"Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi... " Eliot Rosewater

giovedì 22 settembre 2011

Il bocconcino prelibato.

Sono un bocconcino prelibato dice Silvio di sé stesso, e certo gallina vecchia fa buon brodo, specie se farcita di soldi e farfalline di latta.

Si crede un seduttore irresistibile, il maschio latino per eccellenza, un Buzzanca potenziato dal pisello robotico a lubrificante minerale, un toro da monta in grado di citare Prévert in lingua originale, ma all'indietro, intanto che marchia in profondità una giovenca e suona al pianoforte un romantico pezzo di Aznavour. E' dall'alto di questa superiorità, che distribuisce consigli benevoli sulla lavorazione della patata persino a Rocco Siffredi, che sfotte Hefner, che quello, dice di lui Silvio, è sempre in pigiama ma di passera non capisce mica, la cerca fra i peli sotto l'ala.

Ai consessi internazionali gli altri leader vanno con vasto seguito di segretari e portaborse oberati da pile di relazioni e documenti, lui no, lui scivola leggero, sorriso e sguardo assassino, incastrati nell'ascella malloppi di riviste sexy e gossipare da lui stesso pubblicate. Appena seduto già le squaderna sul tavolo e per venti minuti, ignaro di quello che accade intorno, febbrile con il pennarellone rosso segna le foto di quelle che si è trombato, in pratica tutte, scrive il voto e qualche breve commento, tipo belle chiappe chiare, fica sugosa, urla da urlo, caverna profonda, vicolo stretto. Quindi le fa girare fra gli altri, intanto costringe i traduttori simultanei ad acrobazie verbali per rendere con efficacia le sue accurate descrizioni degli aspetti più oscuri e misteriosi della faccenda, mai abbastanza eviscerata da migliaia di generazioni maschili. A dire il vero le traduzioni sono inutili, non ce n'è affatto bisogno, i grandi della terra capiscono tutto benissimo per via del largo gesticolare esplicito. Quando per esempio Silvio muove il braccio con il pugno chiuso avanti e indietro, quelli non pensano che stia parlando delle assai scorrevoli marce della sua audi. E quando porta le mani davanti alla bocca, le palme in fuori, come a tenere ben aperto qualcosa, e intanto caccia la lingua e l'agita frenetica come una trota all'amo, capiscono benissimo che non si tratta di un suo metodo brevettato per leccare tutto, proprio tutto, il gelato dal fondo della coppetta.

Quando è a casa, in qualsiasi sia in quel momento, ha vita facile, lo accontentano sempre, i leccaculo e le signorine sempre discinte, che fanno a gara per stringersi a lui e per essere i primi a dire sì, che litigano per accomodarsi sulle sue graziose ginocchia. E quando è il momento di coricarsi finisce sempre in rissa, urla, morsi, tirate di capelli, oscenità varie da raggelare l'aria, lancio di oggetti pesanti. Per fortuna in giardino è sempre pronto il reparto dei carabinieri in tenuta antisommossa e lacrimogeni.

Poi a letto, certo, la cosa dura poco, quelle lo sanno come è fatto Silvio, dopo due botte dicono che sono distrutte, che non sono abituate ad un simile maschio, a quel gagliardo trivellare, che non pensavano potesse esistere una cosa del genere, che non gli era mai successo di sentirsi così soddisfatte e pienamente femmine, che la parola orgasmo ora ha per loro acquistato un nuovo significato, che come donne sono rinate, che vogliono scrivere un paio di libri su questa esperienza mistica e poi cederne i diritti cinematografici, che sono innamorate perse di lui, intanto sbadigliano e gettano un occhio dentro la busta già pronta sotto il cuscino, si girano dall'altra parte e fingono di russare. Game over.

Silvio è uno smargiasso fanfarone senza vergogna, bugiardo fino all'osso, lo sappiamo, ma a noi piace così, per questo ce lo teniamo stretto e gli vogliamo bene come ad un vecchio zio un po' rincoglionito che le spara grosse. E lo teniamo d'occhio, che i servizi segreti di mezzo mondo ce lo vogliono portare via ingolositi dalla sua smisurata statura di statista. Lo difendiamo da quei brutti magistrati rossi, e siamo contenti se si fa qualche leggina a suo uso e consumo, che il suo bene è il nostro bene, quello che è giusto per lui è giusto per il paese.

Ma poi ditemi, se pazziarella un po', se alla sera beve qualche crodino, mangia due salatini smilzi e dietetici in incontri eleganti con persone per bene, che male fa? Si fumasse pure qualche canna se gli va, è a casa sua giusto? Ed è normale che gli piacciano le ragazze giovani e belle, a chi è che piacciono vecchie e racchie? Meglio infoiato che frocio, giusto? O lo preferireste con l'orecchino ed un filo di rossetto?

