"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater

domenica 27 novembre 2011












...e tornando a casa,la sera,il pensiero di te...





sabato 26 novembre 2011

RICOMINCIARE



Ora vivo qui, in questo paese che mi somiglia come non avrei mai immaginato. Qui la gente è riservata e taciturna per natura, ma capace di solidarietà sincera e senza fronzoli.
Io, riservata e taciturna la sono diventata molto tempo prima che arrivassi, per necessità o forse per istinto di sopravvivenza. Giorno dopo giorno mi sono esercitata a ricacciare indietro le parole e le emozioni, spingendole a forza giù nello stomaco, ad ingrossare quel mare interiore di paura, squallore e dolore. Ero consapevole del fatto che il diventare una presenza silenziosa mi avrebbe resa lentamente invisibile cosicché della mia mancanza ci si sarebbe accorti poi, quasi per caso. E così è stato.
Quando sono arrivata devo avere avuto negli occhi lo sguardo di è scampato alla burrasca, una naufraga della vita devo essergli sembrata.Mi hanno accolta senza fare domande, semplicemente come si fa con una figlia lontana tornata da un lungo viaggio e adesso vivo qui, da un anno, 2 mesi e 13 giorni.
Ogni volta che posso, quando il mare è tranquillo e non lavoro, prendo la barca. Remo con il ritmo che il mio sentire naturalmente impartisce ai remi e ascoltando quella musica di acqua rotta e silenzio, raggiungo un posto impreciso e me no sto lì, a guardare e respirare. Mi sdraio e guardo in alto, perdo lo sguardo nel cielo, non riconosco più i confini, il tempo si ferma, divento aria.
Qualcosa poi mi riporta alla dimensione umana..il volo degli uccelli...un soffio di vento....la scia di un aereo. Allora mi rialzo ma ancora guardo. Guardo avanti e vedo il paese e la mia nuova casa, stretta tra le altre; vedo la finestra aperta della mia stanza da letto che non chiudo mai del tutto nemmeno di notte perché nel silenzio il mare, con il rumore del suo movimento e quel suo odore - alchimia di acqua, arie e sale - mi porta lontano e mi aiuta a dimenticare; vedo il muretto di sassi che costeggia la strada che porta su verso il centro del paese e vedo gli arbusti che crescono tra le pietre; vedo la chiesa, il campanile, il verde degli ulivi, i terrazzamenti coltivati e la costa della montagna che si staglia alta contro il cielo.
A volte mi volto indietro e vedo la ferrovia che mi ha portato qui, una mattina di fine inverno. Quando ho preso il treno, il primo in partenza, non sapevo ancora quale sarebbe stata la mia meta, sapevo solo da cosa stavo scappando e che non sarei tornata indietro mai più.
Dal finestrino mi sono sfilati davanti prima i palazzoni della città che si affacciano sui binari, poi la periferia di capannoni, i depositi di auto da demolire, le baracche e gli orti tristi, infine il paesaggio si è aperto sulla campagna con le sue cascine dal fascino antico e i filari di alberi a delimitarne le proprietà e poi spazi aperti e luce. Mi sono riempita gli occhi di tutta quella bellezza pacifica e perfetta e anche il dolore alla schiena, al braccio e alle gambe dove avevo preso pugni e calci, gli ultimi, sembrava fare meno male.
E' arrivata la collina, poi le gallerie e improvvisamente, un bagliore accecante: il mare. Ho visto arrivare il paese subito dopo la curva della montagna e ho sentito che forse potevo ricominciare da lì. Ho preso in fretta la valigia e quando il treno si è fermato sono scesa.

martedì 15 novembre 2011

Viaggio di una notte

Ti spiego un istante.Mi chiedi stai bene.
Fallo lentamente. Annoda le parole alle mie dita lunghe, stringi i miei polsi e guarda le gambe sottili. Son ferme a riposare, reduci da corse già concluse. Fredde, ad aspettare cartine geografiche di un Nord ancora sconosciuto.Il tempo si arrotola piano, poi corre, sulle discese sassose dei miei istinti.Gli istinti miei che risalgono, spinti da una nuova corrente. Vento tiepido a posarsi sul mio corpo.


Le gambe tue pure fredde. Immobili, ad aspettare nuovi orizzonti. Di un Sud immaginario, teatro di scene mai viste.


