasciato scorrere.
Forse dopo tanto tempo ho interpretato il comportamento di mio padre. Voleva dirmi che l’indipendenza ti fa sentire libero, ma devi essere consapevole che quando vuoi andare da solo in cerca di te e di quello che vuoi, qualcosa ti puo’ accadere,  e quel qualcosa lo devi saper affrontare sempre nello stesso modo, e cioe’ da solo.

Fatti incresciosi accaduti nel paese natio di Gianni Morandi

Uno splendido esemplare di mucca frisona dal peso approssimativo di 700 chili, in un pomeriggio assolato d'agosto stava brucando l'erba delle valli bolognesi, a 1400 metri d'altezza. Senza nessun preavviso l'animale senti' una fitta al cuore. in un lampo vide tutta la sua vita passargli davanti agli occhi, compresi i momenti felici trascorsi nella fattoria  in compagnia del toro Alfredo, quindi spiro', accasciandosi al suolo.
 essendo il luogo del decesso in pendenza, la mucca prese a scivolare verso il fondovalle.
il proprietario della mucca, il pastore Beppe, non si avvide immediatamente del dramma in corso inquanto intento a mandare messaggini erotici col telefonino a Teresa, una amica di sua moglie Pina, con cui intratteneva una relazione clandestina da sette anni. Teresa era una donna che durante gli amplessi  in preda all'eccitazione cantava  grandi successi degli anni sessanta, con una predilizione per il repertorio di Gianni Morandi, cosa che il pastore Beppe apprezzava tantissimo, essendo un appassionato di musica.
sua moglie Pinuccia invece non aveva nessuna predisposizione al canto, e durante gli sporadici episodi di sesso col marito spesso russava, oppure lavorava a maglia babbucce invernali per i nipotini.
L'erbivoro, nel frattempo, dopo un centinaio di metri di slittamento laterale aveva  preso a ruzzolare con grande energia, col suo campanaccio che batteva furiosamente, accompagnando il movimento sincronizzato delle zampe  che mulinavano in aria , sparivano, mulinavano, sparivano, mulinavano e sparivano sempre piu rapidamente, raggiungendo una velocita' ragguardevole non solo per una mucca, ma persino per un giaguaro.
Dopo aver divelto un muro di contenimento senza nessuno sforzo, la mucca si immise sulla stradina che portava al paese di Monghidoro, acquisendo ancora piu slancio.
Poco piu in basso il signor Gino guidava tranquillamente la sua Ape Piaggio, attrezzata per la vendita itinerante di abbigliamento da uomo. Era particolarmente soddisfatto perche aveva appena venduto una dozzina  di camicie di flanella a quadrettoni alla Pinuccia, roba che giaceva dentro una scatola di banane oramai da mesi, e in più ci era scappata una bella mezz'ora di sesso come piaceva a lui, con la Pinuccia che si faceva prendere a scudisciate nel sedere sdraiata su un covone di fieno.
 Era una vera bomba erotica quella donna, e in piu non cantava, cosa che invece sua moglie Teresa faceva continuamente.
Il signor Gino odiava la musica leggera, e in particolare odiava Gianni Morandi.
Da bambino, infatti, Gino aveva avuto come compagno di banco proprio il celebre cantante che con le sue enormi mani gli molava continuamente dei violenti coppini, facendogli sbattere la fronte contro il banco.
Il signor Gino era preso da questi pensieri quando senti'  alle sue spalle un frastuono assordante. Dallo specchietto retrovisore vide piombargli addosso un enorme massa informe tentacolare munita di campanaccio. Preso dal terrore il signor Gino schiaccio il piede sull' acceleratore. L'Ape Piaggio  schizzò in avanti impennandosi, col pover uomo che aggrappato al manubrio urlava a squarciagola mentre la mucca rotolante si avvicinava pericolosamente al mezzo. Sentendosi prossimo alla prematura scomparsa, il signor Gino chiese la grazia al patrono di Monghidoro, Santa Maria Assunta.
La mucca rotolante stava per travolgere il mezzo, quando un dosso non opportunamente  segnalato la fece decollare, superando l' Ape Piaggio in volo. Nel momento del sorpasso il signor Gino, alzando gli occhi al cielo, vide chiaramente la testa della mucca ruotare di 180 gradi, puntare gli occhi vitrei sui suoi, aprire la bocca e pronunciare questa frase:
Gino, pentiti.

Caso vuole che su quel tratto di strada fosse installato un autovelox. La foto che immortala il magico istante e' visionabile presso la sede della Polizia Municipale di Monghidoro, in via Matteotti 1.

Dopo aver sorvolato l'Ape Piaggio la mucca piombò sull'asfalto, rimbalzando  come una palla da tennis per una decina di volte, sfondò un guardarail e riprese a rotolare a grande velocità verso il fondovalle.
 Nella sua terrificante corsa la mucca incrociò il Dottor Ignazio, un uomo rispettabile con l'unico vizio della piromania. Teneva tra le mani una bottiglia colma di liquido infiammabile, ed era quasi pronto a lanciarla tra gli arbusti rinsecchiti quando fu investito in pieno dall'erbivoro, riportando varie contusioni, guaribili in una trentina di giorni, salvo complicazioni.
Il liquido si versò sull'animale, che prese fuoco immediatamente.
A monghidoro era in corso la festa padronale dedicata a Santa Maria Assunta, con tutte le vie della città addobbate a festa, e colme di bancarelle e visitatori in trepida attesa dell'ospite che sarebbe salito sul palco della piazza.
Il pastore Alfredo non si era accorto della scomparsa della mucca, e continuava beato a scambiarsi messaggini con la signora Teresa.
Il signor Gino era fermo al lato della strada, con le mani strette al volante in uno stato di trascentendenza mistica, dove  stava tenendo un intenso colloquio con Santa Maria Assunta, che gli stava consigliando  vivamente di finirla col sesso estremo, di  dedicarsi alla moglie, di sforzarsi di aprezzare la musica leggera e di smetterla di odiare Gianni Morandi.
La signora Teresa mentre rispondeva svogliatamente ai messaggini, vagava tra le bancarelle alla ricerca di memorabilia degli anni 60
La signora Pinuccia invece si stava spalmando una crema idratante Nivea sulle natiche, arrossate a causa delle violente scudisciate.

