"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater

giovedì 12 maggio 2011

LUCCIOLE IN CORTILE

"Questa è la storia di uno di noi…." cantando la prima strofa della canzone…..


Così comincia una bella e famosa canzone di Adriano Celentano.

Parla di un ragazzo nato in una casa fuori città, quando ancora per fuori città si intendeva, per esempio, V.le Monza o V.le Padova.

Ebbene in V.le Padova ho vissuto i primi anni della mia vita, per l'esattezza in Via Paruta, una traversa di V,le Padova.

Abitavo in una casa di ringhiera con i miei e mia sorella.

Era quello che oggi va molto di moda : un MONOLOCALE.

Con la differenza che non c'era il bagno perché era sul ballatoio un impianto di riscaldamento decente.

Ci vivevamo in quattro ,nell'attesa che l'istituto autonomo delle case popolari ci assegnasse un alloggio più grande.

Sono nato nel 1962,in pieno boom economico…. ma anche boom di sofferenze e sacrifici per le famiglie di operai a cui la grande Milano dava lavoro.

Ricordo alcune cose di quella vita da bambino ancora ingenuo ma felice.

Una di queste fu quando, per la prima volta, vidi le lucciole


Vedere per la prima volta quegli strani animaletti ci incuriosì moltissimo.


.Quegli insettini che, con la loro lucina sulla coda,sembrano, nel buio delle notti estive, piccole barche di pescatori in un mare scuro in cerca di un approdo.


Li inseguivamo per catturarli ma niente ,non ci riuscivamo.

Fù così che qualcuno lanciò l'idea di catturarle adottando una tecnica particolare:

me l'aveva insegnata il Pepp, un milanesone

alto e robusto come una quercia che lavorava in catena alla INNOCENTI di Lambrate.


Questo trucchetto consisteva nell'avere a portata di mano un bicchiere e, sul palmo dell'altra mano libera , tenere dello zucchero.

Secondo il Luis era un'esca perfetta; sicuramente una lucciola si sarebbe avvicinata allo zucchero e..

zac il gioco era fatto.

Però il Ciccio, un pugliese che amava scherzare con tutti, sosteneva che invece dello zucchero si dovesse usare succo di limone.

Zucchero o limone, sta di fatto che di lucciole,quella sera, ne vidi tante ma nemmeno una si posò sul palmo della mia mano.

Non ricordo di essere rimasto deluso, ricordo però molto bene i visi sorridenti dei miei e delle persone nel cortile in quella calda serata estiva, ed il mio pensiero va ai grandi condomini dove spesso ci capita di incontrare persone che abitano con noi ma che non conosciamo e che a malapena salutiamo.


Dovrei proporlo al mio amministratore, una bella serata con le lucciole: chissà che a qualcuno non torni il sorriso.


martedì 10 maggio 2011

Racconto senza ipotesi

Era il ’32, secolo ventunesimo. L’hanno tolto in quell’anno il congiuntivo. Se n’è andato via in silenzio, ma nel 2032 per la prima volta ne hanno celebrato la morte.

Adesso è davvero tutto più facile, sapete? Provate a pensarci: la vita è più bella, quando è semplice. Se a mente puoi tenere non più di ottocento parole, meglio sfrondare partendo dall’inutile. Qualcuno obietta che si tratta di un mondo senza ipotesi, dove non puoi più farti delle domande con un se davanti. Forse è vero, ma senza ipotesi, le risposte sono certe in partenza, e nessuno ha più paura di come andranno le cose, perché tutto è già dato dall'inizio.

E quando hanno tolto il congiuntivo, per fortuna è morto anche il condizionale. Se ci pensate, non fa una grinza. Quando il mondo aveva ancora i congiuntivi, tutti potevano ipotizzare qualsiasi cosa, e tutti potevano riscrivere il passato. Tipo: che poteva succedere se Garibaldi sbarcava per errore in Marocco anziché in Sicilia? Ma se Manzoni scriveva Tre metri sopra Monza? E se Colombo scopriva l’Elba? E invece no, Garibaldi è sbarcato in Sicilia, Colombo ha scoperto l’America e Manzoni…beh, chiedetelo a Moccia.

