"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater

martedì 10 gennaio 2012

Una sera..




Una sera
Aveva in tasca un biglietto,se ne era accorto infilandosi la giacca per uscire.
Paolo non ne poteva più di quel divano e della televisione sempre accesa.
Aveva la testa e il cuore impastati come una pallina di pongo che aveva palpeggiato e schiacciato tutto il giorno.
Quel biglietto era del circo Togni, era ancora valido scadeva proprio quella sera.
"Ma chi me l'ha dato?" si chiedeva Paolo chiudendo la porta velocemente, con una fretta distratta, di chi vuole fuggire via ma non sa dove andare.
Ah già è vero me l'ha dato Umberto perchè l'ho vinto con la lotteria di Natale.
Noo, il circo è triste con tutti quegli animali sfruttati e anche i clown mi mettono tristezza ..no lo butto questo biglietto.
Scese le scale si ritrovò in strada senza neppure rendersene conto.
Aveva nevicato, Paolo scivolava sulla neve, ma l'aria era fresca e la luna illuminava le persone e le cose come se ci fossero tanti lampioni accesi.
Si sentiva solo, ma meno triste di pochi minuti fa.
Un gattino le attreversò la strada e con un balzo e un miao si infilò sotto una macchina.
A proposito di macchine.. ne passavano davvero poche e tutte andavano lentissime, anche i pensieri e i dolori si slegavano gli uni dagli altri, era più semplice comprenderli.
Accettarli ancora no..
Comunque Paolo pensava che stava meglio e che avrebbe fatto una lunga passeggiata.
Passa un autobus, Paolo vede che la fermata è vicina e istintivamente inizia a correre a correre e salta sù.
C’e’ poca gente, in fondo all’autobus vicino all’autista  un gruppo di ragazzi ride e sghignazza, le ragazze fanno le spavalde, come al solito sanno di averli tutti in pugno.
Seguirli dopo un po’ diventa noioso e così Paolo guarda davanti a se, si proprio davanti, quello che di solito non si fa mai.
Vede che c’e’ una ragazza con la testa china che dondola mollemente, come un sacco vuoto,chiude gli occhi e li riapre.
Sembra che abbia voglia di dormire, ma non ce la fa, vuole essere attenta a scendere, per vedere quando è il suo momento.”
Ad un tratto l’autobus si ferma, la ragazza si gira, fa uno scatto poi  due passi per scendere, ma poi vacilla e si aggrappa per non cadere..Paolo si alza preoccupato le prende la mano e le dice di farsi aiutare e le chiede se vuole scendere o restare sull’autobus.
“Signorina mi dica qualcosa la prego..”
“Mi scusi non mi sento molto bene, ho avuto una giornata durissima, la ringrazio, ora mi risiedo e poi scendo alla prossima”
“Ma come farà a tornare a casa se si sente cosi’ debole? Io non voglio cioè io non vorrei essere invadente, non vorrei che lei pensasse che io ma…..la posso accompagnare? Cioè intendo sottocasa.”
“Ma si va bene, sono veramente debole” dice la ragazza e si prepara per scendere.
Paolo le chiede “mi potrebbe dire il suo nome? Sa che lei mi sembra una che si chiama Chiara, non so dirle il perché..forse le sembro stupido o forse stasera da quando sono uscito vedo tutto illuminato, chiaro, sarà questa neve improvvisa..inaspettata o la voglia di dimenticare lo stress di una giornata pessima.
“Anche lei come me!Comunque mi chiamo Laura mi spiace ma mi chiamo così, mia madre ha potuto darmi il nome che amava, ha realizzato un sogno. Il mio muore sempre e cade sempre sempre più in fondo e ho paura che non mancherà molto e non lo rivedrò più.”
“Scusi se mi libero con lei di questo peso che oggi e anche ieri e da tempo ormai ho sul cuore” ..Paolo non sa se chiedere o tacere e ascoltare, non è curioso, ma vuole capire quello che sembra ora un mistero, le donne sono sempre un mistero o entità rivelatrici di vite lontane di dolori e gioie sconosciuti, a lui, almeno.
“Ho perso ancora il mio bambino, proprio oggi, ed  il settimo tentativo che faccio,
Io non riesco ad avere figli naturalmente, insomma si, facendo l’amore, come succede a tanti.
Sto facendo tutti i tentativi che questo mondo mi ha suggerito di fare, ma perdo ogni volta.
Sono stanca molto stanca fisicamente, ma non vorrei che fosse così perché io lo voglio questo bambino, per me e per Simone, il nostro amore ha bisogno di dare amore, è  una cascata d’acqua che vuole entrare nel fiume e poi nel mare, perché vuole riempire ed espandersi senza limiti.
Simone finge come me, dice che  un figlio non è determinante nella nostra vita, e che in fondo possiamo amare tutti i bambini del mondo.
Ogni volta che ci affezioniamo ad un bimbo il suo nome si imprime nella nostra carne, entra nel sangue anche se in lui non vi è alcuna traccia del nostro Dna.
E’ facile  dire che dobbiamo accettare il proprio destino, che ogni stato della propria vita ha un senso.
Ma qual’ è questo senso? Io non mi sento una donna vera, sono come  una regina senza il suo regno.
Paolo vede scorrere le lacrime di Laura copiose sulle sue guance tese, ma non le dice niente.
Nulla che possa farla smettere di stare così male.
Sente che è viva e lucida e che nessun ragionamento neppure quello che con immenso sforzo lui possa esprimere a Laura, potrebbe mai, neppure per un minuto, rasserenarla.
Laura si ferma davanti ad un portone, dà a Paolo un lieve bacio sulla guancia.
Poi dice “Sei un uomo gentile, che sa ascoltare”.
La tua compagna ti amerà per sempre o almeno ci sono delle buone probabilità”.
Poi sorride “Grazie di tutto e buona fortuna”.
Paolo sente che sta per commuoversi, non aveva mai parlato in quel modo con una donna, o meglio nessuna donna sconosciuta o meglio nessuna persona si era rivelata a lui così profondamente.
Riesce solo a dirle “Grazie a te” e poi saluta con la mano.
Torna a casa in pochissimo tempo o gli sembra così poco il tempo, per tutto quello che era successo da quando era uscito di casa.
Entra nel suo appartamento, fa due passi lentamente al buio, accende la luce della sala.
Si guarda intorno, vede sulla mensola quel dvd tutto impolverato, torna indietro e chiude la porta.






                 






lunedì 9 gennaio 2012

La cliente








Aveva un biglietto in tasca o pochi altri. Quella di destra , quella che infastidisci di continuo se non sei mancino; quella che nove volte su dieci ti si scuce ed accoglie, come un nido d’uccelli, le briciole di resto di quei piccoli piaceri quotidiani di cui non sai fare a meno.
La sua però era integra. Non infastidita. Il suo cappotto aveva due anni, rosso scarlatto. Lo aveva comperato a Monaco di rientro da un lungo stancante fine settimana di lavoro. Per acquistarlo ci mise poco, un’occhiata alla vetrina e poi entrò nel negozio indicandolo con sicurezza: “vorrei provare quello”. Le commesse con aria stupita come se non avessero mai visto un essere umano entrare in negozio in poche manciate di millesimi di secondi si giocarono con uno sguardo chi fra loro avrebbe servito la cliente.
“Vorrei quello in vetrina, sperando che ci sia la mia taglia” disse gentilmente.
“Beh si le taglie le abbiamo tutte; è un modello nuovo” disse la commessa prescelta accennando una lieve ed improvvisa balbuzie. “Non lo prova immagino, vero?”
“Certo che lo provo, se la taglia non dovesse andare bene cosa potrei farmene?”
La commessa arrossi di colpo per la domanda inopportuna appena pronunciata e si avvicinò quasi impaurita per farle provare il capo. Per poco non svenne nell’osservare con quanta maestria e disinvoltura il cappotto venne indossato, ammirato davanti allo specchio ed infine acquistato sfoderando una carta di credito come mai nessuno aveva fatto da che lavorava come “commessa di lusso” da Miu Miu.
“E’ il cappotto che ho sempre sognato fin da quando ero bambina , un sogno trovarlo” disse con un sorriso soddisfatto. Poi prese alla sua maniera la borsa con il cappotto e l’appoggio delicatamente alla spalla. Immediatamente dopo sempre con il piede destro frugo’ nella tasca del suo vecchio cappotto e ne estrasse un biglietto, lo porse alla commessa dicendole: “se non ha impegni sarei felice venisse a trovarmi, sarò a Monaco in tournè ancora per due giorni. Grazie per la cortesia e buona giornata”.
La commessa con un sorriso di plastica dopo aver letto il biglietto rispose senza nemmeno accorgersene : “oh, lei è una ballerina? Non so che dire m…m… mi scus..” ma non fece in tempo a terminare la frase che la cliente con il suo cappotto rosso scarlatto appena acquistato chiuse la porta.

domenica 8 gennaio 2012

L’amica geniale

Da pochi giorni in libreria è arrivatoL’amica geniale, nuovo romanzo di Elena Ferrante che inaugura così una saga tutta al femminile, che si svilupperà nei prossimi mesi: al centro delle vicende ci saranno due donne, la loro infanzia e adolescenza, e la loro amicizia che attraversa indenne una vita intera.
Elena e Lila sono inseparabili da sempre, bambine prima e adolescenti poi, cresciute assieme e diventate donne potendo contare reciprocamente una sull’altra. Le loro vite si intrecciano e mutano assieme ai cambiamenti della loro città, Napoli, qui descritta senza retorica con tutti gli annessi e connessi del caso, compresa la difficoltà di crescere in rioni popolari e malfamati di periferia negli anni ‘50.
Elena ha la possibilità di studiare, mentre Lila deve lavorare nella bottega del padre a riparare scarpe, ma colma la sua sete di sapere leggendo L’Eneide e studiando il latino di nascosto a tutti, quasi per pudore. Due donne diverse che si confrontano per crescere diventando specchio l’una dell’altra.
Un giorno però, una telefonata annuncia che Lila è scomparsa, ed è qui che inizia la storia dell’Amica Geniale, che però, non finirà all’ultima pagina di questo volume…




