"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater

mercoledì 18 maggio 2011

Vacanza in Spagna

La prima vacanza con gli amici fu in Spagna. Eravamo io, Gino, Mimmo ed Emilio. Avevamo 18 anni. Io ero il solo ad avere una macchina. Mi era stata venduta da dei giostrai, si trattava di una macchinina dell'autoscontro, con sotto un motore elaborato di un tagliaerba, capace di raggiungere i 180 chilometri orari solo toccando il pedale dell'acceleratore. Aveva, oltre i due posti davanti, altri due sedili saldati dietro, ricavati da seggiolini del calcinculo. Quel gioiellino era munito di stereosette, collegato a delle casse acustiche da 300 watt di potenza. Se mettevo il volume a palla, la macchina si cappottava. Era una meraviglia, l'unico problema era che ogni tre chilometri bisognava infilare un gettone nella fessura.
All'alba del 13 agosto 1983 feci il giro delle case a recuperare i miei compagni di viaggio. I genitori piangevano, sventolavano fazzoletti bianchi come se partissimo per una missione suicida. Mia madre mi aveva dato da tenere in tasca la foto di Padre Pio, come portafortuna, la madre di Gino gli aveva fatto promettere dinanzi ad una statua della Madonna di due metri d'altezza che avrebbe dovuto chiamare ogni tre ore, il papà di Mimmo gli aveva infilato in tasca con fare complice una scatola di preservativi, che si tramandavano in famiglia da più di 4 generazioni, ancora intatta.
Finalmente eravamo tutti in macchina. La mamma di Emilio disse:
Mi raccomando, andate pia...”
Schiacciai l' accelleratore. In 12 secondi eravamo a 4 chilometri di distanza. Io al volante, Emilio di fianco a me infilava gettoni nella fessura a ritmo indiavolato, Gino e Mimmo aggrappati ai seggiolini, le gambe che svolazzavano in aria come bandierine.
Pochi minuti dopo eravamo al casello di Melegnano, fiamme alte tre metri uscivano ai lati della macchina, dalle casse acustiche le note della Carmina Burana frantumavano i vetri delle finestre a chilometri di distanza. Il casellante vedendoci arrivare pensò fosse giunto l'Armageddon e si diede alla fuga. Passammo sotto la sbarra senza fermarci, ad una velocità che superava di molto il muro del suono.
Dopo dieci minuti Emilio mi chiese di cambiare cassetta:
Basta con questa musica classica, ascoltiamo qualche cosa di italiano, di più divertente ”
Cosa vuoi sentire?” chiesi.
Ho portato Guccini!” Non ci diede il tempo di ribattere, aprì il suo borsone e tirò fuori Guccini,. Era un omone altro più di un metro e ottanta, con una folta barba. Iniziò a suonare alla chitarra le sue canzoni. Ogni volta che ne finiva una, dalla barba Guccini tirava fuori una bottiglia di Sangiovese e si faceva una bella sorsata. Dopo quattro canzoni era ubriaco fradicio. Lo abbandonammo in autostrada.
Avevamo una gran fame. Ci fermammo in un' autogrill vicino Montecarlo. Mimmo, che aveva comprato in edicola un corso di lingua Spagnola in127 fascicoli settimanali, e non vedeva l'ora di farci vedere quanto fosse bravo, disse :
Mi raccomando, fermiamoci massimo 10 minuti”.
Tranquillo” rispondemmo all'unisono.
Dopo tre ore Emilio era in coma etilico, io mi ero fidanzato con una cassiera ex campionessa provinciale di lotta greco romana, Mimmo aveva rubato dei giornaletti porno, si era chiuso nei bagni pubblici e non dava segni di vita, Gino aveva incontrato nel reparto insaccati una cantante d'operetta ed era pronto per partire con lei per una tournèe in Alsazia.
Per fortuna, Mimmo, uscito dal bagno pubblico dopo una full immersion a base di Jacula, Zora la vampira, Sukia e il Lando tre palle, anche se parecchio provato dalla esperienza, riuscì a portarci fuori da quel girone infernale, e potemmo ripartire.
Viaggiavamo oramai da parecchie ore, avevo guidato sempre io, e mi sentivo un po' stanco. Allacciati ai seggiolini dietro,Gino e Mimmo dormivano a bocca aperta, ingurgitando quantità enormi di moscerini. Mi voltai verso Emilio, che seduto al mio fianco, continuava ad infilare i gettoni a ritmi elevatissimi. Ansimava per lo sforzo, gli occhi sgranati per la concentrazione.
Come ti senti?” gli chiesi.
ALLA GRANDEEE!!” urlò lui, senza distogliere lo sguardo.
Vuoi fare cambio?”
SIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!”
Mi fermai in una piazzola di emergenza e ci scambiammo di posto.
Sei pronto?” gli chiesi, tenendo il gettone sospeso sopra la fessura.
ALLA GRANDEEE! VAIII!”
Feci scivolare il gettone nella fessura. Emilio schiacciò l'acceleratore a fondo, la macchina emise un ruggito agghiacciante,impennandosi come un cavallo imbizzarrito, mentre le ruote posteriori sgommavano sull'asfalto, producendo fumo nerastro. Mi voltai terrorizzato verso Emilio.
Lui mi rivolse un sorriso satanico, gli occhi inieittati di sangue.
ALLA GRANDEEE! VAIIIIIII!!” urlò, felice. Poi la macchina partì come un razzo, sfondò il guard-rail, e si inoltrò nella fitta vegetazione al lato dell'autostrada.

