"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater

lunedì 7 novembre 2011

Conserva




- Tere' svegliati! Dobbiamo essere in tribunale alle nove!

- Si si zia. Lo so.

Teresa ha 17 anni è cresciuta con la zia, la mamma freddata che aveva 5 anni in una soleggiata mattina d'estate con 2 colpi di lupara, uno

alla bocca, ed uno al cuore, il tutto mentre con le donne della famiglia era indaffarata e circondata da quintali di san marzano per il rito della

conserva di pomodoro. Quella che una volta divisa fra il parentame avrebbe colorato le tavole dei pranzi e delle cene a venire e rinvigorito gli
animi e le membra dei capi famiglia.

Freddata davanti a Teresa dal suo uomo; nulla è rimasto di quella mattina a turbare i suoi sogni.

- Zia! Come stai oggi? Paura?

- Bah. Come una a cui è stata tenuta chiusa la bocca con un tappo per troppo tempo e che adesso che può finalmente parlare non sa se

farlo o se continuare a tenerla chiusa. Ma cosi, al naturale, per volontà propria.

- Io sono curiosa invece. Non vedo l'ora di stare là. Nemmeno me la ricordo la sua faccia! Ma lui si, lui deve ricordarsela la mia. Li voglio

vedere quegli occhi , quelle mani. Voglio vederlo il suo sguardo e voglio ..

-Terè non ti illudere. Lui non è un uomo normale. Te l'ho detto mille volte. E' cresciuto come un selvaggio, come una bestia. Non lo sa cosa

sia l'affetto, la pietà, l'amore. Se avesse potuto avrebbe ammazzato anche me e te, forse.

-Zia, come dice la prof. di lettere Severino, ogni uomo può riscattarsi, pentirsi, sentire il bisogno di riverdersi di scoprirsi e poi un padre è un

padre...

- Terè! Il latte si raffredda!

La mamma di Teresa, Rita, da viva pareva una mozzarella, bianca, succosa, fresca, le mancava giusto giusto un poco d'olio, due foglie di
basilico ed un pizzico di pepe per essere assaggiata. A tutti faceva quest'effetto. Troppo giovane troppo ingenua per prendere marito. Ma a
quell'età quelle come lei quel sogno avevano. Maritarsi ed avere una bella famiglia per cui lavorare.
Lo sapeva che lui era imparentato con una famiglia mafiosa ma quelle erano cose da uomini e loro erano solo dei ragazzi. Lui poi bellissimo sembrava Paul Newman.
Troppe volte il suo Paul era tornato a casa sporco, macchie, rosse, appiccicate alla maglietta come medaglie. Non erano quelle della conserva. Lo sapeva bene senza chiedere.
Piangeva Rita, stanca, ogni notte, piangeva prima che lui rincasasse o appena dopo che lui sopra di lei aveva appena sfogato quel poco di uomo che ancora gli rimaneva.
La paura di perdere la sua famiglia la portò alla decisione più difficile della sua vita. Si presentò in questura e raccontò quello che non si deve.
Quel giorno qualcuno decise che per Rita la parola futuro era solo una sequenza di 6 lettere da infilare dentro a dei quadrati orizzontali su di un foglio.

Teresa e la zia vivevano sotto protezione dal giorno seguente a quello della conserva di pomodoro.

- Ma che fai Teresa, ti trucchi per andare in Tribunale? Guarda là sul fianco destro dove hai la tasca, c'è una macchia di rossetto.
Teresa preso un fazzolettino si pulì velocemente.

- Voglio fare bella figura, voglio che veda bene cosa sono diventata, senza di lui.

- Farti bella per una bestia? Tempo perso.

- Zia se finiamo sul giornale è giusto che sotto la parola ERGASTOLO ci sia una bella foto...pure tu dovresti essere più bella oggi.

Scesero velocemente i gradini dell'androne della loro tana e si affrettarono a salire sull'auto della scorta, o come li chiamavano le due donne, dei loro angeli armati.
Una volta arrivate la zia cominciò a manifestare in volto la tensione, Teresa le teneva la mano stretta stretta. I suoi occhi parlavano e l'accudivano...zia andrà bene.