Una voce potente che spezza il silenzio della Storia
Un romanzo importante e potente che strappa il respiro e rivela la natura miracolosa dello spirito umano, capace di sopravvivere e continuare a lottare anche quando tutto è perso

RECENSIONE DI
Avevano spento anche la luna

UN LIBRO DI
Ruta Sepetys

PUBBLICATO DA
GARZANTI, Narratori moderni
Lina ha appena compiuto quindici anni quando scopre che basta una notte, una sola, per cambiare il corso di tutta una vita. Quando arrivano quegli uomini e la costringono ad abbandonare tutto. E a ricordarle chi è, chi era, le rimangono soltanto una camicia da notte, qualche disegno e la sua innocenza. È il 14 giugno del 1941 quando la polizia sovietica irrompe con violenza in casa sua, in Lituania. Lina, figlia del rettore dell’università, è sulla lista nera, insieme a molti altri scrittori, professori, dottori e alle loro famiglie. Sono colpevoli di un solo reato, quello di esistere. Verrà deportata. Insieme alla madre e al fratellino viene ammassata con centinaia di persone su un treno e inizia un viaggio senza ritorno tra le steppe russe. Settimane di fame e di sete. Fino all’arrivo in Siberia, in un campo di lavoro dove tutto è grigio, dove regna il buio, dove il freddo uccide, sussurrando. E dove non resta niente, se non la polvere della terra che i deportati sono costretti a scavare, giorno dopo giorno.

Ma c’è qualcosa che non possono togliere a Lina. La sua dignità. La sua forza. La luce nei suoi occhi. E il suo coraggio. Quando non è costretta a lavorare, Lina disegna. Documenta tutto. Deve riuscire a far giungere i disegni al campo di prigionia del padre. È l’unico modo, se c’è, per salvarsi. Per gridare che sono ancora vivi. Lina si batte per la propria vita, decisa a non consegnare la sua paura alle guardie, giurando che, se riuscirà a sopravvivere, onererà per mezzo dell’arte e della scrittura la sua famiglia e le migliaia di famiglie sepolte in Siberia.

Ispirato a una storia vera, Avevano spento anche la luna spezza il silenzio su uno dei più terribili genocidi della storia, le deportazioni dai paesi baltici nei gulag staliniani. Venduto in ventotto paesi, appena uscito in America è balzato in testa alle classifiche del «New York Times». Definito all’unanimità da librai, lettori, giornalisti e insegnanti un romanzo importante e potente, racconta una storia unica e sconvolgente, che strappa il respiro e rivela la natura miracolosa dello spirito umano, capace di sopravvivere e continuare a lottare anche quando tutto è perso

domenica 1 gennaio 2012

Mezzanotte e uno

 E così è iniziato il conto alla rovescia bene il conto alla rovescia dieci nove otto sette sei cinque quattro tre quella roba lì insomma che mancano pochi secondi manciate di secondi e poi questo anno infernale e bellissimo se ne andrà a fare in culo come tutti gli anni precedenti che se ci pensi bene alla fin fine mandi sempre questi messaggini del cazzo di auguri ma sotto sotto ce l’hai su con l’anno che se ne va sai già che ti mancherà ce l’hai su un po’ con lui perché in fondo in fondo in fondissimo gli hai voluto bene pure a lui che ti ha portato un carico di sfiga ma anche non c’è dubbio giornate di sole già giornate di sole e quelle magari non te le ricordi ma da qualche parte si mettono magari sotto le ciglia e dietro le pupille insomma quest’anno che se ne va lo cantava anche chi non mi ricordo chi la cantava l’anno che se ne va ma no era dalla lucio dalla e cantava l’anno che verrà e alla fine della canzone diceva che l’anno dopo era come l’anno prima che se vai a rileggere le operette morali di leopardi lo trovi già quel discorso lì è il dialogo tra il venditore di almanacchi e il passante e se non è il passante è una cosa del genere beh allora dove eravamo rimasti eravamo al conto alla rovescia già che in quei pochi secondi lì e soprattutto nel minuto dopo il minuto subito dopo che hai gridato buon anno ti guardi intorno non c’è un cazzo da fare ti guardi intorno e mentre ti guardi intorno ti guardi dentro altro che se ti guardi dentro non puoi farne a meno porca di quella troia magari sei andato in brasile in capo al mondo a fare il trenino pur di non guardarti dentro e invece poi eccolo lì quel minuto di merda quel conto alla rovescia dell’anima in cui scorrono scorrono scorrono scorrono scorrono le immagini i volti chi c’è chi non c’è con chi sei con chi non sei chi vorresti accanto e non c’è chi c’è e non lo vorresti accanto chi vorresti accanto e non c’è poi ti volti e vedi le coppie che si baciano ah ah che gioia che allegria buon anno anche a te siamo già nei primi dieci secondi dell’anno nuovo e mi sono già girati i coglioni signore mi scusi signor inverno mi scusi mi potrebbe ridare l’anno passato come non si può guardi che ne farò buon uso glielo posso garantire lo terrò qui in un angolo in un angolino in una cuccia da cocker se non le dispiace cosa vuol dire che non si può ma si guardi intorno anche lei signor inverno guardi che il mondo cammina anzi corre anzi vola anzi precipita qui son tutti già rivolti con lo sguardo in avanti è così che si fa bisogna guardare avanti esercitarsi a sperare trovare l’amore cambiare lavoro guadagnare tanto fare buoni propositi per l’avvenire non stia tanto a farla lunga lei signor inverno mi lascia questo anno appena passato e io me lo tengo stretto tutto per me con tutto il suo dolore e la sua bellezza come dice le fa un certo effetto sentire ‘ste due paroline vicine vicine eppure è così signor inverno ascolti un cretino dolore e bellezza dolore e bellezza vanno a braccetto anzi si tengon per mano un po’ come paura e coraggio ma non stavo dicendo questo stavo dicendo la prego la scongiuro mi lasci quest’anno passato che tanto a sentire quel che si sente in giro non se lo fila nessuno non lo vuole nessuno tutti a dire che anno di merda andrà senza dubbio meglio certo ma figurati ma chi lo mette in dubbio però se voi non avete niente in contrario io mi terrei questo qui me lo terrei tra la mani per qualche ora per qualche giorno insomma per un po’ e me lo riguarderei come un album di fotografie già ingiallite guardalo qui quest’anno dolorante e appena morto guardalo come è stato anche lui come noi gonfio d’amore e carico di speranza e poi ferito di promesse svanite e di desideri sfumati come nuvole un po’ come noi caro anno passato somigli un po’ a tutti noi indolenziti addolorati affranti incantati bambini stanchi ancora affamati e ancora assetati di carezze sì carezze sì alla fin fine quelle vogliamo ci han dato ‘sta cazzo di moneta debole e poi forte e poi ancora debole prima era la lira e adesso è l’euro ma sono le carezze la vera moneta del mondo non stiamo a farla tanto lunga a che punto eravamo arrivati già son passati pochi secondi dopo la mezzanotte e già mi sono girati i coglioni poi m’è venuto da chiedere al signor inverno di regalarmi l’anno passato anziché l’anno venturo e lui ha fatto spallucce ma guardi signor inverno coi baffoni io non sto mica scherzando io lo terrei qui con me lo tratterei con cura perché gli ho voluto bene che mi ha portato tante di quelle lacrime che avercene di lacrime così a un certo punto pensavo che finissero e invece le lacrime sono come le carezze non finiscono mai è difficile da accettare ma è così solo che noi siamo abituati male sa com’è abituati come siamo a comprare e a vendere non facciamo che dire tu cosa mi dai tu cosa mi dai se ti faccio una carezza tu cosa mi dai tu cosa mi dai tu cosa mi dai è difficile è dura la vita di noialtri nessuno lo mette in dubbio eppure a me piace sa cosa le dico mi piace la vita di noi poverini uomini malandati la trovo terribile e bellissima e poi non dimentichi signor inverno i baci posso dirlo i baci sì quelli forse non sono stati tantissimi ma quelli che sono arrivati son bastati per un anno intero non lo posso negare i baci signor inverno sono l’invenzione più dolce che l’uomo si è sognato di inventare almeno io la penso così sì lo so che dovrei sperare nei baci anche per l’anno a venire e infatti ci spero e nemmeno poco ma sa cosa le dico non vorrei che con questa cosa del guardare avanti magari mi capitasse di dimenticare qualche bacio di dimenticarne qualcuno di farlo cadere dal cuore e questo mi dispiacerebbe a dirla tutto vorrei vorrei vorrei che i baci dati e le carezze ricevute e le lacrime piovute stiano tutti qui con me come fratellini di cristallo come figurine di vetro posate sulla pelle ecco ecco ecco questo vorrei e invece lei signor inverno è spietato e ha preso l’anno passato e l’ha spazzato via con un colpo di scopa e spumante tre due uno bum via è arrivato questo qui nuovo nuovo anche se a ben guardarlo mi sembra molto simile a quello vecchio cosa stavamo dicendo già sono passati pochi secondi alla mezzanotte e mi guardo intorno e mi guardo dentro e mi guardo intorno ma non solo a me mi guardo intorno al mondo al mondo al mondo tutto mi viene da pensare chissà perché a un soldato che fa una ronda inutile e cammina avanti e indietro su una frontiera deserta e poi mi viene in mente la luce della casa di riposo vicino a casa mia che dalla finestra si vede la macchinetta delle bibite e magari c’è qualche figlio di o nipote di o amico di che sta prendendo un caffè dopo aver detto buon anno a qualcuno che non gli risponde nemmeno e poi mi viene in mente il casellante ma certo il casellante che ne saranno rimasti due in tutta italia che vede passare le persone un po’ come il signor inverno e poi mi viene in mente senza andar tanto lontano mi basta guardare in questa stanza e vedo tutto quello che c’è da vedere ci sono io che sono solo solo solo e poi là in fondo c’è una donna sola sola sola anche lei noi soli siamo quelli che ci rifugiamo al telefono tra un attimo magari per chiamare la mamma o i figli o un numero a caso pur di non dover mostrare a qualcuno i nostro occhi deboli e spaventati e poi c’è la signora anziana che si commuove e poi ci sono i bambini che giocano anche se è capodanno e non gliene frega niente dei buoni propositi e dei due baci sulla guancia e poi ci sono le coppie certo ci sono le coppie niente di personale nessuno se la prenda questo è un esercizio di immaginazione ma quando guardi le coppie che si baciano non è proprio come al cinema insomma ti viene da chiederti saranno felici saranno felici chissà come si baciano il primo dell’anno se lei cinge le braccia dietro al collo di lui e lo bacia come il primo giorno oppure se quel bacio è usato e quotidiano un po’ come tutto il resto e poi ci sono quelle coppie e chissà quante sono e dove sono che sono come le stelle morte le stelle che continuano a emettere luce per noi terrestri che le ammiriamo e in realtà loro se ne sono andate da un pezzo solo che nessuno lo sa nessuno se ne accorge nemmeno loro se ne accorgono e continuano a buttare nel cielo quel puntino luminoso e loro si illudono e noi ci illudiamo che quella sia una luce e invece non lo è più e poi ci sono le coppie felici mannaggia a loro quante ce n’è in giro mica felici come al cinema no felici normali che poi è la cosa migliore meglio lasciare il cinema a casa sua ma io quello che volevo dire dopo il conto alla rovescia e ‘sto cazzo di primo minuto che sta per finire e il soldato di frontiera e l’anno passato e tutta questa roba che mi è passata per la testa in questo minuto infinito quello che volevo dire o meglio volevo domandare ma tu ma tu ma tu mia adorata dove sei perché non sei qui con me che le devo dire signor inverno se lei si porta via l’anno passato lei rischia di portarsi via anche anche anche ecco ci siamo capiti e poi son dolori il primo dell’anno e non è un gran regalo non è un bel modo per cominciare piangere dopo nemmeno un minuto che siamo al mondo di nuovo siamo al mondo daccapo allora cosa dice se io le lascio cosa le lascio quattro monete un pupazzo di neve sciolto le lascio un naso da pagliaccio tricolore e le lascio una barchetta di carta cosa ne dice lei me lo lascia l’anno passato come dice è ancora troppo poco allora guardi mi voglio rovinare le lascio anche una canzone una canzoncina piccola così che non la sa quasi nessuno gliela canto nell’orecchio e poi le lascio le chiavi di una casa quasi vuota che un amico mi ha prestato per un po’ e poi le lascio cartoline di mare sì cartoline di spiagge diverse e tutte uguali adesso basta non ancora allora guardi le lascio questa pagina le lascio questa fantasia mescolata alla memoria come dice questa pagina appartiene già all’anno nuovo allora guardi non so più cosa fare le lascio un quaderno di appunti un’agenda tenuta benissimo che è la mia e poi un palloncino di mia figlia che non lo usa più è rosso e bellissimo somiglia all’anno passato può sostituirli se vuole si somigliano un casino sa anche il palloncino era gonfio una volta era gonfio rosso di stupore e meraviglia e volava volava volava anche lui si può fare si può fare e così mentre intorno a me si susseguono i baci e i sorrisi di capodanno e auguri e auguri anche a te io mi ritrovo tra le mani in tasca l’anno passato il duemilaeundici l’anno che non vuole nessuno è qui in tasca solo per me e se qualcuno vuole ogni tanto può chiedermelo ce lo riguardiamo insieme quest’anno doloroso e incantevole evviva l’anno vecchio evviva l’anno nuovo adesso può anche arrivare e fare quello che deve fare il primo minuto è andato sfumato volato spazzato siamo già in quelli dopo nelle ore dopo nei pensieri dopo dopo dopo dopo dopo dopo ci pensiamo intanto buon anno buon anno a tutti al mio papà e alla mia mamma a tutti a tutti a tutti a chi so io e a chi sa lei a tutti tutti buon anno buone cose buone lacrime buone carezze tanti baci.