Ti spiego un istante.
Mi chiedi stai bene.


Lenzuola stese ad aspettare il sole, in un inizio d'inverno che è ancora caldo nell'accorciarsi dell'ombra del mezzogiorno. La voce tua che pure vibra tra note che di passione. Gli occhi miei.Lentamente. Lega i miei capelli ai tuoi, di nodi inconsistenti. Districa le ore trascorse. E con le dita, con le dita disegna profili sulla mia schiena. Profili del tempo trascorso, gettato via, morto e risorto. Con le dita percorri il mio viso. E sotto gli occhi poi fermati. Ché sulle gote sembri, oppure diventi, goccia e riflesso di me. E le mie gote divengono, oppure appaiono solo, traccia di te.


Ti descrivo un odore. Mi dici che è buono. Mi tocchi le braccia. Guardi le mani. Scivoli piano. S’annoda il pensiero. Mi scopri le spalle. Un ritaglio di tempo. Una scritta in greco, un tatuaggio nascosto. Lenzuola già asciutte. Un viaggio che dura una notte. Una notte in un viaggio. Le dita tue che somigliano a mille matite.


Ti spiego sto bene.
Mi chiedi un istante.


E il disegno di te sulla pelle.

I bambini sono di sinistra

venerdì 11 novembre 2011

Mamma



Riagganciò la cornetta con una lentezza catatonica.

Le parole della conversazione le si accavallavano nella mente e le impedivano di capire cosa fosse successo, cosa avesse sentito e cosa provasse in quel momento.

Provò a ricostruire con distacco gli eventi.

Tutto.

Dall'inizio

Come in un film.

Lo squillo l'aveva sorpresa in cucina, davanti alla finestra, con una tazza di caffè in mano, a godersi il suo quotidiano momento di pace, solitudine e tranquillità prima che la casa si risvegliasse.

Era sua sorella al telefono:

“Sonia, la mamma è morta”

“Ha avuto un infarto, l'abbiamo trovata in bagno. Mi dispiace dovertelo dire così ma vivi dall'altra parte del mondo e poi tu e la mamma non vi parlavate da anni. ..

Stop.

LA MAMMA è MORTA

MIA MAMMA è MORTA

e adesso ? Cosa ne avrebbe fatto di tutto l'odio che provava?

Di colpo si sentiva svuotata, la sua rabbia era stata la sua forza. Era riuscita a trovare il coraggio per lasciare tutto e tutte le persona a cui voleva bene. Mettere km e km tra lei e la donna che l'aveva messa al mondo era stato l'unico modo per tagliare quel cordone malato che ancora le univa.

All'improvviso sentì il bisogno di rivedere il volto di sua madre, corse al cassetto dove teneva le foto le rovesciò per terra e si mise a cercare una sua foto. Non ne aveva neppure una

Con gli occhi pieni di lacrime si affannò alla ricerca di un ricordo, anche uno solo, di lei e sua madre insieme e felici.

“Ti prego, ti prego, ti prego” si ripeteva”almeno un bacio, una carezza, una parola gentile ci dev'essere stato”

Non trovò nulla.

Quando era piccola si chiedeva spesso perchè sua madre non l'amasse.

“Forse è perchè sono cattiva, o perchè sono brutta....o forse mi hanno adottato”

Piano piano aveva imparato a non aspettarsi più niente da lei e il suo affetto di figlia si era raffreddato, fino quasi a congelarsi in un grumo di ghiaccio al centro del suo cuore.

Si era abituata,

l'essere umano si abitua a tutto.

Anche a stare bene.

Si ritrovò fra le mani le foto dei suoi bambini, faccine contente che le sorridevano, bimbi sereni sicuri di essere amati. In altre ritrovò se stessa, serena circondata dalle persone che le volevano bene.

La bambina triste della sua infanzia non c'era più. Allontanandosi da sua madre si era creata una nuova vita, libera dalle sofferenze del passato.. Se sua madre fosse stata diversa probabilmente non sarebbe mai partita e non avrebbe trovato il suo posto.

“Bè mamma almeno di questo ti devo ringraziare"

Si asciugò le lacrime con la manica della vestaglia e tornò in cucina a bersi il caffè ormai freddo.

Concorso

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 Oggi 07/11/2011 dichiaro le votazioni ufficialmente aperte.
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Purtroppo a causa di un carica batteria bruciato ho dovuto ritardare di un giorno la pubblicazione, ma posticiperò al giorno 17/11/2011 la fine delle votazioni e proclamerò il vincitore il giorno 18/11/2011.


