"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater

mercoledì 31 ottobre 2012

Tagli profondi di Luigi Zamproni

Erano giorni che la osservava, attendeva paziente un segno, l’aveva chiusa in quella stanza dove il freddo e il buio toglievano il respiro, era quasi certo che il tempo di prendersi il suo godimento, dopo tanto attendere, era ormai arrivato. L’aveva spiata, giorno dopo giorno cercando di penetrare il suo mistero. Finalmente la toccò, quello che sentì sotto la pressione delle sue dita lo convinse che il momento era giunto. 
La prima coltellata produsse un taglio netto, la carne si divise in due lembi di un rosso vivo che destarono ancor più il suo desiderio, irresistibilmente portò il secondo fendente così profondo che la lama arrivò fino all’osso.
La sensazione del metallo sulla dura superficie gli provocò un fremito lungo la schiena, fece forza cercando di staccare la carne dalla costola ma quella maledetta opponeva resistenza, non ne voleva sapere, allora estrasse il coltello e lo infilò da dietro fendendo i muscoli della schiena, più duri, tanto che dovette spingere il ferro verso il basso cercando di ottenere un risultato decente.
Nulla da fare.
Le ossa scoperte e tenute insieme da pochi muscoli filamentosi non volevano separarsi e gli rendevano difficoltoso portare a termine quello che si era prefissato. Lo spettacolo sotto i suoi occhi cominciava a provocargli un ribrezzo che saliva dal profondo, si trovava così inetto che la rabbia gli stringeva la bocca dello stomaco in una morsa feroce e questo non era assolutamente quello che desiderava. Desiderava finire al più presto ripulirsi dal rosso del sangue e finalmente trovare riposo.
Si decise, prese dal cassetto la mannaia dalla lama scintillante e con un colpo secco e preciso terminò quell’opera d’arte.
Si! Un’opera d’arte!
Ottocento grammi di carne succulenta che ora avrebbe potuto finalmente mettere sulla griglia, cinque minuti per parte, non di più, altrimenti tutto quel lavoro sarebbe stato inutile.

Luigi Zamproni

giovedì 25 ottobre 2012

Fessure a chiudere

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
L’inverno è alle porte.

Passo le giornate tra queste mura. Esco, accompagnata dalla mamma, solo per andare e tornare da scuola o per fare piccole commissioni. Sempre e solo con lei.

Sono figlia unica. Mamma non potrà avere più figli. E’ giovane e bella. Io disgraziatamente le somiglio, con un vantaggio però: ho 16 anni e nessun figlio.

Sono in questo paese da 11 anni. La mia integrazione è ancora in corso si sa non è facile per gli immigrati a meno che non arrivino dal Nord Europa e siano biondi con gli occhi azzurri. Loro non vengono guardati con aria sospetta o pregna di compassione soprattutto se donne. Il fatto di uscire poi cosi poco di casa non aiuta certo a farci conoscere. Le regole però non si discutono.

Vorrei che le persone che incontro per strada o a scuola avessero voglia si sapere chi sono, da dove arrivo e quali sono i miei gusti, miei sogni, le mie idee. Vorrei che mi scoprissero.

Papà quando siamo arrivati in questo paese ha cercato solo ed esclusivamente case che avessero gelosie. Si perché da dove arriviamo non esistono tapparelle.
Dice che la luce passa attraverso di esse illuminando quel che basta e quanto basta per osservare aldilà senza essere vista. Rimanendo nascosta e, dice, protetta.

Io a volte vorrei essere vista, sono qui, esisto.

Sono brava a scuola. Studio con passione senza distrazioni. La mamma mi premia a volte portandomi a casa dei nuovi Hijab. Ne ho di varie fogge. A scuola invece questo capo non riscuote molto successo. Solo Chiara, la mia compagna di classe, mi ha chiesto di poterlo provare per vedere come ci si sente. Gliene ho regalato uno; dice che non lo indosserà perché simbolo di schiavitù.
Nasconde, come le gelosie di casa; nessuno, a parte la mia famiglia e Chiara sa dei miei lunghi e ricci capelli.

Chiara vorrebbe che parlassi con papà, addirittura dice che potrebbe farlo lei se solo glielo permettessi. Dice che è uno spreco non permettermi di uscire al pomeriggio. Potrei partecipare a molte delle iniziative culturali della scuola o semplicemente studiare al parco nelle belle giornate di sole, fare delle passeggiate in bicicletta, prendere un po’ di colore sul viso che vede spento. Potrei scoprire quanto bello e arricchente sia condividere la vita con gli altri. Dice che là fuori c’è un mondo da scoprire e che papà lo deve capire. C’è un mondo che vuole scoprire me.

Coprire, scoprire, coprire, scoprire, buio, luce, buio, luce.

Amo cosi immensamente immergermi, Chiara dice nascondermi, nello studio che non penso davvero mai a quanto mi pesi e se mi pesi davvero il fatto che papà non mi permetta se non con moltissime limitazioni contatti esterni. La sua cultura, la nostra, protegge la donna dagli sguardi estranei, da quelli maschili poi più degli altri. Una protezione è un gesto d’amore.

Più sei protetta più sei amata.

Mi amerà mai Antonio? E’ il ragazzo che tutte le mattine arriva sotto casa per caricare i bambini del quartiere sul bus che li accompagnerà all’asilo.
Lui non sa nemmeno che esisto.

Attraverso la fessura della gelosia della mia camera lo osservo.

Adoro i suoi capelli, lisci, con quel ciuffo che ogni volta che si china uscendo dall’abitacolo gli scivola delicatamente fino ad accarezzargli e nascondergli l’occhio. Ciuffo che riporta poi al suo posto con un colpo di capo come se dovesse allontanare un moscerino.
Se fossi quel moscerino sarei già ad un buon punto della felicità.

E’ dolce Antonio. Vorrei aprire questa gelosia e fargli ciao con la mano. Ma la gelosia rimane chiusa ai suoi occhi. Quella di papà invece mi porterebbe ad una sicura punizione e per non creare dissapori che ferirebbero per prima la mamma mi accontento della luce che entra e dell’immagine che ho di Antonio dandogli il benvenuto nella mia camera anche se a sua insaputa.
E’ il primo uomo a parte papà che entra nella mia camera. Cosi immagino.