In aula Teresa non vide più nulla, nè senti il mormorio delle voci dei presenti che fino a pochi secondi prima aleggiava tutt'intorno.
Si sentiva come se si trovasse all'interno di una cattedrale gotica chiusa per lavori di ristrutturazione. In un luogo non luogo, nè sacro nè profano. Silenzioso e freddo. Sentiva di essere li, presente, sola, con il battito del suo cuore e con lo scorrere del sangue lungo le vene.

Lo vide, nell'angolo a destra dell'aula, quasi di fronte a lei, dietro le sbarre. L'angolo dei detenuti. Quelle sbarre che aveva visto solo al telegiornale delle 20.30 e a cui pareva dimostrasse indifferenza tutte le volte. Lui era immobile, lo sguardo algido, fisso verso qualcosa di non visibile agli altri. Ben vestito. Era bello. Eccoli gli quegli occhi che avevano incantato la giovane madre. I loro sguardi si incrociarono per un attimo.

Il tempo per l'uomo di sedersi sulla sedia di fronte al giudice per essere ascoltato che la ragazzina con un balzo selvaggio e inaspettato
gli si scaglia addosso facendolo cadere dalla sedia. Era una pantera che inseguita la sua preda per ore è pronta per l'attacco finale.
Le forze dell'ordine velocissime bloccano e allontanano la ragazzina dall'uomo. Ma è tardi. Lui giace a terra, bianco, con gli occhi spalancati increduli sparati dritto verso la ragazzina. Teresa è in attesa, da sempre di quell'unico momento; davanti a suo padre l'ultimo giorno della sua vita e per mano sua, del suo stesso sangue.
L'uomo soccorso inutilmente sta morendo, pozze di macchie rosse sui suoi abiti, sulle braccia, i polsi irriconoscibili, sangue sul pavimento.
Il coperchio di una latta di conserva di pomodoro accanto a lui, di quelle che si aprono con l'apriscatole.
Quelle che se sei bambino ti dicono : non toccare che taglia!

Teresa lo guarda senza alcuna emozione, impenetrabile, in cerca solo di udire con certezza l'ultimo respiro della bestia.

Subito dopo nel volto di Teresa rivolto verso la zia l'alba di una piccola ruga si fa spazio e come una porta tenuta chiusa per lunghi anni,
come per magia, eccola schiudersi , lentamente, a lasciare entrare tutta la luce, i colori, la brezza, i profumi , i sapori , le risate, i pianti, i singhiozzi ,
tutta quella vita che in una soleggiata mattina d'estate era stata conservata e messa via.

domenica 6 novembre 2011

Il mio sonno

Quanto sonno ho oggi per stare qui, accucciata dentro questa coperta,
quanti sogni ho oggi per non pensare a quelli persi.
Potrei alzarmi da qui e volare volare giù per non prendermi più,
questo è un sogno vero, e quando mi sveglio me lo ricordo ancora.
La coperta è calda come la bocca che chiudo e non riapriro'.
Calda come le mie mani che ti hanno stretto per portarti dentro me.
Nessuno potrà svegliarmi da questo sonno seppure cosi' lieve.
Ho voglia di rimanere qui, e con la mente accarezzare tutti i miei desideri
per farli sentire ancora amati e per sempre.
Nessuno mi porterà via da me, forse solo una mareggiata, un ciclone,
uno tuznami.
Oggi dentro questa coperta, ci sono io e tutte le emozioni che mi hanno tolto la vita e me l'hanno restituita.
 A volte come  il vento quando agita i capelli, come l'amaro di un cucchiano di sale in un tazza di caffè,
o come il dolore senza urlo, dei  miei occhi strappati da te.

sabato 5 novembre 2011

Sai spiegarmi in modo impeccabile cos'e' un'emozione?