Gianni Morandi, solo nella sala comunale, si stava schiarendo la gola. Tra pochi minuti sarebbe arrivato il Sindaco, il Dottor Ignazio, che lo avrebbe accompagnato sul palco della Piazza di Monghidoro, suo paese natio, e dopo avergli consegnato le chiavi della città, lo avrebbe inivitato a cantare alcuni dei suoi successi. Osservò il paese dalla finestra e pensò agli anni dell'infanzia trascorsi tra quelle vie. Ricordò il suo compagno di banco, Gino, a cui mollava sempre dei violenti coppini. Arrossì di vergogna al pensiero. Se lo avesse visto sotto il panco gli avrebbe chiesto scusa. La verità era che Gianni Morandi odiava quel paese. C'era qualche cosa di maligno che si nascondeva sotto quell'atmosfera bucolica e pacifica, qualche cosa che gli faceva paura.
Il suo orecchio allenato alla musica fu allertato da uno strano suono.Era distante, ma si stava avvicinando rapidamente. Alzò lo sguardo verso la strada che portava al paese e la vide: un enorme palla  avvolta dalle fiamme che  a grande velocità puntava verso il centro della città. Una visione terribile, demoniaca. Gianni Morandi fece il gesto di aprire la finestra e avvertire la popolazione del pericolo, ma si rese conto che non avrebbe fatto in tempo, tutto era oramai inevitabile, quindi scrollò le spalle, si mise comodo
, e si preparò ad assistere allo spettacolo.

venerdì 2 agosto 2013

L'orecchio di Dio

Il signor Arthur era un uomo facilmente dimenticabile, simile a migliaia di altri uomini ugualmente dimenticabili. Nascondeva però due bizzarri particolari che lo differenziavano notevolmente dagli altri esseri umani. Il primo particolare era celato sotto un elaborato riporto, che partendo dalla sommità del capo attraversava tutto il cranio, passava sulla fronte sino ad adagiarsi untuosamente sull'orecchio sinistro.
Il suo orecchio sinistro era grande tre volte l'orecchio destro.
In gioventù il signor Arthur aveva sofferto molto a causa di quell'orecchio, oggetto di scherno da parte di molte persone. Poi, fortunatamente l'America era entrata in guerra, molti giovani si erano fatti crescere i capelli come segno di protesta contro il Vietnam, e lui ne aveva approfittato per nascondere l'orecchio dietro una folta capigliatura.
Arthur non aveva la minima idea politica su quella guerra.
In effetti Arthur non aveva un opinione su moltissime questioni.
Questo perchè Artur era un idiota, con un quoziente di intelligenza di poco superiore a quello di un procione. Nonostante ciò era molto più intelligente dei suoi genitori, due ferventi cattolici dall'aria costantemente contrita, tipica di chi soffre di gonorrea.
I genitori di Artur però non soffrivano di gonorrea. Avevano quell'espressione dalla nascita del loro unico figlio e dei suoi due bizzarri particolari. Non riuscivano a capacitarsi del perchè il Signore avesse fatto questo a loro.
Dopo molte preghiere, alla fine avevano trovato la risposta, almeno per quello che riguardava l'orecchio: quello, in realtà, era un radar capace di intercettare la voce di Dio.
Sull'altra questione, preferivano non discuterne.
Il giovane Arthur, mentre i suoi coetanei manifestavano in strada, oppure partivano per la guerra, passò gran parte del suo tempo seduto nel soggiorno di casa, con la testa leggermente reclinata verso destra, in modo da agevolare la ricezione della parola del Signore, con i genitori seduti di fronte a lui, in trepida e ostinata attesa.
Passarono gli anni, terminò la guerra, il giovane Arturo aspettò un segnale.
Ma Dio rimase in silenzio.
Al compimento del suo venticinquesimo compleanno i suoi genitori uscirono di casa e salirono sulla macchina, decisi a regalare al loro unico figlio uno stupendo crocefisso in noce massello finemente cesellato. Lasciarono Arthur seduto in soggiorno. Suo padre non fece in tempo a girare la chiave dell'accensione che le radici di un enorme pino cedettero, l'albero si staccò dal suolo schiantandosi sulla vettura. I due perirono sul colpo.
Arthur osservò tutta la scena dalla finestra del soggiorno.
Non ricevette da Dio neppure le condoglianze.
Subito dopo il funerale Arthur decise che non era il caso di insistere con la storia del radar e che forse poteva cercare di trarre vantaggio dall'altro suo bizzarro particolare, quello che i suoi genitori avevano sempre finto di non notare. Era un uomo calvo col riporto, basso, stupido, e molto brutto.
Ciò nonostante decise che voleva fare l'attore.
La prima e unica audizione si tenne in un'anonima stanzina di uno studio cinematografico, colma di gente. Arthur aspettò diligentemente il suo turno, compostamente seduto con le mani sulle ginocchia. Di fronte a lui sedevano una formosa ragazza pesantemente truccata, e un giovane abbronzato che pareva pronto per andare in discoteca. I due lo guardarono, e si bisbigliarono all'orecchio qualche cosa sotto voce. Risero. Sembravano molto intimi. In realtà non si erano mai visti prima di quel pomeriggio. Arthur, imbarazzato, reclinò leggermente la testa verso destra, in un gesto inconscio. Una improvvisa folata di vento issò in aria il riporto, come una bandiera sventolante, scoprendo l'enorme orecchio. La donna scoppiò in una risata sguaiata, seguita dal suo vicino, e a ruota, da tutte le persone in sala.
Arthur ebbe la tentazione di alzarsi e andarsene, ma resistette, si sistemò i pochi capelli e finse di addormentarsi.
Alla fine giunse il suo turno. Fu fatto accomodare in una stanza dove una signorina visibilmente annoiata stava leggendo dei fogli. La donna alzò lo sguardo, diede una rapida occhiata ad Arthur e sbuffò. Non era quello che stavano cercando. Giusto per scrupolo professionale chiese a quell'uomo ridicolo di spogliarsi.
Arthur si calò i pantaloni goffamente, mostrando alla donna la sua maggior virtù, e il suo secondo e incofessato particolare: un pene dalle dimensioni enormi.
La donna si portò le mani alla bocca, soffocando un urlo di meraviglia.
“Ma è vero?” chiese alla fine.
Arthur fece cenno di si con la testa. La donna si tamponò la fronte sudata con un fazzolettino, chiese all'uomo di non muoversi, quindi uscì dalla stanza, percorse trafelata un breve corridoio ed entrò senza bussare nell'ufficio del direttore. L'uomo la fissò, stupito.
“Venga a vedere!” disse la donna. I due uscirono dall'ufficio, percorsero il corridoio ed entrarono nella stanza, dove Arthur con i pantaloni calati sino alle ginocchia, aspettava, col poderoso organo sessuale che gli penzolava tra le gambe.
Il direttore scritturò immediatamente Arthur come protagonista del film Super maschio per donne viziose. Sebbene la sua capacità recitativa fosse mediocre , Arthur compensò questa carenza con una abnegazione totale per quel lavoro, non risparmiandosi e dando tutto se stesso, per ore e ore.
Il film ebbe grande successo. Arthuri n pochi anni divenne l'attore porno più pagato al mondo, girando nella sua carriera più di centocinquanta film, quasi tutti da protagonista.
Dopo essersi sposato con la segretaria di produzione, decise di abbandonare il mondo del cinema e dedicarsi alla commercializzazione di un vibratore modellato sul calco del suo pene.
Il vibratore, ovviamente si chiamava, e ancora si chiama, Arthur.
E' il vibratore più venduto al mondo.
Il signor Arthur, visse una lunga vita, felice e serena. Ebbe tre figli splendidi, che gli dettero nipoti altrettanto splendidi, e mediamente intelligenti. Giunto ad una ragguardevole età, sul letto di morte, attorniato dai suoi cari, sapendo che stava per andarsene, Arthur piegò leggermente la testa, porgendo il suo enorme orecchio sinistro verso il cielo.
Dio, anche questa volta, non mandò nessun messaggio.
Pazienza” mormorò Arthur, e con un sorriso sulle labbra, morì.