Il mio nome pronunciato a gran voce da papà mi distoglie da Antonio.
Arrivo papà, un attimo, metto lo Hijab e sono pronta.

Un ultimo sguardo aldilà della gelosia e poi di corsa verso papà che mi aspetta per portarmi a scuola come ogni mattina. Appena scesi il bus di Antonio è già ripartito come sempre.

Alzo lo sguardo verso la gelosia della mia camera ed immagino come sarebbe se fosse spalancata.

E’ una bella sensazione.

Aldilà un soffitto immacolato ed io, aldiquà Chiara e Antonio che mi salutano con la mano e mi urlano : sbrigati che il cinema non ci aspetta!
 

mercoledì 24 ottobre 2012

UNA STORIA VERA

Rientrato a casa anticipatamente da una battuta di caccia all'elefante, il generale Ugo Von hupert trovò sua moglie Elisa de Courtier in Von Hupert, in camera da letto in atteggiamento inequivocabile con uno splendido esemplare d'asino.
L'asino si chiamava Erbert Fustemberg.
Ad aggravare ulteriormente la situazione, bisogna aggiungere che l'asino era anche il miglior amico del Generale.
Elisa de Courtuer chiese, come se nulla fosse, come mai il marito fosse rientrato prima dalla battuta di caccia.
“Non ho trovato elefanti.” rispose l'uomo sotto shock.

Va detto che molto spesso le battute di caccia all'elefante del generale non erano fruttuose, dato che la coppia viveva a Milano, quartiere Grattosoglio, dove elefanti ne girano ben pochi, da quando sono stati abbattuti gli alberi di banane per fare posto ad un centro commerciale.

L'asino Erbert Fustemberg cercò di alzarsi dal letto ma il generale imbracciando il fucile gli intimò di non muoversi. L'animale emise un flebile raglio e alzò le zampette posteriori al cielo. La donna invece pareva divertita dalla situazione.
“E adesso cosa vuoi fare,Ugo, ucciderci?” chiese guardando l'uomo dritto negli occhi, alzando il mento in segno di sfida. Ella odiava il marito, da quando tre mesi prima lo aveva scoperto mentre completamente nudo si faceva infilare per via anale un gelato della Motta dal suo maggiordomo Erik.
Il gelato era un maxibon classico ricoperto al cacao.
“Come hai potuto farlo? Con Erbert poi, il mio miglior amico!” urlò il Generale.
L'asino, famoso negli ambienti equini oltre che per essere un tomber de femme, anche per la sua vigliaccheria, balbettò delle scuse, cercando di addossare la colpa alla donna. Elisa de Courtier rise forte, quindi si alzò in piedi sul letto. Era completamente nuda, ad eccezione di un paio di stivali di pitone con degli speroni aguzzi. Era una donna molto bella, con dei seni grossi come meloni mantovani, cosa particolrmente strana, dato che nessuno dei suoi parenti viveva in quella provincia.
“Avanti, sparami Ugo, dritta al cuore, così potrai divertirti con il tuo maggiordomo e tuoi gelati motta!” esclamò lei.
“ Allora sai!” balbettò Ugo, sconvolto. La donna annuì. L'asino fece finta di niente, ma anche lui sapeva del tragico vizio del Generale. Aveva avuto quella informazione dal maggiordomo Erik, l'unica persona al mondo che l'asino amasse veramente.
Bisogna dire però che il maggiordomo Erik non nutriva nessun sentimento per l'asino Herbert, per lui era solo una questione di sesso. Egli riservava il suo amore per la brunetta dei ricchi e poveri, d a quando da bambino aveva ascoltato alla radio Sarà perchè ti amo.

Va specificato che la brunetta dei ricchi e poveri, nulla sapeva di tutta questa faccenda.

Neanche gli altri componenti del gruppo.

Nel frattempo l'asino si era stufato
di tutta quella situazione e con un balzo si lanciò dalla finestra, precipitando per tre piani verso la morte certa. Fortuna volle che un gruppo di penne nere stava festeggiando in strada il 140esimo anniversario della costituzione del corpo degli alpini, e l'asino finì dritto dentro un pentolone di polenta taragna. Fu prontamente salvato.
Ne nacque una bella e profonda amicizia tra l'asino e gli alpini, che dura tutt'ora.

Tre piani sopra, il generale Ugo Von Hupert abbassò l'arma, che aveva puntato verso la moglie e scoppiò a piangere. Era un uomo ferito nell'orgoglio e nell'onore. Voleva morire, o in alternativa diventare calvo precocemente.
Non sospettava di essere già calvo da anni.
La moglie Elisa de Courtier in Von Hupert, tutte le notti mentre egli dormiva, con un carboncino nero gli disegnava sulla testa una folta capigliatura nera. Perchè, nonostante il marito si fosse infilato per via anale centinaia di gelati Motta, lei continuava ad amarlo disperatamente.

Elisa de Courtier in Von Hupert scese dal letto e andò ad abbracciare il marito, che la strinse forte.
“Cara, perdonami” mormorò Ugo “ti prometto che cambierò, porrò fine ai miei vizi. Ti prego, ricominciamo!”
Lei lo accarezzò teneramente, quindi lo baciò sulla punta del naso.
“Si, Ugo.lasciamoci dietro il passato, ricominciamo. Non pensiamo più ai gelati, agli asini, al maggiordomo, ai tre fratelli Sakarov, detti gli sfrenati del sesso...”.
“Quali fratelli Sakarov?” chiese il Generale.
Elisa de Courtier in Von Hupert baciò il geneale, tappandogli la bocca.