Chissà perché quando si pensa all’asilo o meglio alla scuola materna si pensa sempre ad un luogo bello dove ci sono le maestre che danno le caramelle, anche se con tutti i brutti casi di cronaca forse non è più cosi’, e poi essenzialmente al luogo dei giochi, il tempio dei giochi dei bambini.
Dentro all’asilo si gioca e basta, beh certo si mangia anche  la pappa, a volte si fa anche un po’ di nanna,  pero’ si gioca soprattutto.
Una mattina tanti anni fa, sono entrata in un asilo e ho visto due bimbi che si azzuffavano, erano piccoli avranno avuto 6 anni in tutto, cercavano di portarsi via un gioco e la maestra tentava di dividerli; strillavano e piangevano nel contempo.
Stavo togliendo le scarpe a Diego, mio figlio, che frequentava quell'asilo, per mettergli le “babuccine”  quando d’un tratto uno dei bimbi strappò con forza il telefono, il gioco conteso, e scappo verso la sua classe. Nell’irruenza di questa azione non si accorse che c’era un mobile tra la porta della sua classe  e il corridoio e si schiantò contro di esso.
Tesoro!Quanto pianse, era irrefrenabile perché era arrabbiato e triste.
Sentivo che la maestra lo chiamava Mattia, cercava di calmarlo, dopo un po’ aveva smesso di piangere e stringeva tra le manine il telefono, proprio come chi  ha conquistato un trofeo.
L’asilo non è affatto solo un luogo di meraviglie e dolcezze, ma è anche il luogo dei pianti senza la mamma, dei pugni, dei morsi, dei sassi tirati in giardino, del cibo che piace e di quello che non piace, della carne che arriva fredda e dell’acqua nell’insalata.
All’asilo si cade dallo scivolo, ci si morde sulla schiena, e si sta in un angolo quando non si trova un amico.
Però si può  fare la pipì fuori dal water e lasciare aperto il rubinetto dell’acqua e magari allagare il bagno.
Intanto gli anni passano e i bimbi crescono, e così anche Diego iniziò la scuola elementare.
Soffriva per doverci stare tutto il giorno e quindi  quando usciva aveva sempre una voglia matta di giocare a pallone, il calcio intendo, lo sport dei maschi.
Non potendo abbandonarlo ore al parco,  io e Gaia, la mia seconda figlia parlavamo e giocavamo intorno al campetto spesso anche per due ore, intanto i maschietti tiravano calci alla loro adorata palla.
In un pomeriggio di primavera, ricordo che stavo chiacchierando con la mamma di un amico di Diego, quando fermai il mio sguardo su di un bambino in carrozzella, aveva l’età di Diego circa 10 anni.
La carrozzella era a motore e quindi lui la guidava proprio come se fosse un motorino, girava e poi si lanciava in lunghe corse.
Ad un tratto, cercando di non farmi scorgere per la troppa attenzione che gli dedicavo, temendo che non la gradisse, osservai che seguiva le foglie che il vento leggero muoveva e sollevava da terra, e che  ruotavano  intorno a lui.
Era felice, aveva trovato un gioco per non annoiarsi in quel pomeriggio così bello, con il sole tiepido, il primo sole per poter giocare liberi nei prati. Ma nei prati lui non poteva giocare come tutti gli altri suoi amici, non poteva rincorrere quella bellissima palla.
Era Mattia si era lui, l’avevo visto qualche volta all’asilo ma non mi ero accorta del suo cambiamento. Il suo faccino era sempre lo stesso, aveva sempre gli occhi vispi sotto quel ciuffo castano e ribelle.
A casa la sera, nel casino delle nostre cene familiari, non riuscivo a staccare quella spina, Mattia e ancora Mattia.Ma cosa era successo? Avevo riconosciuto la mamma, mi era sembrata serena.