La condizione, poi, è una conseguenza pericolosa: qualcosa che può succedere, data un’ipotesi. Ma se scompare l’ipotesi, a che serve la condizione: quel qualcosa è successo o non è successo. Causa ed effetto non hanno più senso di esistere, e stiamo tutti più tranquilli. Teniamoci l’indicativo, che è anche più diretto: le cose non possono stare in questo modo o in quell’altro o in quell’altro ancora, le cose stanno come stanno. Azzeriamo le domande, cancelliamo le risposte e teniamoci la spiegazione certa dell’indicativo, che poi è l’unica possibile.

Che poi, pensateci, il congiuntivo era proprio classista. Uno si sentiva sempre insicuro ad usare il congiuntivo, perché lo doveva accoppiare quasi sempre a un condizionale e non sapeva mai se il condizionale era quello che finiva con ebbe o con esse. Invece adesso non c’è più ignoranza, la conoscenza è per tutti e le figure di merda non le facciamo più. Uno prima ne sapeva più di te, se sapeva usare il congiuntivo. Oggi invece ne sai più tu, perché non sbagli un indicativo.

domenica 8 maggio 2011

Almost Blue

Caro Chet,

mi dispiace doverti dire che questa è l’ultima lettera che ti scriverò. Davvero l’ultima.

Sì, forse è meglio che ti metta seduto comodo, con il tuo whisky in mano. On the rocks, sublime e ultimo. Non è il caso di impallidire, credimi. E poi tu sei già morto un sacco di volte, non mi incanti col tuo pallore. Coraggio, siediti e gustati questo ultimo soffio di malto.
Ne sono successe di cose a me e a te in questi anni. Ti ho chiamato e cercato e suonato migliaia di volte, e tu ogni volta, amico fedele, sei tornato da me. Whisky in una mano, sigaretta nell’altra, affondato in una poltrona di pelle vecchia e consumata e la tromba posata distratta sul bracciolo. Aspettavi solo che ti chiedessi di suonarla ancora per me. Ancora una volta. Ogni volta l’ultima.
Siamo stati bene insieme, devo ammetterlo. Ho i brividi se ripenso a quando tu cantavi e io al buio, sdraiato sul tappeto, ti lasciavo tendere la mia pelle e scivolare sornione fin dentro le ossa.
Già, difficile dimenticarti, così struggente e tutto mio. Ma che me ne faccio di tutta la nostra malinconia, se tu non suoni più per me?
Ebbene Chet, è il momento di dirsi addio. Farewell, internazionale e non interpretabile.
Mi hai torturato e divorato e mangiato vivo per anni. Questo lo sai, vero? Ogni volta uno stillicidio di paure, nostalgie, silenzi, note davvero troppo salate.
Amico mio, ci sono momenti in cui nemmeno le tue guance gonfie, nemmeno il tuo blu, riescono più a penetrarmi. Ecco la verità. Non esiste più un almost blue, rassegnati. Non cerco più, non piango più, non chiudo più gli occhi immaginando il volto di Miss Almost You. Esiste, Chet. Mi spiace strapparti alla tua illusione, ma esiste davvero quel volto. Sbagliavi alla grande, lasciatelo dire da uno che ne sa.
E' ora Chet, è davvero ora.
In nome della nostra vecchia amicizia, te la lascerò cantare un’ultima volta, questo te lo devo.
Ma che sia l'ultima.

Almost Blue
Almost doing things we used to do
There’s a girl here and she’s almost you, almost.
All the things, that you promised with your eyes
I see in hers too
Now your eyes are red from crying
Almost Blue
Flirting with this disaster became me
It named me as the fool who only aimed to be
Almost Blue
Almost touching it will almost do
There’s a part of me that’s always true, always.
All the things, that you promised with your eyes
I see in hers too
Now your eyes are red from crying
Almost you
Almost me
Almost blue

Devo ammetterlo, impeccabile e toccante come sempre.
Ora però raccogli le tue cianfrusaglie, riponi la tromba nella custodia, finisci il tuo whisky e esci di qui. Cercati un’altra poltrona su cui passare i tuoi prossimi anni. Io ho chiuso con te.