Secondo me è solo gelosia perché lui è primo in tutto quello che fa'. Ma avete torto, ad invidiarlo vi sbagliate, lavora tutto il santo giorno, fa una vita di merda circondato da gente come Lupi e La Russa che masticano aglio per tutto il tempo ma mai una mentina, che non tirano la catena del cesso, che poi tocca a lui fare il giro per sistemare le cose per benino. E ci sono i leghisti, rozzi, che lo strattonano per la giacchetta, i comunisti chic, infidi e viscidi, che d'accordo con i giornali in mano ai poteri forti fabbricano il fango e glielo sbattono in faccia a palettate grosse. Per forza Silvio ha bisogno di sfogarsi, di allentare un po' il nodo della cravatta e lasciarsi andare. E' normale che uno che fa una vita così alla sera voglia circondarsi di belle ragazze per dei giochi innocenti, che male c'è? Dovrebbe giocare a monopoli con mia moglie?

domenica 18 settembre 2011

Concorso di poesia



Concorso a premi di poesie e filastrocche, nessuna quota d'iscrizione. Venite a partecipare liberamente, già diversi partecipanti hanno aderito.

Concorso di poesia e filastrocche

Da molto tempo pensavo di indirre un concorso, sicuramente per cercare di fare un pò più di pubblicità al mio blog, ma anche per conoscere nuova gente e fare amicizia. Quindi eccomi qui ad annunciarne l'inizio, oggi giorno 13 settembre 2011. Naturalmente spero che si iscrivino in molti e che il concorso abbia un gran successo, se non fosse cosi penserò a prolungarlo un altro pò se fosse necessario. Il concorso sarà incentrato su di un vostro componimento scritto e per l'occasione avevo pensato ad una poesia o ad una filastrocca, con un tema preciso: l'oceano o il mare su di un'isola tropicale, che sensazioni vi suscita. La durata sarà di circa un mese in totale, cosi che tutti i partecipanti abbiano il tempo necessario per scrivere ciò che vogliono con tutta calma (naturalmente chi si iscrive prima avrà più tempo di chi si iscrive dopo, ma sono di maniche larghe per cui basta che mi informiate se in caso avete bisogno di maggior tempo), mi invierete quindi i vostri testi per email ed io aprirò per ognuno un post che dovrà essere votato, chi avrà più voti sarà il vincitore.

ArKaVaReZ

giovedì 15 settembre 2011

18 anni e non sentirli


Che bello festeggiarti ma tu forse ti chiedi "ma perchè?"
e se fosse così avresti ragione..
non ci si rende mai conto di quello che si è diventati di come siamo cambiati.
Pensiamo al passato e sognamo il futuro, ma in realtà percepiamo intensamente solo il presente, quello che oggi succederà e magari non succederà niente.
Tu però hai i testimoni della tua vita ,come tutti noi e per te siamo io e tuo padre.
Noi siamo i cortometraggi viventi di immagini ed emozioni di tutta la tua vita,sino a qui,
Da quando avevi i capelli color della paglia e di quando correvi come una lepre nei prati.
Le lotte con gli amici, le corse pazze in bicicletta, la golosità e la passione smodata per i pasticcini e per i giochi di società.
Dallo Scarabeo al Poker in un pugno di anni.
A due anni il tuo primo "NO" e poi sempre così.
Un pò introverso e segretamente passionale, amico vero per gli amici veri.
Sei cresciuto in altezza e con i tuoi arti è cresciuta anche la tua personalità,
sei pronto per mischiarti in un questo mondo, per capire quello che c'e' e quello che manca.
Ti auguriamo di trovare la strada per realizzare i tuoi desideri, i sogni che nascono spontanei ogni giorno nella tua mente, e di vivere la tua vita sempre con la consapevolezza del tuo valore, delle tue capacità e della sensibilità che hai in grande quantità.
Sognamo di vedere sul tuo viso il sorriso aperto e tenero che la genetica ti ha regalato, ma che avrai solo se ascolterai la voce del tuo cuore e l'impeto della tua energia.

Una carezza da chi ti ama.


Manu e Gianpi

venerdì 9 settembre 2011

Cene eleganti fra persone per bene.

A cene eleganti tra persone per bene a questo io aspiro, non al solito bunga bunga che ormai lo fa anche il papa. A proposito, come ci da dentro, schiere di chierichetti con parapalle, che vorticano come girandole intorno a pali di legno dorato tardo settecento, vin santo come se piovesse, ostie salate sparse ovunque, acquasantiere colme di olive verdi senza nocciolo, qualche bestemmia trasgressiva nell'aria e poi tutti nel lettone dei Kennedy a fare bidibodibù. Non fosse per l'odore d'incenso, a cui sono allergico, avrei accettato l'invito della meringona. Non sono frocio ma fa lo stesso, mica mi schifo, poi non ho mai visto una suora nuda, una vera intendo, non una battona travestita.

Non è facile oggigiorno trovare in giro eleganza di prima qualità se non nel piumaggio di certi uccelli, che peraltro mi dicono essere in via d'estinzione. Ma ditemi voi a cosa serve essere ricchi in questi giorni strani, quando il lusso è alla portata di tutti, quando nonostante i dodici titoli nobiliari che mi affliggono, se stupro una bimba non lo posso neppure raccontare in giro. Con aggiunto il rischio remoto, ma pur sempre reale, di essere incriminato, di dovere persino indossare un paio di quelle orribili manette niente affatto imbottite, e peggio ancora firmate dal quel sarto volgare, mezzo italiano e mezzo sardo, che va alla grande negli outlet di provincia. Ma il mondo ormai è tutto un outlet di provincia.