AMICHE PER SEMPRE

Domani Arianna e io festeggeremo il nostro primo anniversario di amiche del cuore.
Devo assolutamente comprarle un regalo bellissimo, originale e unico come unica è la nostra amicizia.
Ci siamo conosciute il primo giorno di scuola, io mi sentivo un po' spaesata, non conoscevo nessuno poi il mio sguardo si è posato su di lei, i suoi occhi brillavano come quelli di Sailor Moon, ci siamo avvicinate e da quel momento siamo diventate inseparabili.
Amiche del cuore, da subito, noi, solo noi, sempre insieme.
Le altre ragazze della classe ci prendono in giro ma solo perchè sono invidiose; ce n'è una poi che proprio non sopporto, una tale Giusy, una nana schifosa e maligna, ogni volta che ci vede passare ci lancia delle frecciatine , ci chiama le gemelline... gne gne gne ma quanto la odio!
Io e Ari facciamo tutto insieme, unite contro il resto del mondo. Nessuna di noi si sognerebbe mai di uscire con qualcun altro.
Questi ultimi mesi sono stati i più felici della mia vita e voglio che continui così PER SEMPRE.
Ho detto alla mamma della ricorrenza, mi aspettavo che fosse felice per me e si offrisse di darmi i soldi e invece...lei sostiene che il regalo all'amica del cuore lo devo fare con I MIEI SOLDI, ma siamo impazziti? Quelli mi servono per altre cose. Uffà ma perchè è così? Perchè deve sempre rompere...perchè mi sta sempre addosso? Non potrebbe dirmi di si ogni tanto?
Macchè, sono proprio sfortunata! Meno male che c'è Ari nella mia vita sennò come farei?
Sono dovuta scendere a un compromesso: un po' di soldi dei miei e un po' di quelli di mamma: appena lei è andata in bagno le ho "prelevato a mo' di bancomat" un pezzo da 5 e delle monetine così sono sicura che non se ne accorgerà.
Sono uscita di corsa e mi sono precipitata per negozi per paura di non fare in tempo. Ho girato e rigirato ma niente mi convinceva, tutto banale, tutto scontato.
A un certo punto però una cosa mi ha attirata verso la vetrina di un tabaccaio: una fatina di ceramica tale e quale a lei: stessi occhi, stessi capelli di Arianna.
Sono entrata e l'ho comprata. Costava un po' ma era perfetta, c'era scritto TI VOGLIO BENE e c'era pure una cornicetta per mettere una foto.
Sono uscita felice, col cuore che batteva a mille. Mancava solo una mia foto da mettere nella cornice poi avrei potuto fare il pacchetto e scrivere il biglietto più bello del mondo.
Sono corsa alla macchinetta delle foto per documenti. Era occupata, sentivo parlottare, ogni tanto partiva il flash e poi giù risatine.
C'era qualcosa di familiare nelle due paia di gambe che spuntavano da sotto la tenda. Sento pronunciare il mio nome, è la voce di Arianna e lì dentro con qualcuno!
Non ci posso credere. "Fanculo le vostre foto" grido aprendo la tenda di botto. L'ho trovata lì, abbracciata a Giusy, maledette tutte e due.
L'ho guardata con le lacrime agli occhi. Ari non ha detto una parola, avrebbe almeno potuto provarci, inventare una scusa, dire non è come sembra, sorridermi. Invece nulla.
Il mio mondo è crollato. Ho scaraventato per terra il regalo che avevo cercato con tanto affanno e ci sono saltata sopra a piedi uniti biascicando parole come: traditrice, schifosa, ti odio, non voglio vederti mai più. Ho sentito un rumore e un soffio di vento: era la macchinetta che sputava fuori la foto di Ari e Giusy. Era una foto sola, grande, di quelle scherzose; ritraeva loro due, abbracciate e sotto, in rosso, una scritta diceva AMICHE PER SEMPRE.

Gelosia: variazioni sul tema


“Gelosa io? Figuriamoci!” Quante volte l’ho ripetuto!
Ma un  giorno, mentre sto parlando al cellulare con Giorgio, il mio fidanzato,  sento in sottofondo il suono di un altro telefono. Immediatamente lui mi dice “aspetta un secondo”. Risponde (a chi?) con una voce strana e sento che si scusa : “Mi spiace,  ho una persona in attesa sull’ altro cellulare, ti richiamo fra un attimo”. Poche parole, ma il suo tono  è caldo, carezzevole. Poi riprende a parlare con me e mi dice frettoloso: “Perdonami, amore, devo salutarti.  E’ una faccenda di lavoro, a dopo. Ci vediamo alle otto da te”.
Lavoro? Mah, sarà. Voglio crederci, non posso pensare che sia una donna, che ci sia sotto qualcosa. Mi fa star male anche il solo immaginarlo. Eppure…. Eppure qualcosa dentro di me mi dice che quella non era una telefonata di lavoro. Improvvisamente mi ritrovo a macchinare delle cose folli: “Come posso sapere chi è? Stasera, quando saremo insieme, devo indagare. Anzi no, appena posso, gli prendo di nascosto il cellulare e controllo le sue ultime chiamate. Ma no, ma no! Cosa dico? Cosa penso di fare? Non posso cadere così in basso! Ho un orgoglio, io, una  dignità!
Non farò nulla, se sta innamorandosi di un’altra donna, se magari sta già con lei, mi comporterò civilmente, senza drammi: mi leverò di torno, senza recriminare, senza scene patetiche.”
Sono le sette di sera. Mi sto preparando per uscire con Giorgio e sono quasi riuscita a scacciare il fantasma della gelosia dalla mente. Menomale!  Ma ecco, il cellulare squilla e sul display compare il suo nome. “Tesoro, perdonami, mi dispiace moltissimo. Quella persona che mi ha chiamato oggi quando ero al telefono con te è una copywriter, c’è  un problema per la pagina della rivista che deve andare in stampa domani, devo assolutamente fermarmi qui in ufficio a sistemare il testo”.
Di nuovo il sospetto si fa largo.  Penso: “E me lo dici adesso? Non lo sapevi già da ore, non potevi chiamarmi un po’ prima?”.
L’irrazionalità prende il sopravvento. Non c’è più dignità,  non c’è più orgoglio che tenga: prendo la mia Panda e inforco la strada verso il suo ufficio. Di solito la sua auto è  posteggiata nel parcheggio sotterraneo, devo accertarmi che sia realmente lì anche ora. Ah! Che sollievo, la sua Audi c’è ed io mi tranquillizzo: “Ok, deve proprio lavorare, non era una bugia”. Ma nel momento stesso in cui  sto per ripartire, lo vedo arrivare avvinghiato a una brunetta che sarà alta la metà di lui. Non ci posso credere! Non è neppure bella, una donna come tante. Salgono in macchina insieme, li vedo baciarsi. Il mio stomaco si attorciglia su se stesso, ho il respiro affannoso, mi gira la testa. Me ne sto nascosta dietro una colonna del posteggio  per non farmi vedere: mi vergognerei troppo se lui mi scoprisse qui a spiarlo. Ma poi ci penso: “Ah sì?... sono io a dovermi vergognare?E tu, brutto stronzo? Sei un verme. Oltre a tradirmi, mi racconti un sacco di palle, mi stai prendendo per il culo.”   Eppure continuo a starmene lì ferma, impalata. Vorrei avere il coraggio di affrontarlo,  di sputtanarlo davanti agli occhi di lei, della brunetta che sta per scoparsi.  Ma porca puttana, non ci riesco.  
Aspetto che loro se ne vadano e con gli occhi annebbiati dalle lacrime mi rimetto in macchina e guido come un automa verso casa. Penso ai mille modi in cui potrei vendicarmi: presentarmi alla sua porta e rovinargli la serata, per esempio. Ma poi? Che soddisfazione sarebbe? Umilierei me stessa, non lui.
“E chi se ne frega” - decido tutt’a un tratto - Chi se ne frega dell’umiliazione. Più umiliata di così!” E allora riprendo la mia Panda, volo sotto casa sua e guardo su,  al terzo piano. Naturalmente la sua finestra è illuminata. Allora mi attacco come una pazza al citofono e pigio, pigio quel tasto fino a farmi male.  “Chi è? Cosa succede?” risponde lui con voce seccata. “Stronzo, sei uno stronzo, uno stronzo, uno stronzo!!! E affanculo il sovoir faire, la dignità e tutte quelle cose lì. 