Take care, Chet.

mercoledì 4 maggio 2011

Muzorama: tratto da una storia vera

La versione di Barney

La vita dissipata di Barney Panofsky

Il personaggio del romanzo di Mordecai Richler “La versione Barney” appartiene a quella generazione di ebrei del post sterminio, dediti al libertinaggio più sfrenato pur di dimenticare la propria appartenenza ad un popolo di afflitti (si veda il romanzo “Con le peggiori intenzioni” di Alessandro Piperno) salvo, poi, ripulirsi la coscienza spillando dalle tasche di ricchi imprenditori, anch’essi colpevoli di voler sotterrare il loro passato, ingenti quantità di denaro da reinvestire nella causa israeliana. Certo, non prima di aver speso buona parte della propria giovinezza all’estero, inseguendo il mito di una vita bohemien, tra droghe e promiscuità sessuale, con il fermo intento di “sfuggire all’angusta tetra provincia” di appartenenza.

Quando Barney Panofsky parte da Montreal per Parigi, nel 1950, è un ragazzo di 22 anni che avendo letto molto desidera emulare gli autori da cui è rimasto affascinato, pur consapevole di non avere alcun talento per l’arte. Per questo Barney sarà sempre accompagnato da un profondo sentimento di invidia nei confronti del gruppo di aspiranti artisti, scrittori e pittori, conosciuti quando erano solo degli “sciamannati” e che poi, a differenza di lui – produttore di serie televisive di 4a categoria – hanno raggiunto un successo autentico. Ma Barney lo riconoscerà soltanto alla fine del lungo manoscritto in cui ricostruirà la sua vita, tentando di smentire molti dei fatti riportati nell’autobiografia del suo acerrimo nemico Terry McIver.
Terry McIver è il sassolino nella scarpa di Barney Panosfky, è un po’ come la sua coscienza, lo specchio in cui non si vuol guardare. Anche lui aspirante scrittore squattrinato ai tempi di Parigi, diviene anni dopo “autore nazionale” avvelenando il sangue di Barney. Dalle descrizioni di MacIver, improvvisamente il personaggio che abbiamo conosciuto ci appare sotto una luce diversa: da uomo spiritoso e romantico e per questo, troppo spesso, vittima degli eventi, a patetico beone, incapace di partorire un pensiero che sia proprio e che vive della luce riflessa degli amici di cui si circonda.
Una dualità, un continuo scambio di cattiverie tra i due personaggi che costituiscono il sale di questo libro. Benché ci si affezioni al Barney Panosfky che passa incolume attraverso “la scarlattina, gli orecchioni, due rapine a mano armata, alle piattole, all’estrazione di tutti i denti, a un’operazione all’anca, a un processo per omicidio e tre mogli”, non si può odiare Terry McIver di cui si intuisce, anche affidandosi alla versione di Barney, l’assoluta sincerità.

da: http://www.storiacontinua.com/recensioni/la-vita-dissipata-di-barney-panofsky/