Che umiliazione. A essere ricchi oggi non c'è gusto. Mangi ma mangiano tutti, allora compri una catena di ristoranti francesi, lasci che cucinino notte e giorno solo per te. Quando la muffa prende ad impossessarsi della preziosa porcellana, e i manicaretti assumono la tipica sfumatura marrone merda, fai impacchettare con cura e fai recapitare tutto nelle vie del centro di Napoli, che tanto sei a dieta perenne, mangi solo ananas e fibra scondita.

Scopi ma scopano tutti, allora ti fai trapiantare due peni supplementari, ma non quelli con la pompetta, bensì animali, bestiali, di orango magari, per un sesso selvaggio e orgiastico. Ma ti stanchi subito. A che serve? Cosa scopi a fare? E' defatigante, ci sono le malattie, ogni volta tocca scegliere i condom nei giusti colori per il corretto abbinamento, elegante eppure trasgressivo. E sudi, e che cazzo, allora è meglio un porno, ma tre peni e due mani sole funziona male, viene il fiatone. A essere ricchi oggi non c'è proprio +' gusto.

Cachi, ma guarda cacano tutti, proprio tutti, nessuno escluso, e di due ani non se ne parla davvero, rovinerebbero il tatuaggio luminescente che ho sulle chiappe. Ho pensato allora di impedire agli altri di cagare, in effetti qualche soddisfazione me la sono tolta e continuo a togliermela, ma non è che posso tappare tutti i buchi di culo che ci sono al mondo.
Per tutte queste ragioni sono arrivato alla conclusione che l'unica appagamento oggi per un vero ricco è l'eleganza, quella vera, quella che non si compra, quella che sapientemente bisogna coltivare e accudire, come un fiore raro preservare sotto una campana di vetro. Essere eleganti dentro oggi è l'unica via possibile, allora sì che gli altri schiattano di invidia.

Uno dei top dell'eleganza è certo la cena perfetta. Bisogna sempre partire dalla location, eccovi alcuni esempi evergreen di pazzesca finezza e irraggiungibile buon gusto.
Un cimitero al chiaro di luna, in una tranquilla notte estiva, con luna gigante sullo sfondo. Luogo fresco e appropriato per una cosetta intima, non più di trecento invitati. Ad un lato un traballante recinto fitto di cani rognosi affamati da settimane, all'altro lato mega palco con zombie star del rock tipo il Blasco, il Casadei, il Peppino Di Capri.

Il buffet appropriato è ricco di carne, sia barbecue che cruda, di caviale ghiacciato, di ostriche gelatinose in gelatina di pollo, di cetrioloni ammalati e germogli di fagioli moribondi, queste due ultime leccornie assolutamente di importazione tedesca. Niente dolcetti dei morti, troppo scontati, assolutamente niente zucca, americana e volgare, possibili gli ossibuchi e il bollito con l'osso.
Attenzione, importante, solo vino rosso.

Terzo aspetto da curare la giusta selezione degli invitati, che devono armonizzarsi con il luogo e fra loro. Per rimediare ad errori, che dovessero manifestarsi a cena iniziata, abbiate cura di avere sempre pronta qualche fossa aperta, che oltretutto impreziosisce l'ambiente.
Comunque non potete non invitare la salma di Mike Bongiorno e la vedova addolorata. Evitate però di cadere nella trappola del ricatto, e comunque stabilite prima il cachet con chiarezza.

Nella prossima puntata nuovi elementi di scottante eleganza. A mai più plebaglia.