 *********

“Gelosia ah ah, gelosia ah ah, è l’amore che non ti sorride più. La credevo un sentimento ed è una malattia…..”  Ecco sì, una malattia, come cantava Nada.  La gelosia è UNA MALATTIA!
Per esempio, il  cellulare  di lui bippa per segnalare l’arrivo di un sms.  Lui prende il telefono, legge  e si affretta a rispondere un po’ di soppiatto, o almeno così a te sembra. E tu hai già deciso: ecco, ha un’altra. Non è detto che lui davvero abbia un’altra donna e ti tradisca, ma nel momento stesso in cui si insinua il dubbio e tu non lo respingi immediatamente, sei fottuta. Anche se lui non ti ha tradita per niente,  anche se l’sms era un semplice avviso della Tim, tu tanto dirai e tanto farai che te lo tirerai addosso, il tradimento. Ti trasformerai in un Tom Ponzi in gonnella,  lo seguirai, lo spierai, gli prenderai il cellulare appena lui lo dimenticherà per casa e leggerai i suoi sms, verificherai ogni sua chiamata. 
Non scoprirai nulla? Non importa. Significa che lui è abilissimo a nascondere le tracce dei suoi tradimenti.  Sembra quasi che tu speri che lui ti tradisca, perché a questo punto devi dimostrare (sa dio a chi e perché) che non ti sei sbagliata. E poi lo tempesti di frecciatine che lui accoglie con aria perplessa… “Eh sì, chissà quante telefonate hai ricevuto oggi!” “Mah… sì – risponde lui – oggi in ufficio i clienti non ci davano pace.” La malattia – la gelosia – si aggrava di giorno in giorno. Tu gli piombi sotto l’ufficio inaspettatamente proprio mentre lui sta cercando di sganciarsi dal suo collega, di cui non ne può più, e inviti questo a cena. Tuo marito ti fa gli occhiacci, non ha proprio voglia di sorbirsi quel rompicoglioni  per altre tre ore almeno, ma tu imperterrita insisti perché il collega venga a casa vostra. Speri di carpirgli qualche segreto su quell’altra. L’altra donna, ovviamente.
Poi ti metti in mente di fare quella sexy, sempre per competere con l’altra. E allora alè: abbigliamento intimo da zoccola, preservativi extrastimolanti, anelli vibranti, tutte le cento posizioni del kamasutra.  Tuo marito comincia a pensare che il suo modo di fare sesso  non ti piaccia più. Che tu sia stanca di lui, annoiata.  Forse - sospetta -  tu hai un altro... sei così strana in questo periodo! 
La storia per il momento finisce qui.  Attendiamo gli sviluppi della malattia.  




martedì 25 settembre 2012

L'infinito oltre la siepe.