Luca Chieregato

venerdì 30 dicembre 2011

Ho pestato una merda

Ho pestato una merda.
Una bella giornata, non c’è che dire.
Pestare la merda porta bene.
Una giornata fortunata.
Peccato che l’ho pestata con il piede destro e quello che porta fortuna è il sinistro.
Fantastico!
Sono riuscito a trovare il peggio anche nella sfiga.

Scendo le scale della metropolitana, sperando almeno di trovare uno di quei giornali gratuiti, che fanno talmente cagare che uno se li tiene per impilarli nel bagno dell’ufficio.
Erano mesi che non entravo in una stazione della metropolitana. Anzi, erano mesi che non prendevo i mezzi pubblici.

Considerando che la giornata è iniziata male mi ritengo fortunato: c’è ancora una copia nel distributore. Mi avvicino a grandi passi, lasciando grandi impronte. Di merda.
Mentre osservo le tracce lasciate sul linoleum della stazione della metropolitana, come un moderno Pollicino merdoso, mi viene rubata sotto il naso l’ultima copia disponibile.
E adesso?
Adesso dovrei riuscire a trovare qualcosa per pulirmi la suola delle scarpe.
Sto pensando…

Forse potrei comprare un giornale e pulirmi con quello.
A parte il fatto che costa quasi un euro e pulirmi le scarpe con quasi un euro mi fa quasi girare le palle; non saprei quale testata si meriti un tale gesto.
Me ne vengono in mente due o tre ma poi mi dà fastidio spendere quasi un euro per comprare uno di quei giornali, anche se poi lo uso soltanto per pulire la merda da sotto le scarpe.
Cosa faccio? Mi metto a sovvenzionare quelle teste vuote solo perché ho le scarpe sporche di merda?
Lasciamo stare l’idea del giornale.

Per una volta potrei fare colazione al bar. Cappuccino e brioche, con tanti tovagliolini di carta per pulirmi le scarpe. I tovagliolini però sono piccoli, potrei sporcarmi le dita. E poi i tovagliolini che ci sono nei bar non sono mica assorbenti; sembra che abbiano un patina che li rende impermeabili. Finché hai un pezzo di brioche che è rimasto appiccicato alle labbra, tutto bene, ma se appena una goccia ti cade sul mento, grazie a quel tovagliolino te la trovi anche sulle scarpe.
Pensa che bello: tolgo la merda dalla suola della scarpa destra e me la ritrovo sulla tomaia di quella sinistra.
Anche l’idea del bar è scartata.

Allora me ne devo andare in giro con le scarpe sporche di merda?
Pare di sì.
Timbro il mio biglietto, come da regolamento, ma il controllore che sta nel gabbiotto mi guarda storto.
E che naso ha, questo?
Vuoi dire che gli è arrivata la puzza fin dentro al gabbiotto?
Si alza ed esce.
Cosa diavolo vuole adesso?
Cos’è? Non si può prendere la metropolitana se si puzza di merda? E quelli con l’alitosi? Giuro, ho un amico che ha l’alito che sembra proprio la mia scarpa destra.
“Scusi mi fa vedere il biglietto?” mi fa l’incaricato dell’azienda tranviaria.
“Prego.” Faccio deciso, con scioltezza, spostando istintivamente il piede destro dietro di me.
Il controllore osserva il biglietto e scuote lievemente il capo.
“Tsk, tsk” fa lui.
“Scusi?” gli faccio io.
“Questo biglietto non è valido.”
“Perché? L’ho timbrato adesso. Cos’è, già scaduto?”
“No, è semplicemente obsoleto.”
E questo da dove arriva? Da lettere antiche?
“L’ho obliterato adesso.”
“Non obliterato, ho detto obsoleto.”
“Ho capito, non sono mica analfabeta. L’ho obliterato adesso e quindi non può essere obsoleto.”
“Senta, ho detto obsoleto perché è stato sostituito, ce ne sono di nuovi.”
“E quindi?”
“E quindi questo non è più valido.”
“O merda!”
Il controllore mi guarda le scarpe. Lo sapevo, come ho detto merda quello si è immediatamente accorto della puzza.
Tra l’altro un paio di ragazzini si sono fermati per godersi la scena.
C’è il controllore che ha beccato un trasgressore, tra l’altro di mezza età.
Piano, un momento: che mezza età, cazzo, ho solo quarant’anni e… bè, effettivamente quarant’anni sono la metà di ottanta che, più o meno, è diventata l’eta media, anzi un po’ meno.
Quindi io avrei addirittura superato la mezza età.

Proprio una bella giornata. Ho scoperto da qualche secondo di essere già nella fase avanzata della mezza età, ho un biglietto obsoleto, obliterato di recente ma comunque obsoleto, e ho le scarpe piene di merda; solo la destra ma comunque…

Il controllore mi guarda divertito. Un paio di signore mi osservano mentre superano i tornelli, col loro bel biglietto fresco di stampa, tutto colorato, e storcono il naso.
Forse la puzza arriva fino a loro? Spero di sì, altrimenti perché avrebbero dovuto storcere il naso? Sono già così conciato? Bè un uomo di mezza età può anche essere sgradevole alla vista.
Fermi tutti, adesso mi girano le palle!
Vada per l’uomo di mezza età ma c’è un limite a tutto.