giovedì 8 settembre 2011

"Il delirio" di Giorgio Gaber dall'album Libertà obbligatoria


Se si vivesse a lungo non si saprebbe più dove andare per rifarsi una felicità dovunque abbiamo abbandonato degli aborti di felicità a marcire negli angoli delle strade. 
L'India è un museo di tentativi di felicità, e l'Africa, ilPakistan...
Il mondo è un museo di sforzi che restano a metà
di sforzi per rendere vani i nostri slanci, le nostre gioie, i nostri amori. [
Cantare, cantare le Beatrici, le Laure.
Mettere incinta le cameriere... E accorgersi di avere sempre adorato... a buon mercato.
Bisogna essere più precisi nell'amore, nei gusti nelle passioni, nella scelta dei posti sono dappertutto i nostri aborti sparpagliati da tutte le parti.
E tentiamo ancora perché è giusto tentare e produciamo slanci che poi buttiamo in mare che si spezzano subito e li buttiamo via e diventano aborti, aborti di allegria.
E se la nostra allegria fosse un dolore un dolore straziante, solitario in ogni strada ci sarebbe un urlo.
il delirio... il delirio...
Se si vivesse a lungo non si saprebbe più come fare per rifarsi una rabbia giusta, sì perché anche di rabbia, anche di odio noi lasciamo troppi aborti in giro.
L'Italia è un museo di tentativi di sovversione, di fermenti nuovi, di cose che nascono... che crescono...
Il mondo è un museo di sforzi di strane acrobazie per rendere più efficace il nostro impegno, la nostra rabbia, le nostre follie. 
Non si può dire che manchiamo di volontà.
Tentativi da tutte le parti: una rassegna, una rassegna di pezzi.
Una fiera campionaria di cose abbozzate e messe in mostra: un pezzo d'amore, una rabbia finita male, un po' di politica, un inizio di cultura.
Se tu avessi bisogno di tentativi, ce n'è per tutte le occasioni della vita. 
Basta saper scegliere.
Bisogna essere più precisi anche nell'odio, nell'eresia nell'indirizzare la rabbia, la follia la nostra impotenza, la nostra incertezza ci limita ad odiare senza nessuna esattezza.
Ci vuole un odio, un odio che rimane non basta sapere che abbiamo cominciato bene
le nostre ribellioni non durano molto sono aborti di rabbia, di rabbia senza volto.
Non è soltanto una rabbia, è già pazzia uno sfogo straziante, solitario e in ogni strada c'è davvero un urlo
il delirio... il delirio...
È un uomo rabbioso che odia da solo ma ormai non fa niente di male abbaia alla luna, non morde nessuno persino il delirio diventa una cosa normale.
Ho bisogno di un delirio che sia ancora più forte ma abbia un senso di vita e non di morte.

domenica 4 settembre 2011

L'altra estate

Quell’estate ero andata in campagna.


Samuel mi aveva regalato un osso così grosso che non riuscivo a morderlo.

Tutti gli anni era così, ero destinata a trascorrere un mese al canile di lusso. I miei padroni pagavano per stare tranquilli in vacanza e regalarmi un mese di tristezza.

In quei luoghi  non avevo mai voglia di fare amicizia, anche perché la maggior parte dei cani era inquieta, preoccupata, diventavano quasi tutti astiosi o talmente paurosi da starsene in un angolino tutto il giorno.

Quel giorno come al solito, scesi dalla macchina con le orecchie basse e la coda tra le zampe, gli occhi non avevano voglia di vedere niente e nessuno. E poi avevo una gran paura degli uomini che avrei incontrato e di non tornare più a casa da Samuel e della sua famiglia.

Samuel mi accarezzava continuamente e mi parlava con un tono di voce basso, forse con l’intenzione di tranquillizzarmi; ma io sentivo che lui non lo era per nulla e che provava un sentimento di frustrazione perché sapeva di abbandonarmi ad un destino incerto, nonostante le sue buone intenzioni.

Stranamente, mi lasciarono libera di girare nei prati tutto il pomeriggio.

Poi la sera però mi misero in un grande recinto dove ero in compagnia di cani di diversa taglia, alcuni erano grossi, soprattutto per me che sono una cockerina e di grande ho solo le orecchie.

Nei giorni seguenti scoprii che da Ferdy (così si chiamava il proprietario di questa specie di agriturismo-canile) c’erano anche capre, mucche e vitellini, maiali tacchini e oche.

Uscivamo la mattina presto e la sera prima del tramonto , in breve tempo divenni amica di tanti animali e soprattutto di Mafalda, la maialina nata in aprile.

Spesso le portavo gli avanzi dei cani schizzinosi e lei mi faceva un sacco di feste come fosse un cucciolo di cane, solo che puzzava tremendamente.

Di notte dormivo spesso con un occhio semiaperto, non riuscivo a rilassarmi come sul divano di Samuel.

Una notte mi svegliai di colpo perché i cani si erano messi ad abbaiare furiosamente, con un misto di rabbia e di paura. Nel recinto vidi che erano entrati tre uomini. Avevano in mano tutti un bastone che alla fine aveva una specie di collare.

Prendevano i cani infilando il collare per il collo e stringendo fino a farli guaire, poi li trascinavano verso un furgone che era posteggiato fuori.

Ad un tratto vidi che la porta del recinto era aperta e incustodita, scappai fuori.

Raccolsi tutte le energie che avevo per correre veloce e raggiungere la casa di Ferdy, sapevo che se fossi arrivato in tempo qualche cane si sarebbe salvato..”corri Trudy corri” mi dicevo sentivo il cuore scoppiare ma non potevo fermarmi. Quando arrivai davanti alla casa avevo finito tutta la scorta di fiato ed ero così agitata che non riuscivo ad abbaiare e la finestra da dove intravedevo una luce mi sembrava troppo in alto perché potesse sentirmi qualcuno, e poi dalla gola mi uscivano solo guaiti e anche di scarso volume.

Allora mi scagliai contro il portone e grattai forte con le zampe , mi facevano male, poi ad un tratto ritrovai la voce ed abbai disperata come se stessero portando via me.

Si aprì finalmente quel maledetto portone,..quando mi vide Ferdy mi disse “ ma Trudy che ci fai qui?”

Infilò velocemente calzoni e stivali imbracciò un fucile e mi seguì.

Quando vide il furgone appostato fuori dal recinto Ferdy cominciò a gridare “chi c’e’? cosa volete? Chiamo la polizia e vi faccio arrestare!”