Se me lo avessero chiesto avrei risposto no, se l'universo stesso si fosse chinato su di me gli avrei detto di lasciarmi perdere, che non era il caso, che potevo benissimo fare a meno di respirare e di tutto il resto della menata. L'esistenza è un tale frastuono inconcludente, che solo per questo fa male, un mulinello di polvere e sudore nel sole, una breve pausa calda e morbida fra due immense infinite lastre di marmo nero, è la robusta rottura di coglioni che tutti conosciamo, meglio non farne niente, meglio non cominciare neppure.
Invece eccomi qui, seduto sul sedile posteriore di pelle consunta e sforacchiata della porche rugginosa e ammaccata di Joe-Vecchia-Quercia, le converse posate, con prudenza, sullo spesso tappeto di preservativi usati appiccicati fra loro; costretto nell'abitacolo ingombro dei fantasmi grassi di antichi odori rivoltanti, e imbottito dal fumo di canapa combusta di fresco, tanto consistente da fare lacrimare gli occhi e scaraventare l'anima fuori dai polmoni. Di lamentarmi neppure lo metto in conto, sarebbe di certo inutile, ne ottenerei solo spallucce e allegro sarcasmo.
La musica a tutto volume mi ferisce i timpani, gli Skiantos... uno due sei nove... uno due sei nove... ero a casa di mia zia, è arrivata polizia, che volete andate via, faccio un... Permanent Flebo.
Joe-Grande-Uccello-Sturafiche batte vigoroso il tempo sul volante di gomma riarsa, con grandi lampi d'energia, con le mani da vecchio, coi peli bianchi ricci sulle dita e sul dorso che tremolano, e la chitarra elettrica miagola, che pare un gatto malato, proprio dentro l'orecchio che mi fa male, e la batteria rimbomba dietro, fra gli occhi, non esiste nessuno, tu diventi qualcuno con un Permanent Flebo, e Joe-In-Culo-A-Tutti attacca a cantare a squarciagola, se tu apri quella porta puoi trovarci una torta, ma sei trovi una corda fatti un... Permanent Flebooo.
Sul sedile anteriore Flora, cioè mia madre, dondola lenta la testa bionda e liscia, adorna di due minuscole treccine subito dietro l'orecchio sinistro, fischietta e si pitta le unghie dei piedi di un notevole e lucido verde prato. Se ti senti nessuno tu diventi qualcuno con un Permanent Flebo.
Mi sfrego la faccia per smorzare il prurito, per un sollievo che mica trovo. Dopo poco sono costretto a tamponarmi il sangue che prende a sgorgare ostinato, abbracciato al pus denso e maleodorante, dagli enormi crateri che ho in faccia, che nella notte emergono come isole di lava sulla superficie già devastata della mia pelle grassa d'adolescente sfigato. Che dio ci si è certo messo d'impegno e d'ingegno, s'è arrovellato il bastardo, si è spremuto per escogitare questa combinazione d'intrecci futile quanto grottesca che è la mia esistenza. Ogni tanto s'affaccia, si sporge da lassù, sul baratro, solo per spiare me e farsi quattro larghe risate maligne. Quando mi dicono che dio non esiste io rispondo che esiste, eccome, purtroppo.
Se hai paura delle streghe fatti pure delle seghe ma se cerchi delle beghe fatti un... Permanent Flebooo. Sangue e pus, sangue e pus. Merda. Non c'è liberazione, mi ritrovo in depressione, oh che disperazione, faccio un Permanent Flebo.
Faccio un Permanent Flebo. Permanent Fleboo... Permanent Fleboooo... Permanent Flebooooo...
E' stupefacente lo so, al limite dell'incredibile, ma la musica è la somma, l'operato sinergico, la santa alleanza fra un logoro nastro e il mangiacassette incastrato nella pancia del cruscotto. Roba primitivissima, di cui vergognarsi come cani, ma Joe-Super-Cazzone-Numero-Uno-Al-Mondo ne è estremamente orgoglioso. E' convinto d'avere fatto un gigantesco affare, meglio, di avere proprio inchiappettato il venditore, che per una cifra simbolica gli ha venduto la porsche. Il concessionario, pirla straordinario, sfigato leggendario, non si sarebbe accorto dello sfarzoso riproduttore ad alta tecnologia di marca bose (quando il vecchio Joe-Voi-Non-Capite-Un-Cazzo pronuncia le due sillabe arriccia un poco le labbra ed emette piano il fiato, sicché quelle galleggiano in aria un attimo prima di giungere a destinazione). Meglio: non ne avrebbe saputo comprendere il valore in quanto emerita testa di cazzo fascista la cui cravatta manifesta il chiaro desiderio di essere impiccato ad un albero mentre un alce se lo incula da dietro.
Il tizio è bersaglio ricorrente degli strali idioti e laidi di Joe-Ti-Cago-In-Bocca, di certo provocati dalla grana che a quello transita numerosa nelle tasche, dalla splendida villa in collina in cui vive, dall'audi grigia nuova di zecca posata sul pratino inglese, ma sopratutto per le gambe chilometriche e le tette colossali della giovane moglie cubana.
Il lussuoso boooo-se, che da solo valeva il prezzo; se è per quello abbandonato sul sedile c'era pure un mezzo pacchetto di gomme da masticare, a giustificare la spesa meschina sarebbero bastato quello.
Ne è così fiero, il vecchio, che, specie quando ha bevuto parecchio, cioè sempre in effetti, arriva persino a biascicare che, sebbene l'auto, la porscina, per lui sia come una specie di totem, un'immagine sacra, un altare, un'ostia, il corpo della sua divinità personale, il sangue del capo dei capi, cioè dell'unico essere che potrebbe essergli superiore, l'incarnazione della Fortuna, la Fica Cosmica Spalancata, e che quindi va da sé sia da lui amata, accudita e coccolata più della moglie, ebbene, tutto sommato, dice quando è davvero andato, nonostante ciò, la cosa di cui è davvero soddisfatto è lo stereo. Il bose, dice che è stato quello a convincerlo ad investire il grano nell'affare col venditore pirla, quello che, col culo accarezzato dal duttile refolo della musica quadrifonica deumidificata, eiacula nelle mammelle cubane, divaricate sul sedile reclinabile in morbido derma dell'auto lucente, posteggiata nell'incanto pervasivo della luce lunare, proprio davanti casa, nel giardino con vista mare.
-Non dovresti andare così forte caro. Lo sai, il mio karma non lo sopporta. -dice delicata Flora, la boccuccia ricoperta di rossetto salvia protesa in avanti, seduta a gambe incrociate, le mani impegnate a sbriciolare erba nel mezzo guscio di noce di cocco dai cui non si separa mai.
-Naa... ancora con quelle cazzate anni settanta. -risponde Joe-Cinque-Testicoli mentre succhia uno stecchino.
-No, bello mio, non sono affatto cazzate, e non sono mica anni settanta. Sono molto ma molto più antiche. Persino di te, sciocchino. Vai più piano, per favore, sai che sono un po' sibilla, io le cose le prevedo.
-Sta minchia prevedi. Eppoi è no. Eppoi nessuno è vecchio quanto me, questi fluenti capelli d'argento sono qui a testimoniarlo. La mia esistenza ha radici nel fondo del tempo. Molto in fondo, parecchio sotto il pavimento. Ho così tanti giorni sulle spalle che ho paura di cominciare a puzzare.