Fine prima parte.

domenica 15 maggio 2011

LA MIA CODA METROPOLITANA

utti i giorni mi rompo le palle, tranne i week end, vado al lavoro e prendo la metro.
Scendo dalla macchina a Molino Dorino (e non so perché si chiama così) faccio due passi a piedi e prendo i giornali .
Sono quotidiani e si chiamano City, Metro, Leggo e sono distribuiti gratuitamente da gentili persone chiamate spesso extracomunitari; una parola senza una briciola di affetto.
Ma non è così rapidamente che prendo i giornali, perché i pulmann che arrivano a Molino rigurgitano un sacco di persone che li vogliono come me e che diligentemente più o meno, fanno la coda per averlo, proprio come me.
Li infilo nella borsa, timbro il tesserino settimanale e scendo le scale,
Sono giù in due minuti, il treno arriverà tra pochissimo, c’e’ una bolgia di gente sulla banchina studenti e lavoratori tutti mischiati, belli e meno belli, alcuni assonnati e altri svegli come grilli, tutti uguali ansiosi di sedersi e di arrivare in fretta.
La metro arriva con un rumore quasi assordante e rassegnati saliamo.
Cerco un posto libero per appoggiare le chiappe e un po’ di tranquillità.
Ma eccoci qua nella giostra della metro rossa linea RHO FIERA – SESTO S.GIOVANNI.
Sono seduta e inizio a leggere il mio City; inizio da lui, tanto più o meno raccontano tutti le stesse cose.
Ma è tutt’altro che facile leggere e concentrarsi, quasi impossibile. Per esempio potrebbe succedermi come stamattina che la mia vicina di posto ha ricevuto una telefonata , era la sua bambina, ha risposto ad alta voce e con un tono da cornacchia.
”Quello che sentirete è quasi come un discorso di Rubbia ad Annozero, non c’e’ differenza”.
Mi ha dato l’impressione che volesse convincerci di questo.
E chi osa contraddire la signora? La tolleranza è sempre stata una parola illuminante per me.
Di fianco sulla sinistra, subito dopo la gracchiante signora, tuffo nel passato!
Affiorano i ricordi della scuola, le prof, le verifiche, le risatine cretine tra noi compagne, una starnazzare di galline ( alle scuole superiori eravamo tutte femmine, che sfiga) i compiti copiati dal libro sotto il banco e poi i voti.
Per comodità ora parlerò al presente perché è più comodo per me e sarà come se stesse succedendo tutto ora.
C’e’ una ragazza, una bella ragazza seduta alla mia sinistra, di quelle tutte vestite bene, con gli abbinamenti giusti alla moda, ha il corpo di una gazzella, gli occhioni stampati sul quel bel ragazzo che ha di fronte.
Intuisco trattasi di liceali, parlano di filosofia, di fisica e di matematica, con competenza e nel contempo con leggerezza.
Lei vuol far colpo su di lui e lui su di lei e si vede che aspirano entrambi a stare insieme nudi nel box di papà, lasciatevi andare ragazzi non c’e’ bisogno di parlare di storia dell’arte.
Arriva la fermata di Lampugnano e la gazzella con il boy scendono per raggiungere la scuola o per bigiare, chissà!
A me di leggere mi è passata la passione, mi metterei un dito nel naso.
Ok ora sono più tranquilla,cerco di concentrarmi su un articolo che mi sembra interessante”Negozi aperti il 1 maggio?” ma la suoneria del cell di quello davanti a me suona e poiché non risponde velocemente, tutti irritati ci agitiamo e pensiamo “ma cazzo rispondi cretino” e infatti il cretino risponde “si ciao! No no non guardare sul quel file, i dati sono tutti in hpprcuyypuccc , poi clicchi su open lo visualizzi e poi se c’e’ qualche problema mi chiami okkk???”
Non è per niente tutto ok! E quindi con un respiro profondo che riempie i polmoni e rilassa il diaframma sopportiamo in silenzio anche i 5 minuti dell’informatico..
Ad un tratto non respiro, entro in apnea, mi sento invadere dalla mia aria che repressa mi blocca lo sguardo e il volto.
Arriva la signora zingara lei mi inquieta.