“Allora, cosa devo fare? C’è da pagare una multa?” l’uomo di mezza età prende sempre l’iniziativa.
“Senta, faccia una cosa:” mi sembra comprensivo. In fondo non è poi così cattivo come i controllori della nostra immaginazione “torni indietro e compri un biglietto valido all’edicola”.
L’edicola…
Potrei anche comprare il giornale, per le scarpe.
Ah, no, quella l’avevo già scartata.
“La ringrazio. Non sapevo proprio.”
“Non c’è problema. Questo lo tengo io.” E fa sparire il biglietto obsoleto, obliterato.

Torno sui miei passi, che hanno lasciato ancora l’impronta e sento la puzza di merda che ora cha cominciato ad invadere anche gli ampi spazi della stazione.
Mi guardo la suola, evitando di farmi notare, appoggiato alla parete dell’edicola. Ecco un altro segno della fortuna: che scarpe ho messo stamattina? Scarpe con il carrarmato. Metti che piova… metti che pesto una merda di cane almeno quella s’incastra alla perfezione sotto la suola.
Infatti questa si è perfettamente adattata alla suola e i miei passi la stanno comprimendo per bene, creando un impasto degno di un pluridecorato levamerda.
Solo che io non sono pluridecorato.
Non ho nessuna intenzione di comprare un biglietto nuovo. Faccio il giro, dall’altra parte dell’edicola, lontano dallo sguardo del controllore e do un’occhiata al cestino.
Figuriamoci!
Oggi è una giornata di merda e non posso sperare di trovare un biglietto non obsoleto, anche se obliterato.
Bingo!
Mai abbandonare la speranza.
Ora vado in edicola, facendomi notare dal controllore.
“Buongiorno!” dico all’edicolante.
“Buongiorno.” Risponde questo senza nemmeno alzare la testa.
Me ne torno verso i tornelli.
Sarà un’impressione ma sento ormai addosso gli occhi di tutti.

Cosa succederà una volta sul treno della metropolitana? L’olezzo si diffonderà per tutto il vagone e non ci vorrà molto a percepire la fonte di tale diffusione. Mi additeranno, mi insulteranno, mi costringeranno ad uscire dal vagone per evitare che qualcuno dia di stomaco.

Passo il biglietto nell’obliteratrice. Il controllore mi sorride. Non sarà mica gay?
Per carità, niente contro i gay, sono persone che sanno quello che vogliono; solo non coincide con quello che voglio io. Poi, per il resto, viviamo perfettamente l’uno a fianco dell’altro.
Solo che non tutti la pensano come me: l’intolleranza. Ecco, mi sento come un omosessuale circondato da etero intolleranti. Un nero tra membri del KKK, uno con le scarpe piene di merda (solo la destra) in mezzo a gente col naso delicato.

E’ fatta!
Sono passato. Il controllore ha dato solo un’occhiata distratta.
Scendo le scale, non troppo di corsa, perché la merda fa scivolare. Ci mancherebbe solo di cascare a terra, facendo partire schegge di merda giù per le scale.
Forse però qualcosa potrei fare. Adesso scendo, mi appoggio ad un muro e batto il piede contro la parete, facendo finta di sentire un motivo nella testa che non mi fa stare fermi i piedi. E se poi mi casca tutta quella roba per terra? Dovrei spostarmi in continuazione. E se mi schizza sui pantaloni?
Altra idea da scartare?
Direi di sì.

Dovrei far finta di niente e prendere il primo treno in direzione dell’ospedale.
Cazzo, l’ospedale. Vuoi vedere che non mi conviene ritirare l’esito degli esami?
E se fosse davvero una giornata storta?
Quasi quasi torno a casa.
E già… oggi mi sono tenuto libero, per andare a ritirare gli esami e portare Nadia a fare un giro sul lago. Non posso permettermelo.
Nadia aspettava da tempo questo momento.
Potrei andare da Nadia senza ritirare gli esami.
Ma dai… non posso fare lo struzzo. Cosa vuoi che sia? E poi proprio non ce la faccio: devo andare.
Salgo sul treno e non c’è posto a sedere.
Mi appoggio alla porta che sta sul lato opposto a quella della salita. Incrocio le gambe e vedo un pezzo marrone staccarsi dalla suola della mia scarpa.
La puzza comincia a diventare più fastidiosa.
Mi concentro per mantenere i piedi ben piantati a terra, tenendo la schiena poggiata alla porta che rimarrà chiusa.
E se si aprisse all’improvviso? Oggi potrebbe anche accadere.
C’è quel signore di fronte a me, a un paio di passi, non di più. Perché mi fissa in quel modo. Un altro gay? No, mi sa che ho qualcosa che non va. Come può pensare che questo terribile puzzo di merda sia colpa mia?
Ci dev’essere qualcos’altro. Guardo nuovamente le mie scarpe e, in effetti, noto dei pezzi di merda che spuntano dalla suola, proprio nella direzione dell’uomo di fronte a me.
Che la merda abbia una vita propria?
L’uomo sorride.
Gli sorrido anch’io.
Distoglie lo sguardo ma non perde quell’aria divertita. Adesso gli vado di fronte e gli chiedo che cosa vuole. Se ha qualcosa da dirmi che me la dica in faccia.
Ma lasciamo stare, è almeno il doppio di me e potrebbe anche incazzarsi. Lasciamolo contento. Mi sposto di qualche centimetro, approfittando di una culona che mi copre la visuale e protegge le mie scarpe dalla vista dell’energumeno con la ridarella.
Il riso abbonda sulla bocca degli stolti! L’ho sentita da qualche parte e non l’ho mai condivisa… sino ad oggi.
Quello è sicuramente uno stolto, anzi, meglio, un cretino.
Fra due fermate devo scendere.
Il puzzo è diventato davvero insopportabile. Mi guardo un po’ in giro e – come temevo – noto che parecchie persone mi stanno osservando. Lo sapevo, non potevo evitarlo. Se ne sono accorti tutti. Chiedo permesso e, come d’incanto, si spostano tutti. Quando prendevo la metropolitana dovevo sempre spingere per riuscire a raggiungere l’uscita mentre oggi – potere della merda – in un lampo mi trovo davanti alla porta, a fianco dell’uomo dalla risata facile.
Quasi quasi prima di scendere gliene spalmo un po’ sui pantaloni.
Quasi m’avesse sentito,lo stronzo (lui) si sposta e lo manco di un soffio.
Scendo e vengo travolto dall’onda umana che si dirige verso le scale mobili.
Gli scalini sono zigrinati.
Che idea!
Potrei far scorrere le scarpe avanti e indietro ed utilizzare le scale come uno zerbino. Così poi tutto si fermerebbe in cima alle scale.
Potopom potopom potopom… un sobbalzare fetido che accompagna la salita di uomini, donne, bambini. Una meraviglia.
E se poi qualche vecchietto ci posa il bastone e scivola?
Non potrei perdonarmelo.
E poi lo spessore della zigrinatura antiscivolo non è così alto da penetrare nel carrarmato delle mie scarpe.
Niente da fare. Altra idea scartata.

Sento ridere alle mie spalle.
Ancora?
Insomma e che sarà mai?
Per un po’ di puzza di merda!
Vi capita mai di entrare in bagno dopo che ci siete stati proprio voi che ridete?
E allora?
Un ragazzino mi supera e mi guarda, ride e sale le scale mobili di corsa.
Maleducato!
Questi ragazzini sono odiosi, non sanno cosa sia il rispetto delle persone di mezza età.
E quand’ero ragazzo le persone di mezza età erano decisamente insopportabili.
Sono sempre circondato da esseri umani insopportabili.
Certo se i ragazzini avessero la testa di noi di mezza età, come l’avevamo noi da ragazzini… insomma sarebbe decisamente un mondo migliore.

Salgo le scale fingendo di non notare le risatine di quattro vecchie cornacchie che mi stanno dietro. Un signore, di molto più che mezza età, un paio di persone avanti a me, si volta e mi guarda.
Che c’hai da guardare, dico io?
Girati che se no ti viene un’emiparesi facciale, idiota!
Comincio a perdere la pazienza. Fortuna che siamo in cima e fra un po’ esco all’aperto. Tutta questa puzza che mi porto dietro è parecchio fastidiosa, effettivamente. Magari all’aperto trovo un po’ d’erba per pulirci le scarpe.
E se nell’erba c’è dell’altra merda?
Sarebbe fantastico: merda scaccia merda. Praticamente prenderei le scarpe e le butterei nel cestino.
E poi dove trovo dell’erba in giro per Milano? A parte quella da fumare, dubito che se ne trovi ancora in giro, di quella da calpestare.
Altra idea fallita.

Ecco le scale per l’uscita. Un mendicante mi osserva e ride, un piattino colmo di monete ai suoi piedi..
E no, questa proprio no.
“Cazzo vuoi?” questa volta mi è scappata, tra l’altro a voce alta, così adesso mi guardano proprio tutti.
Quello ride.
Lo supero di corsa e salgo le scale, due gradini alla volta. Chissà che qualche pezzo di merda abbia trovato rifugio proprio nel piattino di quello stronzo (il mendicante).
Respiro a pieni polmoni l’aria milanese. Forse era meglio la puzza che mi circondava al chiuso. Tossisco, sento i polmoni bruciare.
Stanno asfaltando un tratto di strada e tutto il fumo del catrame mi arriva dritto in gola.
Dimenticavo che questa giornata non poteva migliorare all’improvviso. Mi allontano dalla zona piena di fumo e mi trovo ad un incrocio.
Erba?
Figuriamoci.
Un bar. Ancora un’idea legata ad un bar.
Potrei entrare e andare in bagno. Con l’aiuto dello scopino del water potrei togliere tutto quel disastro che si annida sotto la suola della scarpa destra.
Potrei anche farlo.
Idea approvata. Finalmente un’idea decente.
Entro nel bar e ordino un caffè. Niente brioche, mi è passata la voglia.
Figuriamoci se il barista non si mette a sogghignare.
“La toilette?” faccio finta di non aver nemmeno visto.
“In fondo a destra.” Avrei anche potuto evitare di chiedere…
Entro nel bagno e chiudo la porta.
Già che ci sono faccio una pisciatina, che non guasta.
Mentre il getto cerca di centrare la piccola (sempre piccolissima) riserva d’acqua che si trova al centro della tazza di ceramica, gli occhi colgono la desolante immagine del locale sprovvisto dello scopino.
E adesso?
La carta igienica è di quello a mezzo velo (per risparmiare… barboni!) e quindi è impensabile che mi imbratti le mani.
Tiro lo sciacquone ed esco, incazzato come un muflone. Non pago nemmeno il caffè. Servizio di merda, appunto.