Joe-Attempato-Longevo-Vegliardo rutta con voluttà, con tutta l'energia sua e del gas della birra che ha preso a trangugiare da appena alzato, alle due del pomeriggio. Poi scoreggia, ma è puro teatro, le produce a comando, è pure bravo a farlo.
-Tutto era stato progettato da tempo. La mia venuta era stata annunciata dal movimento di certi astri, e da una strana fioritura anzitempo dello zafferano nella valle del Kashmir.
Guida affondato nel sedile, tutt'uno con la macchina, come un'estensione di quella. Dovrebbero venderle tutte così le porscine, con al posto di guida un vecchio scoreggione, in grado di andare a fari spenti nella notte ad occhi chiusi, ubriaco magari, intanto che disquisisce nei più minuti dettagli di come si masturba un'anatra, prima di tirarle il collo, spennarla, marinarla nel succo d'arancia e metterla in forno. Trattandosi del vecchio laido non necessariamente in questo ordine.
-E dalla nascita di ben due agnelli a tre teste in una fattoria vicino a Varese. Il che fa sei.
-Sei cosa?
-Le teste.
Fermo al semaforo prende a leccare il vetro, per eccitare, dice, le giovani occupanti della macchina a fianco, in evidente crisi da eccesso di desiderio inesaudito, prodotto dalla combinazione di moderni maschi debosciati e confusi e di dirompenti fuoriuscite ormonali da alimentazione sovra zuccherina della tipica femmina contemporanea.
-L'unico ridicolo problema, l'inciampo, c'è stato con la congrega segreta di monaci nella contea di Kerry, gli adoratori di Sheela.
-Scila, solo il nome mi eccita. Sta dea, sta Grande Madre, me la farei qui ora mentre guido. Ma solo dopo averla marinata a lungo, tappandole la bocca con un bel pezzo di carne dura.
Ride di soddisfazione grassa. Come possa essere orgoglioso di sé un simile cazzone, avanzo degenere della peggiore mediocrità, mi risulta inimmaginabile.
-C'erano dei monaci che aspettavano pazienti la mia venuta da più di due millenni. Sono sempre stati gli unici a poter interpretare correttamente i segni inviati dal cielo. Ma la setta si è estinta, nella figura di padre Brown, un prete centenario ormai cieco per le troppe pippe, negli anni quaranta. Quindi tutto inutile, quando io sono finalmente giunto non ho trovato nessuno ad aspettarmi davanti al lettino. Neanche il bue e l'asinello. E' stata inutile persino il doppio passaggio della stellona cometa sopra Brembate.
-Soffri di cuore lo sai.
-Io sto benissimo. Eppoi non c'entra un cazzo.
-Sì invece. Se ti venisse un infarto ora, a questa velocità allucinante, da astronave aliena, tu moriresti. Pace, ma noi ci ritroveremmo incastrati in fin di vita nel guard rail. Sarebbe una tortura atroce, ti pare?!
-Stiamo andando ai trenta all'ora. Siamo in centro città, non ci sono guard rail dove incastrarsi. Se vuoi mi do da fare, cerco un muro bello solido, prendo la rincorsa e via. Non aspetto l'infarto. Vecchia cagna sdentata. Zoccola vizza.
-Non chiamarmi così! Non davanti a lui! Che ti ho fatto?!
-Parli di un mio ipotetico infarto e ti preoccupi per voi, per te e per quella mezza sega di tuo figlio frocio. Delle magnifiche idee che mi ronzano in testa, patrimonio dell'umanità, che in caso di infarto definitivo andrebbero perdute per sempre, neppure ti interessi.
-Ritira quello che hai detto! Non dire più che Ettorino è frocio o mi metto a piangere qui ora e subito. Guarda comincio già.
-Tranquilla non è frocio. Solo perché ancora s'incula gli allegri animali della fattoria, quelli di peluche, specie i pulcini. Solo i maschi però.
Ride rombando, la bocca spalancata, il viso verso l'alto, la gola tesa, l'intero corpo che vibra.
-E' checca, non c'è niente daffare. Non c'è da stupirsi con te che continui a chiamarlo Ettorino. Ettore era un grande eroe, comprendi?! Un corpo perfetto, dono divino e della dura disciplina, che si è immolato nella polvere. Il suo sangue, il suo sudore, ancora aperti i suoi occhi, si facevano fango secco nel sole alto. Il corpo squarciato, l'interno ribaltato fuori. Non un lamento. Ettore era uno che poteva tenersi l'entragne fra le mani senza turbamento, poteva guardarle ad occhi asciutti. Ettore era uno mi spezzo ma non mi piego. Non avrete mai il mio culo vivo. Un po' come me. Quest'altro Ettore, questo Ettorino, si cava lui le mutande e apre le chiappe al primo che passa.
Il ridere gli sale dal bacino, ad ondate sussultorie; coinvolge prima la pancia tesa, ciò lo costringe a gettare indietro la testa e le spalle, per non esplodere; poi sale fino al petto, risata rauca, piena di fumo e di tosse, che gli raschia la gola; infine arriva alla bocca, e alla testa, e lì esplode nell'ululato felice e selvaggio del giovane lupo vincente.
-Ma è logico, un simile figlio è la giusta punizione per uno come me, per avere voluto godere troppo, per essermi fatto dio. Ed è pure un segno, così lo considero, un segno. E del resto non me ne frega un cazzo.
Una tirata di nicotina rabbiosa, compressa, il gestaccio rivolto ad un altro conducente. Impresa per il quale Joe-E'-Un-Po'-Di-Giorni-Che-Vi-Tengo-D'-Occhio-E-Ci-Penso-Sù-Voi-Non-Valete-Proprio-Un-Cazzo-Di-Niente sente la necessità di abbassare il finestrino gracchiante, manualmente, e di sporgere il braccio fuori, bene in vista, con l'anulare teso nella pioggia, l'unghia scura spessa e rapace da predatore metropolitano. Tutto senza smettere di guidare, parlare, strofinarsi la minchia e ghignare, perché lui ghigna molto, in continuazione. Insomma senza smettere un attimo di compiere frenetico tutti quegli atti che lo fanno essere lui.
-Capisco e accetto la sua diversità, anche se non me ne potrebbe fregare di meno. Capisco che con un padre come me, maschio, virile, potente non poteva che uscirne un pirlotto difettoso mezzo frocetto. Perché neppure ha le palle di decidere cos'è, se lo vuole dare, gettare duro oltre l'ostacolo, o se vuole farsi morbido e accogliente e prenderlo. Ora, anche se io in genere quelli come lui me l'inculo, lui può stare tranquillo. Eviterò di calpestarlo come una gigantesca merda, ci girerò intorno. Sono un papà moderno, contemporaneo, dei nostri tempi, e del resto che cazzo mi frega?! Vero Ettorino? Dì alla mamma bella dove ti piace prenderlo.
-In bocca. -rispondo -Sempre in bocca.
-E nel culo? Mai?
-Anche nel culo, ma solo quando non sono grossi come il tuo.
Joe-Sperma-Che-Più-Denso-Non-Si-Può ride soddisfatto, apre la bocca, le labbra spesse fremono, s'addensa quel suo sorriso deforme, da belva, i denti cresciuti sbiechi, scheggiati e ricoperti di catrame e tartaro, la lingua ingombrante che esce sussultando come un rettile. Tossisce per la saliva che gli va giù storta e afferra il piccolo cilum, quello da viaggio, appena acceso da Flora, mia madre. Scrolla la testa leonina, ride gorgogliando satanico e succhia.