venerdì 29 aprile 2011

Papà

Eccoci qui.
Sono passati anni dall'ultima volta che ci siamo visti. Lo sai quanti?
Te lo dico io. Quindici. In questi anni ho consumato vite intere, le ho fumate, bevute, bruciate, dissipate. Le ho masticate sino a succhiarne tutto il gusto e poi le ho sputate via, lontano da me.
Di tutto questo tempo passato non mi è rimasto nulla, neanche una foto da farti vedere. Non ho niente con me, solo questo vecchio zaino. Tutto non ci può stare, e allora bisognerebbe scegliere che cosa infilarci dentro, organizzare gli spazi, decidere le priorità. Ci vuole precisione.
Io non sono più così, e allora viaggio leggero. Il mio zaino non ha memoria.
Eppure di strada ne ho fatta tanta che ne ho sfondate di scarpe, e per ogni via che ho percorso una nuova ruga mi ha solcato il viso, a metterle in fila ti porterebbero dritto sulla luna, andata e ritorno. E cose ne ho viste che a raccontartele mi servirebbe un'altra vita da riempire di parole e luoghi e visi e teatro e canzoni e libri e cinema!
Ci si riempie un'altra vita solo a parlare di quello.
Le cose che ho fatto, che non ti renderebbero orgoglioso di me, sono magazzini pieni.
Ma sentimi, sembro uno di quei vecchi rintronati che parla al nipotino dei giorni andati, e invece sei tu il vecchio qui, lo eri già tanto tempo fa, quando ci siamo lasciati. Toccherebbe a te mettere in moto i ricordi, narrarmi storie.
Eppure storie, tu, non me ne hai raccontate mai.
Parlavi si, e quanto: spiegavi, comandavi e facevi eseguire con quella voce ruvida da scorticare la pelle, che non mi capacitavo come potesse appartenerti, esile come eri, quella voce da orco delle favole che ti usciva dalle labbra. C'erano notti che mi svegliavo convinto di averti sentito urlare, mi alzavo e venivo a spiarti nella tua camera, e tu invece dormivi rannicchiato nell'angolo del letto come un cuscino sgualcito. Russavi, e anche quel russare era nero come la pece.
Hai mai sognato? E se si, cosa?
Mi sono fatto questa domanda tante di quelle volte, e mi sono sempre risposto di no. Eri così pragmatico, così concentrato nel reale che persino sognare ti sarebbe parso una perdita di tempo. Ti immaginavo a dormire e intanto prendere decisioni, pianificare, decidere. Per me, per il mio futuro.
Io invece sognavo.
Ti ricordi quella volta che mi beccasti con un fumetto in mano? A ripensarci sento ancora le fitte nella schiena e il mio singhiozzare per convincerti che non lo avrei più fatto, non avrei più perso tempo con quelle stupidate, che si avevi ragione, quei disegni con quelle storie sciocche mi mangiavano il tempo, rubavano spazio allo studio, all'apprendimento.
Studiare studiare studiare. Quante ore mi hai fatto passare a studiare su uno spartito ad inseguire le note che a ricordarlo sento ancora gonfiarsi le dita, così gonfie da perdere la sensibilità. Ma questo non mi importava, perchè suonare era la mia vita e la fatica mi piaceva. Cercare la perfezione non mi ha stancato mai. Nonostante te. Lo sai? avresti potuto farmi odiare la musica con il tuo sproloquiare di dedizione al lavoro, le tue punizioni, e tutto quel parlare di rigore. Rigore. Rigore.
Che pena mi fai. Così coerente.
Se non avessi amato così profondamente ogni nota, se non ne avessi colto la bellezza e mi fossi affidato a te, a quest'ora disprezzerei ogni strumento, tutta la musica di questo mondo. Mi sarei imposto la sordità. Invece non ci sei riuscito. Sei stato un pessimo maestro, hai fallito, e io sono salvo.

mercoledì 27 aprile 2011

allevamento di struzzi


Mio padre l'altro giorno ha deciso di mettersi in proprio e aprire un allevamento di struzzi. E’ andato ad una fiera del bestiame e ne ha visti 7 belli grossi e li ha comprati a rate mensili di 480 euro.
Primo problema, arriva a casa e non entrano in ascensore.
Va be, dice, si sale per le scale, non sarà questo a fermare un imprenditore.
Alla terza rampa si apre una porta e la signora Mariuccia dice:
Uè, ma cosa sono quelle bestie li??”
Canarini”
Mai visti di così grossi”
Canarini africani”
Non può lasciarli andare in giro così, li deve tenere in gabbia”
Va bene signora Mariuccia, ma adesso le conviene rientrare se nò la butto giù dalle scale con tutta la sedia a rotelle”
No che non ho ancora finito di pagarla! Però stasera le conviene venire alla riunione di condominio che discutiamo di questa faccenda. Barbun!”
E ha chiuso la porta.
Altro problema, arrivato nel nostro appartamento mia madre si è arrabbiata di brutto:
Dovevi prendere il terreno prima! Dovevi prendere il terreno prima!”
E va bene, ma se non hai la mentalità manageriale! Devi essere propositiva!"
E gù a discutere. Si fa sera, mio padre deve andare alla riunione condominiale. Non sa cosa fare. Per fortuna in casa trova una lattina di vernice gialla, prende uno struzzo e gli da una bella passata. un lavoro di fino, piuma per piuma.
Sembra proprio un canarino. Lo porto con me, magari fa tenerezza..”
io scuoto la testa sconsolato, so già come andrà a finire. Infatti, appena entra nella sala riunioni, i condomini lo aggrediscono. La signora Mariuccia, una donna che per fortuna del marito è vedova, esclama tutta gitata:
 Non è un canarino, non vola! Non è un canarino!"
Il signor Cavizzi, ex cacciatore di frodo tira fuori un fucile e fa:
Abbattiamolo!”
Lo struzzo appena sentito questa parola per la paura ha cercato di mettere la testa sotto terra.
Prova tu a cercare di infilare la testa nel pavimento di una casa popolare in cemento armato.
A dato una testata pazzesca alla piastrella. Pac!
Secco.
Mio padre ci è rimasto male.
Non si sono inteneriti quelli del condominio. Ha dovuto dare via gli altri struzzi.