sabato 29 giugno 2013

Al Mercato

L'uomo si sistemò il nodo della cravatta e si avvicinò al bancarella del pesce. Osservò la donna dietro in banco afferrare il coltellaccio e con un colpo secco recidere la testa all'orata, quindi con rapidi gesti sviscerare il pesce, arrotorarlo in un foglio di carta oleata e porgerlo alla cliente dinanzi a lei. La cliente ringraziò e si allontanò, trascinando il carellino della spesa.
La donna si accorse della presenza dell'uomo. Le guance avvamparono. Si pulì le mani sporche di sangue sul grembiule. Erano soli.
ti ho pensato, questa notte” disse l'uomo.
Non dovrebbe dire queste cose, se la sentisse qualcuno?” rispose la donna. Era piccola e rotondetta, con delle braccia tozze, il viso segnato in modo non benevolo dal tempo. Lui pareva un fotomodello, uno di quei divi da fotoromanzo che leggeva sempre da ragazzina.
Ti ho baciato per tutto il tempo, infilavo le mani nei tuoi capelli, poi scendevano su tutto il tuo corpo” disse l'uomo.
Se la sentisse mio marito, sarebbero guai seri” sussurrò lei, sperando che il marito non tornasse proprio ora dalle sue commissioni. Una coppia di giovani si avvicinò al banco, commentando divertiti una enorme testa di pesce spada poggiata in bella mostra sul bancone.
Ha bisogno di qualche cosa?” Chiese la donna all'uomo, con un tono leggermente più alto del dovuto. Lui indicò un bell'esemplare di branzino, con le branchie di un colore rosso brillante, e la pelle dorata.
Voglio quello. Me lo può pulire?” chiese con gentilezza.
I due giovani guardarono interessati la donna prendere il branzino. Un colpo secco di coltello e la testa del pesce volò fuori dal bancone, quasi sui piedi della ragazza, che emise un grido divertito, saltellando all'indietro. I due ragazzi si strinsero tra loro, e ridendo si allontanarono.
Le dita esperte della donna estrassero dal pesce le interiora. Alzò gli occhi per incrociarli con quelli dell'uomo.
Sei bellissima” disse lui
Non è vero” Rispose lei
Per me, si” disse l'uomo, quindi si sporse leggermente sul banco.“Dimmi che un giorno uscirai con me, dammi una speranza” disse. Lei fu invasa dal suo profumo, una fragranza fresca ed elegante, una cosa di classe, non certo come il Denim che suo marito si versava addosso tutte le mattine.
Mio marito è geloso, non posso andare da nessuna parte senza di lui”
Ho tempo, posso aspettare” Disse l'uomo. Un vecchietto si avvicinò al banco.
Quanto costano le cozze?” chiese, quasi urlando.
Un attimo, sto servendo il signore” rispose la donna, sperando che il vecchietto se ne andasse, ma quello non si mosse di un millimetro, e rimase in attesa. La donna sbuffò. L'uomo sorrise gentile.
Mi darebbe anche tre di quelli?” chiese, indicandogli tre gamberoni argentini.
Certo” Rispose la donna, quasi piangendo. Infilò i gamberoni e il branzino in una busta e la porse all'uomo. Lui, approfittando di una distrazione del vecchietto, accarezzò veloce il polso della donna. Lei si portò una mano al petto, e quasi svenne per l'emozione.
Cosa le devo?” Chiese l'uomo.
Vai” sussurrò la donna. L'uomo la guardò dritto negli occhi, lanciandole messaggi che la fecero avvampare tutta.
Mi dice quanto costano le cozze?” Chiese il vecchietto.
E ora arrivo! Un po di pazienza!”disse la donna, quindi, di malavoglia, si voltò verso il cliente.
L'uomo si allontanò a passi svelti. Si voltò un paio di volte, osservò la donna intenta a servire il vecchietto, andò avanti sino a quando si accertò di non essere più visibile. Aprì la borsetta e osservò il pesce, immaginandosi come cucinarlo e con quale vino accompagnare il piatto. Sorrise soddisfatto. Riprese a camminare, sino a che non si fermò a pochi metri da una bancarella di frutta e verdura. La proprietaria stava sistemando una pigna di mele renette, ma pensava ad altro, a quel signore bello e cortese così perdutamente infatuato di lei.
L'uomo fece la lista mentale di quello che gli serviva, si sistemò il nodo della cravatta e si avvicinò.
La donna alzò lo sguardo, lo vide, e per un attimo le mancò il fiato