Sentii il rumore di un motore acceso, voci concitate di uomini, guaiti e latrati di cani..il furgone andò via veloce sbandando e alzando un sacco di terra.

Presto arrivarono i carabinieri ai quali Ferdy raccontò triste e arrabbiato tutto quello che era successo.

I carabinieri dissero a Ferdy che quei tizi molto probabilmente cercavano cani da utilizzare nei combattimenti, poi chiesero a Ferdy di controllare molto bene quali fossero i cani spariti e che sarebbero tornati domani per avere notizie precise.

Forse per quello che era successo o forse no, quella notte pensai a Samuel e alla mia casa.

Avevo un po’ di nostalgia di quello che avevo lasciato, ma l’erba di quel posto tutti quegli odori e tutte quelle puzze, Mafalda che mi voleva bene e poi le stelle tutte quelle meravigliose stelle che potevo guardare nel cielo quando volevo, mi facevano sentire felice . E poi c’era Chiara la figlia di Ferdy, una bimba tanto affettuosa che mi riempiva di coccole.

Il giorno dopo puntuali arrivarono i Carabinieri, Ferdy diede loro l’elenco dei cani rapiti ed io ascoltai:

Ugghy, Pussi, Leo, Miri, Elsa e…Trudy!

Ma ero solo l’unica Trudy….Ferdy aveva mentito..non ero stata rapita.E adesso io cosa sono? Un cane rapito? E Samuel cosa farà? Ma cosa faccio io adesso, cosa ne sarà di me? Chi sono?

C’e’ una risposta: sono e sarò  un cane felice.