Spiace perché erano animali simpatici, anche di compagnia, si rideva, si scherzava. Si stava un po’ stretti in casa a dire il vero, e poi tendevano a monopolizzare il telecomando, ma per il resto niente da dire.Comunque mio papà li ha dovuti rivendere a metà prezzo a un macellaio abusivo che ne ha fatto bistecche.
Ora mio papà non ha nessun lavoro, però forse a settembre entra nella criminalità organizzata, con i libri e tutto quanto in regola.

lunedì 25 aprile 2011

SOGNAVO DI CORRERE LONTANO di Ron McLarty


Un uomo su di una bicicletta alla ricerca di sè stesso e di un sogno.

«Sognavo di correre lontano deve assolutamente trovare un posto nella vostra libreria, e sullo scaffale dei classici della narrativa americana. Ora tocca a voi saltare in sella e attraversare l'America con Smithy. E pedalare con lui mentre varca confini, perde peso, si innamora scopre la vita. Riderete e piangerete... e di sicuro amerete questo romanzo che adesso, fortunatamente, potete trovare in libreria. Fidatevi di me!» -- Stephen King


Smithy Ide ha quarantatré anni, pesa cento-ventisei chili e, con ancora indosso l'abito scuro del funerale dei genitori, inforca la bicicletta della sua adolescenza e comincia a pedalare: la meta è Los Angeles, giusto all'altro capo degli Stati Uniti, alla ricerca dell'amatissima e sfortunata sorella Bethany, di cui da tempo ha perduto le tracce. Armato soltanto della sua buona volontà, Smithy inizia un viaggio avventuroso e denso di sorprese.

Partito dal Rhode Island, in un accidentato percorso sarà, via via, investito da un pick up, si beccherà una pallottola da un poliziotto, verrà rapinato, minacciato, insultato, ma troverà anche chi saprà apprezzarlo, coccolarlo e amarlo.

La sua incrollabile fiducia nel prossimo, la sua integrità e il suo candore resteranno immutati, malgrado le batoste del destino.

Prestando aiuto a un malato di AIDS, salvando un bambino disperso in una bufera di neve, agendo sempre spinto dal suo cuore, entrerà nelle vite di innumerevoli sconosciuti e questi interagiranno con la sua, determinandone svolte e fuori programma. Fino ad arrivare a una destinazione imprevedibile.

Un romanzo di formazione, una storia forte, un protagonista della più autentica tradizione letteraria americana.