venerdì 28 giugno 2013



MYSTIC RIVER




Dalla ciclabile ,sull'argine,si poteva godere la vista della campagna attorno e,se non coperto dalla  vegetazione, lo scorrere  del "grande fiume".
Per raggiungerne le rive si poteva scendere per una delle  polverose stradine  che portavano a delle piccole spiagge dove ci si poteva sdraiare al sole, o mettersi a pescare.
Spesso queste stradine erano segnalate da cartelli con una scritta nera su sfondo giallo:"  FIUME".
"Andiamo giù, dai, giriamo di qua" la esortò lui.
Lei lo guardò con lo sguardo compiacente di certe occasioni....
I due pedalarono verso la riva.
Cento metri di terra e sabbia che li costrinsero a spingere le biciclette fino a che raggiunsero un posto dove sistemarle.
Diciannove rintocchi di campana segnarono il momento della giornata.
Il giorno dopo le due biciclette erano ancora lì,vicino al fiume.....

(CHE FINE AVRA' FATTO LA COPPIA ....? )










giovedì 2 maggio 2013

Il peso del silenzio

Mancava solo qualche metro e avrebbe raggiunto la panchina dove solitamente si fermava a riposare. Era la sua panchina preferita. Accanto vi era una betulla dalla candida corteccia che aveva curvato i suoi rami e nelle calde giornate gli regalava una fresca ombra.
L’uomo arrancava trascinando la sua fedele compagna. Le ruote lasciavano solchi profondi nel ghiaietto del viale. La valigia gli sembrò quel giorno più pesante del solito, molto più pesante; non riusciva quasi più a trascinarla. Ma se fino a qualche giorno prima lo seguiva rotolando ritmicamente le sue ruote, cosa aveva oggi da essere così pesante?
Raggiunse finalmente la panchina. Senza fiato si sedette, la valigia a terra. Tentò di sollevarla per posarla accanto a se ma non vi riuscì, poi si ricordò. Proprio ieri l’aveva raggiunto la notizia della morte di quel suo lontano cugino che lo lasciava, ora, ultima persona vivente della sua stirpe. Rifletté fra un faticoso respiro e l’altro e considerò che proprio da quel momento la sua valigia era diventata pesantissima e faticava a seguirlo.
Tentò ancora di sollevarla, voleva averla accanto a se per potervi posare il capo e riposare, ma non ci fu nulla da fare. Allora rassegnato si distese sulla panchina. Nella fresca ombra, continuando a tenere stretto tra le dita il manico chiuse gli occhi e la vita lo abbandonò.
I due vigili di pattuglia nel parco gli passarono accanto una prima volta senza fermare le biciclette, erano abituati alla sua presenza, di solito si tratteneva fin quasi all’ora di chiusura poi, trascinando la sua valigia usciva dal parco per dirigersi chissà dove. Ripresero la loro ronda e ormai l’ora di chiudere i cancelli era arrivata ma l’uomo ancora non si muoveva, si diressero verso di lui e gli si fermarono accanto, lo scossero, lo chiamarono  - ehi signore si svegli - ma non vi era più vita in lui, essa l’aveva lasciato disteso su quella panchina.
I due uomini cercarono di liberare il manico dalla stretta feroce che era così forte che sarebbe stato necessario rompergli le dita per liberarlo, cercarono almeno di spostare la valigia ma neppure riuscirono a muoverla, sembrava pesare come il marmo. Si chiesero come facesse quell’uomo ormai anziano a tenerla sempre con se, a trascinarsela dietro ad ogni passo della sua vita, allora l’aprirono e lei li lasciò fare, svelò il suo contenuto che era quasi nulla: poche carte, una foto che ritraeva l’uomo ancora giovane all’ombra di una pergola, qualche oggetto di tutti i giorni, un giornale vecchio. Ne uscì anche una risata, tintinnante come un mattino di primavera, il vociare di gente che augurava felicità a lui e alla sua sorridente donna - “cento di questi giorni” - ed il rumore dei chicchi di riso che cadevano sulle pietre del sagrato, le voci di bambini che lo chiamavano “papà”, l’urlo di una sirena, il pianto a dirotto di un uomo e subito dopo il silenzio.
Il silenzio, il silenzio!
Dunque più che altro la valigia era piena di silenzio, e ora che tutto il silenzio era uscito fu facile spostarla, liberare il manico dalla stretta dell’uomo. Gli agenti gli ripiegarono le braccia sul petto, posero la valigia sotto il suo capo e attesero che venissero a portarlo via.