Ha un bambino piccolo, un bebè avvolto in uno straccio lercio e puzzolente legato in vita; la guardo e mi chiedo, “ ma il nodo reggerà questa creatura incosciente?”
Il piccolo sembra dormire profondamente.
La zingara invece urla che è una povera donna senza casa e senza mangiare, fa fatica a passare e urta tutti e soprattutto quella creatura come un fantoccio di stoffa rimbalza sul culo e la schiena della gente. Ho proprio un’allergia acuta ala sua indifferenza, ma non solo alla sua.
Finalmente si scende, fermata San Babila, si scende piano, si fa la coda davanti alla scala mobile… si dovrei utilizzare le scale ma dopo tutta la pazienza che ho regalato al mondo vorrei un attimo di comodità, staccare il cervello dal corpo e farmi portare su.
Alle 14,30 riprendo la metro per tornare a casa.
Scendo dalle scale, sulla banchina c’e’ un cartello che indica quanto devo aspettare per andare verso RHO FIERA.
Ci sono un sacco di fantasmi sulla banchina, (gli stessi della mattina?) ognuno con un nome,una faccia e una storia personale, a me sembrano tutti uguali, la maggior parte silenti e con lo sguardo fisso nel vuoto o su un giornale. Ma so che respirano nonostante quest’aria pesante , ma mai pesante come quella quella del treno che sta per arrivare.
Non c’e’ posto per sedermi e chiudere gli occhi come spesso faccio, un po’ per sonno e un po’ per sognare.In questo caso sto in piedi e mi guardo intorno, sento sempre che il mio corpo è di troppo, riempe uno spazio che in molti vorrebbero libero ma insisto, perché io esisto.
Ci sono e ci voglio stare anche comoda come tutti. Le mie mani agganciate per non cadere per alcuni sono mani superflue, mani da tagliare con l’accetta.” Preferisci che con i miei 63 kili ti piombi addosso?”
Sento una voce che con cantilena dice sempre la stessa frase ma non riesco a capire a chi appartiene…c’e’ troppa gente, cerco con gli occhi e ad un tratto vedo delle mani sul pavimento..è un uomo senza gambe con un cappello una camicia e un gilè, che striscia come un polipo per terra, solleva il suo tronco con le braccia robuste e avanza senza nessun timore su quel pavimento così sporco, che non si pulirà mai.
Chiede soldi per mangiare.
Ma quanta gente c’e’ che vuole mangiare? Ma quanto cibo c’e’ ogni giorno dappertutto?
Non me l’aspettavo di vedere quest’uomo strisciante, ho lo stomaco tutto accartocciato.
A volte sai, vorresti trovare sollievo e distrazione, girarti e guardare fuori per vedere qualcosa di bello, soltanto il cielo con tutti i colori che ha, anche grigio; o la pioggia sul vetro, un giardino e un cane che corre; osando fantasticare anche il sole..ma invece devi stare lì, con il tuo corpo fermo che respira e non si muove.
Secondo me sogniamo tutti sulla metro quelli seduti, quelli in piedi, quelli che dormono o fingono di dormire, approfittiamo tutti per sognare.
Perché se sei fermo che puoi fare? Pensare e sognare.
Ci guardiamo e ci osserviamo tutti anche di nascosto, chiedendoci “ma quello lì che cosa farà?” “Dove andrà a lavorare?”Sarà fidanzata ?””Chi amerà” ?
Quando ascolto le conversazioni degli altri ..capita che mi viene da ridere.
L’altro giorno per esempio ne ho sentita una : un tizio dice all’amico “Che ha detto quello?” “Mind the door?” “E che vuol dire?” “Occhio alla porta” “Ah …Ma occhio non si diceva “eye”?
Però capita anche di spaventarsi inutilmente come l’altro giorno che alla fermata di Pagano
vedo alcune persone che scendono tossendo dalla carrozza, il mio cervello ha rapidamente cercato nelle casistiche dei casi di cronaca nera, e così pensando al peggio sono corsa fuori anch’io dalla carrozza.
Era solo una fuga di un gas tossico dall’impianto dell’aria condizionata.
Quando arrivo a Molino ed è finita la mia giornata lavorativa potrei farmi le scale a piedi ma faccio la coda per salire sulla scala mobile..mi piace mi rilassa e poi , sono stanca.