Manu



















mercoledì 31 agosto 2011

Cogli l'attimo

Ero un cucciolo di pastore tedesco, vivace e giocherellone come tutti i cuccioli.
L'uomo era gentile con me ed era entusiasta di ammirarmi. Sapevo che la bellezza del mio corpo colpiva l'attenzione di tutti.
Compresi subito che confronto alle altre razze della mia specie, la mia era dotata di un intelligenza superiore.
Non avevo problemi a comprendere ciò che l'uomo mi chiedeva. Nel rapporto con lui non trovavo nessuna difficoltà.
Anzi, spesso mi divertivo a prenderlo in giro, facendo finta di non capire qualcosa.
Lui si sforzava in tutti i modi, mentre io me la godevo un mondo. Certo non dovevo esagerare, perché se perdeva la pazienza in qualche modo mi avrebbe punito.
Ma ormai conoscevo i suoi limiti e non li oltrepassavo mai.
Fin dai giorni della mia infanzia, notai che un adulto della mia specie viveva nel recinto delle pecore. Lui che era il “RE” incontrastato dell'intelligenza, viveva a contatto diretto con una delle specie più stupide esistenti sulla terra.
Rimase solo una curiosità senza interesse, ero troppo giovane per interessarmi dei problemi altrui.
La mia vita andò avanti nella più normale regolarità. Ero trattato bene e coccolato.
Ma ormai avevo due anni e quel quadrato di esistenza, diventava sempre più stretto e monotono.
Volevo di più, sentivo l'esigenza di andare oltre quel recinto, avvertivo il desiderio di conoscere ciò che c'era al di la.
Ero affezionato ai miei padroni e per loro avrei dato la vita, ma era più forte la voglia di libertà.
Ormai erano alcuni giorni che mi sentivo irrequieto, così decisi che alla prima occasione sarei volato incontro al mondo che non conoscevo.
Ricordo quella giornata perfettamente. Pioveva a dirotto, ma così tanto che si faceva fatica a distinguere chi avevi di fronte.
Il vecchio adulto della mia specie che viveva con le pecore, uscì chissà come dal suo recinto e mi chiamò.
"E' proprio una giornata da schifo" Mi disse avvicinandomi.
Fui sorpreso dal vederlo fuori dal recinto, non l'aveva mai fatto.
Non sapevo che rispondergli, con lui non avevo mai parlato e nel vederlo adesso con i segni del tempo addosso, facevo fatica a realizzare che appartenesse alla mia razza.
Lui capì il mio stato d'animo e non si diede per vinto.
"Se cerchi l'occasione propizia, non te ne capiterà una migliore." Mugolò stancamente.
"Di quale occasione parli, vecchio? " Gli risposi alterato.
Non si scompose nemmeno un attimo, come se la mia risposta si fosse persa nel rumore della pioggia.
"Pensi che la fuori sia meglio di qui!" Continuò accucciandosi sotto quel diluvio, come fosse la cosa più normale da fare.
Sbuffai infastidito. "Che ne sai cosa c'è al di la del muro, tu che hai sempre vissuto chiuso assieme alle capre!"
L'acqua cadeva come se il cielo non avesse mai bagnato la terra fino a quel momento.
"Non sempre figliolo, non sempre. C'è stato un tempo che ero al tuo posto e avevo il tuo stesso smanioso desiderio di conoscere cosa c'era al di la della casa."
Sentivo il corpo invaso dal freddo e mi chiedevo come lui poteva starsene sdraiato, senza emettere un solo lamento.
"Tu eri davvero al mio posto!" Esclamai stupito.
"Si figliolo, prima di te c'ero io a far da guardia a questa casa."
Guardai i suoi occhi, immobili come il suo corpo. Decisi così di accucciarmi di fronte a lui. Se poteva farcela un vecchio pastore, che da anni viveva rinchiuso con le pecore, non vedo perché non avrei potuto farcela io.
"Ma come mai sei finito a far la guardia alle pecore?" Gli domandai sorridendo.
Il vento batteva il tempo allo scrosciare della pioggia, come fosse una scena studiata alla perfezione.
Si grattò il naso lentamente, muovendosi per la prima volta da quando eravamo sotto il diluvio.
"Vedi caro mio, a un certo punto pensai che c'era molto di più di quello che vedevo. Ero convinto che la fuori regnasse l'amore e la gioia come in questo cortile, solo che in scala più grande."
Si fermò un attimo, spostando lo sguardo dal mio, come volesse nascondere qualcosa.
Non potevo esserne sicuro in quella tempesta di tuoni e fulmini e pioggia a catinelle, ma mi sembrò condividesse le sue lacrime, con quelle che copiosamente venivano giù dal cielo.
"Invece cosa hai trovato la fuori!"  Gli dissi interessato.
"Fuori c'era tutto quello che volevo. I miei desideri, i sogni, gli interessi e quant'altro c'era al di la del recinto. Ma era diverso. Diverse erano le parole, così come i sorrisi, le persone e le situazioni. Niente era uguale a qui, nulla era come qui."
"Tu pensi che bisogna sempre stare qui allora!"
"No figliolo! Quando arriverà il momento potrai uscire da quel cancello e spiccare il volo verso la tua libertà. Ma devi farlo al momento giusto."
Ero percosso dai fremiti di freddo e non resistevo più a stare immobile come lui. Mi alzai di scatto, cercando di muovere il mio corpo intorpidito da quel mare d'acqua.
"Ma perché non ti muovi, che vuoi dimostrare stando fermo sotto la pioggia!" Gli dissi esasperato.
Non degnandomi nemmeno di uno sguardo, andò avanti col suo sermone.
"Adesso pensi sia la decisione giusta, perché non conosci ancora le conseguenze del tuo gesto. Ciò che otterrai andando via, sarà solo una luce superficiale, un istante di gloria momentaneo, che verrà spazzato alle prime folate di vento. Cercavo un riparo da quella tempesta che non accennava a diminuire. La salvezza era la mia cuccia, ma avrei dovuto abbandonarlo fuori, ed era un gesto che proprio non riuscivo a fare."
Gironzolavo attorno alla mio riparo, per fargli capire che sarebbe stato meglio rimandare il nostro discorso. Ma lui sembrava non capire.
"...Poi quando il vento avrà trasportato via il tuo entusiasmo, ti sentirai perso e solo. Non sarai più sicuro come adesso e vorrai tornare al mondo di prima. Ma quando tornerai sui tuoi passi, nulla sarà rimasto uguale"
Non riuscivo più a seguirlo e cominciavo a pensare che siccome non c'è l'aveva fatta lui, voleva che fallissi anch'io. Ma sembrava che nulla gli importasse, tranne la storia che mi stava raccontando.
"Perché vedi figliolo, certe cose che perdi, non sempre riesci a ritrovarle. Spesso rimangono soltanto dei profondi rimpianti, che ti fanno compagnia ogni giorno che avrai la fortuna di stare sotto questo cielo."
Si alzò lentamente, come se stesse assaporando il caldo tepore del sole, invece di essere invaso da un nubifragio. Lo guardai stranito, mentre lui mi accarezzò il viso dolcemente.
" Ma questa è la tua vita caro, non la mia. Sei tu che devi decidere cosa vuoi per il tuo futuro. Tu devi capire cosa è giusto fare e quale strada prendere."
Mi lasciai cullare da quel gesto affettuoso, cogliendo nei suoi occhi una punta di malinconia.
"Fai la tua scelta figliolo." Mi disse guardandomi dolcemente.
" Grazie del consiglio." Risposi confuso sul da farsi.
Si girò e senza affrettare per nulla il passo, tornò nel recinto che divideva con le pecore.
C'erano almeno altre sei ore di buio, un occasione del genere non mi sarebbe mai più capitata.
Il mattino seguente la tempesta si era placata, lasciando il posto a un sole caldo e lucente. Il cinguettio dei passeri era armonioso, come se il temporale della notte precedente non ci fosse mai stato, o comunque, appartenesse ormai a un passato senza ricordo. L'uomo si avvicinò alla cuccia e mi accarezzò.
" Sei stato in gamba, non hai fatto il suo errore"  Mi disse, indicando l'adulto della mia razza nel recinto delle pecore.
" Ma guarda che lo so che è stato lui a convincerti, da solo non c'è l'avresti mai fatta!"
" Lo guardai sapendo che aveva ragione."
" Ti ha dato la possibilità di crescere gradatamente. Grande cane tuo padre, se avesse la parola sarebbe come noi umani."