mercoledì 1 maggio 2013

LA STORIA QUASI VERA DELLA BELLA ADDORMENTATA E IL PRINCIPE AZZURRO

C’era una volta una principessa. Anzi, c’è ancora. Dirò di più, ce ne sono tante, e lo provano tutti quei muri imbrattati con l’immancabile, inverosimile, incancellabile  scritta “Ti amo principessa”….
A perpetrare questo scempio è sempre lui,  da secoli: quell’idiota graffittaro  del Principe Azzurro, che prima di essersi specializzato nell’arte di imbratta-muri andava in giro sul suo Guzzi California  73 cavalli, tutti rigorosamente bianchi,  a salvare Principesse Addormentate.
Addormentate come e da chi, vi chiederete voi. Mah, diciamo subito che queste benedette ragazze non sapevano fare nulla di meglio che ricamare o filare la lana (il femminismo non era ancora stato inventato) e regolarmente si pungevano.... La cosa non sarebbe stata grave se l'ago non fosse stato stregato da una donna malvagia e se puntualmente le sprovvedute principesse non fossero cadute in un sonno profondissimo, simile alla morte. Soltanto il nostro Principe d'azzurro vestito, con uno dei suoi baci più energizzanti di un Pocket Coffee, poteva risvegliarle e riportarle a una vita degna di essere vissuta. 
Il povero Principe non ne poteva più di scorrazzare su e giù per il regno a sbaciucchiare incaute ragazze che si pungevano con un ago stregato  e piombavano a terra  - anzi no, su un letto a baldacchino - morte di sonno. 
Fu così che decise di cambiare mestiere, si iscrisse all'Accademia di Brera e si specializzò in “arti visive e nuovi linguaggi espressivi”. Per fare pratica, dipingeva le mura del Castello Sforzesco, dove risiedeva, e va detto che più di una volta fu arrestato   e dovette pagare fior di fiorini d’oro di cauzione per tornare a piede libero, in attesa di giudizio.  Ma un Principe, si sa,  riesce sempre  a trovare la scappatoia (a ben pensarci, anche un Cavaliere, uno in particolare…) e, nonostante le molte condanne a suo carico,  il nostro Principe Azzurro ottenne l’assoluzione  per insufficienza di prove e continuò indisturbato la sua attività di graffittaro . Ti amo Principessa, andava scrivendo da un capo all’altro del Regno e poi, quando il Regno cessò di essere tale nel 1946, su e giù per la Repubblica Italiana.
Lo so che sembra impossibile, ma il nostro Principe, oltre ad essere azzurro  come “l’azzurro mare d’agosto” della Wertmuller, era anche immortale come Christopher Lambert  nel mitico “Highlander” (Christopher Lambert però è molto più sexy...). Quindi , proprio come un principe delle favole, poteva spaziare da un secolo all’altro senza mostrare segni di stanchezza o di vecchiaia.  E fu così che il 7 maggio del  2012,  proprio mentre stava perlustrando i dintorni dell’ Idroscalo, a Milano, in cerca di muri da imbrattare, vide passare una bellissima ragazza bionda, con gli occhi manco a dirlo azzurri e le misure di una pin-up: 90-60-90. “Ti amo Principessa”  esclamò lui senza pensarci neppure un secondo. Lei lo guardò incredula, chiedendosi da quale film – forse un cartone animato di Walt Disney? -  fosse finito lì quell’assurdo personaggio.  Voltandogli le spalle, si avviò a passo svelto verso la discoteca poco lontana: The Beach.
Quando la vide entrare, lui non ebbe esitazioni: la seguì. All’ingresso fu subito bloccato da due nerboruti bodyguard di colore, che lo respinsero per due motivi ben precisi  in questo ben preciso ordine:  primo, per il  suo abbigliamento assolutamente inadeguato per quel luogo;  secondo, perché  le armi erano per lo più bandite in discoteca. In special modo le armi antiche.  Lui non si lasciò scoraggiare:  consegnò prontamente il suo  mantello azzurro e la spada, quindi spintonò senza esitazione  i due bodyguard e si fece largo verso le sale interne.
In men che non si dica la vide: eccola là, seduta su un divanetto bianco che la faceva sembrare la reginetta della festa. Accanto a lei c’era un tipo tutt’altro che raccomandabile, ma lei sembrava non avere occhi altro che per questo tamarro da quattro soldi. Il Principe era un tipo paziente. “Diamo tempo al tempo” pensò. E di tempo gliene lasciò molto a quei due, anche quello per appartarsi in un angolo buio del giardino a fare immaginate che.
Quando i due rientrarono, la ragazza  ritornò sul suo trono, anzi che dico:  sul suo divanetto. Il tipo invece andò verso il bancone a prendere qualcosa da bere.  Il Principe allora decise di rompere ogni indugio e in poche falcate si avvicinò alla ragazza. Proprio in quel momento, però, lei fece per alzarsi, ma   le girava la testa – forse aveva bevuto qualche mojito di troppo - e si accasciò sul divanetto, dove si addormentò in modo tutt’altro che regale.  Il Principe si sentì immediatamente chiamato in causa nel suo antico ruolo di   “risveglia-principesse” . Si chinò su di lei, le scostò una ciocca di capelli dalla fronte ed eccolo: il miracoloso, mirabolante, taumaturgico bacio sulle labbra.  La ragazza emise un flebile lamento e lui, incoraggiato da questo inoppugnabile segnale di successo, si prodigò in un secondo miracoloso, mirabolante, taumaturgico bacio.  A questo punto la ragazza aprì entrambi gli occhi. Lui le sorrise, ma lei  lo squadrò truce e gli urlò in faccia: “Ma che fai, stronzo, credi di poter approfittare di me solo perché sono qui ad occhi chiusi, mezza addormentata?”  “Ma no, ma cosa hai capito? Non mi riconosci? Sono il Principe Azzurro, quello della Bella Addormentata nel Bosco” balbettò lui “Volevo semplicemente svegliarti con un bacio”.  “Ma fammi il piacere, Principe Azzurro dei miei stivali!”  - lo aggredì lei – “Ma mi prendi per scema? Trova una scusa migliore e attento a te: se non la smetti con queste baggianate, chiamo i bodyguard all’ingresso e ti faccio sbattere fuori a calci. Dai, piantala, e vammi a prendere un caffè! “
Morale della favola: "Non a tutte le principesse serve il Principe Azzurro per svegliarsi. Ad alcune basta un buon caffè.”