Forse, pensavo, non è così grave come sembra, potrà migliorare…Volevo sapere, e alla fine ho saputo, Mattia aveva la schlerosi multipla,  una malattia con un processo degenerativo inarrestabile.
Presto mi dicono che Mattia  inizia ad avere enormi difficoltà nel muovere le mani.
Durante la scuola media, spesso viene ricoverato in ospedale per aiutarlo a superare le difficoltà che la malattia gli regala ogni giorno, sempre più aggressiva e invalidante.
All’ospedale riceve, come tutti i bambini tante visite, anche di clown, ragazzi volontari, che vogliono far ridere i bambini, aiutarli a dimenticare la sfortuna. Mi raccontano che Mattia si appassiona e un giorno chiede alla mamma di frequentare un corso per diventare clown.
“No - le dice la mamma.- Non puoi Mattia perché devi usare le palline e tanti giochi e  tutto questo, unito alla clowneria si chiama giocoleria. Adesso avresti delle difficoltà ma quando migliorerai e se le cure ti guariranno un pò , ti prometto che lo farai.”
“Allora voglio imparare a raccontare le barzellette”!
“Va bene Mattia, cerchiamo insieme qualcuno che possa aiutarti, chiediamo ai tuoi professori,  a Don Luigi..”
“Io voglio far ridere mamma, perché quando le persone mi guardano hanno sempre un’espressione triste, e anche i miei amici a volte quando giochiamo insieme mi sembrano diversi da quando giocano tra di loro, non dicono le stesse cose, è come se un po’ si trattenessero. Io invece voglio poter ridere di tutto e anche di me, perché io sono nato e vivo come loro e ho la stessa voglia di fare cose stupide come  loro e di dire cavolate. Forse sono stati troppo educati …non lo so mamma.Pensano tutti che io sono debole ma io non sono debole, però non ho mai fatto ridere nessuno".
Mattia è morto a 13 anni.
Gli ultimi giorni in ospedale sono stati crudeli per lui , ma per un giorno forse no.
In ospedale c’era la saletta della televisione, dove il pomeriggio tutti i bambini e i ragazzini si ritrovavano per vedere un film, un cartone e poi anche per stare un pò tutti insieme.
Facevano anche un po’ di merenda, così le giornate sembravano quasi le stesse dei bambini che stanno a casa con i fratelli, con la nonna.
Un giorno Mattia aveva bevuto un po’ di latte e cacao e ad un tratto si sentì sporco, aveva fatto un po’ di cacca nei pantaloni del pigiama.
Allora temendo che qualcuno potesse sentire la puzza o accorgersi comunque di qualcosa, cominciò a chiamare l’infermiera Laura, quella che lui preferiva.
“Lauraaaaaaaa, Lauraaaaa puoi venire per favore?” Non era più sulla carrozzella a motore Mattia, perché non poteva più guidarla, le sue mani erano belle e grandi ma ferme, non obbedivano più.
Era sdraiato su un lettino.
Tutti i ragazzini gli dicevano “dai Mattia stai zitto, non sentiamo niente che cavolo”
Ad un certo punto Mattia esplode e grida “Laura vieni qui  per favore mi sono cagato addosso” “Lauraaaaaaaaaaaaaaaaaa”.
Tutti in quella sala, bambini ragazzini e persino qualche genitore che si era aggregato, scoppiarono tutti a ridere, era stato così improvviso l’urlo di Mattia e nessuno aveva pensato a nulla, nessuno si era trattenuto, tutti gridarono “Allora venite o no??  Mattia si è cagato addosso” e ridevano, ridevano e soprattutto i più piccoli si sganasciavano dalle risate.
Mattia quando si accorse che tutti ridevano per lui, si sentì tutto rosso in faccia, era eccitato, provava una sensazione mai sentita, nella pancia, nella testa…era contento perché tutti ridevano per lui perché lui li aveva fatti ridere……finalmente! La sera raccontò alla sua mamma quello che era successo.
“Che emozione mamma”!