giovedì 25 agosto 2011

Un brutto incubo

Era una brutta giornata, con un sacco di lavoro e mai un momento di riposo. I clienti erano oggi anche più fastidiosi del solito: “commessa!”. Non sembrava che non avessero altro da farmi a chiedermi pareri sui libri da acquistare, come se io avessi letto tutti i volumi della nostra libreria. Stavolta era una ragazza punk, capelli viola, borchie nere, tattuaggi e percing a chiedermi dove erano i romanzi sui vampiri. Quasi mi veniva da ridere, solo guardandola mi resi conto che il tema le si addiceva perfettamente, ma questo ovviamente non mai sarei permesso di dirglielo. Con il dito semplicemente indicai che erano sullo scafale di fronte a lei. Il signor Rossi, propietario e mio principale, aveva appena invitato una signora di uscire dal negozio con il suo chiwawa e a due ragazzini, che se non erano interessati all'acquisto, di non lasciare i libri sparsi alla rinfusa. Io continuai a sistemare i libri finchè lentamente il negozio si era svuotato dai clienti, sembrava che finalmene ci fosse un attimo di tranquillità. Asciugai il mio sudore con un fazzoletto.
Signor Rossi: Sara. Penso che ormai a quest'ora non viene più nessuno. Si occuppi del negozio fino al mio ritorno. Io vado al bar a prendermi qualcosa di bere, vuole che le porti qualcosa?


Sistemai i miei capelli lunghi facendomi una coda con laccetto trovato nella rivista “cioè”. Quasi mi veniva da guardarlo storto, stava sempre al bar a chiacchierare con i suoi amici e avvolte persino giocare a carte, se doveva portarmi qualcosa da bere, me lo avrebbe portato non prima di due ore. Tuttavia non volevo essere scontrosa essendo che nemmeno mese lavoravo da lui e quelle 600 euro mensili mi facevano comodo. Lo ringraziai e gli dissi di portarmi una lattina di coca cola.
Lui uscì lasciandomi sola e finalmente potevo rilassarmi cinque minuti. Presi dalla mia borsetta la bottiglietta d'acqua e nello specchio vicino alla cassa, mi ero sistemata un attimo il rossetto e il mascara sulle ciglia. Ero completamente sudata e avevo bisogno di un ricambio ma in quel momento non era possibile. Presi il mio lettore cd e mi misi le cuffie, ero convinta che nessuno sarebbe venuto per il momento, persino il marciapiede di fronte al negozio era deserto. Ascoltai il mio gruppo preferito di musica dance, mentre lentamente ricominciai a sistemare i nuovi libri arrivati. Ad un tratto mi era parso di aver udito un rumore ma voltandomi, mi sembrava che non c'era nessuno. C'era solo un particolare che mi aveva incuriosito, la porta era aperta, molto strano perchè prima era chiusa!
Mi ero tolta una della cuffiette per ascoltare, non sentivo niente di strano e voltatandomi verso la cassa, vidi che non era fuori posto. La cosa non mi convinceva, così spensi definitivamente il mio lettore portatile e corsi all'entrata. Avevo una strana impressione e mi ero voltata a guardare gli scafali ma non c'era nessuno, tuttavia tutto appariva inquietante. Presi lentamente la maniglia nelle mani per tirare la porta, quando a un tratto dietro di mè, avevo visto una grande ombra che si era mossa in mia direzione. Lanciai un animato sussulto mentre mi voltai!


Postino: Mi scusi signorina, non volevo spaventarla. Avevo chiamato ripetutamente e bussato sul bancone, ma nessuno mi rispondeva. E' una consegna per il signor Alberto Rossi ma credo di poterla lasciare a lei. Ho qua la ricevuta da firmare, mi metta una firma qua in fondo. Apposto. Le auguro un buon proseguimento.


Dannata io! Con la musica non ero riuscito a sentirlo entrare e in effetti il signor Rossi mi aveva già sgridata due volte di non usare il lettore mentre lavoravo. Il ragazzo in questione era molto alto, l'uniforme gialla delle poste italiane, anche con quei tipici scarponi che loro portavano sempre. Aveva inoltre la barba perfettamente rasata e due cocchiali nel viso, sembrava un bravo ragazzo mainvolontariamente mi aveva spaventata a morte. Uscì e riprese il suo motorino per proseguire con le consegne. Tirai un respiro di sollievo, mentre trangugiai un'altra sorsata d'acqua dalla mia bottiglietta di plastica.
Presi quel pacco ma mi resi subito conto che era strano o meglio sembrava un pacco, ma nello stesso tempo lo era. Non era rivestito in quella carta marroncina ma sembrava una carta bianca, ingiallita e sporcata nel tempo, piena di macchie e di polvere. Sul frontale c'era l'indirizzo del nostro negozio scritto in una caligrafia molto sinuosa ed elegante, non era penarello ma sembrava invece scritto con un pennellino e inchiostro. Il francabollo era una specie di veliero, c'era il timbro della posta italiana ma poco distante un'altra assurdità, un altro timbro in cera rossa con la raffigurazione di una corona e un leone. Qualche cretino aveva voglia di fare lo spiritoso!
Era rilegato in delle cordicelle e prendendo le forbici le avevo tagliate, togliendo anche quella carta che lo foderava. All'interno c'era un piccolo bauletto di un legno rossastro, poteva contenere qualunque cosa anche se non era improbabile che fosse un libro, forse un po' più grande del normale. Continuavo a chiedermi chi si fosse messo a creare una simile assurdità. C'era anche una lettera fatta con la stessa carta sudicia e chiusa con il medesimo timbro in cera. In esso una chiave, la chiave dello scrigno?
C'erano dei ragni uscivano da quella carta impolverata e l'intero bancone si era ridotto in uno schifo! Mi ero infuriata già all'idea di doverlo pulire prima che entrasse qualche cliente, se non il signor rossi. Per quanto mi fece schifo, presi quelle carte e le buttai nel cestino insieme a quella lettera vuota. Corsi subito in bagno a lavarmi le mani e presi subito il detergente e dello spirito con cui pulì e disinfettai il bancone. Accostai poi la scatola di legno con la chiave su una sedia, dovevo immediatamente avvertire il signor Rossi! Digitai così il suo numero di cellulare e aspettai finchè non rispose.