lunedì 22 aprile 2013

...caramelle alla menta... Salgo sulla macchina, inserisco la retromarcia ed esco dal cancello. Le vacanze sono finite ed è ora di tornare a casa. Mia madre mi saluta, ha gli occhi lucidi. Dice che rompiamo, che invadiamo casa sua, ma alla fine quando andiamo via, soffre, come me, che la lascio davanti a casa e ancora la vedo con la mano alzata, nello specchietto retrovisore, mentre mi allontano. Quante partenze! La guardo ancora e ci rivedo mia nonna, quando mi salutava e mi raccomandava di andare piano, di chiamarla quando arrivavo. Rimaneva lì nella strada finchè non scomparivo dietro la curva. Mia nonna abitava nella casa a fianco a quella dove adesso vive mia madre. Era una gran donna. Luigia Carelli, era il suo nome, ma non so perchè tutti la chiamavano Ginetta, anzi la nonna Ginetta. Quando arrivavo e suonavo il campanello mi appariva sul terrazzo di casa con quei suoi vestitini con strane fantasie, i capelli bianchi e sempre le braccia aperte, pronte ad accoglierti: "Sei arrivata Nini, hai mangiato? La vuoi almeno una caramella?". Mia nonna era del 1913 , quando è morta aveva novantanni. Io l'ho sempre vista vecchia, ma era avanti, moderna come nessuno. Quando una nostra parente, già quarantenne, dopo il secondo divorzio, si era "accompagnata" ad un'amica, di fronte all'indignazione di molti, mi aveva detto con serenità:"Chevvoi che sia, tanto un dura, la fidanzata è troppo giovane." Mio nonno, Beppino, la faceva impazzire. Era un brontolone e un prepotente. Ogni tanto la sentivo gridargli dietro "Va all'inferna e crepa da solo". In realtà lei senza il suo Beppino non ci sapeva stare. Lui era sempre stato bello e nonostante gli anni si sentiva ancora così. La mattina la faceva correre su e giù per le scale. La camicia non era mai perfetta e la riga dei pantaloni da ripassare. Era un assillo. Una volta mi aveva confessato che avrebbe voluto annegarlo nella vasca, ma poi aveva sorriso e mi aveva detto:"Ma un posso". "Perchè gli vuoi bene nonna!" "No, fa la doccia!". Era troppo simpatica e profumava sempre di borotalco, che trovavi sparso ovunque nella sua camera da letto. Quando ero piccola dormivo con lei, nel suo lettone, insieme a mio fratello e mio cugino. La nonna e il nonno avevano sempre dormito in camere separate accusandosi a vicenda di russare. La nonna ci metteva tutti a letto con lei, una spolverata di borotalco e la caramella di menta. Altro che fluoro; ci ficcava una caramella in bocca per conciliare il sonno e farci smettere di parlare e ridere. Non so come sia successo che nessuno di noi non si sia mai soffocato nel sonno. La nonna diceva che avevamo l'angelo custode e quindi potevamo stare tranquilli. Quando sono cresciuta e ho cominciato ad uscire la sera la nonna mi dava le chiavi per rientrare, ma il nonno metteva i chiavacci alle porte per controllare se tardavo. Io e lei avevamo studiato un piano. Se tornavo tardi e trovavo il chiavaccio mi arrampicavo fin sul suo balcone e bussavo alla finestra. Lei mi faceva entrare e io sgattaiolavo nella mia stanza. Alla mattina il nonno chiedeva a che ora ero tornata e come mai non mi aveva sentita. "La bimba è tornata presto". Era sempre dalla mia parte. Un'estate il nonno, che non era mai uscito di casa senza prima passarsi il bianco biricchino sui baffi e lavarsi i capelli, ha dato fuori di testa ed è uscito in mutande blaterando di dover andare non so dove. In poco tempo ha smesso di camminare e di mangiare. All'infermiera che gli portava il pranzo diceva: "Signorina mi spiace, ma ho prenotato da Bombetta, tra poco arriva la macchina a prendermi". Da Bombetta, un famoso ristorante, mi ci portava da bambina e faceva prepare l'aragosta. E' durato poco, con la fine di giugno se n'è andato. La nonna, che diceva sempre che sperava morisse presto perchè era una carogna, si è ammalata subito dopo. Una mattina d'agosto, quando mia mamma è andata a svegliarla per la colazione, ha detto che non poteva mangiare perchè era già morta. Quando siamo riuscite a convincerla che non era morta ha voluto che preparassimo il vestito per il suo funerale e scegliere il foular da abbinare, accessorio che per lei non poteva mancare. "E' venuto Beppino e mi ha detto che mi aspetta. Devo andare". Beppino ha sempre dettato legge nella vita della Ginetta e infatti la mattina dopo se n'è andata.