mercoledì 2 novembre 2011

Il Ponte Fantasma.

Il Ponte Fantasma è apparso nuovamente sullo Stretto di Messina il 2 novembre, alle ore 12,35 della notte, nel clangore di catene a cui ci ha ormai abituati. La visione è durata ben sette minuti fra i continui applausi di una piccola folla impaurita. Il Ponte Fantasma è costato fino ad ora 280 milioni di euro. Si prevedono nuovi fenomeni nelle prossime settimane.

QUALCUNO IN CUI CREDERE



Negli ultimi giorni abbiamo letto analisi di tutti i generi su Matteo Renzi e i 100 punti del suo programma. Sappiamo anche del disappunto di Bersani. Renzi piace a molti ma non a tutti. Forse diverrà segretario del Pd, o forse no.

Alcune chiedono a gran voce un’altra manifestazione: non se ne può più e parrebbe che un’altra manifestazione potrebbe servire a qualcosa. A cosa? Mi chiedo.
Non riesco ad appassionarmi alla cronaca politica, vorrei ma proprio non ce la faccio.

Mi sento come quando anni fa in India mi trovai in mezzo ai monsoni, diluvio e fango che mi portava via, nessun appiglio, quintali di acqua sulla testa: tentai di aprire un ombrellino che fu subito spazzato via e io mi sentii stupida per avere opposto uno strumento così ridicolo alla forza della natura.
Il mondo precipita, la crescita continua non ci sarà più, la gente nel sud del mondo continua a morire di fame, i ghiacciai si sciolgono, il riscaldamento terrestre non trova soluzione, gli esseri umani non trovano senso: e noi apriamo gli ombrellini? E’ un altro il cambiamento che attendiamo, che vorremmo e per cui stiamo in tante e tanti lavorando.

C’è una differenza di genere nella percezione di come sarà il futuro? Talvolta mi pare di sì. Senza generalizzare mi pare che le donne in ascolto e capaci di agire il femminile, percepiscano che il cambiamento sarà altro rispetto a eleggere un candidato A o B. Donne che silenziosamente producono modificazioni impercettibili, movimenti carsici, lenti ma che smuovono le montagne. Non si percepisce nulla e d’un tratto la montagna non è più dov’era. Donne con il fiuto raffinato da anni di allenamento percettivo e pazienti perché sanno che la posta in gioco è alta.

Ha bisogno di qualcuno o qualcosa in cui credere subito, senza aver riflettuto, senza averci pensato sopra almeno qualche giorno, e pensava di averlo trovato in Renzi? Ha bisogno di riposarsi e credere, smettendo di pensare? È per questo che si arrabbia tanto con me?“.
Così chiedeva Giovanna Cosenza a un lettore che si diceva spazientito dall’analisi del programma di Renzi che leggeva  sul suo blog Disambiguando.

E così, stanchi e impauriti, vogliamo credere che Qualcuno ci salverà, ci toglierà d’impiccio, si occuperà di noi. Ci siamo disabituati a pensare e a riflettere e ad avere in mano le nostre vite che da tempo deleghiamo ad altri. Chi ci chiede di riflettere spesso ci infastidisce e privilegiamo i venditori di promesse facili.
“Ha bisogno di qualcuno o qualcosa in cui credere subito senza avere riflettuto, senza averci pensato?”
Credo si potrebbe cominciare da qui, partire da questa domanda.