mercoledì 16 maggio 2012

La voce di Dio



Antonio Salieri - Immagine dal web (fotogramma dal film Amadeus)
Nel crepuscolo della mia vita, ormai consapevole della fallacità delle cose umane, attendo che le mani misericordiose del Signore stringano le mie, perdonandomi per averle elevate a strumento miracoloso che più mi fece sentire uguale a Lui.
Ebbi in dono queste mani non certo per lavorare la terra ma per rendere gloria a Dio nella più alta arte che è la musica.
Per anni trasformai in musica la passione dell’amore e la rabbia inconfessabile, la gioia e la tristezza che compite nella mia mente gelosamente custodii, ritenendo che ancora nessuno strumento creato fino ad allora avesse una voce tanto celestiale che fosse degna di pronunciare la mia arte. Studiai per anni prima di posare le mani sul legno di uno strumento finché incontrai un altro uomo prescelto dal Signore, anch’egli con un dono divino, le sue mani traevano dal legno i suoni dell’universo, donava la voce di Dio alle sue creature, una voce che nessun umano aveva mai sentito prima.
Così tutto mi parve compiuto, volli liberare sullo strumento l’infinità di note che per lungo tempo, gelosamente tenni chiuse in me.
E finalmente la voce di Dio giunse sulla terra, dalle mie mani uscirono tante e tali melodie che ogni uomo al mio cospetto, nel sentire la musica che scaturiva sotto le mie dita si inginocchiava alla mia grandezza, la mia arte faceva scaturire lacrime anche a coloro i quali mai avrebbero creduto che la compassione dimorasse nel loro cuore, e a quelli ai quali la vita aveva negato ogni felicità, la luce dell’arte mia illuminò le loro anime donandogli la certezza di poter gioire un giorno nella gloria del Signore.
Dai potenti di tutto il mondo fui accolto e reclamato. Avermi al loro fianco li elevava al rango di grandi uomini ed io li elevai nella schiera degli immortali con l’arte che ero io stesso.
Mi allontanai dal mondo, navigai tutte le acque del conosciuto e pensai di poter navigare nello spirito stesso del cielo e della terra.
Gli uomini mi tributarono ogni onore e gloria. Li accettai, nella convinzione che fosse solo il giusto tributo alla mia grandezza, osai rivolgere lo sguardo al Signore nostro Dio e lo guardai dritto negli occhi.
Peccai, fortemente, a lungo. Peccai di presunzione, peccai credendomi al di sopra di tutti gli altri uomini, anche di colui che per me modellò lo strumento che chiamai “anima mundi”, peccai non riconoscendo a Dio il merito della mia grandezza.
Finalmente queste mani tremanti che non sanno più compiere i gesti perfezionati in tanti anni di rituale ormai collaudato; gli esercizi che ho ripetuto infinite volte per sciogliere le dita li ho anche questa volta eseguiti perché necessari, fondamentali per la buona riuscita della mia arte ma finalmente ormai nulla può fermare il tremore che le rende umane; fatte di carne ed ossa, rigide e doloranti come quelle di ogni altro miserrimo piccolo uomo, non sanno più elevarmi fino a Dio, ed allora finalmente posso inginocchiarmi al Suo cospetto per chiedergli umilmente perdono nella speranza di essere accolto tra le sue mani veramente artefici di ogni meraviglia dell’universo, sperando che Egli mi assolva per aver creduto di essere in terra fra tutti i miei simili mortali l’unico uomo le cui mani erano quelle di Dio.  

Luigi Zamproni

martedì 15 maggio 2012

Le mani (di Luigi Zamproni)