Raggiungo in meno di due minuti l’entrata dell’ospedale. Che poi non è proprio un ospedale, è un centro che fa analisi di laboratorio.
E’ che mi piace chiamarlo ospedale.
Quello vero lo chiamo clinica.
E la clinica?
Semplice non ci sono mai andato, né ci andrò mai. Non posso mica permettermela.
C’è qualcuno che chiacchiera proprio davanti alla porta d’ingresso.
“Permesso.”
Questi mi guardano e a uno proprio non riesce di trattenere una risata.
Li odio quelli che non sanno trattenersi.
Guarda che belle queste pareti, piene di quadri.
Ce n’è uno che mi ricorda un sacco la casa in montagna dei miei nonni. Non è un quadro che raffigura una casa di montagna, anzi, è una foto della Luna, solo che la mia nonna ne aveva uno identico, nella casa in montagna e allora mi piace.
Eccolo.
E’ proprio in fondo alla rampa di scale. Me lo ricordo benissimo.
Apro la porta a vetri e vedo la signorina della reception.
Quella quando mi vede sgrana gli occhi.
Devo solo ritirare delle analisi e poi andare da Nadia, finalmente, per portarla al lago. Sono anni che me lo chiede e io non l’ho mai portata.
La signorina sta parlando al telefono. Sembra piuttosto agitata.
Mi avvicino al bancone e quella indietreggia con la sedia.
La puzza di merda dev’essere arrivata fino a lei.
Mi guarda un po’ impaurita.
“Buongiorno signorina Claudia.”
“Buongiorno Orazio.”
E’ bello conoscere un sacco di gente. Qui poi sarebbe meglio conoscere meno gente possibile ma un po’ di amicizie non guastano, in certi ambienti.
Sento un trambusto alle mie spalle.
Jacob e Pierluigi.
Uno dei due è ebreo. Niente da dire, per carità, non sono mica razzista, anzi. Solo che lui l’abbiamo sempre chiamato l’ebreo. Lui mica lo sa. E’ alto quasi due metri e fa palestra per gonfiare i muscoli. Spesso la sua divisa si gonfia talmente tanto che sembra sul punto di esplodere.
“Ciao!” gli faccio appena lo vedo.
“Orazio, stavolta l’hai fatta grossa.”
“Io? Veramente è stato quel cane merdoso che l’ha fatta grossa. Guarda qui, Jacob.”
“Lascia perdere. Scappare e mancare per due giorni potrebbe metterti davvero nei guai.”
“Uh,” sogghigno “scappare da qui è il sogno di tutti. Però non fatemi male questa volta.”
“Chiamo il dottore?” fa Claudia.
“Lo portiamo noi in reparto, non preoccuparti.” Dice Pierluigi.
Jacob mi prende per un braccio. Non mi conviene reagire, è troppo forte.
“Cosa diavolo ci fai in giro in pigiama?” Jakob non è cattivo.
Mi tiene stretto ma non mi fa male.
“L’abbiamo trovato.” Jacob parla alla sua radiolina. “E’ qui con noi, tutto a posto.”
“Tutto a posto…” gli faccio il verso, tanto adesso è contento di avermi ritrovato. Finalmente adesso troverò qualcuno che mi pulirà le scarpe.
Sono tranquillo.

MASSIMO CANETTA
Settembre 2004

domenica 25 dicembre 2011

Concorso di Poesia

Concorso del 28/11/2011


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 Salve a tutti! Benvenuti a questo terzo evento 
organizzato dall' Occhio della dea!

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Chssà quanti di voi hanno sentito la nostra mancanza, ma siamo tornati! Non so quanti di voi si sono messi a piangere pensando che i miei concorsi di poesia erano finiti, quanti di voi volevano buttarsi giù da un ponte, quanti di voi preferivano aspettare il treno sopra i binari e non accanto! Io tuttavia.. spero che almeno uno soltanto di voi abbia sentito la nostra mancanza!

Stavolta ci sarà una novità, ma non vi illudete, è puramente per una questione natalizia! Si amici miei, fra meno di un mese è natale e questo concorso si concluderà per forza in quel periodo! Intanto proseguiamo e parliamo di questa novità!



Tema da seguire: Esprimi un tema, è natale! Nessun Tema...

Per stavolta faremo una modifica al regolamento! L'argomento natale è dibattuto dalla nascita di cristo e di abbiamo una tradizione millenaria che ci induce ad essere più buoni. Infatti anchio per quest'occassione: Sarò buono!

Potete scrivere a un tema a vostro piacere, date tuttavia il meglio di voi stessi! Eh si! Sapete, non solo voglio fare una bellissima raccolta delle vostre poesie sul mio blog, che sarà poi la ennessima gara a punti ma...
sarà anche la vostra poesia personale ad accompagnare, non solo l'evento, ma le festività!
Internet avrà una maggiore frequenza, c'è più tempo e quindi anche i visitatori aumenteranno.
Le poesie saranno il regalo ai visitatori del nostro blog per un augurio di felice anno nuovo!

Bonus: La diversità di questo concorso sta anche in questo bonus (facoltativo!).
Per chi invece avesse bisogno di un tema, c'è un ausilio... Chi di voi sarà capace a scrivere una poesia natalizia.. Riceve 5 punti extra sul punteggio finale! Sarò io a decidere se una poesia è natalizia e quindi a giudicare questo bonus.

Per natalizio intendo: su babbo natale, su gesù bambino, sull'albero di natale o quello che è generico e riguarda il natale.

Decidete voi! Stavolta sarete più liberi! Vi aspetto numerosi!


Arkavarez

Happy Christmas

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 Oggi 22/12/2011 dichiaro che le votazioni abbiano inizio.
♥●•٠·˙˙·٠•●♥ Ƹ̵̡Ӝ̵̨̄Ʒ ♥●•٠·˙˙˙˙·٠•●♥ ARKAVAREZ♥●•٠·˙˙·٠•●♥ Ƹ̵̡Ӝ̵̨̄Ʒ ♥●•٠·˙˙˙˙.

Molto bene. Il fatidico momento è arrivato e si aprono le danze! Il tuo compito visitatore, sarà sempre lo stesso, commenta le poesie e votale secondo il tuo gradimento, quella che otterrà più punti vince e sarà la scia che accompagnerà questo bellissimo natale 2011.


Abbiamo bisogno del vostro aiuto per votare le poesie.
Aiutateci.

lunedì 12 dicembre 2011

La città di spago e di cartone

La memoria è un luogo fatto di strade, case, di nomi e di volti.
A volte sono immagini nitide, a volte sfocate.
I ricordi sono scatole cinesi, che ne contengono altri e altri ancora; come in un infinito gioco di specchi.
Ci sono momenti in cui non posso fare a meno di accettare la magia di questo gioco.
Chiudo gli occhi.
Riconosco il luogo della mia memoria: la mia città, ma non com’è ora, ma quella di trentacinque anni fa.
Uguale, ma profondamente diversa.
La prima cosa che “vedo” , è una città fatta di incroci e spigoli “vivi”.
Ad ogni angolo, bambini giocano a palla o sfrecciano su Grazielle sgangherate.
Ogni tanto devono interrompere i loro giochi per far passare una 127.
Di CityVan o SUV neanche l’ombra.
La giornata inizia, davvero, con il suono della campanella di fine lezioni.
Finalmente fuori.
Un esercito di soldatini con le uniformi bianche e nere che, appena superato il portone della scuola, rompono le righe.
Tanti bambini e pochi genitori.
Centinaia di gambette secche, dentro a improbabili pantaloni a quadri, si riuniscono in drappelli per progettare il futuro: “ Appena dopo mangiato ci troviamo tutti in piazza”.
La città è piena di trabocchetti e antri misteriosi, di avventure e territori da esplorare.
Vicolo Pomè, per esempio, è una livida ferita tra le due vie principali: Via Madonna e via Matteotti , una sorta di compromesso storico in pieno Rho.
È un vicolo buio e sporco; puzza di piscio di cane e rancido.
Ho nove anni e il cuore che batte forte in gola.
Lo devo attraversare, è l’ultima prova di coraggio per entrare nella banda.
Mi aspettano all’altro capo e non sono sicuri che io ce la possa fare.
Cammino piano, raggiungo il punto più buio, li una leggera curva piega verso sinistra, a destra si spalanca una spaventosa bocca sdentata pronta ad inghiottirmi.
È l’arcata di un vecchio cortile, si mormora che tra quelle mura umide e scrostate siano scomparsi decine di bambini, tutti di nove anni.
Stringo i pugni ed accelero il passo.
Vorrei correre, ma non mi è permesso.
Respiro forte e finalmente vedo i lampioni della piazza, sono fuori, sano e salvo.
Mi volto, guardo l’oscurità alle mie spalle, e mi sento un po’ più grande.
Altri vicoli e altri cortili abitano i miei ricordi, non tutti così spaventosi.
Vicolo Resegone numero 6, un posto incantato: il rottamaio.
Con poche lire potevi acquistare il tuo destriero; un Ronzinante vecchio ed arrugginito che, con qualche pennellata di vernice, si trasformava in “Furia cavallo del west” o in Tornado di Zorro.
Oppure, portando carta, stracci e rottami, Martino, così si chiamava, ti dava in cambio qualche spicciolo che potevi spendere in caramelle gommose e patatine.
Ce ne sono altri di luoghi magici: c’e, negozietto polveroso e senza nome dove si potevano scambiare fumetti e soldatini.
Poi c’era la strada.
Le vie della città, le stesse di ora, ma decisamente più larghe.
Tanto da permettere alla mamma di seguirti con lo sguardo dalla finestra, mentre ti dirigi, tutto impettito verso scuola.
Tanto da poter trascorre interi pomeriggi a giocare a ce l’hai o mago libero.
Strade di gatti e cani randagi, di uomini e donne dallo sguardo severo, di ore passate a girare e girare.
Strade di figurine da lanciare più lontano, di cinema dai sedili di legno, di gazzose da bere con la stringa di liquirizia.
Strade di citofoni da suonare e poi scappare, di muri da scalare, di voci che gridavano “ mamma! buttami le chiavi che salgo” o più spesso “Mamma ancora cinque minuti”
Strade di scale scese in fretta e risalite ancora più velocemente, di pianerottoli bui e mamme che ti aspettano “che è già in tavola”
Strade di “non accettare le caramelle dagli sconosciuti, possono essere drogate”, nessuno me le ha mai offerte, ma i tossici quelli li vedevamo, ombre che camminano, li spiavamo nascosti sugli alberi del giardino del santuario, mentre si facevano.
Ci spaventavano ma allo stesso tempo ci incuriosivano, anche quella per noi era un’avventura.
Le vie del centro si aprivano e si chiudevano alla nostra fantasia.
Erano immensità infinite da perlustrare stile Spazio 1999, oppure le strette gole dell’Ok corrall nelle quali stavano in agguato le bande rivali.
Erano lanci di sassi e di cerbottane, erano ginocchia sbucciate e miccette da far scoppiare tra le dita.
Strade intricate come vasi sanguinei di un corpo vivo, una città semplice, fatta di spago e cartone dove tutto, o quasi, era possibile.
Un luogo conosciuto e allo stesso tempo, ignoto.
In periferia le strade si allargavano e correvano dritte verso la prateria, noi a cavallo dei nostri destrieri battevamo quei percorsi alla ricerca di nuovi confini.
Insieme a quello sciame schiamazzante, rumoroso di cartoncini tra i raggi per credersi più grandi, di urla e di risate, supero i limiti della mia memoria.
Tutto diventa più confuso, come l’età che sto per raggiungere, come la fine dell’infanzia.
Sono costretto ad aprire gli occhi, ad abbandonare la magia.
Vedo i miei figli che, ora, giocano in una città virtuale, dentro una stanza, dentro uno schermo.
Un po’ mi dispiace.
Perché, in fondo, sarà che avere dieci anni è meglio che averne quaranta, ma non scambierei mai la mia infanzia con la loro.