Single per sempre

Una nuova figura si è affacciata nel panorama femminile del terzo millennio: le "single per sempre". Donne che hanno rinunciato alla presenza fissa di un uomo nella loro vita. Che non si fanno illusioni sul maschile, non si aspettano protezione per sé o per la prole, non sperano nel mantenimento economico né nella gratificazione sentimentale garantita da un marito. Che non hanno fantasie amorose su un improbabile principe azzurro. Che non credono neanche più al principe azzurro, ma organizzano la loro vita (e quella dei loro figli) intorno al concetto che l'uomo è "un accessorio": utile e piacevole, a volte, ma alla lunga seccante, fastidioso, limitante e spesso addirittura nocivo. Qualcosa di cui si può, e spesso anzi è meglio, fare a meno. Come si è arrivati a scelte esistenziali così drastiche? Quali percorsi psicologici, quanta rabbia, o frustrazione, o delusioni, spingono le donne di oggi a un'esistenza in cui il maschio è sempre meno fondamentale? Maria Rita Parsi analizza il fenomeno e lo illustra attraverso dieci storie esemplari di donne tutte single-per-scelta. Da una giovane che a vent'anni ha eletto Condoleeza Rice a suo modello di vita e non intende sacrificare a un uomo il suo progetto di libertà e indipendenza, ad Angela, cinquantanovenne vedova senza figli che dopo trent'anni di matrimonio, una volta sepolto il marito, perde ventotto chili, si iscrive a un corso di salsa e scopre la gioia di un'esistenza autonoma.


http://www.ibs.it/code/9788804570189/parsi-m--rita/single-per-sempre.html

sabato 14 maggio 2011

IL BACIO DOLCEAMARO DELLA SIGARETTA

“Apri quella finestra! Non senti che puzza di fumo c’è in questa casa?” esclamò lui con un gesto di stizza.
Lei non rispose. Si accese una sigaretta, spalancò la porta d’ingresso e uscì nel giardino su cui si affacciava la loro villa.
Respirò con rabbia le prime boccate e sul suo viso si dipinse una smorfia: non aveva ancora fatto colazione e il fumo le stringeva lo stomaco in una morsa dolorosa, acuita dalla tensione. Poi però, a poco a poco, cominciò a rilassarsi e a godere il piacere quasi carnale del suo vizio. La sua espressione cambiò: le si leggevano in volto la voluttà con cui assaporava la prima sigaretta del mattino e quel leggero stato di stordimento che le procurava la nicotina dopo l’astinenza notturna!
Mentre stava spegnendo la sigaretta ancora a metà e già si frugava in tasca per cercarne un’altra, osservò la sua immagine riflessa nella portafinestra; di colpo le parve di avere davanti a sé suo padre, con una sigaretta in mano, mentre un’altra si stava consumando sul posacenere.
In quel gioco di specchi, lei aveva addirittura la sensazione di rivedere il tipico gesto con cui il padre afferrava il suo Ronson color acciaio, portava la sigaretta alla bocca e gustava il gesto stesso di accenderla.
Questo ricordo la fece sorridere, ma un’ombra al di là del vetro la riportò alla realtà. L’immagine del padre si dissolse, per prendere le sembianze di suo marito, che la stava osservando. Aveva un’aria cupa; le rughe attorno alla bocca accentuavano la piega amara che gli anni avevano scolpito sul suo viso e gli occhi erano gelidi. Lei si accigliò: doveva tornare in casa e trovarsi faccia a faccia con quest’uomo, con ciò che lui era diventato nel corso del tempo. Non ne aveva proprio voglia, pertanto entrò dal retro, si truccò molto in fretta e si avviò subito verso l’ ufficio.
Mentre avanzava a passo d’uomo nel traffico, placava il nervosismo fumando una sigaretta dopo l’altra, incurante dell’impaccio durante la guida, della nebbia che si creava nell’abitacolo e della cenere che finiva sul cruscotto, sui sedili, sul suo vestito. All’improvviso si ricordò della prima “bionda” che aveva sottratto a suo padre a 14 anni e di tutte quelle che aveva fumato di nascosto fino a quando, a 18 anni, era uscita allo scoperto, usando il vizio del padre come alibi e dichiarando che la sua vita era soltanto SUA.
Quei pensieri furono interrotti dall’arrivo al posteggio, davanti all’ ufficio dove lavorava. Fu una giornata intensa e per lei diventò un vero calvario rispettare il divieto di fumare fra quelle mura. Ogni tanto, andava al distributore automatico di bevande calde e ingollava un caffè, ma soltanto per poter godere subito dopo - sul terrazzino – il gusto della sigaretta mescolato a quello della caffeina.
Arrivò sera. Terminato il lavoro, avrebbe voluto girare senza meta per la città, ma era troppo stanca e si mise in viaggio verso casa. Le tornò in mente quando lei, a trent’anni, aveva incontrato l’uomo che era poi diventato suo marito. Si erano conosciuti a un corso di fotografia, ed era stato un vero colpo di fulmine. Appariva tutto perfetto… tutto a parte un piccolo particolare: nel dichiarare i propri sentimenti, lui le aveva detto: “Ti amo, ma non amo baciare l’amaro delle tue sigarette.” Lei non ci aveva pensato due volte: aveva smesso di fumare da un giorno all’altro, certa che un simile sacrificio le avrebbe garantito un amore eterno. Ma dopo nove anni di matrimonio e altrettanti di astinenza dal fumo, si era ritrovata a desiderare sempre più spesso il sapore di una sigaretta piuttosto che quello dei baci del marito. Aveva resistito per molto tempo, finché la sera prima era entrata in una tabaccheria e, con le dita che le tremavano per l’emozione, aveva indicato un pacchetto bianco e azzurro.
Al volante dell’ auto, mentre le lacrime facevano tremare davanti ai suoi occhi le luci dei semafori, ripensava a come era stato eccitante respirare di nuovo quell’odore e quel sapore così a lungo desiderati. Si era accesa una sigaretta nel cuore della notte, in cucina, e sarebbe stato un godimento perfetto se il marito non l’avesse colta di sorpresa, aprendo di scatto la porta e squadrandola con un’ espressione di disgusto stampata sul viso. Sentiva ancora risuonare nelle orecchie le parole con cui aveva continuato ad investirla anche al mattino: “Apri quella finestra! Non senti che puzza di fumo c’ è qua dentro?”
Non riusciva a pensare ad altro, e la tristezza e la rabbia diventarono ancora più forti quando si decise ad entrare in casa. Era ora di cena; per tutto il tempo in cui lei e il marito furono a tavola aleggiò una tensione ancora più pesante del solito. Lui la guardava senza guardarla, mentre lei sentiva crescere in sé un senso di totale estraneità da quell’uomo. Così, dopo il caffè, frugò nella borsa, prese il pacchetto bianco e azzurro e si accese una sigaretta davanti a lui. Lo fece fissandolo negli occhi, con aria di sfida, e continuò a respirargli in faccia una boccata di fumo dopo l’altra, una dopo l’altra, senza parlare.
Il loro matrimonio finì così: quella stessa sera lui se ne andò. Lei, dietro la finestra chiusa, lo osservò allontanarsi e aveva in bocca una sigaretta.