Molte bene, veniamo a noi! Abbiamo qua 13 bellissime sirene, ogni sirena è innamorata del suo marinaio e ognuna parla del suo amore. Tutto questo ci lascia un compito arduo e difficile in quanto sembrano veramente convincenti e sincere. Non sarà facile scegliere quale sia la sirena più bella, ma sarà comunque il nostro compito. Leggete ogni poesia, dateci la vostra opinione se desiderate e votate secondo il vostro giudizio.
Come la scorsa volta, la poesia che otterrà il maggior punteggio, sarà la vincitrice e con molte probabilità anche la più bella. 


Grazie della vostra valutazione! ;-)


ECCO IL LINK: Concorso di poesie e filastrocche

Arkavarez

giovedì 10 novembre 2011

La donna farfalla


L'albero si slancia solitario a un decina di metri dal campo. La corteccia, un impasto di marrone, grigio e color crema che si sfalda in lamine; le foglie, lunghe e larghe, di colore verde lucido e dalla forma che richiama il palmo di una mano. Un platano. E due uomini.

Lo zio non ride, ma sembra che il suo corpo sia abitato da una specie di elettricità, da una febbre benigna. Vuole parlare al fratello. L'espressione di mio padre si fa dura; gli si contraggono i muscoli del viso e le labbra si serrano, disegnando una virgola nell'angolo sinistro della bocca. I due uomini, fermi sotto il platano, come se siano sicuri di essere dentro una bolla, una sfera, un giardino segreto tutto loro, sono pronti. Lo zio comincia a parlare.

Chissà cosa starà raccontando a papà. Da dove sono riesco a sentire poco e in maniera confusa; vedo quell'oscuro alfabeto fatto di gesti, di occhi, di sospiri. Che misteri nasconde quell'uomo sparito nel nulla, e che ora riappare?

Già! Perché lo zio era sparito. Era partito per una grande città sul mare e invece di tornare dopo qualche giorno, era scomparso.

Sin dall'infanzia le traiettorie delle loro esperienze su questa terra erano state assai diverse. Lo zio era come una corsa a perdifiato nei campi d'estate; senza motivo e senza meta. Mio padre era una corsa campestre, dove puoi anche divertirti e scegliere il tuo ritmo, puoi anche vincere se ci riesci, ma ci sono delle regole da rispettare, o perlomeno un percorso. Da grandi le differenze fra di loro erano rimaste forti: lo zio tirava di scherma con i suoi fantasmi; in mio padre, le ombre e il destino avevano firmato un accordo di pace.

Una tregua che forse desiderava anche lo zio? Non so. E che non riesco a spiegarmi il perché accettò l'idea di sposarsi. Che fosse l'estremo tentativo di ottenere l'approvazione della famiglia o di trovare un porto, dove sfuggire a tutte quelle sirene che lo sballottavano da una parte all'altra? In ogni caso si sposò.

Lo zio ci si mise con impegno in questo matrimonio: accettò un lavoro più sicuro e meglio pagato, ridusse le sue uscite, smise di frequentare gli amici più bizzarri e cominciò a presenziare a tutti i pranzi di parenti e conoscenti.

Lentamente però il suo stato d'animo cominciò a cambiare; l'uomo energico, propositivo e brillante veniva soppiantato da un uomo opaco, stanco e debilitato, che andava ingrigendosi. Prese ad ammalarsi: da prima asma e leggere difficoltà respiratorie, poi lievi mancamenti, infine veri e propri svenimenti.

I familiari preoccupati stavano pensando di spedirlo in una qualche località di vacanza, quando il caso sembrò regalare la possibile soluzione al problema. Un viaggio, per ragioni commerciali, in una bella città di mare. Sbrigate rapidamente le facili questioni mercantili, l'uomo avrebbe avuto tutto il tempo per beneficiare del clima e dell'aria marittime. Sembrò la soluzione. L'uomo fu spedito in trasferta con la celerità di un pacco postale, e come succede talvolta ai pacchi postali, andò perso.