martedì 1 novembre 2011

lunedì 31 ottobre 2011

Cose che succedono a Bareggio

Stavo pescando illegalmente nel laghetto artificiale del parco Arcadia, quando sbuca dall'acqua, con tanto di muta da sub e boccaglio, il segretario della Lega Nord di Bareggio, Luca Beltramello. Ha una fiocina in mano, con infilata su una carpa di 10 chili. Non ci conosciamo, e va bene così.
Signor Beltramello, lo sa che non si può pescare qua dentro?” gli faccio notare, dopo avere buttato la canna da pesca lontano da me. Lui mi guarda come se fossi la Gibillini, e mi risponde:
Noi padani possiamo pescare nel laghetto artificiale padano, perchè abbiamo le stesse origini!”
Celtiche?” gli domando.
Certamente!” fa lui, e strappa con i denti un pezzo di pesce, a confermare la discendenza selvaggia. Io, che non mi faccio intimorire da nessuno, figurarsi se mi impressiono, gli faccio notare un cartello alle sue spalle:
Ma il cartello, li in fondo, dice che non si può fare!”
Tu non puoi farlo, perchè sei un terrone, io posso, in quanto oramai non sono più al governo del paese e posso dire e fare tutto il cazzo che voglio!”
Ma ci sei stati due anni e mezzo in Comune, e adesso parli come uno che è una vita all'opposizione!” ribatto io, che sono uno che si incazza facilmente.
noi della Lega facciamo sempre così, abbiamo il popolo dalla nostra!” dice il Luca mentre si toglie le pinne e la muta. “ E se non ti levi di mezzo, finisce che ti tiro una fiocinata!” mi urla dietro. Casualmente mi trovo per le mani un pezzo di legno e gli mollo una bastonata dritto in mezzo alla fronte. Il poveretto cade a terra come una pera, urlando dal dolore.
Ma cosa fa!” grida “ Mi percuote?”
Non ero io, sarà stato un comunista” dico io.
Non fare il furbo,non ci sono più i comunisti!”
Ne è rimasto uno, e va in giro a tirare mazzate ai leghisti. E' andato di là!” faccio io, indicando le gabbie dei cerbiatti. Il Luca Beltramello non sembra molto convinto della mia versione, comunque si alza, borbottando in dialetto meneghino e guardandomi storto.
Vado a casa, che mi gira un po' la testa...” mormora.
Non è che magari con la botta, le è venuto in mente cosa siete stati a fare per tutto questo tempo in giunta” gli chiedo “. Perchè sa,' anche grazie a voi che è stata votata la Gibillini. Mai che vi pigliate uno straccio di responsabilità. Avete comuni, provincie ,regioni, stato, , ministeri, vi accaparrate tutti i posti possibili,e fate sempre quelli che cascano giù dal pero!”
Ma sei proprio un terrone! Non capisci niente di politica!” mi fa il Beltramello.
Guarda là, il comunista!” gli urlo, puntando un dito alle sue spalle. Il tempo di voltarsi e gli do un altra botta in testa. Il leghista cade giù secco. Dopo un po' si sveglia, mi guarda e fa:
Cosa è stato?”
Un altro comunista. Erano in due” gli dico.
Mi avevi detto che era uno!” obbietta.
Ho sbagliato a contare. Ero a scuola col Renzo Bossi, la matematica non ci è mai piaciuta...”
Allora va bene così” dice il Luca, un uomo che è abituato a mandare giù tutte le cazzate che dicono quelli della Lega e i suo compari del Popolo della Libertà. Poi, senza dire una parola, va via dal parco Arcadia barcollando.
Riprendo la canna ed inizio a pescare. Dopo pochi minuti inizia a piovere. Faccio per aprire l'ombrello, ma non lo trovo, nel punto dove lo avevo appoggiato, trovo il boccaglio da sub.
Sparito l'ombrello.
Ora, caro Luca Beltramello, te lo dico con le buone: vedi di restituirmi quello che hai preso illegalmente e la cosa la facciamo finire qui, senza mettere di mezzo gli avvocati. E ti ridò anche il boccaglio, che tanto mi fa schifo solo a guardarlo.
Ho finito

sabato 22 ottobre 2011

Quando la notte di Cristina Comencini: il romanzo e il film





Il Festival del Cinema di Venezia si è concluso da poco. Tra i film italiani presenti, Quando la notte, di Cristina Comencini, ha diviso la critica e il pubblico. Da un lato c'è chi sostiene la regista quando afferma che "la maternità è un tema che le donne sono disposte ad affrontare, gli uomini un po’ meno" e il produttore del film, nonché marito della Comencini, Riccardo Tozzi secondo il quale  "l’idea di abolire la proiezione riservata esclusivamente alla stampa ha permesso a un gruppetto sparuto di rovinare la visione a tutti gli altri"; mentre dall'altro abbiamo chi boccia il film, chi fischia al momento dei titoli di coda e addirittura chi ride durante le scene più drammatiche.  