I sogni di cartone

C’e’ ragazzo al finestrinooo,
gli occhi verdi che sembrano di vetro..corri e ferma quel treno fallo tornare indietro…


Angela l’hai cucinato bene questo capretto ..e pensare che io e Tonino non abbiamo mai mangiato il capretto  al paese, perché nostra madre lo faceva cresceva e poi  diventava un nostro amico.
Mi siedo sul divano sorseggiando un bicchierino di amaro e penso a come  lo portavamo in giro come un cane quel capretto e lui sembrava felice perchè saltellava intorno a noi come volesse giocare…
Un giorno mia madre mi chiese di ammazzarlo per venderlo al macellaio visto che nessuno di noi l’avrebbe mangiato..
Non dormi tutta la  notte perché vedevo continuamente la scena di un uomo grande senza volto che affondava il coltello nel mio cuore , un vero incubo.
Non ho mai eseguito l’ordine di mia madre e lei non me lo chiese più.
Ero un figlio strano diceva che non ero mai contento perché sognavo troppo .
A 16 anni facevo l’operaio in un’azienda metalmeccanica di Bari.
Era il 1956 un periodo d’oro in Italia ma non dov’ero nato io…a casa mia se non eri figlio di un avvocato o di un dottore andavi in fabbrica oppure a fare il contadino. Ma mio padre non voleva perché dovevamo imparare un mestiere io e i miei fratelli senza arrivare la sera a casa stanchi  come i buoi.
Fumavo e sognavo le macchine da corsa e la Juventus, ma non le avrei trovate al mio paese.
Allora mia madre un giorno dopo l’ennesima lite mi compro’ un biglietto e mi mise su un treno diretto a Milano con un indirizzo e una mozzarella in una valigia di cartone.
Mi è sempre sembrata  indistruttibile quella valigia perché nei rari viaggi di ritorno era sempre stracolma di ogni genere di cose, compresi pesci che arrivavano sempre marci e puzzolenti ; Le ero affezionato perché  con lei mi portavo a casa il  cuore della mia famiglia.
Era fredda Milano, non mi bastavano i vestiti che avevo portato e mi mettevo due o tre maglie una sull’altra e poi la giacca il cappello e la sciarpa, cose che non avevo mai indossato.
Ma soprattutto era infinitamente grande perché sui tram percorrevo decine e decine  di kilometri al giorno per spostarmi da una zona all’altra sbagliando continuamente la direzione.
Cercavo lavoro nelle carrozzerie e lo perdevo subito appena dopo la presentazione..”Buongiorno scusate cercate un lavorante?” e la risposta era sempre la stessa “va a ca tua terun”.
Un giorno, sempre alla ricerca del posto di lavoro, invece di mandarmi via mi proposero di dare una dimostrazione pratica di quello che sapevo fare ed io mi giocai bene le mie carte e tirai su quel parafango  tanto bene che sembrava nuovo.
Dal giorno dopo Iniziai  a lavorare in quel posto, dal signor Giancarlo.
Li conobbi Augusto un ragazzo napoletano che si era trasferito da un anno  e sorrideva sempre, aveva i denti bianchi come la luna.
Nelle pause fumavamo insieme, non facevamo lunghe conversazioni  ma non era necessario perché ci bastava farci compagnia.
Solo una sera ci raccontammo un po’ di noi e delle nostre famiglie e di quello che avremmo voluto fare a Milano. Augusto mi disse che faceva fatica a mandare i soldi alla mamma che aveva altri 4 figli .Lui  aveva solo  16 anni. Anche la zia dove abitava, voleva dei soldi  e a lui rimanevano pochi spiccioli  in tasca.
Parlava e sorrideva come sempre, ma mi si spense il sorriso quando mi disse che andava a rubare le macchine per smontare i pezzi che gli commissionavano alcuni carrozzieri disonesti.
Fumai parecchio quella sera, quando mi coricai nel letto i polmoni erano stanchi.
Dopo un paio di mesi Augusto mi confessò che aveva paura perché aveva la
sensazione che qualcuno l’avrebbe scoperto e denunciato.
Una mattina non venne al lavoro e non lo vidi mai più. Feci fatica ad abituarmi alla sua assenza anche se avevo sempre in tasca il suo cornetto “scacciasfiga”,
Mi sentivo solo e il freddo e le giornate buie  dell’ inverno mi sembravano insopportabili.
 Un giorno un cliente che venne a ritirare la sua macchina  lucida e fiammante, mi disse “Francesco tu sei tifoso della juventus vero?”
E allora visto che sei stato cosi’ bravo a sistemarmi la macchina ti voglio fare un regalo.. domani pomeriggio vieni con me che ti faccio conoscere qualche calciatore della tua squadra del cuore”. Continuavo a chiedermi se avevo sentito bene e se non avevo fatto solo un bellissimo sogno.
Nell’attesa mi ero fumato 10 sigarette  mi tremavano le gambe.
Quando me li trovai davanti non mi usci la voce e strinsi la mano a  Causio, Sivori, Boniperti e un portiere dal grande futuro Dino  Zoff…..mi sembravano delle divinità perché erano alti e avevano dei fisici eccezionali.
Da quel giorno Milano mi fu più simpatica, iniziai ad amarla un po’, mi aveva fatto un regalo inaspettato,  mi aveva reso felice, e fu la prima volta nella mia breve vita.