venerdì 13 maggio 2011

Coda

Sono in coda all'ufficio dell'anagrafe. Ho sette persone davanti a me. Cronometro la prima che si avvicina allo sportello. E' un uomo vestito da testimone di Geova. Sbriga la sua pratica in quattro minuti e 12 secondi.
Faccio un rapido calcolo:
Sette persone per una media di quattro minuti, fanno 28 minuti. Ci aggiungo cinque minuti, tanto per stare tranquillo, fanno 33 minuti. Guardo l'orologio, sono le dieci e venti, alle undici sono fuori di qui.
La seconda che si avvicina allo sportello è una ragazza di circa 18 anni. Ha due fotografie, le passa nella fessura, l' incaricata le fissa per un po', poi scuote la testa e gliele ripassa. Nasce una accesa discussione. Passano 4 minuti, poi 7, poi otto. Dopo otto minuti e 37 secondi la ragazza sbuffa, mi passa di fianco sibilando un vaffanculo, e se ne va.
Mi ha rovinato la media.
La terza donnina per fortuna ha sbagliato sportello, chiede scusa e se ne va.
Controllo l'orologio: Due minuti secchi.
Il quarto è un tipo completamente sordo. L' incaricata gli fa una domanda e lui si mette a urlare: CHE COSA?. CHE COSA? CHE COSA?
E l'incaricata, sventolandogli un fogliettino sotto gli occhi: HA CAPITO? HA CAPITO? HA CAPITO?
E lui: CHE COSA? CHE COSA? CHE COSA?
E Lei: HA CAPITO? HA CAPITO? HA CAPITO?
E lui: CHE COSA? CHE COSA? CHE COSA?
. Alla fine il vecchietto riesce a sbrigare la pratica, saluta e se ne va. Il tutto è durato 6 minuti e 37 secondi
Il quinto è un peruviano dall'italiano incerto. Chiede qualche cosa all' incaricata. Quella si mette a ridere così forte che cade dalla sedia con un tonfo. La sento ridere da sotto lo sportello per tre minuti.
Il peruviano saluta e se ne va.
Tutto il fatto dura 5 minuti e 12 secondi.
Il sesto è un ragazzino col casco da moto allacciato, si avvicina allo sportello e tira una testata al vetro, mandandolo in frantumi. L'incaricata si porta le mani alla bocca e sgrana gli occhi.
Oooooooooooh!” fa.
E il ragazzino, puntandogli un dito contro: “Aaaaaaaaaaaaaaaaaah!” quindi si gira e se ne va.
Guardo l'orologio. 45 secondi.
Il settimo è un milanese dall'italiano incerto. Chiede qualche cosa, poi mette una mano su un pezzo di vetro, si taglia e parte in aria con un fsssssssssssssssssssssssssssssss. Esce dalla finestra e vola via.
Non ho fatto in tempo a cronometrarlo.
Tocca a me. Dico buongiorno alla signorina dietro lo sportello, lei mi risponde per contratto, poi mi chiede cosa mi serve.
Niente, mi piace fare la coda e immaginare la vita delle persone di fronte a me” rispondo.
La signorina mi guarda come fossi un televisore spento.
E adesso che facciamo?” mi chiede.
Niente. Adesso la saluto e vado via” dico.
non lo può fare. Adesso che ha fatto la fila mi deve chiedere un documento qualsiasi. Per legge”
Ma ieri ero al comune di Buccinasco e dopo tre ore di fila non mi hanno chiesto niente!”obbietto.
E' cambiata la legge, questa notte.” Fa lei, con aria di sfida.
Essendo un uomo ligio alla legge decido di chiedere il mio stato di famiglia.
In carta libera, oppure in marca da bollo?”
Marca da bollo” decido.
Il bollo deve andare a prenderlo nella cartoleria di fronte al comune, perchè noi non ne teniamo”