Senza addentrarsi nel merito della sceneggiatura, è importante dare spazio al romanzo, dal quale è stato tratto il film, scritto dalla stessa Comencini. Quando la notte, edito a settembre del 2009 dalla casa editrice Feltrinelli, è stato un libro apprezzato dal pubblico e rimasto in vetta alle classifiche dei libri più venduti anche durante lo scorso anno.

Il romanzo tratta una storia delicata e dai tratti torbidi. Marina, una donna che cerca di nascondere la sua fragilità dietro una maldestra e impacciata sicurezza, si reca per un mese in montagna, sulle Dolomiti, con il figlio piccolo. L'aria di montagna dovrebbe far bene al bambino, tranquillizzare il suo animo irrequieto, stimolargli l'appetito, renderlo felice. Anche per Marina potrebbe essere l'occasione per distrarsi, trascorrere piacevoli giornate con il figlio, fare passeggiate e dimostrare a tutti, a Mario (il marito), a sua madre e alle sue sorelle che ce la può fare, che lei ha l'istinto materno di cui le hanno parlato fin da quando portava in grembo il suo bambino.

Marina ha preso in affitto un appartamento sopra quello di Manfred, un uomo burbero e scontroso, tradito e lasciato dalla moglie che gli ha portato via anche i figli. Circondato dal gelo delle Dolomiti, il cuore di  Manfred è diventato una pietra. Un cuore già ferito, già schiacciato dal peso della madre che, molti anni prima, se n'era andata. Manfred si chiude nel suo mondo, scaricando sul prossimo l'odio che prova verso la vita. O forse verso se stesso.

Marina e Manfred si incontrano di rado e durante quei fugaci incontri si annusano, si guardano con sospettano, cercano di capire cosa passa nella mente l'una dell'altro. Per Marina, Manfred è uno zotico, maleducato e per giunta incapace di intrattenere rapporti. Venuta a sapere che la moglie lo ha lasciato, Marina non ci pensa su troppo a dare ragione a quella donna. Manfred invece giudica la ragazza, venuta dalla città, incapace di accudire il bambino, nota il suo nervosismo di fronte ai pianti eccessivi ed estenuanti del figlio, la sua goffaggine nel prendersi cura di lui e sospetta uno strano rapporto tra madre e figlio.

Una sera Marina perde il controllo e il bambino si fa male. Un incidente, un "banale incidente" che potrebbe trasformarsi in tragedia se Manfred non fosse stato in casa, se non avesse sentito le urla e i pianti provenire dall'appartamento di Marina. Soccorre entrambi, madre e figlio, li porta al Pronto Soccorso.

Sarà da quel momento che lui capirà il segreto di Marina, cosa si cela dietro quella maschera di sicurezza. Si cercheranno, i silenzi faranno spazio alle confidenze, ai pianti e si sveleranno. Anche Marina inizierà a capire qual è il motivo per cui Manfred è stato lasciato dalla moglie. Ma un mese è poco, l'estate volge al termine e Marina torna in città, da Mario e dai suoi problemi.
Marina non si dà per vinta, tornerà anni dopo, cercherà Manfred. Andrà fino in fondo alla loro storia, a quel desiderio misto alla paura che entrambi provarono tanti anni prima.

La scrittura della Comencini è fluida, simbolica, emozionante, ricca di flashback che ne esaltano l'intreccio narrativo, dando così un valore aggiunto al romanzo. Quando la notte affronta temi delicati, quali la maternità e il difficile rapporto tra madre e figlio specie se si ha un passato poco sereno e definito come quello di Marina, se i fantasmi ti girano attorno, se le pressioni psicologiche e morali della famiglia ti soffocano. E poi la paura e il desiderio, che contraddistinguono i rapporti tra uomo e donna, di amarsi, lasciarsi per poi ritrovarsi, i segreti che si celano nella vita di ognuno di noi, quei segreti con i quali prima o poi si devono fare i conti.