Ecco sì, siamo proprio le sue mani.
Siamo costrette ad assecondare ogni suo desiderio.
Appena apre gli occhi ci fa muovere: dobbiamo strapparci dal sonno e immergerci nell’acqua, insaponare il pennello, stendere la schiuma, poi passare il rasoio.
Ma, il bello è che si arrabbia.
Va beh che sarà mai, il rasoio è caduto, ci è sfuggito,  ma mettetevi nei nostri panni: appena sveglie, tuffarsi nell’acqua fredda non è che sia piacevole, c’e di meglio, volete mettere scivolare sotto il pigiama di sua moglie, nel tepore di quella pelle liscia.
Comincerebbe meglio anche lui e senza incazzarsi.
Ma così è la vita e lui s’arrabbia.
S’arrabbia quando ci cadono le chiavi, quando sulla tastiera del PC l’indice destro al posto finire sulla “O” cade sulla “I” - che sono così vicine - e allora son plurali che si moltiplicano son parole che cambiano completamente di significato.
Poi, il ragazzo, che ha anche la passione della musica, pretende da noi acrobazie sulla tastiera della chitarra, glissati, bending di due toni, arpeggi, scale velocissime, vibrati a non finire.
Bene, provate voi a fare un bel vibrato.
Tecnicamente il vibrato è un effetto musicale che consiste nella variazione periodica dell’altezza di una nota.  Più precisamente, una modulazione della sua frequenza.
Negli strumenti a corda si ottiene con l'oscillazione della mano mentre si tiene il dito fermo sulla corda.
L’oscillazione della mano.
È proprio qui che si arrabbia. Secondo lui non riusciamo più ad oscillare come si deve. I nostri vibrati non lo soddisfano più. Non ci sente più quella passione che un bel vibrato dovrebbe trasmettere e allora s’arrabbia, cita B.B. King, Santana e tutta una serie di chitarristi che del vibrato han fatto il loro modo migliore.
Lui s’arrabbia e noi lo tolleriamo.
Con le altre parti del corpo ne abbiamo parlato, anche loro non sono messe molto meglio di noi: i piedi e le ginocchia ne sentono di tutti i colori - prestazioni insufficienti, - questo si sentono dire, le spalle sono sempre gravate da un  fastidioso peso, il collo ha tutti i muscoli contratti e  a volta si blocca. Sciopero! Glielo da lui un bel segnale.  
Si, ne abbiamo parlato e siamo giunti alla conclusione che dopo una vita vissuta in così grande intimità, che dobbiamo fare, dobbiamo abbandonarlo al suo destino?
No… bisogna avere solo un po’ di pazienza, aspettare che lui e il suo cervello – che del resto, non è che sia poi più quello di una volta, - si rendano conto che il tempo passa e il tempo che passa, forse ti rende più saggio ma fisicamente… fare le cose come in gioventù non è più possibile, manca la freschezza, l’elasticità.
Allora, troviamo un punto di contatto, veniamoci incontro.
Dai, arrabbiati un po’ meno. Non ci puoi fare niente. Il tempo che dovrai vivere sarai costretto a passarlo con noi.
È  I N E V I T A B I L E.

Nel frattempo, mentre queste parole finivano sul foglio, si è arrabbiato perché la “nota” prima di esser “nota” è stata “mota” e poi “mora” e poi finalmente “nota”, ha sfoderato la chitarra, ha provato a farci fare qualche vibrato che naturalmente non gli è piaciuto, ha pensato di chiudere tutto e andare a farsi una corsettina ma poi il dolore al ginocchio destro l’ha fatto desistere.
Secondo voi di che umore è?


Luigi Zamproni

sabato 5 maggio 2012

Concorso di racconti brevi Fantasy

CONCORSO DI RACCONTI BREVI:
GENERE FANTASY




Aperte Iscrizioni (05/04/2012) 
   Fine Iscrizioni (20/05/2012)


   Oggi vi voglio presentare un concorso che ho deciso di realizzare nel mio blog "Club Urban Fantasy", per tutti gli aspiranti scrittori interessati a farsi un po' di pubblicità on-line.
Lo scopo del concorso alla fine, oltre a quello di stabilire dei vincitori, sarà quello di comporre un'antologia dei racconti che si chiamerà:
"Stirpe Chimerica" (Volume I).

 
Lo scopo del progetto è promuovere gli autori emergenti che vogliono partecipare. La raccolta verrà realizzata insieme e probabilmente verrà pubblicata su www.lulu.com col Print on Demaind (Stampa su richiesta). Verrà recensita, pubblicizzata dal mio stesso blog e da altri siti. Per coloro che verranno scelti nell'antologia e pubblicati, il libro avrà un piccolo valore nel curriculum vitae di chi aspira ad essere scrittore. Il vostro nome sarà sulla copertina e se la raccolta dovesse godere di qualche successo, nessuno negherà l'indiscutibile merito dimostrato nel realizzarla (di certo utile per la vostra notorietà). Inoltre, se l'iniziativa procede bene, tenteremo di creare altri volumi e i testi scartati potrebbero essere riproposti. L'intestazione dell'antologia che ne uscirà fuori sarà a mio nome come Admin del Club e come promotrice dell'iniziativa; curerò l'introduzione e mi occuperò dell'impaginazione, della copertina e della campagna pubblicitaria. Vi consiglio comunque a livello di concorso di rileggere il testo almeno due volte prima di inviarlo. Cercate di non lasciare errori ortografici e inconcruenze nel testo, i giudici terranno conto della forma, quanto terranno conto della creatività. Valuteranno i racconti nel seguente ordine: Trama, Ortografia-Sintassi, Coerenza, Originalità, Emozione.


Se la realizzazione procederà fino in fondo, il vincitore del concorso godrà del 25 % del ricavo, oltre al primo nome nella copertina e nell'antologia; verrà inoltre citato con stralci dell'opera nelle recensioni. Il secondo arrivato godrà del 15 % del ricavo e il terzo arrivato del 10 % , le loro opere compariranno naturalmente come seconda e terza nel libro. Verrà poi inviato un contratto che dichiarerà la vostra quota, il mio impegno sarà quello di mostrare gli estratti conti e di provvedere alla liquidazione attraverso vaglia (trattenendo solo le spese di spedizione); unica eccezione in cui il ricavo fosse così basso da non coprire le spese di invio (pochissime o nessuna vendita) la liquidazione verrà rinviata ed accumulata a quella del prossimo estratto conto. Il 50% restante verrà impiegato a chi si occuperà della pubblicità, della gestione e dei curatori che provvederanno all'editing, ad un'impaginazione professionale, al design della copertina e della quarta.


Tutti gli altri prescelti godranno del beneficio di avere il loro nome impresso e di essere il legittimo autore della propia opera. Le opere non verranno introdotte nell'antologia senza un esplicito consenso da parte dell'autore. 

Ricordo che la partecipazione è gratuita e non sono previste quote d’iscrizione.

Per entrare nel bando, clicca: Qui