La famiglia non avendo sue notizie contattò le autorità. Dalle indagini emerse che lo zio aveva raggiunto la città, aveva sbrigato i suoi affari ed era scomparso, come asserivano gli ultimi testimoni che si ricordavano di lui, fra la folla che sciamava nel quartiere dei divertimenti. Poi il nulla. Fino ad oggi. Fino al platano.

Lo zio parla per molto tempo, mentre io immobile li osservo a distanza, riuscendo a cogliere in modo confuso soltanto poche parole e qualche frammento: corda...donna…abito...gamba...salto...tesa...uomini…ista...farfalla…anima.

Chissà cosa sta raccontando a papà? Forse che ha conosciuto una Donna Farfalla; funambola, o contorsionista, oppure spogliarellista, magari tutte queste cose contemporaneamente; una donna che ha avuto più di diecimila uomini, e che più di diecimila uomini hanno perduta, perdendo un pezzo di anima ma ritrovando se stessi. Ma tutto questo lo posso solo immaginare, perché in pratica non sento quasi nulla di quello che i due uomini si stanno dicendo.

Per tutto il tempo mio padre resta in silenzio. Quando il fratello smette, lui resta immobile per qualche secondo. Poi si volta verso di me per un istante lunghissimo, e in un attimo si scioglie in un sorriso. Il sorriso più luminoso che gli ho mai visto. Immediatamente torna a guardare lo zio, gli si avvicina e all'orecchio sinistro gli sussurra pochissime parole. Ancora una volta non so cosa gli dice ma immediatamente il fratello lo abbraccia.

Lo zio se ne va per sempre lasciandomi il suo ultimo regalo. Una sfera di cristallo attraversata da una trasparenza nebbiosa. E io lo vedo dentro. Vedo che una notte camminerò solo in una città sconosciuta, alla ricerca di qualcosa; mi fermerò sulla soglia di una tenda, e su quella soglia sceglierò fra un accordo di pace e una Donna Farfalla.

lunedì 7 novembre 2011

Nudo


Ho scaldato la stanza come faccio ogni volta che vieni, metto la legna nella stufa per togliere un po' di umido da queste pareti fredde. Ho già preparato l'acqua nel pentolino per il te che berremo insieme dopo le tue lunghe ore di posa immobile e le mie di lavoro febbrile.
Entri allegramente, come sempre, e ti porti dietro l'aria fredda della strada. Alzo lo sguardo un istante dalla tavolozza imbrattata dai colori che sto preparando; vorrei solo salutarti e tornare subito al mio lavoro ma non ci riesco. Sei così bella, mia piccola Hélène, così luminosa, buffa anche, con quel cappellino sghembo e il cappotto striminzito di sempre.
Ti ho amata da subito, mia preziosa Héléne, dal giorno in cui ti ho vista in quel bistrot dove ti guadagni da vivere, che asciugavi bicchieri dietro al bancone. Mi hanno investito i tuoi colori come un'onda anomala, quella pelle di perla e quei capelli color rame che accendono i tuoi occhi chiari e li esaltano ancora di più. Guardavi tutto con interesse, attenta ad ogni cosa intorno a te e in un istante fatale i nostri sguardi si sono incrociati.
Ti spogli, il freddo ti fa svestire in fretta e mentre lo fai saltelli, ti frizioni le gambe e le braccia, massaggi quel bel corpo bianco emettendo dei gridolini buffi.

Lo conosco a memoria il tuo corpo nudo, l'ho dipinto tante volte, l'ho sognato tante volte e anche se non sono più giovane, la vista di te sdraiata sui cuscini, immobile e nuda, mi provoca un uragano dentro, una burrasca nello stomaco, un vigore di ragazzo che mi sorprende ogni volta. E allora dipingo e riempio la tela di colore, luce, ombra, fiori e occhi e labbra, animali, seni e mani, fianchi, luna e stelle, pianeti e trasferisco lì tutto il mio ardore di vecchio innamorato, tutta la passione di uomo perduto in un amore non ricambiato.
Ora ti rivesti, ti siedi accanto a me, stiracchiandoti come una gatta pigra, avvicini la tazza alle labbra e mi guardi silenziosa, osservi i miei capelli bianchi e scomposti, la barba ormai grigia e ispida, ti vedo seguire le linee irregolari delle rughe sul mio viso con una tenerezza di figlia, momenti che sembrano infiniti.... E adesso sono io ad essere nudo, nudo e vulnerabile, nudo e vecchio, nudo di fronte ai miei sentimenti,
nudo e disperato di fronte a te che mi guardi come si guarda un padre stanco mentre io ti prenderei adesso, con la furia di un animale affamato, con il desiderio di un uomo innamorato.
Sei già in piedi, la mano sulla maniglia, ti volti un istante, sorridi, sei già fuori....