martedì 6 dicembre 2011

L'amore sconosciuto

Avrei voluto volerti bene veramente.
La mia mamma eri tu, tu mi hai aperto il cuore, tu hai instillato il siero dolce e fortificante dell’amore di una mamma.
La mia mamma quando ero piccola aveva dei grossi problemi psichici, per via di quello stronzo di mio padre che lavorava solo ogni tanto, e quando stava a casa gridava e la picchiava.
Lei si riempiva la bocca di pastiglie per stare tranquilla, ma quelle le toglievano la voglia di fare  qualsiasi cosa e la facevano diventare cattiva.
E poiché c’ero anch’io, ed ero una bambina piccola, non riusciva ad occuparsi di me, si dimenticava di portarmi a casa e mi lasciava sola in un parco, non mi vestiva mai bene, non ero mai coperta d’inverno e così mi ammalavo tanto.
All'ospedale si sono accorti di me e del mio stato di abbandono, e in una settimana la lunga mano della giustizia sociale mi prelevò da quella che era la mia disastrosa casa, da quel nido del disagio, per portarmi in un posto dove non c’era nessuno, nessuno che mi amava.
Poi non fu proprio così, anche perché l’amore lo rubi lo strappi proprio come quando hai fame, sei disposto a tutto pur di placare quel buco che ogni giorno è sempre più buio e doloroso.
Dopo due anni passati in istituto, un po’ mi ero abituata alla solitudine, a sapere che a parte la zia Rosa nessuno veniva a trovarmi e poi neanche a lei in fondo interessavo, neppure lei mi amava, il senso di colpa, la faceva venire tutte le settimane per portarmi le caramelle e qualche giochino ogni tanto; che non so perché mi sembrava sempre triste e fuori luogo.
Un giorno la Chiara, la nostra bidella, mi prese per il golf e mi tirò dentro al bagno e mi fece cenno di stare assolutamente zitta, con un filo di voce mi disse che ero stata fortunata che anche se avevo ormai 8 anni avevo trovato una famiglia eccellente che mi voleva adottare.
Aveva intravisto l’uomo e la donna e gli erano piaciuti, gente a posto e anche ricca. Poi in realtà fu un affido.
Sono stata zitta, anzi muta e non solo perché me lo aveva detto la Chiara ma perché questa bella notizia mi spaventava da morire, avevo vergogna mi sentivo come quando si sogna di rimanere completamente nudi in un luogo pieno di gente.
Io mi sentivo ormai sicura in quel posto senza famiglia, le mura dello stanzone dove dormivamo erano grigie ma di un bel grigio, il mio letto era comodo e anche il cuscino. Il latte alla mattina era caldo e a quei biscotti asciutti mi ci ero abituata.
E poi avevo la mia amica Camilla una bambina con i capelli castani e lunghi. Gli occhi sempre sognanti, mai concentrata sui compiti, mai attenta alla lezione, Camilla era sempre con la testa altrove pensando a cosa avremmo fatto nel pomeriggio, a quale storia ci saremmo inventate e con quali personaggi della nostra fantasia ci saremmo imbattute.
Io diventavo matta per lei, nessuna riusciva a sorprendermi come lei, anche un giardino senza giochi come il nostro diventava un giardino delle meraviglie dove perderci e ritrovarci ogni giorno,
Avevo bisogno di lei come del sonno e del cibo, perché riusciva sempre a regalarmi un po’ di felicità, tra salti e finti travestimenti con maghi e streghe cattive, ma a volte anche buone.
Non so cosa ci trovasse in me Camilla, non capirò mai perché mi aveva scelta come la sua amica dei giochi incantati, come lei amava dire.
Ma io sapevo cos’era lei per me, un gioiello brillante come mai avevo visto e che poteva essere mio ogni giorno.
Come avrei fatto senza Camilla? Mi sforzavo di pensare che con un po’ di fortuna avrei avuto una mamma che mi voleva bene e che mi avrebbe portato in Istituto a rivedere Camilla quando volevo.
Ma sapevo già che avrei voluto tutti i giorni…e così mi veniva da piangere.
Passò solo una settimana e fui portata dalla direttrice per conoscere Sara e Luigi i miei genitori affidatari.
Avevo paura, anche se sapevo che non ne avevo alcun motivo o almeno ci speravo. Quando li vidi nel giro di pochi minuti il mio umore andò alle stelle, erano due belle persone, proprio anche fisicamente. Mi guardavano con occhi colmi di interesse e curiosità , il sorriso sempre sulle labbra, nonostante i miei occhi fermi e sospettosi, i mie silenzi e le risposte brevi che davo alle loro innumerevoli domande.
Durante tutto il colloquio ci fu un momento in cui Sara mi prese le mani e mi tirò vicino a lei, io ero come incantata dalla sua bellezza, dalla perfezione del viso e dal suo rossetto che le disegnava così bene le labbra. Mi strinse a se delicatamente e io affondai la testa in quel giacchino di lana bianca e morbidissima e mi sentii come un cucciolo impaurito raccolto e coccolato.
Aveva un profumo buono Sara, sapeva di borotalco.
Un Natale, il borotalco  me lo regalarono i miei cugini, erano venuti solo quella volta, ma me lo ricordavo quel regalo perché non sapevo che esisteva una polvere bianca e sottile così profumata.
Luigi mi guardava con tenerezza e mi accarezzava la testa.
Sono andata via dalla mia casa (io quel posto lo chiamavo così) con il cuore accartocciato, ma dopo qualche mese la mia nuova mamma mi aveva coinvolto così tanto nel suo bisogno di amore, che ero felice.
Facevamo tantissime cose insieme, mi seguiva nei compiti a scuola, mi faceva conoscere tutti i luoghi a lei cari,  tutte le persone a cui voleva bene.
A volte sentivo che era un po’ troppo, che potevo cominciare a stare anche un po’ sola oppure fare qualcosa da sola, ma lei mi riempiva le giornate con tante bellissime attività.
Eravamo sempre io e lei ..al bar a bere la cioccolata, in piscina, al cinema, a teatro, in cucina a fare le torte, a farci i giri in macchina, a comprare i regali di Natale.
A guardare la pioggia scrosciante dalla finestra del bagno e a sentire i rombanti rumori delle moto nelle notti d’estate.
Luigi invece c’era pochissimo, era spesso via per lavoro ma Sara sembrava serena, avevo la sensazione che tutto fosse normale tra loro, e poi io che ne sapevo di come era un vero papà e di come era una mamma sola.
“Un papà con un lavoro importante viaggia molto sai”  mi diceva Sara quando mi informavo sulle assenze del mio papà adottivo.
Per questo motivo, quello a me dichiarato, Sara mi volle sempre nel lettone e trascorrevo le serate con lei a leggere libri, a parlare o a guardare la televisione.
Sara era dolcissima con me, mi accarezzava sempre.
Un giorno avevo ormai tredici anni stavo prendendo sonno, quando sentii la sua mano che lievemente quasi tremante toccava il mio seno.
Erano belle sensazioni poi diventarono emozioni, ma il sesso con Sara non mi sembrava giusto perché lei era la mia mamma e nelle storie e nell’esperienze di tutti quelli che avevo conosciuto nessuno mai mi aveva raccontato che l’amore della mamma era un bacio profondo, una mano tra le cosce e molto di più.
Avevo sedici anni quando la mia mamma vera ricomparse, e per questioni giuridiche dovetti tornare da lei. Non potevo decidere, era così e basta.
Mi sentii tutto sommato liberata da una situazione che a volte mi intristiva, in fondo ero un surrogato d’amore per Sara e non volevo sentirmi così nella vita.
Stavo così male con la mia vera madre, che il trascorrere del tempo mi rese malinconica avevo poi tanta nostalgia di Sara, lei era stata l’unica persona al mondo che mi aveva amato a lungo che aveva sempre cercato di rendermi felice.
La cercai, andai proprio a trovarla a casa. Mi immaginavo abbracci baci, racconti di ore davanti ad una tazza di the…
Ma quanti pianti poi giù per le scale, aggrappata al corrimano per paura di cadere, tanta fu la delusione.
Mi disse che aveva trovato un lavoro meraviglioso nel mondo del design e che era indaffaratissima e che non aveva tempo, ma che era dispiaciutissima di non potermi dedicare più di qualche minuto.
Da Luigi si era separata perché quelle assenze l’avevano svuotata, si era quasi convinta di non essere una donna da amare.
"E invece io? Io chi sono?" Mi chiedevo e mi chiedo ancora adesso...Qualcuno mi può amare? Ma forse no io non sono tra quelli che al mondo sono amati, ci sono quelli che amano e quelli che sono amati..
Ora ho venticinque anni ho lasciato mia madre a diciottanni , sono fuggita dalla sua cattiveria.
Ho una vita mia, lavoro, faccio la costumista, perché Sara mi aveva inculcato il principio che nella vita bisogna studiare studiare studiare, e così ho finito i miei  studi.
Vivo con una ragazza, e penso che ci amiamo, nel senso che io faccio tante cose per farla stare bene e vedo che lei fa lo stesso con me, ci divertiamo e ogni giorno ci sorridiamo con gli occhi e con il cuore.
Ma spesso mi chiedo perché sto con lei..
Io che sono una donna….non so cosa sia il bacio di un uomo e la sua tenerezza, ma se dovesse succedere.. se un uomo mi volesse, quale emozione mi agiterà?