Come mai?”
Ci divertiamo a complicare la vita alla gente” Mi dice. Il ragionamento non fa una piega. Esco dal Comune, vado a prendere la marca da bollo, e ritorno. La signorina è ancora lì. Le porgo la marca da bollo.
Faccia la fila, per favore” mi dice. Mi guardo intorno. Solo solo.
Ma non c'è nessuno”.
Adesso arriva. E' andata un attimo in bagno.” dice, fissandomi negli occhi. Rimaniamo lì per quindici minuti senza dire una parola. Alla fine mi chiede:
Ha bisogno?”
Si, ma c'è una persona prima di me, solo che è andata in bagno.” faccio presente.
Chi va via, perde il posto all'osteria” dice, scrollando le spalle.
Gli dico che mi serve il certificato di famiglia in carta bollata. Gli do il bollo, e poi aspetto. Dopo due minuti mi passa la carta. Leggo, e faccio un balzo.
Scusi” dico all'incaricata “ Dal mio stato di famiglia viene fuori che sono morto da due anni”
Se c'è scritto lì, si vede che è vero.” risponde lei, corrucciando la fronte.
Strano, nessuno mi ha avvisato. Non è che si tratta di uno sbaglio?”
Impossibile. Se quel foglio lì dice che è morto, lei è morto. Si fidi ”
E come mai non sono stato tumulato?” chiedo. L'incaricata sbuffa, spazientita.
Senta” dice “Non posso sapere tutto,vada ad informarsi al cimitero, che li le sanno dare tutte le risposte che vuole. Adesso chiudo perchè mi sono rotta i coglioni.”
Chiude lo sportello.
Adesso sono qui al cimitero comunale di Bareggio. Sto facendo la coda per parlare con l'incaricato, perchè se risulta che effettivamente sono morto, e inutile tirarla per le lunghe,magari riesce a buttarmi dentro a qualche fossa entro sera. Davanti a me ci sono tre persone. Quella prima di loro, ci ha messo otto minuti per sbrigare la sua pratica.
Se faccio una media...

giovedì 12 maggio 2011

LUCCIOLE IN CORTILE

"Questa è la storia di uno di noi…." cantando la prima strofa della canzone…..


Così comincia una bella e famosa canzone di Adriano Celentano.

Parla di un ragazzo nato in una casa fuori città, quando ancora per fuori città si intendeva, per esempio, V.le Monza o V.le Padova.

Ebbene in V.le Padova ho vissuto i primi anni della mia vita, per l'esattezza in Via Paruta, una traversa di V,le Padova.

Abitavo in una casa di ringhiera con i miei e mia sorella.

Era quello che oggi va molto di moda : un MONOLOCALE.

Con la differenza che non c'era il bagno perché era sul ballatoio un impianto di riscaldamento decente.

Ci vivevamo in quattro ,nell'attesa che l'istituto autonomo delle case popolari ci assegnasse un alloggio più grande.

Sono nato nel 1962,in pieno boom economico…. ma anche boom di sofferenze e sacrifici per le famiglie di operai a cui la grande Milano dava lavoro.

Ricordo alcune cose di quella vita da bambino ancora ingenuo ma felice.

Una di queste fu quando, per la prima volta, vidi le lucciole


Vedere per la prima volta quegli strani animaletti ci incuriosì moltissimo.


.Quegli insettini che, con la loro lucina sulla coda,sembrano, nel buio delle notti estive, piccole barche di pescatori in un mare scuro in cerca di un approdo.


Li inseguivamo per catturarli ma niente ,non ci riuscivamo.