Signor Rossi: Pronto, chi parla! Sara? Aspetti che esco dal bar perchè qua non si sente nulla. Dimmi tutto. Ci hanno recapitato un pacco? E che c'è di strano? Fatto di carta ingiallita, timbri a cera e una scatola di legno? Magari sarà una vecchia consegna, forse quel libro su “Loch Ness” che dovevo ricevere 3 anni fà da londra, mi avevano assicurato che la spedizione era partita ma a me non mi è mai arrivato. Sa come sono le poste qua in italia, mandano tutto in ritardo. Non sia redicola, non si deve spaventare per un semplice pacco, me lo metta nell'ufficio e poi lo guardo io con calma. Ascolti la coca cola non c'è l'hanno, le sto prendendo una sprite o una fanta, non credo che agitata come è lei, le convenca che le porti un caffè. Fra poco ritornerò.


Era insopportabile l'idea che si doveva ancora assentare, ogni volta che diceva che stava ritornando, poi ritornava dopo un'altra ora. Comunque mi rassicurava che era una vecchia consegna di londra, forse gli inglesi rileggavano in quella maniera assurda e magari era finito in un magazzino per qualche anno, motivo percui era così sporco. Tuttavia continuavo a pensare che era strano. La chiave era arruginata e sembrava una chiave di quelle che usava una volta, era di ferro e piena di righettature e cortorni decorativi. Aveva l'impugnatura ad anello e che finiva con un tubicino, l'intagliatura della serratura non era dentata, bensì a quadratini. Poteva pure essere inglese ma questa roba esisteva ai tempi di mia nonna, di sicuro non era recente.
Presi la scatola nelle mani e cercai di scuoterla per capire cosa conteneva, ma la gettai immediatamente sul bancone. Dalla serratura era uscita una nuvoletta di polvere. Mi ero sporcata, lanciando una montagna di starnuti e di ingiurie, i miei jeans e la mia maglietta erano impolverati così come il bancone appena pulito. Arrabbiata, presi quella cosa sporca per portarla subito nell'ufficio del Signor Rossi, non la volevo più vedere quella scatola. Agitata aveva aperto la porta e mi inoltrata verso la sua scrivania. Non sembrava comunque la mia giornata fortunata, perchè inciampai sul filo della presa della fotocopiatrice, sfragellandomi a terra.
Avevo un gran dolore alla testa, e speravo che il mio turno si concludeva presto, quando mi sono guardata intorno. La cosa meno strana era che il pacco era scomparso e al suo posto c'era la mia borsetta. Non capivo cosa ci facesse per terra, nell'ufficio quando mi resi conto che il pavimento su cui ero sdraiata era fatto di tavole di legno e non di quelle matonelle gialle del Signor Rossi. Anche la scrivania, la fotocopiatrice, lo scaffale delle ricevute e le bianche pareti fatte di cartoncesso era scomparse. Non sapevo se urlare, o se stare calma o magari piangere. Sembrava un incubo e forse lo era.
Il pavimento come detto era rivestito di tavole di legno, non era un elegante parquet ma sembrava costruito in maniera molto rozza e rudimentale, i chiodi con cui era stato fissato erano enormi. Le pareti erano uguali al pavimento, tavole orizzontali fissate a delle travi sdondate, così come la parete di fronte a mè, anche il tetto era di legno e tutto sgricchiolava in maniera rumorosa. La stanza mi metteva terrore perchè oscillava e si sentiva un rumore d'acqua e un forte odore di sale, non capivo tuttavia da dove provvenisse quel suono e quel odore. Nella stanza c'era anche un tavolo di legno con forme decorative intagliate, non sembrava vecchio ma era pieno di polvere. C'era poi accostato al muro una fiocina e una rete da pescatori buttata sul pavimento. Le due sedie dentro quella stanza invece erano foderate con la paglia. Sul tetto invece c'era una enorme ragnatela e una una lanterna a petrolio appesa a un uncino, che faceva una fiocca luce.