sabato 3 dicembre 2011

Bireweck

"Fortunatamente, secondo la moderna astronomia, l'universo è finito: un pensiero consolante per chi, come me, non si ricorda mai dove ha lasciato le cose. "
Woody Allen

BIREWECK
Sono qui al pronto soccorso.
Penso che sia tra i dieci posti peggiori per passare una festa di compleanno.
Eppure stamani, avevo tutto sotto controllo, o meglio credevo di averlo.
“Disponete la farina a fontana …”
Che immagine evocativa; una montagna innevata con, nel mezzo, una conca.
Più che una fontana, mi ha sempre dato l’idea di un vulcano, il Fujiyama, il Kilimangiaro, qualcosa di esotico, lontano dalla piattezza della Pianura Padana.
Che già per il fatto di essere pianura, è triste, ma questa per di più, è anche Padana.
Mah!
Una montagna magica, la quale, dopo essere stata ben lavorata, avrebbe eruttato una dolcissima lava.
Quest’ultima messa in forno, si sarebbe solidificata, dando origine, in una sorta di creazione primordiale, alle torte più buone che l’umanità abbia mai assaggiato: quelle della mia mamma.
Me la ricordo ancora, con il grembiule a quadretti bianchi e rosa, con le braccia infarinate fino ai gomiti, che impastava già di prima mattina …
Come al solito, sto divagando, sono fatto così: se c’è da ricordare sensazioni, emozioni, le ho così presenti che mi sembra di viverle proprio ora.
Odori, sapori, immagini, mi prendono e mi portano sempre più al largo, in un mare calmo ed accogliente, ma se mi chiedete di ricordarmi qualcosa di concreto: che so? la scadenza di una bolletta, il prezzo dei sottoaceti che ho appena comprato, la mia busta paga, allora quel mare diventa un oceano in tempesta, ed io, aggrappato ad un guscio di noce, sono spacciato, senza speranza.
Vedete?Ancora sto perdendo il filo, quando invece dovrei concentrarmi; stasera la vorrei proprio stupire.
E’ il suo compleanno, ne sono sicuro, ho fotocopiato la sua carta d’identità l’altra notte mentre dormiva, me lo sono appuntato dappertutto, non mi posso sbagliare ancora.
In tutti gli anni che stiamo insieme, non ci ho mai azzeccato: una volta prima, una volta dopo, una volta né prima né dopo, una volta persino sia prima che dopo…un vero disastro.
Ma lei mi ama anche così, ormai se ne è fatta una ragione, ma stasera la sbalordirò, le voglio preparare una torta di compleanno.
Ho impiegato una settimana a scegliere quale fare, ne volevo una speciale, poi mi sono ricordato di quella vacanza in Venezuela: il Mar dei Caraibi, il cielo stellato …
“Houston ad Apollo vi stiamo perdendo, ripeto, vi stiamo perdendo…” stai qui con la testa, la torta, concentrati su quella, dunque: “Disponete la farina a fontana, colatevi al centro i tuorli lavorati a crema con il burro e l’albume battuto a neve …” Cazzo, questa non è una ricetta, questa è poesia, quante immagini, mi sento quasi come un provetto Dante con le mani impasticciate di farina e bianco d’uovo.
Andiamo avanti “ aggiungetevi una tazzina di acqua tiepida in cui sia stato sciolto il lievito e manipolate il tutto fino ad ottenere una pasta liscia ed elastica …”
Fino a qui tutto bene.
Oddio, bene, la cucina sembra Baghdad dopo una bella iniezione di democrazia, però me la sto cavando. “… di media consistenza, da avvolgere a palla e mettere dentro un recipiente, coperta, a lievitare per due ore in un luogo riparato.” Due ore, sono un sacco di tempo, quasi quasi mi butto sul divano e faccio un riposino, già, così poi mi sveglio stasera e la palla mi diventa una mongolfiera.
Potrei vedermi un film, oppure sarebbe meglio che controllassi se ci sono tutti gli ingredienti, non sia mai che abbia dimenticato qualcosa.
Vecchia volpe, pensi proprio a tutto.
Un uovo, un tuorlo, lievito di birra, 200 grammi di burro e 500 di farina questi sono già di là, belli che appallottolati. 250 g di pere e 125 g mele sono lì da sbucciare.
Stessa quantità di pesche e susine: ci sono.
100 g di prugne secche, di uvetta e di fichi secchi: ok.
75 g di datteri, 25 g di cedro, arancia e udite udite angelica candita…
Qui ritorna la poesia di questa ricetta: angelica candita.
Io neanche sapevo che esisteva questo ingrediente.
L’ho cercato dappertutto, ho girato tutti i centri commerciali della Lombardia, ma niente.
Poi, mentre tornavo da uno di questi, mi sono smarrito in un paesino fuori Milano, mi fermo per chiedere informazioni e vedo una latteria, di quelle di una volta, quelle con i vasetti di vetro ricolmi di caramelle, gommoni e tutte quelle delizie raccomandate dall’associazione medici dentisti.
Ci entro, quasi spinto dal destino. Oltre a chiedere indicazioni, provo, con un po’ di vergogna, a domandare dell’angelica candita.
Il lattaio, un ometto sulla cinquantina basso e grassoccio, invece di strabuzzare gli occhi e mettersi a ridere come mi sarai aspettato, apre un cassettino dietro il bancone, mi porge una bustina argentata, e mi dice “due euro e trenta”. Lo guardo come se mi avesse salvato dalle sabbie mobili, gli porgo i soldi ed esco, dimenticandomi delle indicazioni stradali.
Dopo quattro ore per fare ventidue chilometri dopo sono a casa, stanco ma felice.
Tutto questo per dire che l’angelica candita c’è, non manca nulla…
Oh no! 75 grammi di gherigli di noci, nocciole e mandorle, me le sono dimenticate.
Poco male, ho due ore di tempo per rimediare: parte da ora la missione “frutta secca”, faccio un salto al supermercato qui vicino, le compero, e in men che non si dica, sono di nuovo pronto per la torta.
Dove ho messo le chiavi della macchina? Dunque, ieri ho usato il giubbetto verde o quello blu? meglio controllare in tutti e due.
Porca miseria, quante tasche hanno ‘ste maledette giacche; comunque, qui non ci sono.
Nei pantaloni, no; Ma certo!!! In salotto, sulla mensola nello svuotatasche oppure nel primo cassetto del soggiorno, anche qui non ci sono, però guarda guarda:le prime lettere che scrissi a Vanessa.
Potrei recitarle a memoria, tutte dalla prima all’ultima.
Ero, a quel tempo, un ragazzotto alquanto confuso; poi arrivò lei e mi scombussolò ancora di più.
Provai a mettere in ordine i miei pensieri, le mie emozioni, scrivendole delle lettere.
Rileggendole ora, mi accorgo che non erano delle vere e proprie lettere d’amore, ma piuttosto una specie di diario,
un giornale di bordo, un tentativo di orientare la mia vita sulla giusta rotta.
Mi sto innervosendo, queste fottute chiavi non saltano fuori! Dove diavolo si possono essere nascoste, mi viene voglia di ribaltare tutta la casa, a cominciare da questo tavolo…
No!non ci posso credere, eccole lì, sotto quella pila di volantini pubblicitari (che dovevo buttare via già da tre giorni), proprio lì, davanti ai miei occhi.
Bene le ho trovate, o loro hanno trovato me? In ogni caso, “via più veloce della luce”, che di tempo ne ho già perso abbastanza.
Corro lungo le scale, attraverso a grande velocità il cortile, supero atleticamente il cancelletto d’ingresso, mi catapulto nel parcheggio, raggiungo velocemente… dove l’ho messa? L’auto, dove l’ho posteggiata? Ah, eccola!
Sul parabrezza c’e un foglietto… non sarà l’ennesima multa...
No, a meno che i vigili siano diventati estremamente creativi ed abbiano cominciato a scrivere le contravvenzioni su bigliettini colorati e a caratteri cubitali con l’evidenziatore arancione.
È un messaggio di Vanessa: che mi esorta, e sto usando un eufemismo, a passare all’ufficio postale a pagare il canone della RAI, che scade oggi e non vuole pagare la mora come tutti gli anni.
Ok, ce la posso fare, posta e supermercato, Rai e frutta secca, non è difficile.
Come è cara Vanessa, è così dolce, oddio si arrabbia come una bestia, quando mi dimentico qualcosa di importante, però è sempre pronta a perdonarmi e a rammentarmi le cose.
La sua arma preferita è il post-it.
Nelle sue mani quel piccolo lembo di carta colorata diventa pericoloso, una sorgente infinita di minacce e improperi; una di quelle bombe a grappolo, che vanno di moda adesso, si moltiplica all’infinito.
Ad esempio quando dobbiamo partire per le vacanze, la casa diventa colorata di quei foglietti adesivi, li trovo dappertutto.
In bagno, che mi ricordano di mettere in valigia lo spazzolino da denti, il dentifricio, la schiuma da barba ecc. in camera da letto, sul guardaroba, dalla mia parte, trovo scritto” due paia di pantaloni, cinque camicie, le mutande” ecc. tutto ciò è uno spasso.
Allo stesso momento, faccio la valigia e mi diverto, perché mi sembra di partecipare ad una caccia al tesoro.