Fù così che qualcuno lanciò l'idea di catturarle adottando una tecnica particolare:

me l'aveva insegnata il Pepp, un milanesone

alto e robusto come una quercia che lavorava in catena alla INNOCENTI di Lambrate.


Questo trucchetto consisteva nell'avere a portata di mano un bicchiere e, sul palmo dell'altra mano libera , tenere dello zucchero.

Secondo il Luis era un'esca perfetta; sicuramente una lucciola si sarebbe avvicinata allo zucchero e..

zac il gioco era fatto.

Però il Ciccio, un pugliese che amava scherzare con tutti, sosteneva che invece dello zucchero si dovesse usare succo di limone.

Zucchero o limone, sta di fatto che di lucciole,quella sera, ne vidi tante ma nemmeno una si posò sul palmo della mia mano.

Non ricordo di essere rimasto deluso, ricordo però molto bene i visi sorridenti dei miei e delle persone nel cortile in quella calda serata estiva, ed il mio pensiero va ai grandi condomini dove spesso ci capita di incontrare persone che abitano con noi ma che non conosciamo e che a malapena salutiamo.


Dovrei proporlo al mio amministratore, una bella serata con le lucciole: chissà che a qualcuno non torni il sorriso.


martedì 10 maggio 2011

Racconto senza ipotesi

Era il ’32, secolo ventunesimo. L’hanno tolto in quell’anno il congiuntivo. Se n’è andato via in silenzio, ma nel 2032 per la prima volta ne hanno celebrato la morte.

Adesso è davvero tutto più facile, sapete? Provate a pensarci: la vita è più bella, quando è semplice. Se a mente puoi tenere non più di ottocento parole, meglio sfrondare partendo dall’inutile. Qualcuno obietta che si tratta di un mondo senza ipotesi, dove non puoi più farti delle domande con un se davanti. Forse è vero, ma senza ipotesi, le risposte sono certe in partenza, e nessuno ha più paura di come andranno le cose, perché tutto è già dato dall'inizio.

E quando hanno tolto il congiuntivo, per fortuna è morto anche il condizionale. Se ci pensate, non fa una grinza. Quando il mondo aveva ancora i congiuntivi, tutti potevano ipotizzare qualsiasi cosa, e tutti potevano riscrivere il passato. Tipo: che poteva succedere se Garibaldi sbarcava per errore in Marocco anziché in Sicilia? Ma se Manzoni scriveva Tre metri sopra Monza? E se Colombo scopriva l’Elba? E invece no, Garibaldi è sbarcato in Sicilia, Colombo ha scoperto l’America e Manzoni…beh, chiedetelo a Moccia.

La condizione, poi, è una conseguenza pericolosa: qualcosa che può succedere, data un’ipotesi. Ma se scompare l’ipotesi, a che serve la condizione: quel qualcosa è successo o non è successo. Causa ed effetto non hanno più senso di esistere, e stiamo tutti più tranquilli. Teniamoci l’indicativo, che è anche più diretto: le cose non possono stare in questo modo o in quell’altro o in quell’altro ancora, le cose stanno come stanno. Azzeriamo le domande, cancelliamo le risposte e teniamoci la spiegazione certa dell’indicativo, che poi è l’unica possibile.

Che poi, pensateci, il congiuntivo era proprio classista. Uno si sentiva sempre insicuro ad usare il congiuntivo, perché lo doveva accoppiare quasi sempre a un condizionale e non sapeva mai se il condizionale era quello che finiva con ebbe o con esse. Invece adesso non c’è più ignoranza, la conoscenza è per tutti e le figure di merda non le facciamo più. Uno prima ne sapeva più di te, se sapeva usare il congiuntivo. Oggi invece ne sai più tu, perché non sbagli un indicativo.

domenica 8 maggio 2011

Almost Blue

Caro Chet,

mi dispiace doverti dire che questa è l’ultima lettera che ti scriverò. Davvero l’ultima.