Ecco il  mistero,
sotto un cielo di ferro e di gesso
l'uomo riesce ad amare lo stesso
e ama davvero
senza nessuna certezza

Che commozione che tenerezza

martedì 12 marzo 2013

Balliamo

 BALLIAMO
“Ti amo”. Disse l'uomo
“Perchè?”.  Rispose lei.
“I motivi sono molti, e altri se ne stanno aggiungendo. Il primo è che ti ho visto ballare”.
“ Ma io non ballo”.
“Ti ho visto in sogno.” disse lui: “Danzavi leggera, volteggiavi sicura in centro alla pista, sorridevi al tuo partner, le vostre gambe intrecciate in un valzer. Ti lasciava, ti riprendeva stringendoti. Nessuno conduceva. Eri un uccello, se ti lasciava fuggire, tu volavi ugualmente tra le sue braccia”.
Lei bevve un sorso dalla coppa di champagne. “Dunque non ero sola, nel sogno”. Disse:  "Forse non lo sono neanche nella realtà”.
“E' così?” Chiese l'uomo, guardandosi intorno. Era una festa piena di gente, ma lui disse: "Io non vedo nessuno. E poi non importa. Non ti sto chiedendo nulla, e nulla pretendo”.
La donna aprì un sorriso che poco aveva di allegro.
“Non so chi sei,” Disse “Non so neanche il tuo nome, eppure mi versi da bere e dici di amarmi. Ma io, a parte un sorriso non ho nulla da darti. In un'altra festa, in un'altra stanza di un altra citta c'è un altro uomo che doveva essere qui con me. Mi ha lasciato. Non piango e partecipo alla festa, ma una domanda mi opprime:
dove non è lui? E la risposta è obbligatoria: non è ovunque".
L'uomo la prese per mano, senza malizia. Lei non la ritrasse, troppo impegnata a trattenere le lacrime. Da donna razionale sapeva di non aver bisogno di quell'uomo. Aveva gia, per troppe volte a dire il vero, affrontato e risolto da sola la questione degli equilibri, della giusta distanza, dell'abbandono, dato e ricevuto. Eppure quella mano gli parve una piccola isola, in un mare ostile.
“Vieni, balliamo”. Disse l'uomo con la gentilezza di chi nulla ha da perdere, se non l'anima.
Lei si fece trasportare in un ballo semplice e tenero, che nulla aveva di erotico. Girò al ritmo di una musica che le parve meravigliosa. Appoggiò la testa sulla spalla dell'uomo, dondolandosi.
“Vorresti baciarmi, per favore?”. Chiese la donna, fermandosi.
“Per tutta la vita”. Rispose lui lui  “Ma non oggi. Se mi appoggiassi ora alle tue labbra perderei l'equilibrio, cadrei e sarei perduto, perchè rialzandomi, tu non saresti qui. E io, come ti ho detto, ti amo, e se non ti posso avere, preferirei non aver ricordi da dover dimenticare.”
“Per avermi visto ballare in un sogno?”. Disse la donna : “Io sono stanca di concretezza, oggi, adesso, ho bisogno di trovare la follia. Fosse solo dentro un bacio. Occorre bravura nel comprendersi, e io in questo mi sono data sempre ottimi voti. Ma ora mi rendo conto di aver imbrogliato e i conti non tornano. Io non so chi sono, e mi sento sola”
L'uomo la strinse e riprese a ballare. Ora la condusse in un valzer, ma lei non sentiva l'orchestra suonare.
“Dove sono i musicanti?”. Domandò all'uomo.
“Siamo soli, ora”. Disse lui “Nessuna orchestra, nessuna pista, più nulla. Non farti nessuna domanda, perchè non ci sono risposte. Dobbiamo solo raggiungere un punto ora
 bisogna arrivare alla felicità”
Lei ora ballava magnificamente, e dato che mai aveva danzato, una risata le uscì dalla bocca. Ma poi richiuse le labbra, quasi a scusarsene, rammentando di avere un dolore da coltivare.
“Non riesco a raggiungerla, la felicità. Mi sfugge continuamente”. Disse.
Lui le accarezzò i capelli, col gesto semplice di un bambino.
“Se non ci arrivi, non è un buon motivo per arrenderti. Sarebbe stupido. Non ci arriveresti comunque. No, bisogna lavorarci, ogni giorno. Essere felici, richiede allenamento”
Lui la fece girare. Lei ora ballava come mai nella sua vita aveva immaginato, i capelli erano liberi, i fianchi sinuosi si abbandonavano alle note immaginate. Ballava il valzer, eliminando parole e tossine. Avanzava e arretrava e ballando toccava il piede dell'uomo. Un contatto innocente, ma che innocente non lo è mai, perchè automaticamente ci si trova un piacere, un lampo di gioia.

“Ti amo” Disse lui.
“Non ora, ora balliamo” Rispose lei