Parcheggio l’auto nello spiazzo davanti alle poste, scendo e mi dirigo, a passo deciso, verso il mio obiettivo.
Entrerò nell’ufficio, che figata c’è la porta girevole, mi ricorda quell’unica volta che andai alle giostre con mio padre, lui lavorava sempre, ma quella volta mi portò, come era bello e semplice il mondo allora, bastava un giro di giostra. Soprattutto non c’erano ‘sti stramaledetti bollettini da pagare.
Mi metterò in coda, mi toccherà sorbirmi tutti i brontolii dei pensionati, che pur avendo tanto tempo da perdere sentono di averne sempre meno a disposizione e quindi si lamentano di quello che sprecano.
Pagherò il vaglia postale e finalmente potrò tornarmene a casa tranquillo.
Ma, già lo so, il destino con me si diverte ad inventare rotte bizzarre, ad assumere forme imprevedibili, per portare il mio povero guscio di noce in acque sempre più burrascose.
Questa volta il bastardo non ha nemmeno dovuto sforzarsi troppo, gli è bastato assumere la forma di due orecchie sproporzionate, anche per il testone e il conseguente corpo massiccio a cui sono attaccate.
Due orecchie che non si fanno dimenticare, neanche dopo trent’anni.
Ci guardiamo e ci rivediamo come eravamo, i peggiori alunni della sezione B delle scuole elementari G. Pascoli.
Ci abbracciamo, cominciamo ad raccontarci.
Le parole e il tempo scorrono come un fiume in piena, svuotiamo il sacco (tanti anni in troppo tempo), ricordi ed emozioni cadono a terra scivolando come sabbia tra le dita.
- Cazzo, sono quasi le dodici e mezza, è tardi devo andare –
- Accidenti! Anch’io devo correre, se chiude l’ufficio postale sono morto. Ciao ci rivediamo… tanto… -
- Si, tra altri trent’anni – risponde, con la sua consueta cinica lucidità.
Ci siamo ritrovati come fratelli e ci salutiamo come sconosciuti.
Tutto il resto sono granelli di memoria, adagiati ai nostri piedi.
Volo a diversi centimetri dal terreno, tanto sto correndo.
Entro così velocemente nell’ufficio, che la porta girevole si trasforma nel cestello di una lavatrice in centrifuga, milleduecento giri al minuto, arrivo allo sportello ansimando, l’impiegato mi guarda con l’aria insofferente e noncurante del polmone che gli sputo sul banco mi dice:
- Stiamo chiudendo –
- Allora sono ancora in tempo, non avete ancora chiuso – abbozzo con un sorriso a trentadue denti.
L’ironia si rivela una tattica sbagliata, si irrigidisce.
Passo alle suppliche, gli dico che, se non pago questo semplice bollettino, ne va della mia vita coniugale e non solo. Sembra irremovibile.
Insisto, mi prostro e faccio appello alla sua bontà d’animo, adduco scuse insostenibili per giustificare il mio ritardo. Tutto ciò pare far breccia nella sua corazza di zelo.
Passo alle lusinghe personali e professionali, decanto l’efficienza del servizio pubblico e insulto i suoi detrattori; sembra che funzioni.
Si!!! Ce l’ho fatta! Riesco a pagare quel fottutissimo canone Rai.
Missione compiuta, si torna alla base.
Appena entro in casa, una sottile traccia di profumo di vaniglina mi cattura, le sue evanescenti spirali, mi riportano a colazioni con latte e biscotti, a cucinini piccoli e stretti, al tavolino basculante, che mio padre aveva appeso al muro, per un lato, così che si potesse richiudere e guadagnare spazio.
A tempi che sembrano antichi, tempi senza computer, con solo mezz’ora di televisione al giorno, la Tv dei ragazzi, Emil e le sue marachelle, parola di cui ignoravo il significato, Furia, cavallo del West… tempi ingenui, ma pieni zeppi di fantasia e di aria aperta.
Seguo quella scia, inebriante fin dentro la mia cucina abitabile e super moderna, con tanto di forno a microonde e ammennicoli tecnologici vari.
Lì, appoggiata sul tavolo di vetroresina, la vedo, la mia palla di pasta, sbatto violentemente il naso contro la realtà, mi sono dimenticato della frutta secca. Ripeto il rito delle chiavi, della macchina, ma con più calma, tanto i supermercati fanno orario continuato, poveretti, ho tutto il tempo.
Quando esco dal megastore, vincitore, con in mano i sacchetti di mandorle noci e nocciole, sento appiccicata addosso una strana sensazione, non mi sento euforico come in posta.
Sono, finalmente in cucina, è ora di rimboccarsi le maniche, gli ingredienti ci sono tutti.
“Sbucciate le pere, le mele, le pesche e le susine; mondatele e tagliatele a pezzetti; raccoglietele in casseruola con un trito di fichi e prugne secche, cuocetele con poca acqua e zucchero”. Cosa vi avevo detto? Questa ricetta è un’opera completa, c’è anche il mistero, quanto cavolo sarà “poca acqua e zucchero”?
È così che chi ha il potere ci frega.
O sono troppo vaghi, oppure troppo precisi “ versate ventisettevirgoladodici ml di acqua”; così ci tengono a distanza, con paroloni o misure improbabili.
Il risultato è identico: noi comuni mortali non riusciremo mai a fare una torta come si deve.
“Aggiungetevi la frutta candita tagliata a dadolini e l’uvetta sultanina ammolata nella grappa. Quando la pasta sarà lievitata tornate a batterla energicamente aggiungendovi, poco alla volta, le noci, le nocciole e le mandorle, la buccia d’arancia e i datteri a pezzetti. Versate il preparato in una teglia e ponetelo in forno preriscaldato a 160 gradi, per un’ora e tre quarti.”

Il citofono, è lei, corro ad aprire la porta.
Ciao amore, indovina che giorno è oggi? – mi domanda maliziosa, credendo di cogliermi di sorpresa. Cerco di fingere, di farle credere che mi sono dimenticato anche questa volta, ma quando guardo dentro quegl’ occhi verdi, il mio guscetto di noce si inabissa nelle loro profondità.
Tanti auguri amore!!! - grido.
Vanessa rimane a bocca aperta, incredula balbetta qualcosa sul fatto che non sia possibile che mi sia ricordato, su imminenti quanto disastrose calamità che si abbatteranno su di noi, per questo.
Ma in fondo lo si vede che è al settimo cielo, per la prima volta da quando ci conosciamo mi sono rammentato del suo compleanno.
Le socchiudo la mandibola pendente e la conduco per mano in cucina dove ci aspettano due pizze fumanti.
Ceniamo, lei è sempre più stupita, le ho ordinato la sua pizza preferita:
- ma come hai fatto a ricordartene? – mi chiede.
Su questa parte glisso elegantemente, qui sono stato fortunato, l’avevo scelta a caso.
Poi con gesti consumati, gli giro attorno, le bendo gli occhi con un tovagliolo e con voce solenne le annuncio un’altra sorpresa.
Le spire voluttuose arrivano alle sue narici:
- una torta! ti amo definitivamente! - esclama.
Taglio una fetta e gliela porgo, la morde ancora prima di togliersi la benda
- Uhm !!! che buona… No! Non dirmi che… - si toglie rapidamente il tovagliolo.
- Caro, sai dove sono le chiavi della macchina? –
- No, ma tanto non dobbiamo uscire, vero? –
- Allora comincia a cercarle, subito – il tono è perentorio – io credo che invece dobbiamo proprio uscire! –
- Ma… - farfuglio
- Ho capito, fa tutto parte del tuo piano… -
- Non capisco… -
- hai un’altra donna e vuoi eliminarmi?
- Ma cosa dici amore? Mi sono ricordato del tuo compleanno! – mi difendo
- Si, però ti sei dimenticato che sono allergica alla frutta secca, disgraziato! -

La sala d’aspetto è illuminata da un neon freddo, attendo che Vanessa esca dall’ambulatorio dopo la flebo di antistaminici e cortisone e… mi perdoni.
Come ho già detto, il pronto soccorso non è il posto migliore per festeggiare il proprio compleanno.
Sì, questa volta l’ho combinata grossa, ma già lo so, lei passerà anche sopra a questo, mi ama.
Credo.