Sì, forse è meglio che ti metta seduto comodo, con il tuo whisky in mano. On the rocks, sublime e ultimo. Non è il caso di impallidire, credimi. E poi tu sei già morto un sacco di volte, non mi incanti col tuo pallore. Coraggio, siediti e gustati questo ultimo soffio di malto.
Ne sono successe di cose a me e a te in questi anni. Ti ho chiamato e cercato e suonato migliaia di volte, e tu ogni volta, amico fedele, sei tornato da me. Whisky in una mano, sigaretta nell’altra, affondato in una poltrona di pelle vecchia e consumata e la tromba posata distratta sul bracciolo. Aspettavi solo che ti chiedessi di suonarla ancora per me. Ancora una volta. Ogni volta l’ultima.
Siamo stati bene insieme, devo ammetterlo. Ho i brividi se ripenso a quando tu cantavi e io al buio, sdraiato sul tappeto, ti lasciavo tendere la mia pelle e scivolare sornione fin dentro le ossa.
Già, difficile dimenticarti, così struggente e tutto mio. Ma che me ne faccio di tutta la nostra malinconia, se tu non suoni più per me?
Ebbene Chet, è il momento di dirsi addio. Farewell, internazionale e non interpretabile.
Mi hai torturato e divorato e mangiato vivo per anni. Questo lo sai, vero? Ogni volta uno stillicidio di paure, nostalgie, silenzi, note davvero troppo salate.
Amico mio, ci sono momenti in cui nemmeno le tue guance gonfie, nemmeno il tuo blu, riescono più a penetrarmi. Ecco la verità. Non esiste più un almost blue, rassegnati. Non cerco più, non piango più, non chiudo più gli occhi immaginando il volto di Miss Almost You. Esiste, Chet. Mi spiace strapparti alla tua illusione, ma esiste davvero quel volto. Sbagliavi alla grande, lasciatelo dire da uno che ne sa.
E' ora Chet, è davvero ora.
In nome della nostra vecchia amicizia, te la lascerò cantare un’ultima volta, questo te lo devo.
Ma che sia l'ultima.

Almost Blue
Almost doing things we used to do
There’s a girl here and she’s almost you, almost.
All the things, that you promised with your eyes
I see in hers too
Now your eyes are red from crying
Almost Blue
Flirting with this disaster became me
It named me as the fool who only aimed to be
Almost Blue
Almost touching it will almost do
There’s a part of me that’s always true, always.
All the things, that you promised with your eyes
I see in hers too
Now your eyes are red from crying
Almost you
Almost me
Almost blue

Devo ammetterlo, impeccabile e toccante come sempre.
Ora però raccogli le tue cianfrusaglie, riponi la tromba nella custodia, finisci il tuo whisky e esci di qui. Cercati un’altra poltrona su cui passare i tuoi prossimi anni. Io ho chiuso con te.


Take care, Chet.

mercoledì 4 maggio 2011

Muzorama: tratto da una storia vera

La versione di Barney

La vita dissipata di Barney Panofsky

Il personaggio del romanzo di Mordecai Richler “La versione Barney” appartiene a quella generazione di ebrei del post sterminio, dediti al libertinaggio più sfrenato pur di dimenticare la propria appartenenza ad un popolo di afflitti (si veda il romanzo “Con le peggiori intenzioni” di Alessandro Piperno) salvo, poi, ripulirsi la coscienza spillando dalle tasche di ricchi imprenditori, anch’essi colpevoli di voler sotterrare il loro passato, ingenti quantità di denaro da reinvestire nella causa israeliana. Certo, non prima di aver speso buona parte della propria giovinezza all’estero, inseguendo il mito di una vita bohemien, tra droghe e promiscuità sessuale, con il fermo intento di “sfuggire all’angusta tetra provincia” di appartenenza.

Quando Barney Panofsky parte da Montreal per Parigi, nel 1950, è un ragazzo di 22 anni che avendo letto molto desidera emulare gli autori da cui è rimasto affascinato, pur consapevole di non avere alcun talento per l’arte. Per questo Barney sarà sempre accompagnato da un profondo sentimento di invidia nei confronti del gruppo di aspiranti artisti, scrittori e pittori, conosciuti quando erano solo degli “sciamannati” e che poi, a differenza di lui – produttore di serie televisive di 4a categoria – hanno raggiunto un successo autentico. Ma Barney lo riconoscerà soltanto alla fine del lungo manoscritto in cui ricostruirà la sua vita, tentando di smentire molti dei fatti riportati nell’autobiografia del suo acerrimo nemico Terry McIver.
Terry McIver è il sassolino nella scarpa di Barney Panosfky, è un po’ come la sua coscienza, lo specchio in cui non si vuol guardare. Anche lui aspirante scrittore squattrinato ai tempi di Parigi, diviene anni dopo “autore nazionale” avvelenando il sangue di Barney. Dalle descrizioni di MacIver, improvvisamente il personaggio che abbiamo conosciuto ci appare sotto una luce diversa: da uomo spiritoso e romantico e per questo, troppo spesso, vittima degli eventi, a patetico beone, incapace di partorire un pensiero che sia proprio e che vive della luce riflessa degli amici di cui si circonda.
Una dualità, un continuo scambio di cattiverie tra i due personaggi che costituiscono il sale di questo libro. Benché ci si affezioni al Barney Panosfky che passa incolume attraverso “la scarlattina, gli orecchioni, due rapine a mano armata, alle piattole, all’estrazione di tutti i denti, a un’operazione all’anca, a un processo per omicidio e tre mogli”, non si può odiare Terry McIver di cui si intuisce, anche affidandosi alla versione di Barney, l’assoluta sincerità.

da: http://www.storiacontinua.com/recensioni/la-vita-dissipata-di-barney-panofsky/