La donna sul sedile di fronte

Ad ogni scossone del tram, la testa della vecchia ciondolava a destra e a sinistra Abbandonata sul sedile, con gli occhi chiusi e il corpo accartocciato su se stesso, la poveretta sembrava un fantoccio. La ragazza in piedi davanti a lei la osservava attentamente: per un attimo aveva temuto che fosse morta. Le sembrava impossibile che riuscisse a riposare in quella posizione così scomoda, pigiata fra gli altri passeggeri, circondata dagli schiamazzi dei tanti studenti chiassosi che affollavano il 12 a quell’ora. Ma il petto della donna si sollevava e si abbassava ritmicamente sotto il pesante cappotto in cui era infagottata. Senza dubbio era viva.
La ragazza non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Notò che stringeva fra le mani una grossa borsa nera da cui spuntavano dei sacchetti della spesa e qualche foglia di verdura. “Stasera preparerà un minestrone” , immaginò fra sé ricordandosi che anche sua nonna cenava quasi sempre con una zuppa.
Sull’anulare sinistro della vecchia brillavano due fedi nuziali, una sopra l’altra. “Poverina - pensò la ragazza – deve essere vedova. Sicuramente l’anello più largo è quello del marito. Magari è morto da poco. Magari è andata a trovarlo proprio oggi al cimitero. Qui vicino c’è il Monumentale.”
La ragazza si rattristò pensando a come dovevano essere vuote le giornate di questa vecchietta dopo una vita passata in coppia. Le pareva quasi di vederla aggirarsi smarrita per casa. Sola. Sola dalla mattina alla sera: a colazione, a pranzo, davanti alla tv, e soprattutto di notte, nel silenzio di un appartamento deserto, in un letto a due piazze ormai troppo grande.

“Ma che diamine - si disse tutt’a un tratto, scuotendosi di dosso questi pensieri - cosa mi viene in mente? Magari questa donna non è per niente sola.” Alla ricerca di un indizio, sbirciò nella borsa nera che nel frattempo era scivolata di mano alla vecchia e si era aperta . Tra i sacchetti della spesa vide spuntare il muso di un cagnolino di peluche. “Ecco, vedi… la nonnina ha un nipote, ha una famiglia!“
A questa considerazione, il quadro che la ragazza si era fatta cambiò di colpo. Si era immaginata una vecchietta abbandonata a se stessa, infelice, stanca di vivere. Invece la donna aveva delle persone intorno a sé. Degli affetti. E poi chissà, forse la fede che indossava insieme a quella nuziale non significava neppure che il marito fosse morto. Forse era l’anello di suo padre o di sua madre…

Proprio in quel momento, un’auto tagliò la strada al tram, che frenò di colpo. L’anziana signora si svegliò di soprassalto. Per un istante restò imbambolata, senza capire dove fosse. Poi si riprese, si raddrizzò sul sedile e tutto le fu chiaro. Si era addormentata per qualche minuto e aveva sognato di essere su quel tram perché il suo Giuseppe era morto ed era andata al cimitero a trovarlo. Nel sogno si era vista attraverso gli occhi di una ragazza, simile a quella che le stava di fronte, e aveva provato un senso di angoscia terribile. Era vedova e sola al mondo. Che incubo! Dalla sua esistenza sembravano essere scomparsi tutti, perfino suo nipote, il suo adorato Michelino. Ma in realtà lei era su quel tram proprio perché stava andando a prenderlo all’asilo. Sua figlia, Manuela, era lontana da Milano per lavoro e le aveva chiesto di occuparsi del bambino. “Chissà se gli piacerà il cagnolino che gli ho comprato al mercato “ si domandò. Frugò nella borsa per prenderlo, ma non lo trovò. Nella brusca frenata, era caduto per terra. La ragazza davanti a lei vide che era finito sotto il sedile, si chinò a raccoglierlo e glielo porse. I loro occhi si incrociarono, i loro sguardi si scambiarono una tacita domanda. Per un attimo le due donne ebbero la curiosa sensazione di aver vissuto entrambe lo stesso brutto sogno.