giovedì 21 aprile 2011

L' amante

Conoscevo Gigi da una vita.Diventammo amici ai tempi della scuola materna. Da allora condividevamo tutto,gioie e dolori, è proprio il caso di dirlo. Avevamo l'abitudine di farci, ogni tanto,un aperitivo dopo l'ufficio. Gigi era un uomo tutto d'un pezzo.Coerente nell'esprimere le sue idee e fermamente convinto dei valori della famiglia e del matrimonio, della sua indissolubilità.
Fu proprio in occasione di uno di quegli aperitivi che mi fece una confessione.
Una sera ci trovammo nel solito locale.Un pub stile inglese con sgabelli e tavolini molto alti. Dietro il bancone un grande specchio guardando il quale si poteva vedere tutto il locale.
Ci sedemmo in una zona un pò appartata ed ordinammo subito i nostri aperitivi. Gigi,che era un tipo loquace, non parlava e aveva lo sguardo fisso sul tavolino, fatto di legno, quasi ne volesse contare le venature. Intanto il barista ci portò gli aperitivi,due bibite colorate guarnite con giallissime fette di limone.
Più che due aperitivi sembravano due manifesti di un qualche carnevale che si sarebbe festeggiato chissà dove.
Come il barista se ne andò Gigi alzò lo sguardo verso di me.Puntò i suoi occhi grigi dritti nei miei e mi disse:
" Ho un 'amante" (mi disse).Rimasi di stucco e stentavo a crederlo. Mi disse che la vedeva tutti i giorni o quasi. " Deve esserne proprio innamorato" pensai. Pensai anche che stesse scherzando,per il modo sorridente con il quale mi fece questa
confidenza. Da quel giorno tutte le volte che ci incontravamo mi parlava di lei. Di come lui non potesse rinunciare ad incontrarla e di quanto le costava. Pensai che la sua amante fosse tale solo per denaro ma, pur non approvando quella relazione, cacciai dalla mia mente quell'ipotesi. Una sera, stavo aspettando il mio amico fuori dal suo ufficio per il solito incontro prima di cena, quando lo vidi uscire.Puntuale come sempre alle 18,05.Prima che si accorgesse della mia presenza notai sul suo volto un'espressione tesa,come di chi teme di essere scoperto perché sa
che sta combinando qualcosa di grave." Non si ricorda dell'appuntamento" pensai.La cosa mi
sembrava molto strana.Non mi feci vedere e lo seguii.Sicuramente stava raggiungendo la sua amante. Entrò in un bar poco distante.Entrai anch'io, senza farmi notare naturalmente. Lo osservai di sottecchi ed ecco la vidi: era lei.Le si avvicinò e cominciò ad accarezzarla e a
coccolarla. Lei subito gli rispose con suoni elettronici,luci colorate e musichette allegre. Raramente emetteva anche parole metalliche..tin, tin, tin, tin, ripetutamente per decine di volte. Gigi era come in estasi.Esultava gridando con un'espressione di godimento,sembrava uno strano
orgasmo durante un amplesso tra carne e metallo. Gigi qualche volta ficcava una mano in tasca per trarne una banconota che si faceva cambiare in
tante monetine con le quali convinceva lei a cominciare un altro amplesso.La accarezzava e la
coccolava. Le imprecava contro anche, la picchiava se non emetteva quel tintinnio che gli dava godimento. Avevo gli occhi fissi su di lui come se fossi ipnotizzato.Quasi si accorse di me ed uscii
velocemente da quel locale. Attesi fuori.Stava uscendo e per non farmi vedere mi nascosi dietro un furgone.Notai la
sua espressione serena, soddisfatta e sorridente: direi quasi .....felice.
Mi feci coraggio e cercai di raggiungerlo chiamandolo:" Gigi, Gigi....aspettami". Si voltò sorridente. " Ti ho visto là dentro, pensavi che non mi fossi accorto di te ?" disse. "Avrei voluto presentartela" continuò. " Chi ?" domandai. " Ma lei, la mia amante" esclamò Gigi. Rimasi senza parole. In un attimo capii tutto. Quando mi confidò di lei voleva esorcizzare il suo
vizio. Quella dannata macchinetta era la sua amante.Non un'amante in carne ed ossa ma di metallo
con tanto di voce, ma elettronica e metallica . Ne era davvero innamorato, ma di quell'amore drogato , che ti fa male e dal quale non ti liberipiù. Lo accompagnai a casa senza che ci scambiassimo una parola.Solo un saluto sul portoncino
della sua abitazione:" Addio". " Addio ?" mi chiesi.Era uno strano modo di salutarci ma non ci feci caso.Quella scoperta mi
aveva stremato fisicamente ed emotivamente. Il giorno dopo mi telefonò la moglie di Gigi, piangendo disperata, singhiozzando.
Gigi,il mio amico Gigi si era tolto la vita la sera stessa in cui mi diede quello strano addio. Rabbrividii alla notizia e cominciai a piangere.Piansi, piansi, piansi tanto. Aveva lasciato una lettera alla moglie: " Perdonami se ti ho tradito, per lei ho perso tutto e perdo te.Non resisto alla vergogna". La sua amante di metallo gli aveva preso veramente tutto:i soldi, la famiglia e gli amici. Lei, però, è sempre in quel locale ad attendere il suo prossimo amante.

Enrico v



Nel 1989 il giovane attore Kenneth Branagh approda alla regia cinematografica con questo film. Il film ha dei momenti di grande cinema. Ho scelto due sequenze su tutte: Il discorso di San Crispino,( per chi sa l'inglese guardatelo in lingua originale) e lo splendido piano sequenza finale. Una piccola curosità, il ragazzo che il Re porta sulle spalle è l'attore Cristian Bale, il futuro Batman.